S.I.P.P | Riconoscimento MIUR ai sensi della legge n. 56 del 18.2.1989

Editoriale

di Adriana Gagliardi*

Ricevuto il 16/04/2021
Accettato il 28/04/2021

 

Il mio pensiero va al gioco dell’infanzia, e subito mi viene in mente una poesia di Peter Handke: Elogio dell’infanzia, forse perché ogni sua strofa inizia con: «quando il bambino era bambino» e il testo faceva da sfondo alle potenti immagini del film di Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino (1987). Così “gioca” il pensiero, per dare forma ancora incerta a quello che vorrei dire, così esso associa spazi di metafore e di sogni e di ricordi lontani. Credo che questi “salti” di pensiero in libertà siano la vera essenza della costruzione del gioco, direi una combinazione tra immaginazione, emozioni, rêverie, libere associazioni e ricordi. Un gioco tra Inconscio, Preconscio, Conscio.

In questo numero dal tema “Costruire il gioco” molti contributi, com’era logico attendersi e come vedremo, fanno riferimento agli scritti di D. Winnicott, che più di tutti gli autori in psicoanalisi ha teorizzato l’importanza del gioco per il formarsi di uno spazio psichico creativo, lo spazio potenziale.

Freud, d’altra parte, ha mirabilmente descritto con il gioco del rocchetto la scomparsa e la ricomparsa dell’oggetto come primum movens della costruzione di uno spazio rappresentativo che crea l’oggetto in sua assenza e, forse soprattutto, la speranza nell’attesa e poi la sorpresa e la gioia della sua ricomparsa. Perché è questo il gioco: prende corpo e mente, un’eccitazione che li collega armonicamente, sorprende, fa ridere dentro.

In questo senso siamo costruttori e giocatori funamboli: è un “gioco del rocchetto” infinito quello che giochiamo insieme ai nostri pazienti, fino a che la paura della perdita non lascia il posto alla speranza e alla certezza che l’oggetto non scomparirà più. Tutta la fatica del processo terapeutico, a volte, svanisce di colpo per una parola, uno sguardo, una frase che nasce da un lessico condiviso e unico creato tra quel paziente e quel terapeuta: momenti preziosi nei quali si può giocare e ci si può divertire.

Vorrei riflettere su un aspetto, a volte dato per scontato, lo farò con una strofa della poesia di Handke:

Quando il bambino era bambino non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Spesso si parla del Sé infantile nell’adulto, pensando che con esso ci siano molte più affinità di quelle che ci sono, in realtà, con quando il bambino era bambino. Sono intervenuti gli anni e molteplici variabili a modificarne la spontaneità, le infinite possibilità del bambino di crescere e poi di essere “integrato” armonicamente con il suo Sé adulto, in armonia o in disarmonia con il suo Io maturo.

Molti aspetti del Sé infantile sono andati persi ma alcuni sono inscritti in memorie-climi remoti dell’essere, in quella memoria affettiva implicita senza ricordi. Essi s’intravedono nelle emozioni dell’adulto, quando va tutto bene, nell’intimità dei giochi che si conoscono e che, a volte, si ripetono con elementi di sorpresa, con una magica apertura vitale e una curiosità spontanea verso altri mondi. Forse sono queste emersioni improvvise di aspetti del Sé infantile che ci fanno sentire vivi, che ci tengono in vita e ci divertono profondamente.

Il paziente che non sa giocare, spesso, non ha mai potuto giocare. Il gioco non è mai stato sperimentato, quindi non vissuto, parafrasando Ogden (2016) che, in un capitolo del suo lavoro Vite non vissute, commenta anche l’articolo di Winnicott del 1971, La paura del crollo. Penso che quanto egli dice sul vissuto del crollo possa estendersi alla incapacità di giocare, perché l’impossibilità di avere sperimentato-vissuto il gioco rinvia a un rapporto non soddisfacente con la madre-ambiente, comporta anche un rimando a un’agonia primitiva, a un crollo della mente dovuto alla rottura del legame tra bambino-madre ambiente. L’evento passato avvenuto e non sperimentato, direi la somma degli eventi, continua a tormentare il paziente fino a quando non può essere vissuto nel presente (con l’ambiente-madre-analista). Da questo punto di vista egli vive quello che non ha potuto sperimentare nelle fasi precoci della sua vita, come il giocare che ha in sé l’esperienza di un rapporto a due in sintonia. Ma questo gioco che si apprende nel qui e ora, non sarà mai uguale a ciò che sarebbe stato nel tempo giusto di acquisizione della capacità di giocare: quando il bambino era bambino. Nel migliore dei casi, quando l’analisi ha un buon esito, porterà a un “sentirsi” completo recuperando, da adulto, ciò che in fondo all’essere si sente mancante e non sperimentato, non vissuto. Sarà un gioco diverso quello che il paziente sperimenterà, e noi insieme a lui, con la percezione e la speranza dell’adulto di nuove possibilità da vivere, in una vita futura più piena e più vissuta.

Quando arrivano i lavori per la nostra rivista, noi della redazione li apriamo e li leggiamo con quell’aspettativa infantile di quando si riceve un dono inaspettato e credo che questo sia un bel gioco, sperimentato e vissuto con partecipazione, con sorpresa e curiosità, che si rinnova a ogni numero.

I contributi di questo numero descrivono il difficile e variegato percorso del processo terapeutico attraverso il quale il paziente e il terapeuta inaugurano una dimensione nella quale è possibile giocare, o quanto meno, cercano di creare uno spazio nel quale sarà possibile giocare.

Così in Lector in fabula, il lavoro di Guelfo Margherita e di altri colleghi ci ha fatto immergere nel Workshop esperienziale all’interno di un seminario teorico: esso si configura come un gioco che scioglie regole e logiche usuali in un’analisi creativa, capace di accettare il caos iniziale e di emergere dal gruppo come individui, sognatori e pensatori. Un gioco nel quale convivono l’aspetto Simmetrico inconscio (Matte-Blanco), legato all’essere insieme in quanto gruppo umano, e quello Asimmetrico, legato all’analisi scientifica di quello che accade.

Il setting stesso è contenitore dell’agito del gioco, della sua imprevedibilità, tra intuizione e interpretazione in rêverie bioniana.

Di cosa vuol dire “giocare” in psicoanalisi scrive Giuseppe Civitarese, in Saggi, dal punto di vista del nuovo paradigma che egli definisce non epistemico ma ontologico, volto non tanto a svelare contenuti rimossi, ma a promuovere nuove funzioni. Così la psicoanalisi infantile, nella quale il gioco ha un ruolo rilevante, fa da modello per la psicoanalisi degli adulti con i concetti di base pregnanti come attività, vitalità, intensità, curiosità, piacere, esplorazione, spontaneità, apertura, ecc. Nel gioco tutto è finzione e si gioca in due, si fa crescere la mente attraverso momenti di sintonizzazione affettiva. In questo senso “giocare” ha a che fare con l’ascolto del discorso dell’Inconscio, come se virtualmente ogni cosa riflettesse il sogno della coppia o del campo analitico e l’interpretare il processo non ha a che fare con il correggere le distorsioni del transfert ma con un promuovere trasformazioni.

Rita Manfredi ci introduce nel mondo del “Gioco nei limiti-Gioco del limite” con due casi clinici che descrivono sia due modi di rapportarsi al limite dei pazienti, sia la capacità di usare il metodo psicoanalitico in maniera creativa da parte del terapeuta per raggiungere il paziente. L’autrice sottolinea come, attraverso rischi esterni, il gioco del limite tenta di negare un vuoto interno profondo: il gioco è un feticcio usato per nascondere ciò che è “mancante” e procura al paziente una sensazione di estasi, di vitalità e una convinzione di eternità: è un gioco senza libertà, dominato dalla compulsione, a differenza del il gioco nei limiti.

Il lavoro di Valentina Caglioni “La mancanza di gioco nelle strutture perverse” descrive l’incapacità di giocare di questo tipo di pazienti. In particolare, l’autrice descrive un percorso terapeutico con una sua paziente e mette in evidenza alcune caratteristiche della sua struttura perversa. Un elemento descritto è l’incapacità a sublimare intesa come capacità di sognare, di muoversi psichicamente fra le rappresentazioni del pensiero. In questo clima asfittico di predominio e di controllo nel quale si svolge il processo terapeutico, la terapeuta inaugura micro aree di gioco, riuscendo ad accettare il limite della paziente e a sopravvivere nella sua soggettività, pur consapevole del paradosso che porta la paziente a “pervertire” alcuni momenti d’incontro autentico.

Uno spazio a parte è dedicato a uno scritto metaforico, un gioco di libere associazioni: ne “Il terapeuta gioca a tennis” Giampaolo Sasso descrive in modo originale, attraverso un’immaginaria partita a tennis, uno “scambio” complesso in un processo terapeutico. In questa metafora l’alleanza nel lavoro terapeutico sottintende che non vale la pena conteggiare i “punti” vinti o persi ma che un punto sia realmente vinto quando si vince in due. A partire da questa strana regola, l’autore riconsidera i sottili e necessari mutamenti avvenuti nella storia clinica e teorica della psicoanalisi, le illusioni e le disillusioni affinché il gioco terapeutico negli anni divenisse meno stereotipato, e invece, più fonte consonante e vitale dello stare insieme tra terapeuta e paziente.

Gli Scorci sono numerosi e recano una ricca messe di percorsi terapeutici, spesso lo scambio giocoso tra terapeuta e paziente è il risultato del difficile processo che approda alla capacità di giocare.

Il lavoro di Carla Vitale descrive un processo terapeutico nel quale la capacità di giocare è acquisita dopo un faticoso lavoro di soggettivazione da parte della paziente, che transita anche attraverso la condivisione di aspetti di realtà della vita della terapeuta, messi a disposizione della paziente, in modo inusuale.

Elisabetta Berardi utilizza la scrittura per raccogliere e dare senso al trauma, iniziare a giocare in gruppo attraverso lo scambio di testi o nella relazione analitica individuale: utilizzare la parola scritta come veicolo di dialogo dapprima con sé e poi con l’altro, in maniera giocosa.

Fulvio Cassese parla di un percorso analitico con un ragazzo adolescente autistico: si assiste al suo passaggio da un gioco sensoriale solitario a uno scambio di storie e di pensieri che diviene un gioco insieme al terapeuta.

Ida Contarino narra del difficile transito fino allo spazio potenziale nell’esperienza terapeutica con una paziente grave, con la quale si devono adoperare parole-esperienza perché la rappresentazione del pensiero è ancorata al registro della concretezza presimbolica.

Anna Di Guida scrive del gioco come possibilità di accesso al Sé, descrivendo con delicatezza il rapporto terapeutico con un bambino segnato dal suicidio del padre e dal tentato omicidio della madre, a opera del padre stesso. Il trauma ha confuso il limite tra interno ed esterno e il gioco assume una valenza di libertà nel limite delle sue regole e del fidarsi di sé, oltre al valore del metodo analitico e interpretativo della realtà interna che si coglie in relazione al processo terapeutico.

Jacopo Rizzuti conclude questa rassegna degli scorci con il suo lvoro Giocare a perdere dove egli, giovane terapeuta alle prime esperienze, dovrà perdere l’illusione di una psicoanalisi idealizzata e an- dare incontro al bisogno espresso dalla paziente, per essere in grado di aiutarla.

Nell’Intersezione di Beniamino Sidoti leggiamo un testo profondo con una delicata ed emozionante rassegna dei giochi che spesso hanno alimentato la nostra infanzia: il gioco appare come un’immersione in un’esperienza ricca di magia, d’immaginazione, di condivisione. Un filo rosso che collega le immagini e che ci pone in uno scenario di rappresentazioni vivide nel quale anche le ripetizioni del gioco, se non sono alienanti, aprono alla meraviglia e all’estensione di sé, con un senso sempre ritrovato di divertimento e di godimento.

Anche in questo numero, la consueta e interessante rassegna di recensioni.

Due scritti, infine, in ricordo di Marysa Gino e di Mario Fiore, i nostri due cari soci che, purtroppo, ci hanno lasciato.

Buona lettura.

                                                                               

* Socio ordinario SIPP con funzioni di training, Direttore di Psicoterapia Psico- analitica, Via Santa Lucia 27, 35139 Padova (PD). Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Psicoterapia Psicoanalitica (ISSN 1721-0135, ISSNe 2531-6753), XXVIII, n. 1/2021

Doi: 10.3280/PSP2021-001001

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