S.I.P.P | Riconoscimento MIUR ai sensi della legge n. 56 del 18.2.1989

Relazione presentata al Convegno Nazionale Sipp

Psicoterapia Psicoanalitica: contemporaneità e percorsi di sviluppo

1 e 2 Dicembre 2017, Roma

 

 

La psicoterapia psicoanalitica tra complessità e apertura al futuro

di Gianluca Biggio, segretario scientifico SIPP

 

... La psiche è estesa, di ciò non sa nulla.
S. Freud "Risultati, idee, problemi" (1938)

Premessa
Questa relazione ha la finalità di contribuire a descrivere l'attualità della psicoterapia psicoanalitica alla luce dei mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni in tutta la psicoanalisi. Saranno descritte alcune modalità di lavoro della SIPP, da oltre trenta anni impegnata nella pratica, nella riflessione clinica e nella formazione alla psicoterapia psicoanalitica con un approccio talora anticipatore di alcuni attuali mutamenti.
La relazione si articola in tre passaggi
1- Mutamenti sociali e ed estensione della psicoanalisi
2- Collocazione della psicoterapia psicoanalitica
3- Sviluppi nella psicoterapia psicoanalitica
Gli sviluppi e la conclusioni saranno illustrati anche attraverso vignette cliniche e sintesi di processi terapeutici.

Mutamenti sociali ed estensione della Psicoanalisi
Per la psicoanalisi il tema dei mutamenti sociali e dei futuri sviluppi costituisce da tempo un topos privilegiato come evidenziato dai recenti convegni nazionali e internazionali (SIPP 2015; IPA, 2015; UFR, Rivista Psiche 2017; EFPP 2018 ) e dalle pubblicazioni degli ultimi anni.
Potremmo ipotizzare che alla base di ciò non vi sia solo un interesse per il cambiamento sociale in sè, ma un interrogativo su come i mutamenti sociali vadano modificando la psicoanalisi stessa.
Questa è una riflessione tanto necessaria quando scomoda per una disciplina abituata fin dalla nascita ad anticipare i temi della modernità.
Da decenni appaiono costantemente contributi su come cambiano i nostri pazienti (Gaddini 1984; Mc Williams 1999; Gabbard, Westen 2003;) oppure su come sta mutando la psicoanalisi (Cremerius 2000; Eagle 2000; Kahn 2014). Non dimentichiamo infine, i contributi che si domandano se la psicoanalisi sopravviverà all'imperativo di una civilizzazione orientata alla concretezza performante, con il corollario di terapie psicologiche a questo sintoniche (Cremerius 2000, Levin 2000, Wallerstein 2012).
A un occhio critico non sfugge il collegamento tra l'affermarsi della teoria della complessità a livello epistemologico, avvenuta nell'ultimo cinquantennio, il diffondersi della complessità psicosociale e il relativismo polisemico a livello scientifico e sociale (Bertanlaffy 1968; Morin 1990).
Anche nella psicoanalisi come in molti campi del sapere, si è andata costituendo una pluralità di linguaggi; inoltre il movimento di "estensione della psicoanalisi" iniziato negli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso - a parte il lavoro di grandi precursori come Ferenczi (1921) - è stato documentato da molti autori quali Kernberg (1993), Fossaghe (1997), Green (2002), Kaës (2015). L'ultima pubblicazione di Kaës titolata proprio "L'estensione della psicoanalisi" ne è un palese esempio.
Qui Kaës afferma che la metapsicologia psicoanalitica, intesa come osservazione dell'inconscio all'interno di un contesto di cura individuale attraverso l'analisi del transfert e del controtransfert, costituisce una visione parziale dell'inconscio, perché esso appartiene a contesti più allargati (dalla coppia, al gruppo, all'istituzione e alla cultura sociale, al trauma). Di qui la proposta che accanto alle due topiche freudiane sia necessario costituire una terza topica dell'intersoggettività, caratterizzata dal soggetto dell'inconscio.
Con Kaës ci sentiamo di condividere l’ipotesi che l’ inconscio abbia una dimensione pluripsichica e transgenerazionale perché è distribuito e generato in luoghi psichici differenti.
In particolare va oltre le sue stesse formulazioni degli anni Novanta; egli afferma inoltre che non vi è solamente un inconscio gruppale entro un gruppo chiuso ma un apparato pluripsichico che è un inconscio di gruppo, coesistente con un inconscio individuale soggettivante. Ognuno di questi tre livelli (inconscio individuale, inconscio gruppale e apparato pluripsichico) ha una azione d'interdipendenza co-determinante rispetto agli altri livelli. "Politopia" è il termine designato da Kaës per affermare che l'inconscio è distribuito e generato in luoghi psichici differenti. Di qui l'affermazione che accanto alle due topiche freudiane è necessario costituire una terza topica dell'intersoggettività, caratterizzata dal soggetto dell'inconscio.
L'epoca della molteplicità culturale che coincide con la perdita delle certezze, vede nella psicoanalisi (Kernberg 1993; Turillazzi 1994), l'affermarsi di più modelli psicoanalitici. A tutti i livelli nella nostra civiltà occidentale si registra la perdita del "pensiero unico", con le grandi opportunità e le difficoltà che questo comporta. In questo quadro si ritiene, in accordo con Bolognini (2017), che la psicoanalisi attuale stia attraversando una fase integrativa e esplorativa.

Collocazione della Psicoterapia Psicoanalitica
Come si riflettono oggi nella nostra pratica di psicoterapeuti psicoanalitici questi cambiamenti? Questi mutamenti si collocano tra presente e futuro della psicoterapia psicoanalitica e riguardano la nostra consapevolezza teorico-clinica a due livelli.

Il dibattito storico sulle differenze tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica
Come afferma Widlöcher (2008), tale dibattito è ancora aperto ma ha perduto quel peso e puntigliosità che ha avuto dagli anni Cinquanta agli anni Settanta tra Bribing, (1954), Gill (1954) Rangell (1954, 1981) ed altri. Un' interessante sintesi di questo acceso dibattito viene anche fornita da Un dialogo sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica, a cura di Kernberg, Green, Migone (2009).
Kernberg (1993) e Fossaghe (1997) affermano chiaramente che a partire dagli anni Sessanta, con la teorizzazione del campo analitico bi-personale, delle varie declinazioni della psicoanalisi relazionale e della Psicologia del Sé, il confine tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica sembra divenuto più difficile da definire. Se vi è stato un progressivo avvicinamento o sovrapposizione tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica, ciò è in buona parte dovuto all'allargamento dei confini della psicoanalisi. La stessa barriera tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica si apre a dei varchi (Panizza, Bassetti 2011; Rocchi 2013).

Anticipazioni della psicoterapia psicoanalitica
Il lavoro della SIPP anticipa di decenni le tendenze alla flessibilità del setting (vedi Ritmo e Setting a cura di Gino e Toscani, 1998) prevedendo la possibilità di un setting psicoanalitico in condizioni differenti dagli standard classici. Inoltre la vocazione fondatrice della SIPP è legata anche all'intervento istituzionale, che non sarebbe stato possibile senza un'estensione della psicoanalisi a contesti gruppali complessi. Così pure il once a week e il vis a vis sono stati per la nostra società un precorrere i tempi dimostrando di poter mantenere un livello di analisi del transfert e controtransfert in una dimensione temporale più rarefatta.
L'adattamento di setting, linguaggio e attenzione alla relazione non direttamente riferita al transfert, nei casi difficili, sono un ulteriore esempio della modernità del lavoro della SIPP. Si pensi al lavoro il con il paziente grave, anche a domicilio vedi caso clinico del 1997 di Gino e comparso recentemente sulla nostra rivista (2016) e la tradizione di Psicosi e dintorni.
L'adattamento di setting, di linguaggio e la costruzione graduale della relazione nei casi difficili, sono un ulteriore esempio della modernità della SIPP: si pensi al lavoro con il paziente grave, anche a domicilio (vedi caso clinico del 1997 di Gino e comparso recentemente sulla nostra rivista (2016) e alla tradizione degli incontri coordinati da Collesi su Psicosi e dintorni, ogni anno dal 2003, in cui Orazio Costantino ha espresso più volte un pensiero di rara profondità sulla relazione con il paziente psicotico nella stanza di psicoterapia, dibattuto con un’intensa partecipazione.
Afferma Toscani (2017): La Psicoterapia Psicoanalitica si configura, quindi, come uno strumento terapeutico volto alla comprensione dei bisogni del paziente, che richiede non solo un "saper fare ", ma soprattutto un "sapere come fare" e un "sapere perché fare e quando fare". "Tutto ciò potrebbe sembrare un gioco di parole, ma, intraprendere un rapporto terapeutico con pazienti che ci forniscono un timer al quale rispondere, é sicuramente più complicato e difficile della condizione nella quale ci si conforma a regole e binari stabiliti o ore- stabiliti" (p.168/169).
Anche dal punto di vista dei modelli teorici di riferimento abbiamo visto un progressivo allargamento a un pluralismo sentito da tutti come un fruttuoso arricchimento: il radicamento nell’humus freudiano si è aperto all’interiorizzazione di numerosi autori, secondo le fasi del decorso, le differenti psicopatologie dei pazienti o le affinità personali. Ci pare comunque di individuare nel pensiero winnicottiano il common ground societario a cui seguono il pensiero di Bion e Ferenczi e altri ancora.

Sviluppi nella Psicoterapia Psicoanalitica
Quali sviluppi seguono la caduta di alcune barriere negli assetti identitari delle discipline psicodinamiche? In accordo con quanto esplorato dal gruppo di Boston, e da italiani come Carli e Rodini (2008), sul “qualcosa in più”, conoscenza relazionale implicita, rispetto ai meccanismi interpretativi nella terapia psicoanalitica (1994) ci domandiamo: cosa si integra e si aggiunge allo schema fondamentale del transfert-controtransfert-interpretazione?
Alcune principali conseguenze sono:

Mutamento del criterio della frequenza
Il mutamento del criterio della frequenza quale indicatore della definizione della psicoanalisi viene a cadere negli anni recenti, come ci ha fatto notare nella sua relazione Messner, come la SIPP va da decenni teorizzando. Come era stato già affermato dalla ricerca di Gill (1994) ed oggi accettato da analisti di varie scuole.
In uno dei suoi recenti articoli Adriana Gagliardi (2017), parla del transfert in condizioni di terapia vis a vis mono settimanale. Ella afferma che esiste la possibilità che il transfert assuma un assetto particolare; il pensare per immagini attiva un'attenzione fluttuante in assenza del paziente e una particolare rêverie in sua presenza.
Afferma Silvia Grasso (2014): " Oggi vediamo... pazienti... nella maggior parte dei casi in sedute mono-settimanali... Il tempo dell'analisi è molto modificato e non è strano dal momento che è radicalmente mutato il rimo della vita... eppure l'essenza del discorso analitico, il suo cuore non si è discostato molto dal punto di partenza: indagare l'inconscio..." (pp.62-63).
Quest'area clinica per noi in Italia appare essere un'importante questione; molti pazienti, pur con differenti assetti di sofferenza - dalla nevrosi, ai pazienti narcisistici e borderline o con dipendenze patologiche - manifestano una certa difficoltà verso un impegno multi settimanale. Vengono spesso addotte motivazioni che pescano nella realtà concreta; limitazioni economiche, difficoltà a gestire le agende di lavoro convulse nelle grandi città, oppure più semplicemente un rifiuto magari influenzato dal paragone con le diffuse terapie cognitivo-comportamentali che avversano frequenze differenti.
La difficoltà del paziente verso il setting plurisettimanale è oggi una realtà nota; un tempo la fiducia verso l'autorità indiscussa del professionista non lo permetteva. Lo psicoterapeuta si trova spesso a "risalire la china", preso tra elementi di realtà che caratterizzano la modernità e le utilizzazioni difensive degli elementi della realtà da parte del paziente. In questi casi la flessibilità, sia nella costruzione diagnostica che nella costruzione del setting, sono per noi fondamentali per realizzare una solida alleanza e una continuità del percorso terapeutico.

Centralità della relazione
Freud nei suoi consigli sulla tecnica della psicoanalisi non minimizzò l’importanza del legame affettivo tra paziente e analista; spesso sottolineò come la comprensione possa avvenire solo all’interno di un rapporto affettivo favorevole, nella misura in cui l’atmosfera della relazione transferale la permette e costituisce “una nuova fonte di forza” al processo analitico (Freud, 1913). Nel 1916 egli disse esplicitamente che è il transfert positivo, non l’insight intellettuale, “quello che fa pendere il piatto della bilancia” (1916-1917, p. 445).
Cremerius (1985) ha scritto sul mestiere dello psicoanalista. Chiedendosi come Freud esercitasse il "mestiere" di analista ci ha presentato le dirette testimonianze di alcuni fra i suoi pazienti più illustri, gettando uno sguardo all’interno della stanza di consultazione del fondatore della psicoanalisi. Si scopre così un Freud umano e spontaneo, con un atteggiamento meno rigidamente “neutrale” di quello che si vide poi storicamente costretto a prescrivere e codificare, timoroso dei possibili abusi a cui avrebbe condotto una tecnica troppo “attiva” e partecipante messa in atto da alcuni discepoli. Il riferimento a Freud era – secondo Cremerius – valido per i giovani analisti in formazione, ma egli riteneva che si dovesse sdrammatizzare la dicotomia che storicamente si era determinata tra due opposte concezioni della tecnica, ovvero tra un atteggiamento accogliente e benevolo, “materno”, e uno più distaccato e oggettivante, "paterno".
L'attenzione alla relazione con il paziente diviene uno strumento per la creazione di un "setting incarnato" nelle emozioni consce, preconsce e inconsce, e come accesso alle aree arcaiche della coppia terapeutica. Negli anni Cinquanta Rosenfeld, citato da Genovese (1988), criticava Eissler perchè aveva affermato che accettare un certo livello di umorismo nell'interazione con il paziente avrebbe distolto quest'ultimo dalla frustrazione/regressione necessaria al mantenimento del transfert. E' interessante l'esempio di Panizza sul tentativo (riuscito) di evitare una rottura della terapia attraverso una serie di sms scambiati con un paziente irritato per una certa questione. Ma ci possiamo domandare: come sarebbe stato possibile ciò senza una concezione di un setting incarnato nella relazione terapeuta-paziente, ancora prima che in un procedurale analitico? Afferma Schiappoli: "Credo che il lavoro analitico sull’accoglimento - a cominciare da interrogativi quali
“che cosa ho accolto?”, “con che cosa identifico il paziente dentro di me?” - sia da intendersi come un lavoro permanente durante un processo di cura."(p.65).
A proposito della centralità della relazione vorrei riportare il flash clinico di Luisa. Una donna di circa cinquanta anni viene per una consultazione. Lavora in un'azienda e afferma di aver avuto un periodo di depressione a seguito di un rapporto con un superiore al quale era stata incapace di reagire. Lei, donna di acciaio, era entrata in crisi. Nei primi due colloqui parla moltissimo e racconta di un padre buono, ma lontano, e di una madre che ha sentito fredda. Mi appare molto sofferente dietro l'armatura di durezza. Due giorni prima dell'ultimo appuntamento mi avvisa con un sms che non verrà per impegni di lavoro. Al telefono mi spiega che ha pensato di rinunciare perchè ha dubbi e non ha tempo... Le dico che forse possiamo chiudere la consultazione valutando le sue perplessità... per offrirle una disponibilità maggiore, dopo l'iniziale posticipazione di una seduta, le dico che se vuole possiamo vederci sabato mattina... Luisa risponde che deve andare dal parrucchiere con tono allegro e sfidante; fissiamo un altro giorno. Nell'appuntamento mi dice subito di aver parlato troppo nei precedenti incontri e che io non avevo interagito troppo con lei... le faccio notare che lei aveva parlato volentieri e mi aveva detto della sua mancanza di dialogo con la famiglia... avverto fisicamente che Luisa apprezza questo commento... irrompe una domanda che non riesco a trattenere: "è poi stata dal parrucchiere?" le chiedo sorridendo... ridendo mi dice di sì, dice di sentirsi affogata dal lavoro e si scusa per non avere accettato il sabato come appuntamento. Aggiungo che mi rendo conto della sua sensazione di oppressione e le propongo di iniziare una sorta di counselling ogni 15 giorni per un paio di mesi, per poi verificare se sarà possibile continuare... accetta senza esitazioni e mi confessa che lei ha tante cose dentro che non ha avuto tempo di scambiare con nessuno... improvvisamente scoppia a piangere a dirotto, le offro dei fazzolettini di cui è sprovvista. Con mio stupore chiede se potrà sdraiarsi sul lettino e scherzando dice di preparare tanti fazzolettini. Dopi tre incontri bisettimanali inizia una terapia.
Sono numerosi i contributi forniti nel corso degli anni dai nostri colleghi rispetto ai livelli che caratterizzano l'intorno relazionale racchiuso nel transfert e controtransfert e sue indefinite estensioni. Tra i numerosi citiamo Collesi (2010) in: "L'entrare in contatto: esperienza di una illuminazione" oppure i contributi apparsi nel recente numero della nostra rivista dedicato alla Tecnica in Psicoterapia psicoanalitica e tanti altri, che mi scuso di non citare, nel corso degli anni.
Inoltre aggiungerei come appendice attuale alla centralità della relazione, la psicoterapia con gli strumenti virtuali. Il tema ormai da almeno 4 anni è stato introdotto nella SIPP: vi è stato un numero della Rivista, un panel al convegno di Bologna, un anno dedicato dalla sezione regionale Lombardia. Vari di noi hanno ormai pazienti che hanno iniziato nello studio e poi continuato su Skype. Il tema è in IPA oggetto di approfondimento, come affermò Bolognini nel nostro Convegno Nazionale del 2015.

Costruzione di un setting su misura e la flessibilità dello psicoterapeuta
In occasione del 1° Congresso Nazionale della Sezione Italiana della E.F.P.P. svoltosi a Roma nel gennaio 1995, Marysa Gino fu sollecitata a presentare una relazione sul trattamento di pazienti a una seduta settimanale. Più tardi la Gino ci dice (1997): "L’inquadramento teorico.... è stato quello della psicoanalisi attuale che si interroga sulla qualità della relazione e sulle difficoltà della conduzione del trattamento con pazienti diversi nella patologia ed inseriti in una realtà socio- culturale altra, rispetto a quella nella quale è nata la psicoanalisi. La funzione terapeutica viene svolta da comunicazioni discorsive, che contengono soltanto le premesse per futuri significati interpretativi, e soprattutto dal mondo interno dell’analista-setting che promuove e facilita la strutturazione del paziente in quanto funge a sua volta da struttura. Perciò piuttosto che di una
processualità terapeutica è emerso il concetto più pertinente di processualità del legame" (pag.8).
Queste tracce prese da un articolo pubblicato sulla nostra rivista ventidue anni fa ci danno l'idea dello spessore della ricerca della psicoterapia psicoanalitica sulla variazione del setting formale con la comprensione del peso prioritario del setting interno e della processualità del legame.
Il flash clinico di Luisa ci fa vedere come il campo relazionale possa creare le condizioni per lo sviluppo del setting. Esiste un campo relazionale che permette al setting di prendere forma e a volte forme differenti. La variabilità del setting interviene con pazienti definiti da Gino "altri" rispetto a quelli della psicoanalisi "di un tempo". Pazienti dalla pelle sottile (Britton 1998) o con tratti borderline, traumatizzati, con elementi narcisistico compulsivi o come affermato ad esempio da Green (2002) o Williams (1999) semplicemente difficili e non inquadrabili in una nosografia statica. Tale nosografia non corrisponde alla sofferenza del Sè nell'epoca della identità liquida, stigmatizzata da Bauman (2000) e ripresa da molti terapeuti che hanno scritto sulla soggettività post-moderna (Petrella e Berlincioni 2004; Bolognini 2006; Starace 2008). La fluidità di queste sofferenze può essere prioritariamente affrontata da un solido setting interno dell'analista, capace di costruire variazioni procedurali contingenti.
Fra i numerosi contributi dei nostri soci (non è possibile citarli tutti) alcuni come "Il setting nomade. Assetto mentale dell’analista e processi di integrazione nella psicoterapia psicoanalitica del disturbo borderline" di Laurora (2000) o "La costruzione del setting in funzione del processo di soggettivazione" di Gino (2006) definiscono un rapporto di interazione e retroazione dinamica tra il setting variabile nella terapia e l'evoluzione del paziente. Questo percorso pare rappresentare un'indicazione di sviluppo futuro anche in termini di teoria della tecnica della psicoterapia psicoanalitica.

Linguaggio verbale e non verbale
Nel lontano 1996 Funari in "Il suono, la voce, l’armonia degli affetti" scriveva: "... le funzioni alimentative e fantasmatiche di una fusionalità buona creano, a partire dall’avvolgimento della voce, le condizioni atte a contenere l’angoscia di separazione e i processi di individuazione."(pag.47).
Nel 1996 Mascagni scriveva: "È stata inoltre estesa la ricerca all’area di pensiero, intermedia tra quello concreto e quello simbolico, che include una varietà di veicoli di scambio tra cui sfumature del tono di voce, posture corporee, espressioni facciali, espressioni linguistiche oltre il loro stretto significato denotativo. È il luogo dell’empatia... Ad essa sono affidati i legami spesso fragili che costituiscono l’alleanza terapeutica con i pazienti psicotici o borderline." (pag.65).
Giampaolo Sasso nel 1982 con "Le strutture anagrammatiche della poesia" inizia a studiare le strutture linguistiche traendone delle inferenze per la comprensione dei processi psicoanalitici attraverso il linguaggio extra logico. Nel suo contributo del 2010 su "Imitazione e empatia" scrive: "Ecco che un paziente in seduta, mentre mi sta raccontando qualcosa di penoso, si irrigidisce nel volto. Quella contrazione l'ho già vista altre volte e, come altre sue manifestazioni corporee - della intonazione della voce o della postura -, ha assunto per me un certo significato. Quel giorno “sento” anche che egli ha una contrattura nello stomaco, che mi trasmette un segnale più chiaro della sua ansia" (pag. 41).
Secondo l'autore il passaggio dal sentire fonetico al sentire emotivo/empatico può chiarirci la problematica ricchezza dell’ordinaria comunicazione.
Un contributo originale infine ci viene dato da Russo e Tramontana (2006) sul "Ruolo delle comunicazioni olfattive nella evoluzione di relazioni significative".

Valore delle “azioni“
Durante la passata direzione di Giovanni Starace fu pubblicato dalla Rivista l'articolo:" Dialogo aperto sulla tecnica della psicoterapia psicoanalitica" (2017) a cura di Laurora, Manfredi, Metrangolo, Mosca, Perrone; esso considerabile come una sintesi di un agire terapeutico libero di accogliere ogni comunicazione del paziente.
Gino (1997) afferma anche che l’elaborazione di: “azioni parlanti, così come Racamier ci ha trasmesso, emerge dalle esperienze cliniche come una mediazione concreta che può aprire al significato simbolico, nei casi gravi con organizzazioni di personalità in cui prevalgono difese primitive, dissociazioni, scissioni... conseguenti ad esperienze traumatiche" p.19). Afferma inoltre Toscani (2017). "Distinguere tra 'agiti' e difficoltà reali comporta una capacità clinica accurata e professionalmente specialistica..." (p.168).
Il valore delle azioni è stato riportato in molti contributi della nostra società sin dagli anni Novanta ed è stato utilizzato nella pratica come precursore di quanto più avanti è stato rielaborato entro il concetto di enactment. Essendo la psicoterapia psicoanalitica avvezza a pensare al paziente in assenza di una sua presenza assidua (once a week) essa ha imparato a cercare forme di contatto complementari all'interpretazione attraverso forme che consentono talora di facilitare l'accessibilità alle tematiche inconsce, alla narrazione e alla interpretazione. Ritorniamo al concetto di intorno relazionale al triangolo fondamentale della terapia psicoanalitica: transfert, contro transfert e interpretazione: tali forme consentono talora di facilitare l'accessibilità alle tematiche inconsce, alla narrazione e alla interpretazione.
Riporto un breve flash clinico. Durante un convegno all'estero mi accorgo di non aver disdetto un appuntamento; preso da una certa preoccupazione telefono al paziente scusandomi molto per la mia dimenticanza. Il paziente mi risponde:" per carità dottore dopo tutto quello che le ho combinato!...". In questo esempio agito e relazione si fondono portando il terapeuta una consapevolezza e riparazione della propria aggressività grazie al paziente stesso.
Tentare di dare all'agito la possibilità di riconoscimento nel processo analitico è qualcosa che si pone oltre l'interpretazione. Stiamo parlando quindi di strumenti che "figli" della variabilità del setting intendono riportare la processualità del legame entro la processualità terapeutica.

Riconoscimento dei setting istituzionali
Tempo fa un dirigente del Dipartimento di Salute mentale raccontò che gli infermieri di un SPDC avevano brindato perchè era stato scoperto il caso di un paziente psicotico "vero", come quelli di una volta, senza comorbilità di tossicodipendenza come oramai pare essere la maggior parte dei pazienti definiti psichiatrici...!
Roussillon (1996) e Kaës (2015) fanno notare che da tempo il setting psicoanalitico si è aperto a modificazioni ed estensioni per affrontare situazioni clinicamente nuove come la psicoanalisi degli adolescenti, della coppia, della famiglia, dei gruppi, degli psicotici in comunità terapeutiche, i nuovi casi multi problematici. In tema è il lavoro sul trauma di Clara Mucci (2014). Autori della scuola argentina come Bleger (1966) Pichon Rivière e Puget avevano già abbattuto il muro tra psicoanalisi e psicoterapia prevedendo setting integrati tra individuo, gruppo e istituzione, sostenendo l'esistenza di un continuum che va dall'individuo all'intervento di psicoigiene istituzionale.
La SIPP e la stessa EFPP sono nate, condividendo la sfida del setting nel settore pubblico. Contributi come quello di Scoppola (2003) sugli spazi condivisi della cura oppure di Vigorelli (2003) sulle metafore della crisi e i mediatori dell'intervento clinico, sono testimoni di uno studio del setting psicoterapeutico rispetto a un malessere che può fluire tra multipli tempi interiori, livelli somatopsichici, stadi temporali della vita, gruppi e istituzioni. Il tema delle istituzioni da sempre presente nella nostra rivista (solo per citarne alcuni: Giavedoni 1994; Bolelli 1995; Vigorelli et all. 1996; Adamo , De Rosa et all. 1997).
Questo tema si è inoltre modificato con il mutamento dell'assetto strutturale delle istituzioni negli ultimi decenni, condizionato dalla diminuzione delle risorse pubbliche. Lavori come quello di Cristina Pesci (2005) :"Corpo e relazione: esperienze di gruppo con gli operatori e con i genitori di figli disabili", piuttosto che il lavoro svolto dai Centri di Consultazione della SIPP sul territorio o la formazione degli operatori impegnati a fronteggiare i malati terminali a Modena di Scoppola e Amorfini , o infine la supervisione agli operatori di Centri anziani, pubblici e privati promossa da Chiara Nicolini, ci indicano nuove opportunità per la progettazione di interventi nelle nuove aree di privato-sociale.

Conclusioni e prospettive
Vorrei introdurre le conclusioni con tatteggiando il caso di Max, che può render conto di alcune considerazioni fatte sullo sviluppo della psicoterapia psicoanalitica. Il caso sarà riferito a voce.
Concordo nel ritenere che oggi occorra intercettare l'inconscio in un setting contemporaneo. Intercettare e anche farsi intercettare, direi, parafrasando il noto ricordare, ripetere e rielaborare di Freud (1914), se è vero che la rielaborazione è frutto di un incontro terapeutico possibile, rispetto a un incontro altrove impossibile. L'assetto once a week, la flessibilità del setting nelle sue declinazioni corporee, relazionali e processuali sono delle sfide per la nostra ricerca, così come lo studio della sua variabilità del setting in funzione del campo analitico che lo comprende.
Il lavoro dei diversi panel che seguiranno domani potrà integrare quanto affrontato nelle relazioni odierne.

Riferimenti Bibliografici

Abbass, A., Luyten, P., Steinert, C., Leichsenring, F. "Bias Toward Psychodynamic Therapy: Framing the Problem and Working Toward a Solution" (2017), in Journal of Psychiatric Practice 2017; 23; pp. 361–365.
Adamo, S., De Rosa, A., Giusti, P., Portanova, F., Ricciardi, C., Thanopulos, S., Valerio, P., Voria, F.," Dal counselling all’invio in psicoterapia breve: un’esperienza con studenti universitari", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1997.
Bauman, Z. (2000), Modernità liquida. Trad. it. Laterza, Roma-Bari, 2002.
Bertalanffy, L. (1968), Teoria generale dei sistemi. Trad.it. ILI, Milano, 1971.
Bleger, J. (1964), Psicoigiene e psicologia istituzionale. Psicoanalisi applicata agli individui, ai gruppi e alle istituzioni. Trad.it. Libreria editrice Lauretana, Loreto 1989
Bolelli, D., " Interventi psicoterapeutici istituzionali nei pazienti psicotici", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1995.
Bolognini, S. (2006), "Essere psicoanalisti oggi: incontro con Stefano Bolognini / Intervista con Stefano Bolognini (M. Conci) / La complessità nel lavoro clinico di Bolognini", in SETTING, fasc.21, 2006.
Bolognini, S. (2017), "Stati del Sè e disfunzionamento psicotico dell'Io". In "Paesaggi di morte dell’anima. psicoterapia della psicosi", Giornata di Studio organizzata da Associazione Psicopatologie Contemporanee, Il Corpo Specchio, Spiweb.
Bribing, E. (1954). Psychoanalysis and the dynamic psychotherapies, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 1954, 745–770.
Britton, R. (1998), Credenza e immaginazione. Trad. it. Borla , Roma (2006).
Carli, L., Rodini, C. ( 2008), L'implicito e l'esplicito nelle relazioni interpersonali. Raffaello Cortina, Milano 2008.
Cremerius J. (1985), Il Mestiere dell’Analista. Trad.it. Boringhieri, Torino 2001.
Cremerius, J. (2000), Il futuro della psicoanalisi. Resoconti e problemi di psicoterapia, a cura di Meneguz. Armando, Roma 2000.
Eagle, M.N. (2000), "Una valutazione critica delle attuali concettualizzazioni su transfert e controtransfert.", in Psicoterapia e scienze umane, XXXIV, 2: 25-42.
EFPP, European Federation for Psychoanalytic Psychotherapy (2018), Conference: "The challenge of Social Traumata - Inner Worlds of Outer Realities" Belgrade, Serbia, 10-13 of May, 2018.
Ferenczi, S. (1921). Ulteriore estensione della “tecnica attiva” in psicoanalisi. Trad. it. in Id. Opere (4 voll.). Milano, Raffaello Cortina, 1989-2002 [OFE], 3, pp. 99-114.
Fossaghe, G. L. (1997). Psychoanalysis and psychoanalytic psychotherapy: is there a meaningfull distinction in the process?, in Psychoanalytic Psychology 14(3), 409-425.
Freud S. (1913). Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi: 1. Inizio del trattamento. OSF, 7.
Freud S., (1914), "Ricordare Ripetere e Rielaborare", in Nuovi consigli sulla tecnica psicoanalitica, OSF, vol. 7.
Freud S. (1938), "Risultati, idee, problemi", in Risultati, idee, problemi, OSF, vol. 11.
Fromm-Reichmann, F. (1960), Principles of intensive psychotherapy. Chicago University Press.
Funari, E. (1996), "II suono, la voce, l’armonia degli affetti", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 1996.
Gabbard, G.O., Westen, D. (2003), "Rethinking Terapeutic Action", in Int. J. Psycho-Anal, 84, 823-41.
Gaddini E. (1984), "Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai giorni nostri", in Rivista di Psicoanalisi, 1984, 4, 560-580.
Gagliardi, A. (2017), "Controtransfert, tempo e attenzione fluttuante", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2017.
Genovese, C. ( a cura di) (1988), Setting e processo analitico. Saggi sulla teoria della tecnica. Raffaello Cortina, Milano.
Giavedoni, A. " Identità 'di confine' ", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1994.
Gill, M. M. (1954), "Psychoanalysis and Exploratory Psychotherapy", in Journal of American Psychoanalysis, 2: 771-797.
Gill M. M. (1994), Psicoanalisi in transizione. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 1996.
Gino, M., Toscani, R. ( a cura di) (1998), Ritmo e setting. Borla editore, Roma.
Gino, M., La Psicoterapia Psicoanalitica “Once A Week”. "Aspetti Teorico-Clinici Introduzione", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1997.
Gino, M. (1997), "Vicinanza-distanza. Scissioni e dissociazioni nella personalità: il principio economico come determinante nella scelta e flessibilità del setting terapeutico", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1997.
Gino, M. (2006), "La costruzione del setting in funzione del processo di soggettivazione" in
Adolescenza e psicoanalisi, n.1, 2006.
Marysa Gino (2016), "L’incontro con un malato di cancro: risonanze e riflessioni", i Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2016.
Grasso, S. (2014), " La psicoterapia e l'esperienza della cura", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2014.
Kernberg, O. F. (1993), "Convergences and Divergences in Contemporary Psychoanalytic Technique", in International Journal of Psycho-Analysis, 74: 659-673.
Kernberg, O. F, (2006), "The coming changes in psychoanalytic education: Part I, in International Journal fo Psychoanalysis, 2006;87:1649–73.
Kernberg, O.F., Green, A., Migone,P, "Un dialogo sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica", in Psicoterapia e Scienze Umane, 2009 Fasc. n. 2.
IPA, International Psychoanalytic Association, 49th Congress, (2015): "Changing World - The Shape and Use of Psychoanalytic Tools ", Boston 2015.
Laurora, E..(2000), "Il setting nomade. Assetto mentale dell’analista e processi di integrazione nella psicoterapia psicoanalitica del disturbo borderline", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2000.
Levin, C. (2000), "L'avenir d'une a-civilization: la psychanalyse comme virtualitè du corps primitif" in L'avenir s'une déesillusion, Press Universitare de France, Paris.
McWilliams, N. (1999), Il caso clinico. Dal colloquio alla diagnosi. Trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2002.
Kahn, L. (2014), Le psychanalyste apathique et le patient postmoderne. L'Olivier, Paris.
Kernberg, O. F. (1993),"Convergences and Divergences in Contemporary Psychoanalytic Technique.", in International Journal of Psycho-Analysis, 74: 659-673.
Mascagni, M. L. (1996), "Spazio potenziale, fantasia sul corpo e rappresentazione nella relazione analitica", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 1996.
Morin, E, (1990), Introduzione al pensiero complesso. Trad. it. Sperling & Kupfer, Milano 1993.
Mucci, C. (2014), Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale. Raffaello Cortina Milano.
Panizza, S., Bassetti, A. (cura di) (2011). Tra psicoanalisi e psicoterapia. Un ponte verso l'avvenire". Franco Angeli, Milano.
Pesci, M. C. (2005), "Corpo e relazione: esperienze di gruppo con gli operatori e con i genitori di figli disabili", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2005.
Petrella, F., Berlincioni,V, (2004), "Lavoro clinico e quadro socioculturale" (relazione al Convegno "Psicoanalisi e trasformazioni della società") in Gli Argonauti, 103:363-374.
Rangell, L. (1954), Similarities and Differences Between Psychoanalysis and Dynamic Psychotherapy, in Journal of American Psychoanalysis, 2, 734-744.
Rangell, L. (1981). Psychoanalysis and dynamic psychotherapy. Similarities and differences twenty-five years later, in The Psychoanalytic Quarterly 50 : 4 , 665.
Rocchi, C. (a cura di) (2013) Psicoanalisi e Psicoterapie Psicoanalitiche, SpiPedia.
Roussillon, R. (1996), "Sur l'opposition Psychothérapie- Psychanalyse", in Psychanalyse et psychothérapies, a cura di Daniel Widlöcher, ed. Eres, Toulouse, 1996.
Russo e Tramontana (2006), "Sul ruolo delle comunicazioni olfattive nella evoluzione di relazioni significative", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2006.
Scoppola, L. (2003), “Spazi condivisi della cura:tra gruppalita’,integrazione somatopsichica e interazione psicofarmacologica”, in Rivista di Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2003.
SIPP, Società italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (2015), Convegno Nazionale: "Psicoterapia psicoanalitica e mutamenti sociali", Bologna 2015.
SIPP (2017), "La tecnica nella Psicoterapia psicoanalitica", n. 2, 2017.
Starace, G. (2008), "Soggettività postmoderna", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2008.
The Boston Change Process Study Group (a cura di) (1998), Il cambiamento in psicoterapia. Trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2012.
Vigorelli, M., “Metafore della crisi e mediatori dell’intervento clinico”, in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2003.
Toscani, R. (2017), "A proposito di setting", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2017.
Vigorelli, M., Stuflesser, M., Calvi, G., Cerioli, M., Diliberto, P., Gazale, M. F., Lando,G., Monace, C., (1996), " Vissuti corporei ed esperienza sensoriale primitiva nel lavoro terapeutico con il paziente psicotico e lo sua famiglia", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 1996.
Vigorelli, M. (2003), "Metafore della crisi e mediatori dell’intervento clinico", in Psicoterapia Psicoanalitica, n.1, 2003.
UFR, Études Psychanalytiques dell’Università di Parigi 7, Rivista Psiche ( 2017), Convegno: "La psicoanalisi alla prova del tempo presente", Roma 2017.
Wallerstein, R. S., Hoch, S. (1992),"Psychoanalysis and Psychoanalytic Psychotherapy, Similarities and Differences: Conceptual Overview", in Journal of American Psychoanalytic Association.
Widlöcher. D, editor (2008). Psychanalyse et psychothérapie. Paris: Erés.

 

Scarica l'articolo in Pdf

Relazione presentata al Convegno Nazionale Sipp

Psicoterapia Psicoanalitica: contemporaneità e percorsi di sviluppo

1 e 2 Dicembre 2017, Roma

 

 

 

Psicoterapia Psicoanalitica in Europa oggi

di Hansjorg Messner, Board EFPP

 

 

Vorrei parlarvi della psicoterapia psicoanalitica in un contesto europeo e in particolare dal punto di vista dell'EFPP che sto rappresentando anche oggi. Allo stesso tempo, sono curioso di conoscere la vostra organizzazione quale membro dell'EFPP.

L'Europa, come tutti sapete, è un continente fantasticamente diversificato e questa diversità si manifesta anche nell'instaurazione, nella presenza e nello sviluppo della psicoterapia psicoanalitica. Vi sono tuttavia alcuni paesi in cui il pensiero psicodinamico è sempre più emarginato dai servizi di sanità pubblica e dalle prestazioni di assistenza sanitaria generale. Ce ne sono altri in cui la psicoterapia psicoanalitica è ben consolidata nell'ambito delle prestazioni sanitarie ed è accessibile al pubblico arraverso una libera scelta.
Alcuni paesi europei oggi sono in difficoltà per ottenere strutture di base e programmi di training o lottare con distanze geografiche e la limitata disponibilità di terapisti e supervisori di formazione nelle loro modalità basilari. L'EFPP cerca di tenere presente queste differenze e di facilitare ulteriori sviluppi e supporto, ove possibile. Le quattro e due conferenze della sezione europea, di solito ben frequentate, ci permettono di condividere preoccupazioni specifiche e ci danno la possibilità di illustrare le nostre diverse modalità psicoanalitiche, come queste funzionano e come interagiscono tra loro. Le riunioni semestrali dei delegati delineano gli sviluppi futuri della Federazione e costituiscono la base di uno scambio reciproco tra il comitato EFPP e le reti nazionali al fine di individuare temi e obiettivi collettivi pertinenti.
Negli ultimi 25 anni l'EFPP è riuscito a consolidare 4 modalità distinte di lavoro in 27 paesi attraverso l'Unione europea e alcuni che si trovano oltre i confini politici e geografici del nostro continente. Le quattro modalità psicoanalitiche riconosciute dall'EFPP riflettono la consolidata tradizione intellettuale della teoria e della pratica psicoanalitica. Le ricerche evidence based hanno dimostrato da tempo l'utilità delle diverse modalità della psicoterapia psicodinamica. Tutte queste modalità e ogni individuo a sé stante sono informate dalla nozione di processo e motivazione inconscia, dai meccanismi di difesa e dall'esperienza della prima infanzia. Nelle conferenze EFPP in modalità mista stiamo vivendo in prima persona l'utilità e la fertilizzazione incrociata di queste modalità quando si tratta di comprendere complessi processi sociali e politici.
Stiamo ancora lottando per definirci psicoterapeuti psicoanalitici perché cerchiamo ancora di differenziare noi stessi dal modello di formazione IPA. Ora che gli standard Eitingon hanno creato una sorta di equivalenza in termini di frequenza, penso che sia utile, se consideriamo la psicoterapia psicoanalitica e la psicoanalisi come modalità su un continuum o parte di uno spettro di trattamento psicodinamico applicabile a una gamma di psicopatologie.
Fino a poco tempo fa gli psicoanalisti dell'IPA si differenziavano dalla psicoterapia psicoanalitica attraverso una metrica quantitativa di "frequenza". Tuttavia, la recente decisione di accettare variazioni nel modello di formazione di Eittingon tiene conto di ciò che Laplanche ha sostenuto per qualche tempo: "Non ci sono argomenti analitici che potrebbero dire che tre sessioni siano meglio di quattro o viceversa.” In altri termini , la misura quantitativa non è sufficiente per stabilire una differenza tra la psicoterapia psicoanalitica e la psicoanalisi.
La lotta per la frequenza ha intensamente preoccupato la sezione per adulti dell'EFPP alcuni anni fa. Per molti di noi all'interno di istituzioni psicoanalitiche consolidate, è spesso difficile percepire che la psicoterapia psicoanalitica in altri paesi europei rimane una disciplina frammentata in differenti modalità. Paradossalmente, forse questa è anche una modalità in crescita in Europa e oltre.
L'EFPP è stato determinante nel sostenere questo sviluppo in Europa in generale e in particolare nell'Europa orientale. Solo di recente abbiamo accettato di inserire un gruppo in via di sviluppo in Croazia e siamo attivamente coinvolti nel sostenere un programma di formazione in Bulgaria con supporto strategico, teorico e finanziario. A causa delle numerose difficoltà incontrate nei paesi dell'Europa orientale, il Consiglio Di Amministrazione dell'EFPP ha nominato un delegato per sostenere specificamente gli sviluppi nei paesi dell'Europa orientale.
Sarete tutti consapevoli del fatto che l'EFPP non è una federazione ricca, ma, nell'Ethos e nello spirito di cooperazione, solidarietà, valori condivisi e obiettivi comuni, continuiamo a garantire che la psicoterapia psicoanalitica in teoria, pratica e formazione psicoanalitica continui a essere importante. Dobbiamo fare in modo che le reti emergenti, regionali e nazionali abbiano il nostro sostegno e possano sviluppare la modalità all'interno delle proprie possibilità. Per il pensiero psicoanalitico è importante avere un posto nella mente pubblica: come modalità di trattamento e come un corpo di conoscenza per influenzare lo sviluppo sociale, la politica e la cultura. In questo senso, l'EFPP ha anche una dimensione politica.
Quando sono diventato uno dei delegati adulti del British Psychoanalytic Council alla sezione per adulti EFPP, sono stato invitato a unirmi a un gruppo di lavoro della Sezione Adulti per affrontare il problema della frequenza e delle modalità applicative nella nostra sezione. Sono arrivato a capire che questo era stato un problema irritante per un po 'di tempo e occerreva bisogno di essere risolto.
Per noi in Gran Bretagna, gli standard di formazione per gli psicoterapeuti psicoanalitici non erano ambigui, ma chiaramente definiti e supportati da una lunga tradizione di pensiero, formazione e lavoro psicoanalitici. I programmi di training richiedevano due pazienti settimanali per tre volte settimanali, un maschio, una femmina da vedere in un periodo di due anni con entrambi i casi supervisionati. Era chiaro che il candidato doveva essere in analisi tre volte alla settimana, mentre frequentava anche una serie di seminari settimanali sulla teoria e sul lavoro clinico di solito per un periodo di quattro anni. Questi requisiti specifici sono messi in discussione da alcuni nelle nostre società oggi principalmente sulla base del fatto che la maggior parte degli psicoterapeuti psicoanalisti vede i pazienti su una frequenza minore, ma nel Regno Unito e altrove gli standard di formazione sono rimasti costanti e non sono cambiati.
Questi standard erano stati originariamente anche il modello per la sezione per adulti dell'EFPP (fondata, come sapete nel Regno Unito) e nel corso del tempo si sono opposti ad essi un buon numero di delegati provenienti dall'Europa orientale e settentrionale, ma anche da parte di altre importanti reti. Qual'era il problema? In varie organizzazioni nazionali che erano di piccole dimensioni o in "statu nascendi" e quelle con enormi distanze geografiche da attraversare, sia per il candidato che per l'analizzando, e che dipendevano da "analisi shuttle" o da input di docenti e supervisori stranieri, quelli erano standard che non aiutavano lo sviluppo delle loro reti, ma ha creato ostacoli difficili da superare.
Mentre credo che sia importante mantenere gli standard di training e farli sopravvivere come una modalità possibile anche se in seguito lavoreremo in frequenze variabili come facciamo tutti; è anche importante notare, a questo proposito, che una prospettiva dogmatica oscura i nostri orizzonti e porta alla rigidità e stallo.
Il gruppo di lavoro composto da cinque delegati di diverse reti nazionali europee, tra cui l'Italia, ha lavorato duramente per elaborare una serie di norme minime che tengano conto della gamma di diversità nella nostra Federazione Europea, sia in termini geografici, socioeconomici o addirittura di prospettiva teorica. Siamo tutti d'accordo sul fatto che gli standard minimi non impediscono alle reti nazionali di applicare standard più elevati scelta.
È ormai ampiamente riconosciuto che la sola frequenza non può essere e non è l'unica metrica per misurare un efficace processo psicoanalitico. Mentre esiste un accordo sui parametri centrali del processo psicoanalitico, come il transfert e l'interpretazione del transfert, i fenomeni di controtransfert, ci sono diverse prospettive psicoanalitiche riguardo alla frequenza. Nella mia esperienza il transfert e il controtransfert possono essere più facilmente stabiliti ad una frequenza più alta, ma ciò potrebbe anche essere una riflessione sul mio limite, il che non vuol dire che una frequenza più bassa rende i fenomeni di transfert impossibili. Alcuni lavori terapeutici potrebbero dover essere sviluppati partendo da una frequenza inferiore per arrivare a una più alta, per meglio indirizzare gli stati mentali primitivi. Ne parlerò più avanti. Per il momento, basti dire che per una grande federazione multinazionale è doveroso riconoscere anche le realtà psico-culturali, emergenti sia teoriche che geografiche se vogliamo sopravvivere come disciplina attirando nuovi candidati ai nostri programmi di formazione e aiutare le organizzazioni emergenti a sviluppare un significativo programma di formazione psicoanalitica nei loro mezzi e possibilità. Le cose sembrano diverse da Roma o da Londra come vanno nel nord della Svezia o dall'entroterra della Russia.

COME FUNZIONA LA PSICOTERAPIA PSICOANALITICA/PSICOANALISI IN EUROPA OGGI
Nel 2015 ho pubblicato un breve articolo su una ricerca riguardante la psicoterapia psicoanalitica in Europa. La mia curiosità in quel momento era dovuta ai miei legami con diversi colleghi in Europa e al loro lavoro nel settore pubblico e alla situazione sempre più disperata e catastrofica del Sistema di Salute Pubblico britannico quando si trattava di disposizioni psicoanalitiche.
Volevo sapere e scoprire perché in alcuni paesi europei la psicoterapia psicoanalitica era fiorente, mentre in altri paesi la nostra modalità stava sempre più perdendo terreno a favore delle modalità di cognitivo comportamentali. Le linee guida per le terapie erano sempre più scritte da accademici che sostenevano i trattamenti CBP per quasi tutti i disturbi psicologici e i governi di vario orientamento politico erano persuasi dal fattore di rapporto "costi/efficacia".
In uno sviluppo parallelo e alquanto giustapposto, la ricerca ottenuta dalle istituzioni membro dell'EFPP ha dimostrato che continuiamo a vedere la psicoterapia psicoanalitica ristabilirsi fortemente nei paesi dell'Europa orientale, in Russia e oltre.
Quindi, perché c'è questa discrepanza nei paesi di tutta l'Unione Europea? Senza essere in grado di entrare in una interpretazione storica più differenziata di questi sviluppi, vorrei semplicemente evidenziare i fatti mentre li osservo e spero che ciò possa fornire nuovi spunti di riflessione.
Perché, in paesi come la Germania, la Svizzera e l'Austria, per citarne solo alcuni, la psicoterapia psicoanalitica è fiorente, gli analisti e gli psicoterapeuti hanno buone pratiche e godono di un sano status di professionisti? Allo stesso tempo, gli psicoterapeuti psicoanalitici in Svezia, nel Regno Unito, in Danimarca, in Olanda e nei paesi del Benelux e in Italia lottano nel settore pubblico e sono sempre più spinti nella stanza di consulenza privata, diminuita nella loro rilevanza non solo come modalità di trattamento per la mente disturbi ma anche sempre più emarginati come un corpo di conoscenza per influenzare la immagine e la narrazione nazionale oltre al in teoria e pratica?
In parole povere, possiamo osservare queste differenze in Europa attraverso una serie di diversi sistemi di disposizioni sulla sanità, che sono collegati ai sistemi nazionali di tassazione. Ciò ha un impatto diretto sul finanziamento di varie disposizioni sanitarie nazionali in tutta Europa e con le disposizioni per la salute mentale. Tutti questi sistemi si sono sviluppati storicamente e fanno parte della concezione nazionale.
Nel Regno Unito, ad esempio, tutte le prestazioni di assistenza sanitaria sono gratuite sino alla conclusione e sono finanziate dalle entrate fiscali generali. Per altri paesi in Europa come la Germania, la prestazione di assistenza sanitaria è gestita da un sistema di assicurazione sanitaria, che è affidato all'individuo dal governo e acquisito attraverso compagnie assicurative autogestite e regolate. La copertura che offrono è finanziata dai contributi legali dell'assicurato o della famiglia personalmente, in combinazione con i contributi obbligatori dei datori di lavoro.
Si tratta di due sistemi decisamente differenti di prestazioni sanitarie e, per motivi di semplicità, mi riferirò a loro come sistema A per il modello britannico e il sistema B per il modello tedesco. Le nazioni dell'Europa centrale finanziano le loro disposizioni sanitarie in generale attraverso il modello B, mentre le nazioni dell'Europa settentrionale e meridionale hanno optato generalmente per il modello A. Alcuni altri paesi, come la Francia usano un sistema di un modello misto che varia le strutture del sistema B in combinazione con un numero di componenti di cui uno relativo al reddito da lavoro.
Vale la pena notare che la quantità di spesa del PIL per la fornitura di assistenza sanitaria tra i sistemi A e B in Europa rimane approssimativamente la stessa. Rappresenta tra il 7% e il 12% annuo del PIL indipendentemente dal sistema applicato di prestazioni sanitarie.
Le evidenze di ricerca suggeriscono che il sistema che ha un legame più forte tra i singoli trattamenti psicologici sia un metodo molto più efficace. In quei paesi con il sistema B, la psicoterapia psicoanalitica non solo è regolata efficacemente come professione, ma rimane una modalità di trattamento in salute robusta, disponibile nel settore pubblico e appetibile per i pazienti e aspiranti aspiranti professionisti.
Per illustrare il punto, prendiamo il modello in Germania. Le varie compagnie assicurative nazionali o regionali hanno supportato circa 215.000 trattamenti nell'ambito della modalità psicodinamica nel 2014. Il 76.8 % delle domande sono state accettate senza ulteriori inchieste mentre il 13,2% delle domande per la psicoterapia psicoanalitica ha richiesto ulteriori chiarimenti prima che fosse concordato di procedere. In effetti, solo il 4% circa delle domande per questa modalità sono state respinte a titolo definitivo.
Un numero simile di applicazioni per le proposte di terapia comportamentale cognitiva è stato accettato in Germania contemporaneamente. In totale 400.000 trattamenti nelle terapie psicologiche sono stati supportati da questo specifico modello di assistenza sanitaria nel settore pubblico. Al paziente con le disposizioni del modello B è quindi offerta una chiara scelta tra diverse modalità. Mantenendo uno spettro di trattamento più diversificato, la psicoterapia psicoanalitica può competere come modalità pienamente riconosciuta e regolata su un piano di parità con altre modalità riconosciute. È ovvio che questo non solo rafforza il pubblico e quindi la scelta del paziente, ma rafforza e migliora anche la professione nel suo insieme.
Nella psicoterapia psicoanalitica nell'area EFPP come professione, è regolata dalla legge statutaria nei seguenti paesi: Germania, Francia, Paesi Bassi, Finlandia, Svizzera, Ungheria, Austria, Italia e Lettonia. In Francia, il titolo è protetto ma non la professione. Alcuni dei suddetti paesi accettano solo medici o psicologi per allenarsi nella professione, ma questo sembra cambiare.
Paesi della federazione europea che non hanno una regolamentazione professionale statutaria o in cui il regolamento è in cantiere: Portogallo, Irlanda, Repubblica Ceca, Polonia (legge in pipeline), Regno Unito (autoregolamentazione), Danimarca (titolo di psicoterapeuta non protetto).
I sistemi "A" come il National Health Service nel Regno Unito, cercano costantemente di gestire crescenti richieste finanziarie per i servizi sanitari e, nel tentativo di semplificare e gestire le disposizioni, impongono stretti collegamenti tra diagnosi, metodi di trattamento e risultati prevedibili. Richiedono una pratica sempre più basata sull'evidenza, tecniche supportate empiricamente e standardizzate !! Trattamento attraverso manuali !! Ciò ovviamente è contrario ed è spesso incompatibile con la pratica della psicoterapia psicoanalitica in cui il focus del trattamento è lo sviluppo della relazione personale tra psicoanalista e paziente, il che implica che il cambiamento si verificherà nel corso del tempo.
Penso che molti di noi sarebbero d'accordo sul fatto che stiamo pagando anche un prezzo per il fatto di essere lenti nel trovare modi per fornire dati rilevanti per l'efficacia della psicoterapia psicoanalitica nella pratica basata sull'evidenza. Ovviamente potremmo cercare di fornire nostri parametri per fornire prove sull'efficacia del trattamento che offriamo (ad es Tavistock paper on depression), parametri diversi da quelli così rapidamente proposti dai metodi cognitivi e spesso troppo facilmente accolti dai servizi sanitari di tutto il paese. Le prove che produciamo devono illustrare che, mentre la psicoterapia psicoanalitica potrebbe essere più costosa a breve termine, è più conveniente per i servizi sanitari a medio e lungo termine.
Mi sembra che sia imperativo essere consapevoli che, come organizzazioni di training, non dobbiamo rispondere a queste pressioni attuali modificando i nostri programmi di formazione solo per adattarci a queste soluzioni proposte e apparentemente convenienti. La nostra formazione richiede di offrire ai nostri candidati il tempo di svilupparsi, di permettere loro di maturare nel proprio trattamento individuale e nello sviluppo personale. Manuali di trattamento standardizzati non costituiscono una base per i futuri candidati alla formazione per sviluppare la maturità di cui hanno bisogno nelle loro future relazioni con i loro pazienti.
L'EFPP in collaborazione con le nostre reti nazionali raccoglie ricerche relative a pratiche basate su prove e la diffondono al nostro membro; viceversa siamo desiderosi di ricevere ricerche da tutti i nostri membri e all'interno di tutte le sezioni dell'EFPP. Questo è solo uno dei numerosi esempi che dimostrano che è importante rafforzare i legami tra la federazione e le reti nazionali attraverso lo scambio reciproco e la reciproca recettività. Dobbiamo impegnarci tutti con la visione e le strategie appropriate per mantenere la nostra identità e sviluppare una cooperazione coesa per mantenere viva la psicoterapia psicoanalitica non solo come modalità efficace ma, come un corpo di teoria e pratica presente nella consapevolezza pubblica. Con la scomparsa della psicoterapia psicoanalitica dal settore pubblico, la professione si espande sempre più inevitabilmente nella percezione della mente pubblica.
Il cambiamento epocale nel settore pubblico nell'ultimo decennio che ha colpito la nostra modalità e la psicoanalisi in generale ha reso necessario l'intervento del consiglio dell'EFPP. Lo abbiamo fatto laddove possibile, consultando le reti nazionali e vari gruppi di lavoro multinazionali ne sono stati testimoni.
I recenti cambiamenti nello statuto dell'EFPP, approvati dai delegati riuniti nel 2017 a Berlino, sono stati inflenzati da queste realtà. L'EFPP sostiene ovviamente la psicoterapia psicoanalitica nel settore pubblico, ma deve anche tener conto del fatto che in molte regioni europee la psicoterapia psicoanalitica è relegata nello studio privato. Pur appoggiando fermamente le reti nazionali, abbiamo accettato come membri dell'EFPP alcune istituzioni che potrebbero non essere ancora parte di una rete nazionale. In Russia, ad esempio, la sezione di Stavropol e di Mosca si trova a 2000 km di distanza e non può funzionare efficacemente come una rete nazionale unificata. Voglio essere assolutamente chiaro, però, che non vogliamo sostenere la frammentazione. L'Ethos dell'EFPP abbraccia lo sviluppo professionale sulla base della diversità della teoria e della pratica psicoanalitica.
La rete nazionale è vitale perché una dimensione politica è invariabilmente al centro della Federazione! La creazione di reti coese è progettata per mettere in comune risorse e sviluppare imprese comuni, condividere informazioni e ricerca. In una situazione molto attuale, stiamo attualmente prendendo atto delle difficoltà incontrate dalle nostre reti in Polonia a causa del panorama politico. Il nostro sforzo comune è una dimostrazione e un impegno a lavorare con i nostri colleghi europei indipendentemente dalle tendenze politiche isolazioniste o nazionaliste del giorno. L'imminente conferenza EFPP a Belgrado testimonia questo sforzo: "La sfida dei traumi sociali: i mondi interiori delle realtà esterne". Abbiamo ricevuto un'enorme quantità di abstract dai membri di tutta Europa e riteniamo che questo sarà molto rilevante per la conferenza.
Permettetemi di citare Peter Fonagy;
"La psicoanalisi non ha rivali nel profondo del suo interrogarsi sulla motivazione umana e se le sue risposte sono giuste o sbagliate, l'epistemologia della psicoanalisi le consente di affrontare i problemi più difficili dell'esperienza umana. Paradossalmente, la nostra nuova comprensione delle basi fisiche della nostra esistenza - i nostri geni, i nostri sistemi nervosi e il funzionamento endocrino - piuttosto che alla fine sostituire la psicoanalisi, hanno creato un bisogno pressante di una disciplina complementare che consideri i ricordi, i desideri e i significati che stanno iniziando a essere riconosciuti come influenzanti l'adattamento umano anche a livello biologico. In quale altro modo, oltre allo studio dell'esperienza soggettiva, capiremo del destino biologico dell'individuo, all'interno dell'ambiente sociale ".

 

TUTTO È LA PSICOTERAPIA PSICOANALITICA
Kernberg nel suo straordinario articolo: "Psychoanalysis and Psychotherapy" (1989) ha sostenuto con Gill (1954) che la migliore e più semplice definizione del metodo psicoanalitico dovrebbe comportare la facilitazione di una nevrosi di transfert regressiva e la sua risoluzione solo per interpretazione eseguita da uno psicoanalista da una posizione di neutralità tecnica. "Definirei l'interpretazione, l'analisi del transfert e la neutralità tecnica come tre caratteristiche essenziali del metodo psicoanalitico" argomentò e in un ulteriore chiarimento Kernberg definisce importante, "neutralità tecnica" come "l'equidistanza interpretativa dal Super-io del paziente; id; l'ego che agisce e la realtà esterna. "L'analista o lo psicoterapeuta psicoanalitico mantiene quindi un focus centrale sull'analisi del transfert, rimane attento alle organizzazioni patologiche e si focalizza sul significato inconscio nel qui e ora. Teniamo presente la tradizione americana della psicologia dell'ego che informa il pensiero di Kernberg. A Londra l'idea di neutralità tecnica si sarebbe allontanata dalla teoria delle relazioni oggettuali e dalla manifestazione clinica e in effetti ho assistito a un acceso dibattito tra Kernberg e John Steiner su questa questione.
Che cosa fa lo psicoterapeuta psicoanalitico in modo diverso quando lavora con un paziente a una frequenza di tre volte alla settimana o meno? Abbiamo già discusso quella frequenza come misura quantitativa non rende giustizia per misurare la competenza analitica e che sono necessarie misure qualitative piuttosto che quantitative. Kernberg concorda sul fatto che non è la frequenza a dare l'indicazione di un processo psicoanalitico. Nella sua mente è il paziente, o il tipo di pazienti che potrebbe rendere necessario deviare da quella che definisce la posizione o posizione di principio psicoanalitica. La neutralità tecnica nella mente di Kernberg diventa lo spartiacque della differenziazione tra psicoanalisi propria e psicoterapia psicoanalitica. Ho scelto Kernberg perché è un analista che sfida le istituzioni psicoanalitiche e l'impostazione tradizionale e le tecniche corrispondenti. Apprezzo il fatto che abbia sottolineato la necessità di adattare il nostro approccio al singolo paziente e alla sua psicopatologia.
Sembrerebbe quindi che il criterio non sia la psicoanalisi o la psicoterapia psicoanalitica, ma piuttosto un affinamento degli strumenti diagnostici per determinare quale approccio tecnico possa adattarsi meglio alla psicopatologia del paziente. Te, potremmo effettivamente decidere di iniziare con un paziente a una frequenza più bassa e potenzialmente sviluppare in modo dinamico il trattamento da lì.
Nel mio istituto di formazione a Londra diamo un grande valore nel fornire ai candidati la realtà di un'intensa esperienza psicoanalitica. I candidati sono addestrati a questo standard. Ciò non significa che il candidato psicoterapeuta psicoanalitico non prenderebbe casi di bassa frequenza nel suo carico paziente. Lui/lei potrebbe trovare difficile operare senza di esso. Infatti a Londra abbiamo visto una crescente necessità di rendere la frequenza inferiore, una volta alla settimana, una materia di formazione nel loro curriculum. Ciò che è più difficile a mio avviso, e sembra riflettersi in una tendenza che si vede in varie reti europee, è l'idea, che poiché i pazienti oggi tendono a preferire trattamenti a bassa frequenza per una serie di buone ragioni, dovremmo adattare la formazione programma e curriculum esclusivamente a tale scopo e abbandonare i requisiti di formazione intensiva.
Come presidente della sezione per adulti EFPP, sono determinato a sostenere la psicoterapia psicoanalitica intensiva nella formazione. Per lo stesso motivo sono lieto di vedere che all'interno di questo quadro esiste una grande diversità di approcci, che continua ad emergere e svilupparsi. Non penso che dovremmo guardare questi sviluppi con apatia, ma creare legami tra queste diverse applicazioni teoriche e pratiche all'interno della psicoterapia psicoanalitica e alimentare il dialogo, la ricerca e il dibattito ovunque sia possibile.
So che alcuni nella vostra rete sollevano domande molto interessanti e interessanti sul processo terapeutico, sulla relazione tra analista e paziente, sulla frequenza e su questioni intersoggettive. Abbiamo bisogno di ascoltare queste voci nelle nostre conferenze e oltre.
Ci sono dibattiti degni di nota nelle nostre comunità sulle forme sottili di potere nel setting analitico; potere che può essere esercitato quando si tratta di frequenza, tasse, festività, ecc. La visione prevalente che il paziente è il sofferente, presuppone in qualche modo che il terapeuta non sia un malato. Senza empatia e punti di identificazione per abbattere la barriera tra oggetto e soggetto non possiamo raggiungere il paziente. Questo potrebbe essere entusiasmante per i giovani colleghi americani stanchi della versione antiquata e sterilizzata della neutralità e dell'equidistanza psicoanalitica. Per un kleiniano britannico intriso di relazioni oggettuali, transfert e controtransfert questo è meno rivoluzionario.
Uno dei nostri punti di forza nell'EFPP è che siamo una federazione multimodale e che non esiste un'altra organizzazione in Europa o oltre. Assistiamo alle conferenze EFPP su come le diverse modalità applicate portino non solo a importanti cross-fertilization, sviluppo e comprensione più profonda della nostra teoria e pratica, ma ci consente di integrare nuovi sviluppi e nuove idee nelle neuroscienze e in altri campi correlati e su come potrebbero influire pensiero psicoanalitico contemporaneo. Ciò dovrebbe consentirci di creare nuove strade, promuovere una maggiore tolleranza per le nuove idee e discutere i diversi approcci clinici. Una delle nostre funzioni principali come psicoterapeuti è imparare, dai nostri pazienti e attraverso i nostri colleghi. Questa è anche la funzione principale di noi come esseri umani.
Sono fermamente convinto che allargando il contesto psicoanalitico e integrando la conoscenza nuova e nascente in campi correlati come la teoria dell'attaccamento possiamo continuare ad affinare le valutazioni e l'adattamento tecnico alla psicopatologia del paziente. Possiamo rendere più giustizia alla relazione molto personale e intima che è la base e il fondamento del nostro rapporto con le persone che vediamo nelle nostre stanze di consulenza. Tutto ciò richiede la tolleranza di molte incertezze e l'esame costante di come ci sentiamo e di ciò che informa il nostro pensiero. Come tale, tiene conto del fatto che siamo esseri complicati che possono essere cose diverse in una volta, fondersi e riconfigurarsi, mai realmente risolti ma, sempre alla ricerca di significato. Abbiamo tutti più di una storia da raccontare.
Questo è un settore in cui penso che la cooperazione tra le diverse reti nazionali europee e al loro interno il diverso orientamento teorico sotto gli auspici dell'EFPP abbia un enorme potenziale. Dobbiamo creare collegamenti, un clima e una narrazione in cui discutere liberamente i meriti dei nuovi sviluppi. Nello spirito di tolleranza e rispetto reciproco, dovremmo essere in grado di scambiare il nostro pensiero teorico e il nostro impegno clinico.

 

Scarica l'Articolo in Pdf

Relazione presentata al Convegno Nazionale Sipp

Psicoterapia Psicoanalitica: contemporaneità e percorsi di sviluppo

 1 e 2 Dicembre 2017, Roma

 

 

 

INTERCETTARE L’INCONSCIO NEL SETTING CONTEMPORANEO

Silvia Grasso

 

Premessa
Lo spazio-tempo dell’analisi si è modificato, di questo cambiamento, la riduzione della frequenza delle sedute settimanali è l’espressione più visibile, non necessariamente la più pregnante.
La maggior parte dei trattamenti odierni si svolge con una frequenza delle sedute di una o due volte la settimana.
Le tre sedute a settimana sono divenute una rarità, appannaggio quasi esclusivo dei training di formazione per diventare analisti. Quello che può sembrare un paradosso in effetti non lo è: per essere analisti di pazienti che si frequentano poco, più difficili da trattare, occorre essere meglio analizzati, avere un’esperienza più piena della teoria e della pratica attraverso supervisioni accurate.
Se si modifica il ritmo, se il tempo, che analista e paziente condividono, si riduce al tempo di un’unica seduta settimanale, cambia anche lo spazio dell’incontro e la posizione del paziente nella stanza, pur essendo la questione più evidente, forse non sarà la più interessante da indagare.
Il vis-à-vis prende sempre più campo e anche nei casi in cui il lettino resista, lo stare con il paziente in un ritmo più rarefatto diviene uno stare in modo differente.
Se la seduta è un campo di forze generato dall’incontro di due soggetti, allora quel campo avrà una forza e un assetto diversi.
La terapia analitica contemporanea procede più in assenza che in presenza. Mi sembra si possa dire che il setting attuale sia il negativo del setting classico, nel senso che questo termine ha per la fotografia analogica in bianco e nero: il negativo della pellicola fotografica, il bianco al posto del nero.
L’assidua frequentazione analista paziente, la presenza e l’esperienza costante di ritrovamento dell’analista nella seduta, un giorno dopo l’altro, finiva per determinare una presenza che alludeva in modo forte alla costanza dell’oggetto e dunque alla possibilità dell’assenza. Il setting classico si faceva in questo modo garante del ritrovamento dell’oggetto e di un’assenza sostenibile. Grazie “all’assenza in presenza”, la situazione analitica evocava gli oggetti e le relazioni oggettuali, le modalità di funzionamento inconscio, il trasfert.
Il dispositivo analitico è stato concepito come trappola del negativo, attratto nel campo dell’analisi attraverso una sottrazione sul versante percettivo, usando le parole di Cesar e Sara Botella “…si può formulare l’ipotesi dell’esistenza di un’intuizione iniziale in Freud: il bisogno di allestire una cornice che negativizzi la percezione come mezzo indispensabile all’approccio della psiche.” (1) La posizione sdraiata con l’analista fuori dal campo visivo; l’ambiente tanto costante da scomparire; l’ascolto silenzioso, in grado di creare l’illusione dello star da soli in due. All’interno di questa cornice, soprattutto per via delle sue invarianze che fungono da zone di deposito per il funzionamento simbiotico della psiche, che abbiamo imparato a conoscere come base d’appoggio indifferenziata per ogni successivo movimento differenziante (2), si dipana il discorso paziente analista, tessuto di affetti, prima che di rappresentazioni, con tutte le sue lacune, le mancanze, le omissioni.
Questa negativizzazione del campo vale per entrambi i membri della coppia, anche l’analista è deprivato percettivamente per facilitare una modalità regressiva del pensiero capace di pescare anche al di là delle narrazioni del paziente.
L’ascolto dell’analista è principalmente ascolto di ciò che manca nel discorso, ascolto cui si giunge per il tramite dell’attenzione fluttuante, modalità di stare in seduta che lascia spazio all’assetto interiore dell’analista. L’analista nell’incontro con il paziente sta al contempo fuori e dentro di sé, dentro e al di là del discorso che si dipana in seduta.
Questa qualità dell’ascolto analitico, che può tradursi in una punteggiature lieve e un po’ strana del discorso del paziente (eccentrica rispetto alle attese comuni), pone le basi per lo sviluppo, dalla parte del paziente, delle libere associazioni e per l’affioramento di quei pensieri insaturi vicini al preconscio, che costituiscono il materiale psichico intorno al quale inizieranno a prender corpo gli scenari fantasmatici, si organizzeranno i sogni della notte, sollecitati dalle sedute.
E’ possibile, attraverso il dispositivo analitico, ripercorrere le tracce di quel che Green ha descritto come il lavoro del negativo. Sappiamo che egli v’includeva tutti gli aspetti inerenti all’attività psichica tesi alla negativizzazione di un eccesso, quello pulsionale; in primo luogo la rimozione, l’identificazione, la sublimazione, ma non soltanto questo.
L’originalità del pensiero di Green sta più nel secondo aspetto di questo lavoro che egli ha indicato e che riguarda il modo in cui il lavoro del negativo verrà utilizzato “per fini diversi, ma tutti al servizio della disorganizzazione” (3).
Green parte da Freud ma trova una doppia fonte d’ispirazione in Winnicott, quando in Gioco e realtà, parlando delle esperienze traumatiche precoci descrive come conducano “ad uno stato in cui è reale solo quello che è negativo” e in Bion, nella sua ammonizione a non confondere la no-thing e il nothing, la non-cosa che allude sempre alla cosa, attraverso la sua assenza e il niente, l’inesistente. Con il lavoro del negativo descrive una vasta gamma di operazioni psichiche che si estende dalle omissioni della rimozione e delle strategie difensive a essa direttamente collegate, fino alle forme sempre più radicali e riuscite di cancellazione della rappresentazione: la negazione, il diniego, la forclusione, l’allucinazione negativa. A parte ciò ci offre, cosa di non poca rilevanza, la visione d’insieme di un affresco teorico-clinico che partendo da Freud passando per Ferenczy, Abraham e Klein, arriva a Winnicott e Bion.
Sappiamo che nelle forme estreme di questo lavoro psichico ciò che fa problema, scompare senza lasciare tracce. Ne esita una lacuna, un vuoto, uno strappo: il bianco è talora l’unica soluzione per una sopravvivenza, anche a patto di gravi mutilazioni psichiche. In questi casi, laddove avrebbe dovuto esserci qualcosa non c’è nulla, talvolta non ci sono le parole, talaltra ci sono ma sono figlie dell’intelletto, prive di colore, viene ad essere scompaginata la tessitura degli affetti: laddove si dovrebbe provare dispiacere non si trova nulla.
L’ascolto analitico si sintonizzerà sui movimenti di legame e di slegamento, essenza dei movimenti pulsionali di vita o di morte. Coglierà nelle sfumature del discorso del paziente quella “funzione oggettualizzante” che trova nella capacità stessa di realizzare e mantenere degli investimenti significativi, l’essenza delle pulsioni di vita (4).
Allo stesso modo non potrà ignorare il soffio gelido della “funzione disoggettualizzante” lavoro di sottrazione silenzioso della pulsione di morte, il cui unico scopo è lo slegamento, liberarsi dell’oggetto e dell’investimento stesso, in un funzionamento psichico teso ad azzerare l’eccitazione facendo prevalere il principio di Nirvana su quello di costanza- piacere (5). La funzione disoggettualizzante è il modo che l’apparato psichico trova per eludere completamente il lavoro del lutto.

La cornice analitica contemporanea
La clinica contemporanea deve risposte al malessere dei suoi tempi. Il malessere di oggi attiene alla patologia del limite: “Le parole chiave dell’ipermodernità sono: iperstimolazione, ipercomunicazione, ipersviluppo, iperconsumo, proliferazione. I loro correlati: sregolazioni e deregolamentazioni generalizzate, polverizzazione dei limiti” (6). Una clinica che deve confrontarsi principalmente con il terrore della dipendenza e del legame. In queste condizioni la situazione analitica è capovolta, il negativo di quella classica: occorre lavorare con il minimo di presenza reale, che corrisponde al massimo della presenza tollerata dal paziente, sviluppando al massimo la capacità di fornire una presenza analitica nel poco tempo a disposizione.
Presenza analitica che dovrebbe riuscire a essere allo stesso tempo intensa e discreta, presenziare il campo senza rivelarsi troppo, cogliendo i momenti topici in cui l’intervento dell’analista non può essere rimandato, meno che mai se il rinvio è alla settimana successiva, ma attendendo in tutti gli altri casi.
Si è parlato dell’importanza di fornire un’interpretazione nel momento in cui possa essere accolta e non prima, per evitarne l’effetto traumatico, non si è parlato abbastanza invece delle conseguenze di una mancata interpretazione, degli effetti di contenimento che l’interpretazione può avere.
Occorre dar prova di una presenza stabilizzante, ove le frustrazioni, inevitabili, siano ridotte al minimo tollerabile, senza scomparire, pena la ricaduta in un gioco seduttivo, che esiterà in un vicolo cieco.
Una presenza capace di divenire il punto d’ancoraggio, talvolta realmente l’unico nelle vite frenetiche dei pazienti, di una possibilità di stare presso qualcuno senza fare nient’altro che non sia pensare insieme, senza cercare e/o trovare vie di fuga dal pensiero e dalla relazione. La rilevanza etica di questo progetto balza agli occhi.
L’analisi classica, al netto delle illusioni che ne hanno anche decretato i fallimenti, aveva il compito di cercare di restituire ai pazienti un maggior grado di verità su se stessi, riconoscere i conflitti, per depotenziarli, far si che la “comune infelicità” prendesse il posto della sofferenza nevrotica, per usare le parole di Freud.
L’analisi contemporanea, uso il termine senza fare alcuna distinzione con la psicoterapia analitica, sembra avere il compito di restituire i pazienti a una dimensione più umana, sottraendoli al consumo vorace di rapporti e di esperienze, recuperandoli al rispetto di se’ stessi e degli altri, al rispetto delle differenze, alla tolleranza dei confini e dei divieti. Non sembra una differenza di poco conto.
Nelle situazioni analitiche attuali, questo progetto, che potremmo definire del farsi garanti della possibilità di una presenza, viene costruito progressivamente e alla distanza massima dal paziente, che è contemporaneamente la massima per lui tollerabile e la minima perché la situazione analitica si compia.
Il progetto viene tessuto prevalentemente in una situazione di lontananza, a una maggiore distanza dal paziente, per l’incapacità dello stesso di sopportare livelli di presenza che alludano in modo troppo palese all’evidenza della separazione e della differenza.
C. e S. Botella insistono sulla capacità degli analisti di sopportare una certa dose di regressione del pensiero, dal versante rappresentativo a quello percettivo-allucinatorio, per poter avvicinare i pazienti, borderline e narcisisti, in cui l’area traumatica del deficit, sottende e infiltra l’area conflittuale.
Descrivono la necessità di contemplare una cornice analitica in cui sia possibile sperimentare, la “distinzione senza separazione” e “l’unione senza fusione”. Ci sembra possibile affermare che questa dotazione gli analisti contemporanei debbano averla anche con i pazienti più nevrotici, curati all’interno di cornici analitiche con frequenze ridotte.
La prima parte di ogni analisi contemporanea sembra legata alla costruzione della situazione in cui un’analisi possa avvenire.
La cornice analitica si dilata, talora fino al limite del punto di rottura, non si limita al momento in cui incontriamo il paziente. Essendo molto ampliato il tempo dell’assenza del paziente dai nostri studi, lo spazio analitico includerà molto di più il “fuori dalla seduta”. Basti pensare alla frequenza delle comunicazioni telefoniche e dei messaggi, per spostare o concordare nuovi appuntamenti, a quanto siano presenti “gli impegni esterni del paziente” nei patti terapeutici.

Un paziente telefonò a distanza di anni dalla conclusione di un trattamento analitico per avere un appuntamento, l’analista nell’offrire un’ora si sorprese di trovarsi a pensare che in quell’orario il paziente avrebbe potuto avere la consueta partita di calcetto.

L’ascolto analitico
La realtà esterna ha molto più spazio nelle sedute e l’ascolto dell’analista sarà determinante per fare la differenza tra un trattamento analitico e un trattamento di altro tipo, cui non ci si sottrarrà se non si può fare altro, ma di cui non sfuggirà la differenza.
La qualità analitica dell’ascolto prevede una capacità di cogliere il senso nascosto, di avviare un processo di traduzione che prenda le mosse dal riconoscere le emergenze, nel materiale della seduta, del funzionamento inconscio del paziente, per arrivare a definirne, provvisoriamente, come in un cantiere sempre aperto, le peculiarità.
L’ascolto analitico è ascolto dell’elemento perturbante, dell’estraneo nel familiare.
Se il discorso del paziente è denso di elementi concreti, la sospensione dell’attenzione nell’ascolto dell’analista sarà un obiettivo più difficile da raggiungere.
L’uso del lettino, laddove la situazione lo consenta, anche nelle terapie a frequenze ridotte al minimo, può rendere meno incombente la presenza del paziente, essere utile per ridurre la velocità, abbassare la tensione.
La narrazione del paziente inizierà a proiettare sullo scenario della seduta i primi abbozzi di un disegno complesso ed enigmatico.
Cominceranno a formarsi dei nessi, inizieranno a delinearsi le figure di un bisogno, di un legame o di una tendenza allo slegamento, di un desiderio o del suo depistaggio, del modo in cui il paziente va loro incontro o le evita. I fatti raccontati cominceranno a tradursi in un romanzo familiare, inizierà a intravedersi la trama intersoggettiva inconscia, le figure di una gruppalità intrapsichica (7).
Ad un tratto però l’ascolto dell’analista s’impiglierà in un dettaglio strano, qualcosa che stride.
Nel vis-à-vis l’analista si troverà spesso frastornato e scisso tra una specifica attitudine all’ascolto e l’energico richiamo al qui e ora delle questioni sollevate dal discorso del paziente, che sembrano spesso avere il carattere della domanda cui serva una risposta urgente. Le domande del paziente riguardano sempre più il “cosa fare” in questa e quell’altra circostanza esterna.
Non lasciarlo cadere, portarlo all’attenzione potrà dar vita a un nuovo discorso, meno scontato ed esternalizzato del precedente, meno tangenziale al mondo interno del paziente. Dalle parole rimaste “impigliate” nella mente dell’analista può nascere l’abbozzo di una costruzione analitica.
La costruzione, descritta da Freud come sistema per colmare le lacune insuperabili della memoria, non deve per forza riguardare eventi del passato. Può esitare da un tentativo di colmare le omissioni del discorso che il paziente va facendo sulla propria vita attuale, le proprie relazioni, quando gira, con le parole, intorno alle cose che sa, per non metterle in discussione, spaventato dall’ignoto, abbarbicato ai contenuti di pensiero familiari che, tuttavia, non consentono di comprendere davvero ciò che sente o le difficoltà in cui si trova.
Talora una parola strana, un tono di voce inusuale, possono aprire una strada. L’analisi a frequenza ridotta, mette l’analista molto più duramente al lavoro di quella classica, l’analista dovrà essere più pronto a cogliere l’occasione, capace di passare a un altro registro di ascolto, più attento e interlocutorio, ponendo le basi per la costruzione dei primi scenari.

Ma le cose possono essere molto più dure di così.
Talora il discorso del paziente sembra più vuoto di forme, addirittura desertificato, opaco, privo di risonanze affettive, di ogni forma d’investimento: in questi casi la fatica mentale dell’analista può diventare molto acuta.
In questi casi l’analista è chiamato a un lavoro di elaborazione del materiale della seduta che per certi versi somiglia alla tessitura di un sogno della veglia, fatto con la convergenza di due menti, una delle quali ha il compito di promuovere il preconscio nell’altra, attingendo alle proprie risorse .

Se da un lato il sogno origina dalla spinta alla realizzazione di un desiderio, dall’altro è frutto di una necessità di raffigurazione che ha un indubbio valore anti-traumatico per la mente, grazie al fatto di essere molto vicina all’allucinatorio, la prima soluzione che la psiche trova per far fronte all’assenza dell’oggetto.
Quando il paziente non rappresenta, l’analista deve poter fare affidamento sulla propria capacità di creare una figura carica di affetti, nata proprio dallo stato d’impasse della seduta, dall’impotenza a rappresentare, da offrire al paziente per colmare la lacuna e far ripartire il processo associativo. Usando le parole di Freud a proposito della costruzione in analisi, se il lavoro di raffigurabilità portato avanti dall’analista sarà capace di suscitare nel paziente un convincimento, esso avrà lo stesso valore di una traccia mnestica.
L’effetto immediato sarà duplice, da un lato un allentamento dello stato d’angoscia dall’altro un riavvio dell’attività mentale: un nuova traccia si paleserà.
Il lavoro analitico contemporaneo è un lavoro di piccoli passi, reso più agile e creativo dal crollo dell’illusione di completezza dell’analisi. Si tratta di un lavoro teso soprattutto ad avviare un funzionamento capace di dare senso, promuovere il preconscio, avviare una possibilità di traduzione che si è bloccata o che non ha mai potuto avviarsi.
Da qualunque livello si parta, ogni grado di separazione in più raggiunto, fosse anche solo uno, sarà un buon risultato e, se non altro, un risultato da cui ripartire per la successiva tranche di analisi.

L’avvio di una cura
Resoconto clinico che verrà soltanto letto.

Penso che il materiale clinico si commenti da solo, sembra possibile intravedere il lavoro analitico che verrà, come una finestra aperta su un panorama, di cui non si percepiscano i dettagli: se ne intravedono le alture e gli avvallamenti, si avverte la temperatura dell’aria, si intuisce se si tratterà di un ambiente più o meno abitato da umani. Infine si sa che si sono realizzati degli accecamenti e che una certa quota di disvelamento si renderà necessaria. Quanto a lungo andrà avanti questo lavoro e quanto esaustivo potrà essere non è dato saperlo, ma non è importante.

Concludo con le parole di Andrè Green tratte dal suo ultimo libro:
“La teoria delle pulsioni di Freud è stata ingiustamente opposta a quella delle relazioni oggettuali. Ora questa due concezioni non sono antagoniste, e si completano l’una con l’altra, dato che l’ultima teoria delle pulsioni, che include le pulsioni di vita e d’amore, implica l’esistenza dell’oggetto. Essa rende conto della forza che ci anima e che ci spinge in avanti, mentre il ripiegamento su di sé, la depressione o il disinvestimento schizoide mostrano che essa può essere neutralizzata, perduta più o meno temporaneamente o gravemente alterata in misura definitiva… L’amore della vita è il nostro bene più prezioso. È da questa parte che il lavoro dell’analista svolge il suo combattimento…Il neonato ha bisogno d’aria, di calore, di nutrimento e acqua. In questo non differisce da altri animali. Ma ha bisogno dell’altro simile per fondare le basi della sua gioia vivere, della condivisione dell’amore, e delle premesse del senso. L’amore e il senso sono forse una sola e stessa cosa per l’uomo…Lasciamo l’ultima parola a Freud. In Psicologia delle masse e analisi dell’Io, ricorda che è ”l’Eros che tiene unite tutte le cose del mondo” (8).

 

Bibliografia

(1) C. e S. Botella, 2001, La raffigurabilità psichica, 2004, p. 21, ed Borla, Roma
(2) J.Bleger, Psicoanalisi del setting psicoanalitico in Setting e processo psicoanalitico a cura di C. Genovese.
(3) A. Green, 1993, Il lavoro del negativo, 1996, p.25, ed. Borla, Roma
(4) A. Green, 1993, Il lavoro del negativo, p.119, ed. Borla 1996, Roma
(5) A. Green, 1983, Narcisismo di vita Narcisismo di morte, p.109, ed. Borla, 1992, Roma.
(6) R. Kaes, 2012, Il Malessere, 2013, p.111, ed. Borla, Roma
(7) Renè Kaes, 2007, Un singolare plurale, 2007, ed. Borla
(8) Andrè Green, 2012, La clinica psicoanalitica contemporanea.

 

Scarical'Articolo in Pdf

Relazione introduttiva presentata alle Giornate residenziali Sipp

Il Tempo della Vita nella Relazione Psicoterapeutica

27 e 28 Ottobre 2017, Roma

 

Tempo e Psicoanalisi

di Antonio De Rosa, Presidente Sipp

 

Il concetto di tempo è strettamente connesso con la psicoanalisi.

Nascere e morire rappresentano gli estremi di un tempo che delimita la storia di ciascun individuo.
Nell’ambito di questa consapevolezza può aver luogo il vivere responsabilmente il tempo che li separa. La vita e la morte costituiscono elementi del processo tali da generare tanto l’amore per il vivere quanto il terrore di morire. È proprio la conoscenza del limite a dare all’individuo il senso della propria storicità. E questa pulsione epistemofilica, il bisogno di ricercare questo senso, è il motore del processo analitico. Lo stesso processo, il transfert, le trasformazioni rendono l’analisi stessa una delle declinazioni del tempo.
La relazione analitica, in questo senso, è il luogo degli incontri dei tempi, tempo dell’analista e tempo del paziente, attraverso cui si dipanano tutti gli altri significanti temporali. Questo è il tema al centro delle giornate di inaugurazione di quest’anno accademico 2017– 2018.
Volevo condividere il percorso con cui si è formata l’idea di formulare questo  tema  delle giornate inaugurali. Alcuni anni fa ero andato a far visita alla mia anziana analista. Bevemmo un caffè e tra una parola e l’altra le chiesi se continuasse il suo lavoro con i pazienti e con analisi formative.
Mi rispose che seguiva solo pazienti in terapie a tempo determinato. Ingenuamente le chiesi il perché e lei con un sorriso mi rispose: “Sa, alla mia età..”. Penso che all’epoca non avesse superato gli 80 anni e considerai un po’ pessimistica la sua risposta, ma forse nel mio pensiero non volevo che invecchiasse.
Misi da parte questo episodio, che poi ritornò alla mia mente forse nel momento che percepivo che il tempo passava anche per me. Ho iniziato allora a riflettere sulle tante configurazioni che si determinano nelle stanze di analisi. E ho pensato anche a  quando poteva sopraggiungere l’età del mio pensionamento. Cristiano Scandurra, che introduce il tema in una delle sessioni di domani, affronta questo problema ed è interessante come formula il quesito sull’intreccio tra reale e fantasmatico.
“In un interessante articolo volto a trattare i possibili criteri per il momento “più giusto” del pensionamento di uno psicoanalista, prestando una notevole attenzione alle implicazioni psicodinamiche di questa fase evolutiva della vita, Danielle Quinodoz (2013) pone in essere una questione cruciale: la differenza tra l’età fantasmatica e l’età reale. L’autrice, di fronte alla domanda “a quale età uno psicoanalista dovrebbe andare in pensione?”, parte dal presupposto che, quando lavora con i pazienti, esso ha nello stesso tempo differenti età. C’è qui un chiaro riferimento al transfert e all’età che il paziente attribuisce transferalmente all’analista. Ciononostante, Quinodoz sottolinea con forza che un analista che consideri la sua sola età fantasmatica rischia di farsi sopraffare da un sentimento di onnipotenza, come se fosse impermeabile al passaggio del tempo. Al contrario, un analista che consideri solo la sua età reale è a rischio di rendere inefficace la sua capacità di rêverie solitamente utilizzata per disintossicare le ansie che il paziente proietta su di lui.
Quinodoz, tramite un riferimento ad Hanna Segal, punta l’attenzione sulla costante interazione tra la fantasia e la realtà: è questa reciproca influenza che modella la nostra visione del mondo e, quindi, la nostra stessa percezione della realtà. È infatti l’ingresso nella posizione depressiva da parte del paziente a consentire a quest’ultimo, in un graduale processo, di cominciare a percepire l’analista per quello che è, apportando la consapevolezza, spesso dolorosa, che la proiezione all’esterno delle proprie fantasie colora la percezione della realtà. Credo che, rispetto ai punti prima tracciati – tra cui, la neutralità, le caratteristiche reali dell’analista quale “roccia dura”, la negazione della realtà –, quella di Quinodoz rappresenti una posizione moderata, in grado di tenere al suo interno il giusto equilibrio tra questi aspetti differenti.
Sono ritornato poi a molte analisi condotte in età giovanile. Ho iniziato a lavorare a 28 anni, contestualmente all’inizio della mia analisi. Quanti pazienti difficili, a volte poco comprensibili con tanti dubbi sulla mia credibilità di giovane terapeuta. Talora si trattava di invii da parte di analisti anziani che consideravano pesanti quei casi in relazione alla loro età. Eravamo agli inizi degli anni ottanta  in pieno fermento formativo. Altre volte si trattava di pazienti inviati da colleghi neuropsichiatri che non avevano avuto risposta con i soli psicofarmaci.
Il tempo della vita all’epoca era impregnato (per me) del bisogno di credibilità, anche in rapporto al concetto che la pratica analitica aveva nel contesto socio-culturale, e di difficoltà con i pazienti più avanti negli anni. Solo l’entusiasmo faceva da sostegno, al di là dell’analisi personale (o forse grazie alla analisi personale). Spesso la mia giovane età rendeva difficile gestire il rapporto con i coetanei.
Queste considerazioni mi hanno indotto sempre più a riflettere sull’esperienza soggettiva e sulla dimensione del tempo nella nostra vita.
Ho rivisto alcune letture addentrandomi sul tempo dei filosofi.
Il pensiero greco ci ha dotato dei suoi fondamentali e la parola tempo può essere detta in tre modi diversi: aion (il sempre, la durata senza limiti, senza passato e futuro); chronos (la grandezza misurabile tra futuro e passato); kairos (il tempo che ha un significato, quello che poi Minkowski definisce il tempo vissuto). Platone prima di quello del movimento e degli oggetti pone l’aion nell’eternità e considera il chronos come una imitazione dell’essere, tempo delle cose destinate alla consumazione e alla morte. Aristotele invece collega tempo e movimento, assimilando il tempo allo spazio.
Il pensiero cristiano pone l’uomo nel flusso della storia, laddove S. Agostino indaga il tempo dell’interiorità prima di quello del movimento e degli oggetti. “..né il futuro, né il passato esistono. I tempi sono il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro. Il presente del passato è la memoria, il presente del presente è l’intuito, il presente del futuro è l’attesa. In che modo - egli si chiede - diminuisce e si consuma il futuro che ancora non esiste? O come cresce il passato che più non è, se non perché nell’anima…..essa infatti attende, porge attenzione, ricorda di modo che ciò che aspetta diventa prima oggetto dell’attenzione poi della memoria (Confessioni, libro XI).
La fisica ha anche molto modificato la nozione del tempo, ma quello che a noi interessa maggiormente è il tempo e le relazioni. Qui possono nascere molte contraddizioni e grovigli, tra cui una pluralità dei tempi legata a diversi livelli di realtà.
Considerando il nostro campo di azione, ho trovato interessante la relazione presentata al seminario di Formazione Psicoanalitica "Il Sessuale come trasformatore psicologico: l’Après-coup" di Jacques André” (Accademia “La Colombaria” - Sabato 1° ottobre 2011). 

“Il tempo è insieme allo spazio una delle due dimensioni fondamentali della soggettività e dello sviluppo individuale. L’apparato psichico non solo nasce e si sviluppa in funzione del tempo, ma è anche abitato da una molteplicità di direzioni temporali in tensione tra di loro all’interno del soggetto. Questo fenomeno, che parcellizza una visione unitaria del tempo, è stato definito da Green (2000) dell’“eterogeneità diacronica”, nel senso che la vita psichica deve essere pensata come “fondamentalmente pluridirezionale”. Tale condizione si riflette nella pratica clinica, nella quale il tempo assume forme diverse, che si esprimono nella compresenza all’interno della seduta di un tempo lineare, di un tempo ripetitivo (nel senso del bisogno di ripetere e del ripetere di un bisogno), che è anche forma di memoria e non solo blocco (Green, 2007; Riolo, 2007), di un essere fuori dal tempo, come nell’esperienza inconscia e onirica, di una inversione della freccia del tempo. Bolognini (2007) definisce la “consubstanzialità” proprio come la capacità da parte dell’analista di “fluttuare” all’interno di differenti dimensioni temporali.”
Ma forse fra tutti gli aspetti connessi con il tempo relativi all’analisi, quello più pregnante è quello della neutralità, che pur apparentemente sembrerebbe rispondere al tentativo di liberarsi dalle catene del tempo. Mi riferisco anche al fatto che rappresenta il concetto che più è andato incontro a revisioni con il progredire degli studi psicoanalitici, più allo stesso tempo sembra dover resistere alle evoluzioni del tempo per garantire la validità e la continuità del pensiero freudiano. Man mano, infatti, che nuove riflessioni prendevano piede, più deboli diventavano i richiami alle precedenti immagini dell'analista, specchio che riflette spassionatamente i contenuti emotivi dei pazienti e vi risponde con silenziosa passività. Altre immagini e dizioni prendevano il loro posto. Holding, reverie, rispecchiamento, sono tutte espressioni che non denotano più la pregiudiziale passività dell'ascolto dell'analista ma indicano invece il suo andare incontro al paziente, il suo essere un attivo agente di un cambiamento terapeutico, raggiungibile con mezzi altri e distinti da quelli dell'attività interpretativa tradizionale (Bordi 1994). È abbastanza chiaro che il consenso guadagnato da queste dizioni e concetti, è legato al fatto che si sono progressivamente modificate  le prospettive teoriche e terapeutiche della psicoanalisi,  ma personalmente sono persuaso che dietro l’accrescere del valore dell’empatia, della comunicazione all’interno delle dinamiche della relazione terapeutica, dell’esperienza affettiva condivisa ci sia il desiderio inconscio – sempre presente – dell’analista di esorcizzare il lutto continuo della propria persona in analisi e il timore della propria morte proprio attraverso il suo calarsi nel qui e ora della relazione.
Ma il punto centrale della mia osservazione è rispondere alla domanda-riflessione su come il tempo della vita vuoi del paziente e soprattutto dell’analista incidano nella dinamica del processo terapeutico. Gli intrecci sono molti e non si può rispondere a tutti, ma forse il mio desiderio è poter riflettere insieme su tutto ciò. Da ciò la presenza di tre esperti colleghi. Non ho letto le loro relazioni tantomeno me ne hanno parlato. Il tempo me lo ha impedito. Non il tempo reale, ma quello fantasmatico che ha inglobato il desiderio di condividere con voi tutti nell’hic et nunc di queste giornate questo ascolto del discorso sul tempo.

Relazione presentata al convegno:

Integrazione e spazio clinico: Winnicott oggi. Prato, 23 settembre 2017.

Il Convegno è stato organizzato dalle Associazioni:
Associazione Fiorentina di Psicoterapia Psicoanalitica - Centro Psicoanalitico di Firenze - Società Psicoanalitica Italiana - Centro Studi Marta Harris - Associazione Marta Harris - Psicoterapia Psicoanalitica Infanzia Adolescenza - Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica - Opera Santa Rita (ONLUS)

 

 

 

NOTARE, CAPIRE e INTERPRETARE

La pazzia della madre che appare nel materiale clinico come fattore ego-alieno

 di Vincenzo Bonaminio

 

[il testo di Winnicott è in nero, i commenti del dott. Bonaminio in blu]

 

 

 

Così esordisce Winnicott: “In un mio recente caso l’improvvisa intrusione di materiale «estraneo» dovette essere notata, capita e interpretata.”

Si noti subito per intanto il significato epistemologico, oltre che tecnico, della sequenza “notare, capire, interpretare” La velocità con cui Winnicott, in modo fulmineo, condensa i processi conoscitivi (epistemologici) dell’analista che transitano dentro di lui fino all’interpretazione per raggiungere il paziente, riassume, per me in modo mirabile, l’essenza del processo psicoanalitico osservato dal vertice dell’epistemologia del caso.
Aggiungerei a queste riflessioni quella sull’insistenza sul verbo non optativo, ma “imperativo” che ci dice molto, a mio avviso, del “compito e della responsabilità dell’analista di fronte al paziente.

Il paziente era un bambino di sei anni che mi fu inviato perché non riusciva a usare la sua brillante intelligenza e invece mordeva fino a romperli i guanti, il cappotto, la cravatta e il maglione e defecava solo in un vaso vicino a quello dei genitori. Inoltre esigeva una routine piuttosto rigida e mangiava solo alcuni tipi di cibi.

Non è necessaria in questa sede una descrizione dettagliata del caso, perché qui ho solo l’obbiettivo limitato di descrivere il colloquio terapeutico con il bambino l’unica volta che lo vidi.

Winnicott rinuncia alla descrizione del caso per motivi di tempo e spazio ma ci dice contemporaneamente che la storia del caso è nel background ed è tenuta in gran conto: è l’ossatura di ciò che si può percepire nel qui e ora della relazione.

Il colloquio ebbe effetto positivo perché riuscii a distinguere la confusione della mente del bambino dalla confusione che era stata introdotta nella sua vita da alcune caratteristiche della madre. Il lettore può dare per scontato che questo figlio unico era molto amato dai genitori e che la famiglia non era a rischio di rottura. Il padre era un professionista e la madre aveva un diploma di insegnante.
Per avere un quadro utile della seduta devo chiedere al lettore di seguire molti dettagli che debbono essere riferiti solo perché danno continuità al materiale.

I “dettagli che danno continuità al materiale” sono l’anima del caso clinico e della narrazione di esso e Winnicott non ne trascura l’importanza ma anzi ne esalta il significato conoscitivo, sia per il lettore che è esterno alla relazione clinica, e che quindi “non sa” quello che l’analista sa, sia per l’analista stesso che non solo è immerso nella relazione con il paziente ma che contemporaneamente ne è al di fuori, è alla ricerca continua di quei particolari individuali che diano senso al “materiale” . Torna qui, nel repertorio terminologico di Winnicott, la parola materiale, che ha appunto uno spessore semantico peculiare come è felicemente illustrato in un capitolo del libro postumo “Sulla natura umana” (Human Nature) che credo sia unico, in tutta la letteratura psicoanalitica, nel trattare e nel distinguere i “vari tipi di materiale psicoterapeutico”. Motivi di tempo non mi permettono di soffermarmi oltre su questo tema winnicottiano particolarmente originale e condensato di significati.

Il bambino ed io giocammo al «gioco dello scarabocchio» insieme e fu facile per me trovare la sua capacità di apprezzare il gioco e di giocare con lui. Questo è ciò che successe durante l’esecuzione dei disegni: dopo una discussione vaga a proposito della sua casa e della sua famiglia, preparammo la carta e due matite e io cominciai con il primo scarabocchio.

1. Mio, e lui l’ha trasformato in un asino, offrendo come alternative maiale, mucca, cavallo e cane. «Ha un occhio buffo». Qui, nell’ occhio buffo abbiamo già un riferimento all’ imprevedibile.

 

 

 

 

2. Suo, dice che è una testa e io le ho dato un corpo femminile.

 

 

 

 

 

 3. Mio e lui l’ha trasformato in una buffa testa. Notate il ricorrere del tema «buffo», che ne indica il significato. Fece un riferimento a me che apparteneva alla valutazione che la madre aveva di me. Sembra che la madre possegga un mio libro e che il bambino l’abbia visto, quindi disse: «Tu scrivi bene di testa». Penso che l’elaborato scarabocchio sulla fronte si riferisse al cervello, come se fosse un ritratto di me visto attraverso gli occhi della madre. «L’uomo ha un buffo naso con tre narici. Le orecchie sono dietro e non si vedono».

 

Mi disse di altre cose che sapeva disegnare tra le quali un autobus e richiese di avere dei pastelli colorati. Mi aveva già usato per parlare dell’idea di qualcosa di buffo a proposito della mente. Io, naturalmente non feci alcuna interpretazione. Le tre narici potevano essere la follia, ma nell’area del gioco del bambino.

Si noti l’impressionante progressione di Winnicott, nell’individuare, passo dopo passo nell’esecuzione degli squiggles, l’emergere di un elemento “buffo”, “strano”. Si tratta naturalmente proprio di quella determinante pre-concettuale che orienta l’osservazione clinica, ma che rivela chiaramente anche, sul piano epistemologico, ciò che Bollas chiama la natura percettiva delle teorie e che io, più sopra, ho definito nei termini della loro “derivazione clinica”.
Cosi prosegue Winnicott nella sua stringata elencazione:

4. Qui la carta si strappò per il modo vigoroso di scarabocchiare. Sulle prime non riuscì a disegnare niente.
5. C’è una sorta di mistero in questo. L’ha disegnato lui e nell’angolo fece un segno. Il segno faceva anche parte di una M ed è un gioco di parole sul suo nome. Disse: «E’ un niente». Aveva raggiunto una difesa estrema, perché se è un niente non può essere ucciso o ferito dal peggiore dei traumi immaginabili.

 

 

 

Il processo conoscitivo di Winnicott incomincia a prendere forma: esemplare dal punto di vista della intuizione clinica è il suo farsi guidare dal quel segnetto incomprensibile al lato dello squiggle che lo porta a chiedere al bambino cosa sia. “It’s mark”, un segno, “un niente”, dice il bambino: Mark “si sente un niente”, come quel segnetto (mark) trascurabile. Una prima ipotesi interpretativa, una prima gestalt ha già preso forma, ma vari cambiamenti di direzione saranno necessari a Winnicott prima di imboccare la strada giusta; una prima ipotesi interpretativa che ha preso forma ma che attende altri sviluppi clinici, altre trasformazioni, per essere capita ed interpretata.

Seguii il tema parlandogli del disegno come di un modo per fare uscire qualcosa dalla sua testa e metterlo sulla carta.

<Seguii>, scrive Winnicott, come chi ha trovato una pista da seguire, un sentiero da percorrere perché porta da qualche parte.

Parlò del modo in cui a volte il treno deve fermarsi per far passare un rapido. Disse: «Il nostro treno è bloccato perché debbono spostare gli scambi e poi possiamo tornare».

Potremmo dire, con lo sguardo del poi che è qui, in queste parole del bambino che il materiale “alieno”, che preme dall’inconscio, incomincia a prepararsi la strada per poter sboccare fuori e fluire. Ma seguiamo Winnicott:

Qui riuscì a trattenere la matita dal cadere per terra e questo e altre piccole cose sembravano significative, e indicavano che c’era caos e non ordine nelle sue esperienze immediate.

All’insight di Winnicott del “treno bloccato” si aggiunge un ulteriore insight che mostra quasi in tempo reale l’epistemologia del caso: caos al posto dell’ordine, un altro tassello che va ad aggiungersi ai precedenti, quelli della stranezza dell’occhio, del segno che è un “niente” e appunto del treno bloccato.

Ora la matita cadde sul pavimento. Ma lui non era spaventato e si potrebbe dire che aveva trovato una posizione dalla quale guardare il treno rapido che sopraggiungeva.
A questo punto ci fu un interludio fra di noi. Usai la pausa per chiedergli dei suoi sogni. Disse: «Non so». Ora era tornato a fare il n. 4. «È una locomotiva: questa è una bella finestra. È come la finestra di una vera locomotiva, di un treno a vapore».

Piano piano prende forma nel bambino la preparazione, “la galleria” si potrebbe dire per rimanere nell’ambito ferroviario, in cui far transitare l’elemento “ego-alieno”. Winnicott ha preparato il terremo, ha aiutato a “scavare la galleria” – per rimanere all’interno della metafora ferroviaria, ma, appunto, nel farlo ha trasformato qualcosa, ha “dato forma” a qualcosa di caotico e non ancora pienamente rappresentabile e rappresentato nel bambino.

Si stava avvicinando al treno rapido traumatico che evidentemente gli ricordava sua madre. «Al Parco di Battersea c’è un treno che somiglia a un treno a vapore, ma in realtà è un diesel. Mamma pensa che sia un treno a vapore!». Continuò a parlare dei treni a vapore che vede dalla metropolitana. Guarda lo smistamento e ne ha visto uno vero un sacco di volte in diversi viaggi alla stazione Victoria, avanti e indietro.
«Ho visto sul giornale qualcosa che era andato a fuoco dall’altra parte del mondo. Non è morto nessuno; be’, non fintanto che il fuoco era piccolo».

Qui sembra di poter dire che Winnicott, in termini di epistemologia del caso, affretti i tempi, metta insieme più cose di quante il bambino non dica: se fino a quel momento ha proceduto con una certa cauta attività, rispettando un ritmo piuttosto cadenzato del bambino ma comunque “iniziato” da lui stesso, qui sembra che dia un colpo di acceleratore. Quasi che abbia fretta, lui stesso, di dar forma a ciò che ancora non è pienamente formulato. Il tempo passa, l’occasione è ora, o mai più. Come analisti non possiamo dire che non siamo sottoposti continuamente ad un simile andamento: flusso più lineare, improvvise accelerate, scalate di marcia per far risalire i giri del motore.
Prosegue Winnicott:

È un’indicazione delle immense potenzialità di pericolo — un commento sul fuoco nella locomotiva a vapore. «Oh, abbiamo dimenticato il vagoncino del carbone». E cominciò ad aggiungerlo dietro alla locomotiva; molti altri dettagli si persero a questo punto e poi improvvisamente espresse qualcosa di completamente nuovo e estraneo all’orientamento generale del materiale.

Arriva l’agente traumatico

A questo punto cominciò a comportarsi in modo del tutto diverso. Quasi non mi sembrava lo stesso bambino. Era arrivato qualcosa di nuovo che si era impossessato di lui. Questa cosa nuova aveva a che fare con il sentire un buffo rumore, un suono rimbombante. Forse veniva dal riscaldamento, una specie di suono che fa quando il gas esce. Andò ad esaminare la stufa, ma non mandava nessun odore, quindi non perdeva.
Non era possibile essere sicuri se avesse un’allucinazione o se ricordasse in termini uditivi.

Il registro della seduta si trasforma improvvisamente. Il bambino cambia passo. Dal punto di vista epistemologico potremmo chiederci se quello che Winnicott chiama il sopraggiungere dell’agente traumatico, non sia il risultato di quella pre- formulazione dell’analista che il bambino in qualche modo deve aver sentito, da inconscio ad inconscio: “c’è spazio”, - si potrebbe dire che Mark consideri - per far venir fuori “la cosa” sulla base del terreno che Winnicott ha preparato, di quell’ambiente di ascolto che fin dall’inizio, attraverso il riferimento dell’analista al “buffo” e allo “strano dell’occhio”, ha dato a Mark la sensazione che questa dimensione del bizzarro era notata, capita, accolta. Come il sopraggiungere dei vagoni della metropolitana, ancora lontani dalla stazione è pre-annunciato da una calda folata di vento, che manda in aria le cartacce sulla banchina e scompiglia i capelli dei viaggiatori in attesa, così l’arrivo dell’agente traumatico è pre-annunciato da questo disorganizzarsi della seduta, da questa improvvisa perdita di coerenza sequenziale.
Si potrebbe però anche inferire, invertendo l’ordine della direzione del vettore che è stata l’accelerazione dell’interpretazione interna di Winnicott, il suo bisogno di dar forma a qualcosa che si stava aggregando, ad aver determinato nel bambino la difesa del caos.
Sentiamo Winnicott:

Cercai di esplorare il terreno facendo un’interpretazione riguardo al sentire i genitori nella stanza accanto, al che rispose forte: «No» e disse «Era su in alto sulle colline oppure proprio alla sorgente del Tamigi».

Questo passaggio con quello che segue merita di essere letto per esteso perché ci dà una visione, in tempo reale, dei continui errori a cui l’analista è esposto e dei continui ri-aggiustamenti di tiro, anche inversioni di marcia, se vuole rimanere aderente al materiale clinico che lui stesso ha contribuito a trasformare.

Continuai con il mio tema dicendo: «Come se fosse l’inizio di Mark, una cosa che succede tra mamma e papà».
Seguì il mio tema nel tentativo di compiacermi dicendo: «Sono cominciato dentro mamma e poi sono uscito da mamma all’ospedale Non c’era rumore, bambini piangevano». Dissi: «Mi domando se c’era un rumore dentro mamma» e lui disse che aveva gli occhi chiusi così non sentiva. Io stesso ero stupito ed è probabile che io abbia perseverato con l’interpretazione di questa scena primaria come se non sapessi cosa fare. Era difficile prendere appunti del modo caotico in cui appariva il materiale. Faceva rumori che illustravano il tipo di rumori che sentiva o ricordava e sembravano comprendere la parola «no» e questo tipo di cosa si ripeté molte volte. Tutto era agitato e sconvolto. Interruppe dicendo: «Cosa fai? Scrivi altri libri?» con riferimento agli appunti che stavo prendendo. Allora scrissi «Mark» molto grande e in diversi modi. Disse: «Non è una bella scrittura, è uno sgorbio». Penso che sia stato a questo punto che il n. 4 si sia strappato mentre Mark faceva quel segno con sempre maggiore forza. Qui scoprì che aveva perso la matita.

Questo passaggio merita di essere commentato in modo particolare proprio per il suoi risvolti epistemologici nel contesto della argomentazione che sto portando avanti.
In proposito, fra le tante altre osservazioni da sottoporre all’attenzione dopo la lettura di questo scritto, si potrebbe mettere in evidenza il modo in cui Winnicott offre al bambino la sua interpretazione, preparandola dentro di sé a mano a mano che il rapporto procede, correggendola mentalmente se nuovo materiale porta in un’altra direzione, rinunciando ad una sua esplicitazione verbale se avverte che il bambino non è ancora pronto a riceverla (timing dell’interpretazione). E anche quando l’interpretazione viene proposta al bambino, non viene meno la consapevolezza di Winnicott che si tratta appunto di una proposta il cui aspetto più importante non è certo il disvelamento di una fantasia inconscia, chiusa nella sua fissità dentro il paziente, ma l’amplificazione dei significati emozionali e relazionali che essa genera nel bambino che, a sua volta, li rimanda all’analista in una circolarità semantica. Così, Winnicott usa l’espressione idiomatica «I fished around» (letteralmente «pescai intorno, qua e là») che sottolinea l’aspetto di un tentativo discreto di raggiungere il bambino con il riferimento alla scena primaria, dopo l’improvvisa irruzione in seduta dell’esperienza «pazza».
E ci segnala il significato del rimando da parte di Mark alla sua interpretazione allorquando dice che il bambino «seguì il mio tema nel tentativo di compiacermi»: un esempio questo, in vivo, anche in termini di transfert, del falso Sé la cui funzione è quella di proteggere il vero Sé dallo sfruttamento e dall’annientamento.

Sembrava un fatto significativo, sebbene per un po’ fosse passato a interessarsi a un vecchio temperino che era nella scatola delle matite. Insieme lo esaminammo e lui disse: «a me è permesso tenere un coltello». Con il temperino colpì la carta e a volte anche il tavolo e a questo punto fu fatto il danno più grave al n. 4. Più volte il foglio fu danneggiato e penso che volesse far vedere perché doveva essere “un niente” se doveva lasciar arrivare la «cosa». Anche qui c’era il tema della penetrazione che avevamo già visto all’origine di Mark.
A questo punto esplorò la scatola contenente matite e colori. «Ho una gomma?» (No) «Santo cielo!» E così via. Il gioco era quasi finito e cominciò a girare per la stanza alla ricerca di un nuovo tema. Prese qualcosa dalle tasche e se la mise nelle orecchie e sembrava legittimo immaginare che stesse affrontando i suoni allucinati e inoltre che fosse preparato ad affrontarli e avesse portato i due pezzi di carta da usare in questo senso.
Stava manifestando uno stato di confusione, ma cambiò subito argomento e parlò del terrazzo che si vedeva dalla finestra. Parlò di una storia in un giornalino a fumetti e si domandò dove potesse essere il giornalino. Forse ce l’aveva la mamma in sala d’aspetto, pensò. In questo modo gli tornò in mente la madre reale e potei vedere che il rapido era una madre pazza. Non ero ancora tanto sicuro di me, e quindi rinviai l’interpretazione principale.

Di nuovo cambia il registro della seduta, forse anche potremmo dire per effetto della interpretazione “stereotipata” di Winnicott sulla scena primaria, della quale si rende conto e che abbandona come un percorso inautentico. Tuttavia nonostante che Winnicott decida di non percorrere questa strada, il bambino si disorganizza ulteriormente.
Tuttavia questa disorganizzazione è anche il rappresentante della “follia” che di lì a poco fa ingresso anche verbale nella stanza. Stupefacente ed unico, credo, è il punto che ho appena letto in cui Winnicott osserva che “poté vedere che il rapido era la madre pazza”, ma che non era ancora tanto sicuro e decise quindi di rinviare l’interpretazione. Qui sono evidenti i processi interni dell’analista, soprattutto quelli preconsci e consci, certo organizzati sulla pressione inconscia interna, ma è soprattutto evidente quella distinzione fra interpreting and doing interpretations che rappresenta uno dei contributi più eccezionali di Winnicott alla teoria della tecnica. In sostanza, rinunciando o rimandando l’interpretazione, ci dice Winnicott, ancora una volta, che è al paziente che bisogna tornare per essere sufficientemente sicuri che ciò che gli si dirà sia sufficientemente preciso e pregante, soprattutto, verosimile, anche se non certamente vero. Cioè che l’interpretazione del caso deve essere data non solo quando epistemolgicamente il processo di conoscenza è quasi arrivato a toccarlo, ma che è necessario il “tempo giusto” e lo stato del sé appropriato perché il bambino, il paziente lo possa prendere, per quanto inquietante possa essere l’interpretazione dell’analista. Così prosegue:

L’angoscia apparve ancora più evidente quando disse: «Forse vado a casa presto oppure subito». Si riferiva alla paura dei rumori e ci fu un certo divertimento intorno al fatto che la sedia si muoveva come se volesse prendere a calci la mamma o cadere.
Feci riferimento alla follia che ciò rappresentava. Fu lui, oppure io a dire: «Tutto è impazzito» e ridemmo. Dissi, per quanto riguarda la testa: «Ha gli occhi ma non ha orecchie» e lui disse. Sì, ce le ha, ma è caduta e ora è sottosopra».
Ci fu un momento di mondo pazzo e una specie di suono come «uff, uff» nella sedia pazza e poi questo rumore uscì dall’altro lato della sedia. Feci un’osservazione su un luogo pazzo nella sua testa o forse nella madre e cominciai qui a convincermi che il bambino mi stava portando un’immagine di sua madre come persona malata.
Continuando sul tema della scena primaria dissi: «E allora mamma fece un gran rumore e lo chiamò Mark». Alla fine dissi chiaramente: «La mamma qualche volta impazzisce quando tu ci sei. È questo che mi stai facendo vedere».
Si stava distraendo parlando di come si deve stare attenti con le cose elettriche. Disse: «Sono nato maschio».
Dissi: «Sei nato un gran rumore!» e lui: «Non è vero!»
Ora voleva andare ma dicendo che non aveva paura, solo che voleva vedere la mamma, quindi andammo insieme a prenderla.

Commento

Quando vidi la madre mi resi conto che aveva un grave problema personale e quando gliene parlai ammise che spesso stava male.

In seguito la madre mi disse che era molto contenta che avessi visto, nel modo in cui il bambino si comportava, che lei a volte impazziva davanti al figlio e sapeva che questo lo disturbava. Lei ora è in cura per la sua malattia mentale.

È in questo sorprendente commento finale che Winnicott ci riassume passo passo i momenti cruciali del processo interno, dell’epistemologia del caso che hanno infine portato all’interpretazione. Cosi riassume per il lettore quanto è accaduto, o meglio come lui interpreta, decifra ciò che è accaduto, ma in questa sintesi aggiunge anche qualcosa in più: ci propone un modello coerente che sta sotto l’interpretazione che alla fine è riuscito a offrire al bambino (objects presenting). Con la metafora del piccolo treno locale che deve spostarsi sul binario morto per far passare il treno rapido, la pazzia della madre, ci offre un modello che, come direbbe Bollas, ha un significato “percettivo”. Non è chiaro se Winnicott proponga per intero al bambino questa interpretazione, ma è certo che la metafora che usa per il suo modello trasporta davvero, come dice Bollas più sopra citato, un significato da un luogo all’altro, trasformandolo. Concludo lasciando la parola a Winnicott:

In questo esempio di consultazione terapeutica è possibile vedere un bambino di sei anni che comunica un modello della personalità complesso e dinamico, non un profilo ma una rappresentazione in profondità, integrata in un continuum spazio- temporale.

Egli percepisce rapidamente le condizioni speciali all’assetto clinico e sviluppa la necessaria fiducia in me. A partire da questa premessa gioca con la pazzia personale, verificando se riesco a sopportare l’occhio «buffo» e le tre narici. Poi mostra come ha imparato ad adottare le difese estreme del niente o dell’invulnerabilità. Non è altro che un segno (mark), un segno che può facilmente passare inosservato. Il suo nome è Mark e lo usa in un modo giocoso1.

Ora la scena è pronta. Sta giocando con me e tutto va bene. Mi avverte che i treni debbono andare su un binario morto per lasciar passare il rapido. Grazie ai dettagli, del treno a vapore mi dice dell’immenso potenziale di distruzione: un incendio dall’altra parte del mondo.

Poi improvvisamente impazzisce, ma è più giusto dire che viene posseduto dalla pazzia. Non è più lui che vedo, ma una persona pazza, completamente imprevedibile. Il rapido passa veloce nella stazione mentre il treno locale sta fermo in attesa. «Niente» non viene distrutto dal «qualcosa» pazzo.

Poi la follia della madre passa e il bambino comincia a voler usare la madre come una madre che si occupa di lui e che gli serve per tornare a casa. Il bambino se ne va da casa mia felice. Ha fiducia in questa madre di cui mi ha mostrato il suo diventare pazza e che ha oggettivato e delimitato con i suoi confini. Ora Mark è diventato qualcosa invece che niente e può giocare di nuovo, anche a cose assurde che, siccome fanno parte della sua propria follia, non sono traumatiche ma comiche e ridicole.

È qui che è evidente il processo di trasformazione operato dall’approccio curativo della seduta e dalla curativa attitudine dell’analista: in quella riacquisita capacità di giocare che è possibile perché da “un niente” Mark è diventato qualcosa.

Penso di essere stato necessario nella mia qualità speciale di chi poteva vederlo, pensare a lui (cervello intelligente nella testa), entrare in contatto con lui (comunicazione mediante il gioco), riconoscere e rispettare le sue organizzazioni difensive (e la difesa estrema di essere «niente») e poi è testimone del suo essere posseduto dalla follia della madre, quando lei impazzisce davanti a lui. Aveva anche bisogno del mio contatto con la madre, da cui avrei saputo che quando non è pazza è una madre e una moglie, buona e responsabile.

Dov’ è il bambino quando non è niente?

Con questo interrogativo che non lascia senza risposta, Winnicott conclude questo affascinante caso, non mollando nemmeno per un attimo la sua presa clinica sul materiale. Così dice:

Penso che nella consultazione si sia affidato al fatto che io avessi un’immagine mentale di lui nella mia testa, che lui poteva richiamare dopo che il rapido era passato e il treno locale poteva ritornare dal binario morto.

 

 

Scarica l'articolo in Pdf

 

 

 

 

 

 

1 Mark in inglese significa anche

Relazione presentata al convegno:

Integrazione e spazio clinico: Winnicott oggi. Prato, 23 settembre 2017.

Il Convegno è stato organizzato dalle Associazioni:
Associazione Fiorentina di Psicoterapia Psicoanalitica - Centro Psicoanalitico di Firenze - Società Psicoanalitica Italiana - Centro Studi Marta Harris - Associazione Marta Harris - Psicoterapia Psicoanalitica Infanzia Adolescenza - Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica - Opera Santa Rita (ONLUS)

 

Squiggles, il cantiere dell’integrazione

di Marco Armellini

 

Quella che vi presento è un’esplorazione personale di “Consultazioni Terapeutiche nella psichiatria infantile”, uno dei tre grandi progetti che Winnicott concluse con un lavoro intensissimo nei ventisei mesi che separarono la prima manifestazione della malattia cardiaca, nel travagliato viaggio a New York, dalla morte: CT, The Piggle, Gioco e realtà. Sono libri che sono nati sempre da un lavoro fortemente dialogico con le persone che egli scelse come interlocutori, in particolare Masud Khan, o Ishak Ramzy per ‘Piggle’. Personalmente, il mio contributo nasce dal dialogo ormai più trentennale con alcune persone a cui devo l’incontro con Winnicott, prima di tutto ovviamente ad Andreas Giannakoulas, che ha dato un grande contributo indiretto anche al progetto CW, e ovviamente, a Vincenzo e a Paolo, con relazioni generazionali diverse.

 Squiggles

La Consultazione Terapeutica

L’impegno di Winnicott, come medico e come psicoterapeuta, può essere sintetizzato così: una ricerca di come dare il massimo aiuto nel minor tempo e minor spazio possibile. Oltre ai trattamenti psicoanalitici prolungati, egli aveva sempre dedicato molto tempo a consultazioni brevi, sia nell’attività privata che nel suo impegno istituzionale al Paddington Green Children’s Hospital, a cui si dedicò per quarant’anni, dal 1923. Due aspetti della consultazione breve lo stimolavano:

  • la sfida economica di un tempo breve e di uno spazio limitato, con poche risorse diagnostiche e terapeutiche, che costringevano a investire sulle risorse del paziente e dell’ambiente,
  • e la sfida dell’imprevisto.

Queste sfide avevano contraddistinto altre esperienze professionali che avevano pesato molto nella sua formazione: l’esperienza di medico della marina in guerra, l’anno passato al pronto soccorso del St Bartholomew’s Hospital dopo la laurea, il suo ambulatorio al Paddington Green, ed il lavoro con i bambini sfollati durante la seconda Guerra mondiale.
L’ambulatorio al Paddington Green era divenuto un luogo molto speciale, in cui I colleghi da tutto il mondo venivano a vederlo lavorare con bambini di ogni età, e con le loro madri. In quello spazio ebbe l’opportunità di incontrare migliaia di madri con i loro figli e, con il passare degli anni, l’ambulatorio si trasformò da uno spazio strettamente pediatrico al luogo di quella che Winnicott chiamava un’attività psichiatrica. Era il luogo in cui poteva fare qualcosa di utile per I bambini e le loro madri in poco tempo, anzi, nel minor tempo possibile.
La sfida dell’inatteso, dell’imprevisto, è uno dei tratti più peculiari di Winnicott: essere capace di tollerare i vuoti e le carenze nelle proprie conoscenze e, in generale, nella conoscenza di ciò che è vivo e vitale, per riconoscerne interamente la complessità. Era profondamente convinto che la complessità della vita non poteva essere ridotta a meccanica. Se vuoi comprendere la vita devi tollerare che essa cambi sotto i tuoi occhi mentre la osservi, e che non puoi vedere ogni aspetto di ciò che osservi: la scienza della vita è incompatibile con un approccio riduzionista, che può solo studiare una vita fermata, uccisa, congelata. Questa capacità di costruire una conoscenza scientifica tollerando di non conoscere tutto era ciò che più ammirava in Charles Darwin e nel suo contributo, che rimase sempre il suo modello epistemologico.
La consultazione terapeutica contiene aspetti molto particolari: è un primo colloquio, e quindi il bambino, l’adolescente o l’adulto arrivano con un’aspettativa, e questa può essere riconosciuta e utilizzata dall’offerta del terapeuta. Se si pone in modo tale da essere incontrato come ‘oggetto soggettivo’, si realizza un’occasione per fornire il necessario contributo ambientale di ‘holding’ e sbloccare l’impasse del processo di sviluppo.
L’espressione ‘oggetto soggettivo’ fu introdotta da Winnicott nel 1948 per descrivere una situazione che appartiene ai momenti più precoci, in cui l’infante incontra l’ambiente, e che può essere descritta sia in termini di ‘illusione’ dal versante del bambino, e di ‘realtà’ da quello della madre. In quel momento “c’è un rivolgersi della personalità verso qualcosa’, qualcosa che il bambino in qualche modo si aspetta di trovare all’esterno, ma che non è ancora conosciuto e percepito oggettivamente. Se la madre offre il suo seno nel momento giusto, ella permette al bimbo di crearla, come oggetto che è soggettivo, nel senso che esiste sia nell’illusione del bambino che nella realtà della madre, la quale è disponibile e si identifica con i bisogni del bambino. I fenomeni transizionali, gli oggetti transizionali e la formazione dei simboli hanno le loro origini in questi processi. Essi rappresenteranno il solido fondamento di ciò a cui, più tardi, si potrà attingere per il lavoro terapeutico. ‘In questo ruolo di oggetto soggettivo, che raramente sopravvive al primo colloquio o a quelli immediatamente successivi, il dottore ha una grande occasione per entrare in contatto con il bambino’ (1971, Introduzione alla Parte 1 di Therapeutic Consultations in Child Psychiatry).
Per potere incontrare le aspettative del bambino di trovare un ‘dottore sufficientemente buono’, il terapeuta deve essere sufficientemente ingenuo, flessibile, aperto, capace di sbagliare, e di tollerare il rischio di comprendere tutto, e anche di non fornire interpretazioni. Bisogna assolutamente temere l’onniscienza e l’idealizzazione. L’idealizzazione sarebbe di ostacolo alla reciprocità e alla simmetria. Il bambino può utilizzare la consultazione se vive in un ambiente sufficientemente buono. L’esperienza di essere capace di comunicare nella consultazione può poi essere ‘riportata a casa’, rendendo, in quel contesto, nuovamente possibili integrazione e comunicazione. Non è tanto l’interpretazione ad essere ‘mutativa’, ma l’esperienza di essere di nuovo capace di comunicare e giocare.
Nella consultazione terapeutica, ‘il lavoro differisce da quello della psicoanalisi, in quanto non è fatto in termini di esempi di nevrosi di transfert’ (Commento al caso di ‘Milton’). Nella psicoanalisi, l’analista ha tutto il tempo per divenire un oggetto reale, per consentire la transizione dall’illusione alla disillusione. Nel colloquio terapeutico, il terapista rimane un oggetto soggettivo. L’esperienza che il bambino possiede di un ambiente affidabile gli consentono di affidarsi alla capacità del terapeuta di accettare la comunicazione, così che le esperienze spaventose possano essere comunicate, dando spazio all’esperienza del sollievo, ed essere così integrate nella personalità del bambino.
Il primo colloquio terapeutico può essere utilizzato perché rappresenta, per i bambini e i loro genitori, un’occasione special di comunicare dei processi che stanno accadendo o che sono accaduti altrove. Come Winnicott evidenziava, l’esperienza precoce non è necessariamente un’esperienza profonda, e il primo incontro porta con sé una dote di potenzialità perché, nella relazione precoce con il suo ambiente, il bambino ha sperimentato cosa significa essere ‘tenuto’ (held). Così, l’esperienza traumatica, oppure le emozioni e le sensazioni terrificanti possono essere rivissute e narrate nella consultazione, e nessuno dei due partners è, da solo, autore della narrazione.
Se la famiglia e la scuola (l’ambiente umano del bambino) sono pronte ad essere usate dopo la consultazione, allora può avere inizio la ‘guarigione’, e l’esperienza terrificante, le sensazioni e le emozioni impensabili e insopportabili possono essere integrate nella rappresentazione che il bambino ha di sé come oggetto intero. La consultazione può rappresentare un aiuto se i cambiamenti prodotti nelle esperienze terapeutiche possono rimetter in moto un processo di salute all’interno dell’ambiente. ‘L’interpretazione è minima. L’interpretazione in sé non è terapeutica, ma facilita ciò che è terapeutico, cioè il fatto che il bambino possa rivivere le esperienze spaventose.

Con il sostegno dell’Io del terapeuta il bambino diventa capace per la prima volta di assimilare queste esperienze chiave in una personalità intera (‘Milton’). Questo approccio marca una sostanziale differenza con il modello Kleiniano dello sviluppo e del processo terapeutico. Quello che importa è il ruolo dell’illusione e della disillusione nella scoperta dell’oggetto, e il ruolo dell’oggetto nel permettere di essere scoperto e percepito oggettivamente, tollerando e sopravvivendo all’aggressione. Nella psicoanalisi questo processo avviene per la maggior parte all’interno del setting ma, nella consultazione, il lavoro della disillusione non può essere compiuto nel corso dei colloqui.
La sopravvivenza del terapeuta come oggetto soggettivo permette ai genitori di sopravvivere per essere poi scoperti come oggetti oggettivamente percepiti.
L’oggetto soggettivo è lì per essere incontrato, essere odiato, essere usato, distrutto e sopravvivere alla distruzione, e poi nuovamente trovato entro la sfera dell’onnipotenza, entro la portata del gesto spontaneo (‘Found Objects and Waifs’ ).
Nel primo colloquio con un bambino che ha avuto l’esperienza di un ambiente affidabile, il terapeuta può trovarsi nella posizione dell’oggetto soggettivo. Per questo Winnicott insiste che il bambino può realmente sognare il dottore la notte prima del colloquio. Dall’Introduzione alla Parte 1 di CT:

“sono stato colpito dalla frequenza con cui i bambini mi hanno sognato la notte prima dell’appuntamento…tuttavia mi trovavo a corrispondere a una nozione pre- concetta, come ho scoperto con divertimento. I bambini che hanno fatto questo tipo di sogni sono stati capaci di dirmi che avevano sognato proprio me. In un linguaggio che uso adesso ma che non ero attrezzato ad usare a quell’epoca, mi trovavo nella posizione di un oggetto soggettivo. Possiamo concepire questa particolare condizione come peculiare tipo di trasnsfert, un transfert “ di aspettativa”, che facilita il processo creativo, l’intimità, la fiducia e le esperienze transizionali. (‘Creativity and Its Origins’, 1971; CW 9:3:7)

Un'altra caratteristica importante del primo colloquio è che il terapeuta non ha né appigli, né appoggi che gli diano sicurezza, eccetto la propria capacità di incontrare il bambino in maniera aperta, disponibile a essere sorpreso e a sorprendere. Il suo compito è ‘tenere’ il paziente bambino e preoccuparsi di lui, con una solida base di conoscenza dei processi di sviluppo e della loro relazione con i bisogni emotivi e l’apporto dell’ambiente. L’obiettivo è rafforzare la capacità del bambino di fidarsi del proprio ambiente. Genitori e insegnanti possono potenziare e usare il successo terapeutico del colloquio.
Nella prima consultazione, c’è un’altra fonte di incertezza: non sappiamo se ce ne sarà una seconda, e dobbiamo quindi trarre tutto il possibile dal ‘qui ed ora’, senza annegare l’incontro con interpretazioni, o con un silenzio che può essere sentito ancora più onnisciente.

 

Il gioco degli Squiggle

Questo gioco, che divenne gradualmente, in maniera naturale, parte del primo colloquio di DWW con i bambini, era nato dalla sua abitudine personale di disegnare, scarabocchiare, o tracciare linee spontanee (doodling). Disegnare era per lui un vero piacere, un modo di comunicare con le proprie emozioni più profonde, lasciando, spesso, che fosse la sua mano a guidare la matita. La condivisione di questo processo con i bambini non era nato da un progetto deliberato e intenzionale, ma da un modo personale di offrire uno spazio intermedio per la comunicazione e per il gioco. Winnicott era così consapevole della natura idiosincratica di questa esperienza, che era riluttante a parlarne, per paura che venisse considerata una tecnica diagnostica. E, certo, chi tentasse di riprodurla meccanicamente si scontrerebbe con un ostacolo insormontabile: nessun bambino va avanti nel gioco degli squiggles se sente che il terapeuta non sta davvero giocando. La compiacenza non alimenta il gioco e, se non c’è un’autentica crescita dell’intimità, l’interesse si spenge, o non nasce.
Prima di CT, il gioco degli squiggles era stato già descritto in una nota nel 1964, in parte pubblicata nel 1968:

“qualunque sia la tecnica che il terapeuta è preparato a usare, la base è giocare. Ho scritto altrove che secondo me la psicoterapia o è condotta nello spazio in cui si sovrappongono due aree di gioco (quella del terapeuta e quella del paziente), o altrimenti il trattamento deve essere diretto a permettere al bambino di diventare capace di giocare – che significa, avere motivo fidarsi dell’apporto dell’ambiente. Bisogna comunque che il terapeuta sia capace di giocare, e che provi piacere a giocare (1968; CW 8:2:47)”

Per chiedere al bambino di giocare, il terapeuta deve divertirsi a giocare; per utilizzare la ricchezza comunicativa di questo gioco, il terapeuta non deve essere bravo a disegnare, ma deve divertirsi a disegnare. Winnicott offriva al bambino qualcosa che aveva apparentemente un valore scarso: un foglio di carta, diviso in due parti, per dare l’impressione che quello che facciamo “non è così drammaticamente importante”, e due matite. Nessuna regola, se non quella della reciprocità, uno sforzo per alternare le posizioni. Il gioco può andare avanti e l’interesse del bambino può essere tenuto vivo, se l’atteggiamento del terapeuta è attivo, se si presta davvero al gioco, accettando incertezze e fallimenti, dando significato e valore ai contributi del bambino. Gradualmente, il contributo del bambino diventa più importante, perché il terapeuta usa i risultati del gioco per aumentare la propria conoscenza di ciò che il bambino vorrebbe comunicare.
Da parte sua, il bambino usa il terapeuta come oggetto intero, una persona del tutto nuova, che può essere scoperta e che può scoprire il bambino, che può allora sentirsi a sua volta visto come oggetto intero, da un punto di vista a lui sconosciuto.
Il terapeuta si offre come modello, agendo liberamente, lasciando spazio agli impulsi, ma al tempo stesso contenendoli nel setting del gioco. C’è spazio per essere ‘matti’ (vedi la relazione di Lesley Caldwell), per forme e significati inaspettati, per tutti gli “arricchimenti e complicazioni che appartengono a tutti i bambini (‘Review: Twins: A Study of Three Pairs of Identical Twins’, 1953; CW 4:2:6). Il terapeuta porta nel gioco la sua conoscenza, le sue teorie, la sua capacità di giocare, o anche il suo talento per il disegno, ma la cosa più importante è la sua integrazione. In altre parole, il terapeuta è lì per essere usato.
Quando parla del padre e della sua importanza per lo sviluppo, Winnicott dice: “Il padre può essere stato un sostituto della madre, oppure no, ma a un certo punto comincia a essere sentito in un ruolo differente, e qui suggerisco che il bambino è probabile che faccia uso del padre come di un ‘progetto’ per la propria integrazione quando sta ancora diventando un’unità per brevi momenti.” (1969). L’integrazione offerta dal terapeuta non è un’integrazione ossessiva, perché questa conterrebbe il diniego del caos. E il caos è proprio il risultato dell’irruzione della realtà nell’illusione dell’infante, l’insostenibile interruzione della continuità dell’essere. Portando il caos nel gioco, che però va avanti grazie al terapeuta, il bambino può sperimentare di nuovo la continuità. Se il gioco funziona, permette al bambino di sentirsi valorizzato, libero di giocare, in nessun modo inferiore al dottore. Se il contatto si stabilisce, il bambino non si sente esaminato. D’altra parte, il gioco degli squiggle non è un test, ma è un mezzo per consolidare uno spazio transizionale.
I disegni possono essere soddisfacenti di per sé, e allora la soddisfazione può essere condivisa e permettere un’esperienza di intimità nel condividere una creazione: “Spesso il risultato di uno squiggle è soddisfacente. Allora è come un ‘oggetto trovato’, come una pietra o un pezzo di legno vecchio che uno scultore può disporre in modo da esprimere qualcosa, senza bisogno di lavorarli. “Questo piace molto alle ragazze e ai ragazzi pigri, e getta una luce speciale sul significato della ‘pigrizia’ “( ‘Found Objects and Waifs’).
Jan Abram (1996) ha giustamente sottolineato la relazione del gioco degli Squiggle con lo schermo del sogno (Lewin, 1949), e in realtà il gioco ha molto a che fare con il lavoro del sogno: il gioco, come lo schermo, è il luogo in cui il sogno può esser sognato, e può facilitare l’accesso all’esperienza del sognare. Ci sono sogni ‘dentro’ gli squiggles, e sogni che ‘si appoggiano’ agli squiggles. E non sono solo gli aspetti della relazione primaria che vengono rivelati, ma anche il doloroso lavoro di elaborazione immaginativa delle funzioni e delle dis-funzioni del corpo. E sarebbe riduttivo dire che i singoli squiggles (le forme) hanno molto in comune con i sogni, è ‘come gli squiggles si correlano l’uno con l’altro’ (Abram) e si agganciano l’uno all’altro. Il modo in cui la sequenza degli squiggles si sviluppa è di per sé una narrazione, una catena che dipende dal contributo di ciascun partner, attraverso associazioni e generazione di nuove associazioni. Al tempo stesso, la sequenza dipende da come il terapeuta riesce a ‘tenere in gioco la palla’.

 

La Struttura di ‘Therapeutic Consultations” e la teoria dell’integrazione

CT non è solo una raccolta di resoconti clinici (molti già pubblicati in precedenza): è uno sforzo, profondamente pensato e organizzato, per offrire al tempo stesso, con l’esperienza clinica di Winnicott, la teoria e la tecnica in una forma che possa appassionare il lettore. Il libro era stato concepito e immaginato come strumento di insegnamento non convenzionale e non dogmatico rivolto alle nuove generazioni di clinici. Winnicott non ha in mente un lettore con una cultura e una formazione psicoanalitica, non necessariamente uno psichiatra o uno psicoterapeuta, ma una persona che, per professione (pediatra, psicologo, infermiere, insegnante, psichiatra, assistente sociale), deve affrontare le sofferenze emotive e le difficoltà dei bambini e degli adolescenti e che sente l’urgenza di non sprecare ‘la grandissima fiducia che spesso i bambini possono mostrare’ (Introduzione),
La teoria dello sviluppo emozionale dell’individuo e la tecnica della psicoterapia vengono illustrate in maniera non didascalica. Senza accorgersene, il lettore accompagna Winnicott nell’esplorazione dei territori sconosciuti del nuovo caso. È “la teoria che porto in giro con me e che è diventata parte di me e a cui non devo nemmeno pensare in maniera deliberata”
L’attento studio dei casi è un’occasione per condividere l’esperienza di Winnicott, con una tale abbondanza di dettagli che lo studente/lettore si senta nella posizione di ‘conoscere tanto quanto l’insegnante’, e seguire tutto ciò che avviene nelle sedute (di nuovo la simmetria). Winnicott ha scelto casi che non trasmettono un senso di particolare ‘acutezza’ o intuizione ‘magica’. Non deve apparire come un virtuoso, ma come un clinico esperto che può mostrare tutta la complessità e la fatica che servono per raggiungere e comunicare con i bambini.
Ancora una volta, non è la singola interpretazione che conta, ma la mutualità della comunicazione che si stabilisce. Questa non può essere né imitata, né copiata (la scena è tanto unica, quanto lo può essere un essere umano in relazione con un altro essere umano), ma quello che possiamo imparare è il modo in cui lo sviluppo emozionale di quel particolare bambino dà forma al gioco e alla comunicazione tra i due attraverso tutto il colloquio.
La teoria dello sviluppo emozionale e del contributo degli apporti ambientali, o della loro mancanza o distorsione, è evidente anche nella struttura del libro: le sue tre parti rispecchiano
indirettamente una classificazione dei disordini dello sviluppo emozionale sulla base delle diverse qualità dei processi integrativi e la conseguente natura delle difese.
La prima parte presenta casi in cui i processi maturativi sono stati arrestati da un trauma, ma in cui c’è stata un’esperienza precoce sufficientemente buona e un ambiente sul quale fare conto: bambini per i quali la consultazione ha aiutato a ripristinare la continuità dell’essere, il senso di unità con l’oggetto primario, la capacità di internalizzare la continuità dell’essere e di riconoscere la dipendenza.
Nella seconda parte sono considerati i casi in cui una carenza ambientale aggrava il carico sul Sé e provoca una distorsione dello sviluppo del Sé. La carenza ambientale precoce può essere descritta dai termini ‘privazione’, ‘costrizione’ (impingement) e/o ‘trauma cumulativo’, e le difese sono in massima parte espresse dal falso Sé e dalla dissociazione. Sono bambini e adolescenti in cui c’è stato un ostacolo a raggiungere lo stadio dell’”Io sono”, a essere tollerati e accettati come individui che hanno bisogno di usare l’oggetto, e di esistere senza tenere conto delle conseguenze dell’aggressione verso l’oggetto, prima ancora di essere capaci di preoccuparsi per l’oggetto.
Questo tipo di fallimento ambientale relativo può determinare l’instaurarsi di difese dissociative (‘Various Types of Psycho-Therapy Material’, in Human Nature, Part 3, Chapter 3,). La dissociazione, per Winnicott, non ha niente a che fare con il funzionamento psicotico, ma con l’esistenza di parti del Sé che non comunicano con altre parti, o che non sono accettabili per esse. Sono casi più complessi, che possono richiedere più consultazioni; anche il loro ambiente è più complesso, il fallimento o le carenze ambientali possono essere più evidenti e persistenti, e e anche il disordine emozionale dei genitori può essere più grave e persistente.
Vorrei esporre il caso di Charles (‘Charles aet 9 years’, CW 10:2:8), un bambino di nove anni che lamentava mal di testa e ‘pensieri’. “Era la sua mente che lo tormentava ed egli iniziava ad avere delle idee a proposito del suo apparato di pensiero. Aveva detto una piccola parte del suo cervello stava prendendo il sopravvento sul resto di lui”.
Stava cominciando a fare dei propositi troppo impegnativi, che non riusciva a raggiungere. Winnicott afferma con forza la necessità di un ‘contatto utile’. Winnicott non ci offre una diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo, i sintomi non vengono letti come segni di una malattia, ma rispettati come un’espressione del bambino, e come comunicazione di una storia evolutiva unica, e della sua sofferenza privata.
Ci viene implicitamente richiesto di astenerci dal cercare una spiegazione, e questa narrazione ci ricorda quanto possa essere tirannico l’intelletto e quanto la mente possa essere un oggetto persecutorio.
Quando comincia il gioco degli Squiggle, vediamo che la capacità di tollerare l’incertezza permette che si stabilisca uno spazio di gioco, un paesaggio in cui le identificazioni crociate (1971) possono rendersi disponibili al gioco, addirittura per giocare con il pensiero che il bambino possa essere una bambina. Dato che questo pensiero appartiene a Winnicott, può essere accettato o respinto senza timore. Quando Charles introduce un dettagliatissimo disegno di un campo di battaglia in cui diversi eserciti stanno combattendo e stabilendo alleanze, Winnicott non fa nessuna interpretazione; al contrario, stabilisce un collegamento tra la descrizione che il bambino fa del gioco e la rigida separazione che egli si sente obbligato a fare tra elementi buoni e cattivi nei disegni. Quando gli viene offerta questa funzione di holding, il ragazzino può usare il disegno, in maniera conscia, come ‘un diagramma della sua mente’. Questo è l’effetto dell’asserzione dogmatica che il disegno era una descrizione della mente del bambino. L’asimmetria tra l’adulto che si prende cura del bambino, e il bambino che dà fiducia all’adulto, acquistano il significato dell’incontro tra holding e integrazione, in modo tale che la mente del bambino può ora essere inclusa nel processo di elaborazione immaginativa del funzionamento del corpo. La ‘rêverie’ di Winnicott dà al ragazzo l’opportunità di accettarlo come Io ausiliario; un’esperienza integrante che può avvenire soltanto se il partner è capace di sognare e creare dei collegamenti. La ‘piccola parte’ del cervello che spaventava il ragazzo, qualsiasi cosa rappresentasse, era così concreta che aveva acquistato qualità quasi psicotiche. Nessuna metafora, avrebbe potuto essere possibile senza l’intervento di Winnicott. Ma, per il solo fatto di esserci, egli aveva potuto tracciare una distinzione tra un diagramma (che era necessario per il bambino) e lo squiggle. Da allora in poi fluisce una sequenza di Squiggles a proposito dei numeri, che permettono al bambino di comunicare quanto si senta a disagio nella posizione di un bambino di nove anni; è allora che Charles può fantasticare di essere un giovane uomo potente. Winnicott a quel punto gli fa domande sui sogni, e quando Charles descrive i suoi sogni in maniera vivida e, insieme ad essi, un acuto stato confusionale legato ad una memoria traumatica. Era questa la ‘parte minuscola’ della sua mente che aveva qualità persecutorie e non poteva essere né ricordata, né dimenticata. Ci furono altri colloqui, ma questo primo incontro fu fondamentale per superare l’impasse.
La terza parte di ‘Consultazioni terapeutiche’ è la più estesa e ricca di casi, ed esplora il lavoro con la tendenza antisociale e con la deprivazione precoce. È un libro nel libro, che ci avvicina all’atto antisociale come forma di comunicazione della storia della relazione tra il bambino e il suo ambiente, gesto organizzato, a metà strada tra la spinta inconscia e una messa in scena della della storia dello sviluppo. L’atto antisociale è fortemente intrecciato ai fenomeni transizionali, ‘così che lo studio dell’uno implica lo studio dell’altra (‘Lily aet 5 years’ [CW 10:3:19]). Il bambino che
subisce la deprivazione, cioè la perdita traumatica di uno stato di cose soddisfacente, può tollerare l’interruzione e le emozioni che ne conseguono perché può affidarsi a oggetti e fenomeni transizionali. Ma se questi sono ostacolati o disturbati ‘il bambino ha una sola via d’uscita, che è una scissione della personalità, con una metà che è in relazione al mondo soggettivo, e l’altra che reagisce, su una base di compiacenza, con il mondo che preme’ (‘The Deprived Child and How He Can Be Compensated for Loss of Family Life’). L’atto antisociale (enuresi o encopresi, bugia, furto) è un segno di speranza, un tentativo di ricostituire uno stato di cose che è sto prima sperimentato e poi perduto. La delinquenza si installa quando i vantaggi secondari sono troppo forti per potervi rinunciare (dipendenza dall’atto antisociale).
C’è, in questa parte, (caso di Lily) un’affermazione che rappresenta una sorta di testamento clinico: “Sfortunatamente posso guardarmi indietro, al tempo in cui ero un ardente psicoanalista, compiaciuto di aver imparato la tecnica del trattamento dell’individuo, e avrei indicato per [ogni] bambino il trattamento analitico, e, forse, avrei perso di vista la cosa più importante: la riabilitazione della famiglia”.
Per concludere, “Consultazioni terapeutiche” è il frutto di una straordinaria maturità, in cui non si ripudia niente della storia personale dell’autore e della sua traiettoria: in primo luogo la pediatria e la psicoanalisi.
Spero che questa mia lettura di “Therapeutic Consultations in Child Psychiatry” vi abbia trasmesso quello che ho, personalmente, sentito da quando l’ho incontrato: a quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione possiamo scoprire in questo testo qualcosa di sorprendentemente familiare, anche oltre le risonanze che troviamo con gli sviluppi successivi della psicoanalisi e della psicoterapia infantile, della ricerca sullo sviluppo e delle applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Possiamo tornare a leggere questo libro indipendentemente da tutto questo perché queste pagine ci aiutano ad avvicinarci alla complessità della natura umana, con la curiosità e l’umiltà che Winnicott ha testimoniato.

Scarica l'Articolo in pdf

S.I.P.P.

Il sito internet sippnet.it, della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica rispetta le linee guida nazionali della FNOMCeO in materia di pubblicità sanitaria, secondo gli artt. 55-56-57 del Codice di Deontologia Medica.
Roma, Via Po 102
06 85358650
sipp@mclink.it

Newsletter

Nome
*Campo obbligatorio

Email(*)
*Campo obbligatorio

(*)
campo obbligatorio

(*)
campo obbligatorio

Il sito sippnet.com utilizza cookies per migliorare l'esperienza di navigazione degli utenti. Chiudendo questo banner si acconsente all’uso dei cookies.