S.I.P.P | Riconoscimento MIUR ai sensi della legge n. 56 del 18.2.1989

Relazione presentata al convegno:

Integrazione e spazio clinico: Winnicott oggi. Prato, 23 settembre 2017.

Il Convegno è stato organizzato dalle Associazioni:
Associazione Fiorentina di Psicoterapia Psicoanalitica - Centro Psicoanalitico di Firenze - Società Psicoanalitica Italiana - Centro Studi Marta Harris - Associazione Marta Harris - Psicoterapia Psicoanalitica Infanzia Adolescenza - Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica - Opera Santa Rita (ONLUS)

 

 

Le Opere di Winnicott. Una cornice per la ricerca futura

Lesley Caldwell

 

Per prima cosa voglio portare la vostra attenzione alle introduzioni di Marco Armellini, Vincenzo Bonaminio, Paolo Fabozzi e Anna Ferruta e dare il giusto rilievo ai loro indispensabili contributi. Essi offrono un panorama approfondito degli studi winnicottiani odierni, che illumina considerevolmente l’intero progetto delle Opere. Essi hanno letto e riletto accuratamente Winnicott e lo hanno fatto con una mente aperta, e i loro saggi testimoniano non solo della loro erudizione, ma mostrano anche come tutti noi (compreso lo stesso Winnicott) dipendiamo dal lavoro degli altri per sviluppare la nostra pratica clinica e la nostra capacità di essere nel mondo, sia nella stanza di consultazione che al di fuori di essa. Gli autori delle introduzioni ai volumi delle Opere ci hanno dato quello che costituisce un 13° volume, un filo che ci guida nella globalità dei testi di Winnicott riuniti nelle Opere. Ci portano dentro i testi, sia conosciuti che sconosciuti, con una rinnovata curiosità e per questo meritano la nostra gratitudine. Dopo essere stata coinvolta nell’impresa delle Opere, mi sono sempre più interessata alla preoccupazione di Winnicott per l’essere e per i fondamenti della salute. Sebbene André Green abbia affermato in uno dei suoi ultimi scritti (letto per la prima volta a Milano) che Winnicott si sia interessato alla questione dell’essere soltanto negli anni ’60, una rapida occhiata sulle sue Opere mostra un’attenzione costante al tema dell’essere e ai concetti compositi ad esso correlati, come la continuità dell’essere e continuare ad esistere (going on being). Dodi Goldman, uno degli studiosi più importanti di Winnicott negli Stati Uniti, descrive i contributi più importanti di Winnicott (il gesto spontaneo, il Vero Sé, lo spazio potenziale, l’uso dell’oggetto) come “variazioni sul tema di come l’essere vivi cresce e si sviluppa, oppure viene nascosto e smorzato, nel processo di negoziazione di una via personale che, crescendo, il bambino opera per trovare una connessione significativa nei confronti dell’ambiente da cui si sta differenziando” (Abram, 2013, pp. 331-332). Goldman collega questo concetto con l’affermazione di Loewald, che l’innovazione più significativa di Freud è quella che riguarda la pulsione dell’eros, piuttosto che quella della morte (2013, p. 332); una lettura sostenuta dall’enfasi che Winnicott dà all’essere vivo come aspetto centrale della salute mentale e come obiettivo principale della pratica psicoanalitica. Dato che la nostra capacità di essere vivi e vitali, in questo senso, dipende dalla riposta dell’altro, sia che ci si riferisca all’infante, al paziente in analisi, o alla persona ordinaria, Goldmann sottolinea la precarietà di questo stato. Se l’essere, e come essere, e gli affetti associati (vitalità e senso di morte), costituiscono per Winnicott un costante punto focale nel processo analitico, le loro origini ci portano ai fondamenti della psiche nei primi mesi di vita e all’attenzione di Winnicott sull’infante reale e sul Sé individuale, che si costituisce attraverso l’alterità e nell’alterità, un’alterità inizialmente veicolata attraverso il corpo e attraverso il contatto corporeo tra la madre (il caregiver) e il bambino. Entrambi i primi lavori significativi di Winnicott, “Lo sviluppo emozionale primario” (1945) e “L’osservazione del bambino in una situazione strutturata” (1941), argomentano a favore di un interesse dell’analista e del pediatra per l’interrelazione di corpo, mente e psiche; e il fatto di privilegiare il corpo e la sua cura/manipolazione nell’acquisizione di tutte le capacità di essere umani, rende il corpo stesso, unitamente alle cure materne, parte dell’emergere di un’incipiente struttura psichica e degli inizi del funzionamento mentale. L’ambiente, a cui Winnicott attribuisce un’importanza primaria, è inizialmente un ambiente di cui il bambino non si rende conto, la ‘madre ambiente’. Ciò che l’ambiente più precoce costruisce (nelle condizioni adeguate) è il primato dell’essere vivi e dell’essere morti come qualità dell’esistenza dell’infante. “La creatività è il fare che nasce dall’essere. Indica che colui che è, è vivo” (1970, p.39). Dato che Winnicott rende prioritari in maniera così insistente il corpo e la cura del corpo nell’acquisizione dell’intersoggettività, e dal momento che molte richieste recenti di trasformazione individuale sono centrate in maniera letterale sui corpi, sono interessata a usare Winnicott per riflettere più approfonditamente sui significati consci e inconsci che si coagulano intorno al corpo, specialmente per il modo in cui la sessualità, il genere e la riproduzione sono diventati sempre più confusi, nelle richieste moderne, e nelle possibilità che hanno fatto seguito alla crescita delle opportunità tecnologiche e al cambiamento sociale. Molta della letteratura contemporanea sull’identità di genere sembra girare intorno alle idee che l’identità e il Sé sono concretamente costretti entro i limiti del corpo sessuato e su una rinnovata insistenza sul fatto che questi limiti possono, e a volte dovrebbero, essere oltrepassati. Il termine holding appare a più riprese nelle lezioni di Winnicott all’Institute of Education e all’LSE, ma diventa un tema centrale in “La teoria della relazione genitore-infante” (1960), in cui holding condensa la ricchezza dell’apporto della madre nei confronti del suo bambino, permettendo ad entrambi di vivere insieme un’esperienza in modo tale da incoraggiare la vitalità personale dell’infante, andando a prendere possesso per la prima volta di un corpo che ha un sesso attribuito dall’esterno, ma che non ha ancora un genere. La ‘realtà vivente’ di un bambino e le condizioni per arrivare a ‘essere’ dipendono da questa funzione di holding della madre, che assicura che il potenziale ereditato del bambino possa alimentarsi ed essere elaborato attraverso la ‘continuità dell’essere’. Ai primissimi stadi dell’esistenza, l’infante e le cure materne appartengono l’uno alle altre e non possono essere distinte. La salute, che significa così tante cose, in qualche modo implica un districarsi, una distinzione delle cure materne da un qualcosa che chiamiamo infante, cioè lo stato iniziale di un bambino che cresce (1960/1975, p 40). Quando Winnicott parla di cure materne in quell’articolo egli aggiunge, ‘cioè, genitoriali’, un’estensione di significatività sempre maggiore nel mondo contemporaneo. La più comune accezione della genitorialità può essere quella in cui i genitori biologici condividono uno spazio fisico e sono entrambi convolti in una particolare versione di una famiglia, a cui contribuiscono in modi sovrapposti ma differenziati, centrati sulla cura emotiva e fisica dei loro figli e della propria relazione. Nel caso migliore, comunque, questa è un’approssimazione delle situazioni reali: dal punto di vista sociale, storico, economico e psicologico la situazione è molto più complessa, dal momento che il modo in cui cresciamo i bambini come membri di una famiglia viene sempre inconsciamente adattato secondo il modo con cui vengono fondati il nostro essere, e continuare ad essere, nel mondo. Lo stabilirsi di Sé separato nell’infanzia è il segno della salute e normalità dell’essere umano, e l’esistenza umana è segnata dalla differenza, riconosciuta attraverso la socialità e attraverso l’altro. Il fatto che stiamo adesso assistendo apertamente ad espressioni multiple della sessualità e della coabitazione non significa di per sé che siano cambiate le pratiche, gli oggetti del desiderio, lo scopo sessuale, l’oggetto, la scelta. Al di sopra, e al di là, della possibilità concreta dovuta alle innovazioni scientifiche, di una più ampia visibilità culturale, di una crescente accettazione, sono scettica riguardo a quanto questi cambiamenti implichino una reale diversità a livello psichico, ma, se ci sono delle differenze, dobbiamo sapere come, e in che maniera, esse si producono, e quali ripercussioni è probabile che queste differenze determinino. Le nuove forme della famiglia, con coppie e genitori dello stesso sesso, e le diverse tecnologie riproduttive, stanno certamente sfidando i nostri assunti operativi di psicoanalisti, ma la ricerca psicologica empirica, in parte avviata fin dagli anni ’80, sembra confermare che la salute di questi figli segue gli stessi indicatori riconosciuti come centrali nelle forme e nelle configurazioni delle famiglie tradizionali (Golombok et al.). Le famiglie contengono sempre una divisione in base alle generazioni e al sesso/genere, e il modo in cui queste divisioni sono vissute, consciamente o inconsciamente, è fondamentale, specialmente se i genitori sono anch’essi uomini e donne con le loro speranze, aspirazioni, i loro desideri, per se stessi, per le loro famiglie, per i loro figli. Essere uomo o donna, e quanto questo significa rispetto all’essere genitori, è centrale per loro identità, altrettanto quanto lo è l’essere genitori: uomini e donne che si sono riprodotti e/o si sono assunti il ruolo e le responsabilità dell’essere genitori. Essere genitori, ovvero il processo di prendersi cura dei figli dalla dipendenza totale all’indipendenza, influenza l’identità e il senso di sé, attraverso l’intero ciclo di vita. Dal punto di vista evolutivo può essere considerato una fase dell’essere adulti, che la maggioranza della popolazione tende a sperimentare, ma il modo COME viene sperimentata, e i fattori che contribuiscono a questa esperienza, hanno profonde conseguenza psicologiche su tutti coloro che sono coinvolti. I bisogni dei diversi membri della famiglia influenzano il modo in cui l’essere genitori viene sperimentato da tutti, e quali diritti debbano essere garantiti, e a chi, nei diversi momenti, è uno degli aspetti più difficili della vita familiare. Il ventesimo secolo può aver visto l’espansione dell’interesse psicologico nei confronti dei bisogni del bambino, movimento di cui Winnicott è una figura chiave, ma le notizie che ascoltiamo ogni giorno dimostrano nella maniera più dolorosa quanto le condizioni di così tanti bambini in tutto il mondo siano in contrasto con la nostra conoscenza di questi bisogni. Secondo Winnicott la realizzazione del ‘potenziale ereditato’ dipende da cure genitoriali soddisfacenti a tre stadi che approssimativamente si sovrappongono: l’holding, il bambino e la madre che vivono insieme, il bambino, la madre e il padre che vivono insieme (1960, p.43) . Ciascuno di questi stadi è in rapporto con il costituirsi delle strutture psichiche che portano alla salute, sempre messa in evidenza da Winnicott, e questa include lo spazio e il sostegno per l’identità di genere. Sappiamo che già alla fine del primo anno l’infante ha un primo senso di sé in termini di genere. Nel suo articolo “La riparazione in relazione alla difesa organizzata della madre contro la depressione” (1948) Winnicott evidenzia fino che punto “la depressione di un figlio può essere la depressione della madre riflessa in lui” (1948/1975 p.92). “In casi estremi essi [i figli] hanno un mandato che non può mai essere completato. Il loro compito è in primo luogo affrontare l’umore della madre e se riescono a farlo, solo allora possono dare inizio alle proprie vite. Come analisti, penso che vorremmo dire che il figlio vive all’interno del cerchio della personalità del genitore, e che questo cerchio ha aspetti patologici” (1948, p.43). Se questo accade con la depressione, è certo altrettanto significativo più in generale per gli aspetti dell’identità e i loro collegamenti con la differenza di genere e sesso. Molta della recente letteratura sul genere, sulla differenza sessuale, e l’intero discorso sul trans, cerca di rifiutare completamente l’idea di una patologia, oppure, all’estremo opposto, insiste totalmente su di essa. Come analisti, ritengo che dovremmo rimanere aperti a qualsiasi indicatore psicopatologico, resistendo al tempo stesso all’appiattimento del dibattito, in quest’area della patologia che è sempre più travagliata. Dobbiamo anche essere chiari rispetto agli aspetti normativo e giudicanti di questa arena così combattuta, nell’interesse dei nostri pazienti e delle loro difficoltà, qualsiasi esse siano. Considerando l’attenzione che Winnicott ha dedicato alla trasmissione di ciò che è vitale e di ciò che è mortale, attraverso le relazioni con il caregiver primario nell’holding e nell’accudimento, alle trasformazioni in ciascuno stadio del processo di holding e, considerato che il suo punto focale fondamentale è la centralità del corpo nelle fasi inziali della vita, mi sembra che non abbiamo sufficientemente investigato quanto Winnicott abbia da offrirci riguardo alle fondamenta del corpo che acquista un genere. Paola Marion ha descritto un caso in cui, attraverso l’analisi, è diventato chiaro che la sua paziente si era inconsciamente resa estranea al processo concreto della procreazione, aspettando di essere incinta e facendo ricorso alla procreazione assistita. È stato il pensiero clinico di Paola che l’ha condotta all’ipotesi che la fertilizzazione eterologa avesse funzionato come una difesa. Sappiamo che non è raro che la scissione tra la sessualità e il divenire genitore interferiscono con la vita sessuale della coppia e che una scissione tra l’atto sessuale e l’atto di inseminazione solleciteranno inevitabilmente il mondo fantasmatico conscio ed inconscio del soggetto. Ma succede anche quando i due atti coincidono. Avere un figlio, diventare madre e padre, ha sempre riattivato temi potenti, in relazione alla sessualità infantile ed a identificazioni confuse, e confondenti. La psicoanalisi offre una prassi dedicata a investigare le decisioni assunte coscientemente e in maniera inconscia, e ad apprendere dai nostri pazienti proprio come i cambiamenti esterni contribuiscono al funzionamento psicologico. Ma, mentre la procreazione assistita e i suoi risultati possono presentare nuovi problemi, possono anche proiettare nuova luce su problemi clinici a noi familiari; in questo caso, la consapevolezza di fantasie incestuose riattivate dallo stesso processo del concepimento. Che cosa possiamo apprendere in più, su questa situazione non insolita, dall’analisi di pazienti che, per esempio, affrontano in aggiunta la complessità delle pratiche di riproduzione assistita? In molto del materiale clinico di Winnicott c’è una franchezza riguardo ai corpi, alle origini e, in misura minore, al desiderio, che, nel loro insieme, può offrire un contributo reale alla nostra comprensione della sessualità nell’infante e nel bambino, o delle implicazioni per i genitori delle identificazioni fluide intorno alle quali la sessualità adulta si coagula in maniera precaria. Ma c’è poco che affronti in maniera diretta la sessualità della madre e del padre, o le implicazioni per essi del loro occuparsi del bambino, e delle implicazioni che questo assume per il futuro delle loro vite e per le vite dei loro figli. Questo lavoro è ancora decisamente raro nella maggior parte del pensiero psicoanalitico, specialmente in quello sull’attribuzione del genere e le sue implicazioni interne, per quanto concerne la vitalità e la salute del figlio. Noi potremmo associare la performatività del genere con fattori sociali più ampi, ma stiamo solo iniziando a considerare seriamente l’impatto e le implicazioni dei processi inconsci di entrambi i genitori e il loro potenziale impatto sulle identità dei figli, sull’associazione con un corpo e una mente che hanno un genere, e la sua relazione con la riproduzione umana. Perfino nel mondo contemporaneo, in cui una famiglia può comprendere genitori di uno stesso sesso che hanno adottato un figlio dello stesso sesso, i fatti non negoziabili dell’esistenza umana richiedono necessariamente il contributo biologico di due sessi. Questo significa che, per tutti i figli, e per ciascuno di essi, e certamente anche per ogni adulto, sorge la domanda riguardo alle origini e alle radici della persona in un mondo che l’ha preceduta o preceduto. Questo implica dei corpi, e dei processi corporei, ma dal punto di vista psicoanalitico per noi sono centrali le implicazioni psichiche di questo stato di cose. La psicoanalisi è nata dalla convinzione di Freud che il significato degli stati corporei nell’isteria era quello di sintomi che implicavano una condensazione di corpo e mente, e il collegamento tra stati mentali e sintomi corporei era anche al centro dell’interesse di Winnicott, il cui resoconto dello sviluppo precoce fa dipendere le strutture e i meccanismi psichici da una crescente consapevolezza del corpo e del suo significato per la psiche, in relazione sia all’esperienza cosciente che a quella inconscia, e al fatto che il corpo è sempre investito libidicamente. Ma da chi proviene l’investimento libidico? C’è l’esperienza del corpo, c’è la percezione del corpo, e, nei termini di Winnicott, l’appercezione del corpo, così che l’esperienza del corpo è sempre un’esperienza mediata da percezioni consce e inconsce di esso. Per l’infante Winnicottiano, il corpo e il mondo sono inizialmente indifferenziati e mischiati insieme, e l’immagine e la consapevolezza iniziale del corpo, nel momento in cui si sviluppa, non è dotata di genere. Ma i corpi sono sempre sessuati, nel senso che l’attribuzione di un sesso basata sull’osservazione degli attributi corporei precede il prendere possesso, da parte del bambino, di quel sesso come caratterizzato da un genere e definito da una differenza, e precede quei tipi di cura emotiva e corporea che (anche grazie a Winnicott) sono sempre più considerati fondamentali per come essere l’una o l’altro è vissuto e compreso, dal bambino e dalla bambina, dalla donna e dall’uomo. Winnicott pone l’accento sull’essere, sulla continuità dell’essere, e solo successivamente [emerge] l’esistenza del corpo, della mente e delle pulsioni conflittuali, in costante articolazione con la consapevolezza di sé e dell’altro, e con l’impatto della consapevolezza generazionale e riproduttiva. In “Lo sviluppo emozionale primario” (1945) egli descrive l’aggressione e la sessualità del desiderio reciproco, e l’infante ‘eccitato’ nella relazione madre-figlio, ma non sviluppa la complessità delle conseguenze per entrambi i partecipanti. In linea con gran parte della tradizione Britannica delle relazioni oggettuali, Winnicott fa scarso riferimento alla sessualità della madre e del padre, al desiderio individuale di ciascun genitore e al loro posto nel dare forma al bambino e alla bambina e al futuro adulto che lui o lei diventeranno. Laplanche, comunque, sostiene con forza che il dialogo tra madre e bambino è organizzato intorno ad una disgiunzione radicale, un incontro tra un individuo le cui strutture psicosomatiche sono situate prevalentemente a livello del bisogno, e i significanti, che emanano da un adulto e pertengono alla soddisfazione di quei bisogni, ma al tempo stesso portano il potenziale puramente interrogativo di altri messaggi, che sono sessuali. Questi messaggi enigmatici pongono al bambino un compito difficile, o addirittura impossibile, di padronanza e simbolizzazione, e il tentativo di eseguire questo compito lascia dietro di sé inevitabili residui inconsci. Le donne e gli uomini portano al loro essere genitori l’esperienza di essere stati essi stessi, a loro volta, figli, la loro esperienza di aver avuto dei genitori, l’esperienza di avere avuto fratelli e sorelle o di essere stati figli unici; tutto ciò fa parte, a livello conscio e inconscio, della loro stessa storia, il loro mondo di “relazioni oggettuali”. I genitori tendono a rimettere in scena e ricreare le cure genitoriali che hanno ricevuto, ma anche le cure genitoriali che essi “desideravano” aver avuto, e questi desideri inconsci si dispiegano per creare, nel loro figlio, il figlio che essi sono stati, o che avrebbero desiderato essere. In questo processo è centrale la trasmissione transgenerazionale. Chi, o che cosa, un figlio rappresenta per il genitore, comporta una disposizione di desideri inconsci; il modo in cui questa configurazione di desideri inconsci viene mobilizzata facilita oppure ostacola lo sviluppo personale del figlio come individuo separato. Questo è uno scenario molto particolare, nel quale la psicoanalisi può aiutare la comprensione dell’essere genitori, oltre le richieste sociali e culturali, prestando attenzione al modo in cui ciascun genitore è stato formato inconsciamente dai propri genitori e dalle strutture familiari. In “Questo femminismo” (1964) Winnicott chiede: “Che ne è del ragazzo che ama suo padre, ma il padre è timido e incapace di rispondere agli approcci di suo figlio perché la sua omosessualità è rimossa… Che ne è del ragazzo quando la sua eterosessualità è coartata perché si sente deprivato di suo padre e non può odiarlo in maniera sufficiente? O Che ne è del ragazzo che è terzo di quattro maschi e attrae su di sé tutti i desideri dei suoi genitori di una figlia femmina, così che egli tende ad adattarsi al ruolo che gli è assegnato, per quanto i genitori cerchino di nascondere la loro delusione? “(p.185) Questi esempi evidenziano un ambiente che non è mai privo di una sua componente psichica, e mostrano come prende forma attraverso pulsioni e desideri e attraverso le complicazioni della vita che ne nascono. Ciascun esempio dimostra come, a qualunque età, persistano i conflitti delle esperienze dei nostri primissimi incontri, nel negoziare la sovrapposizione tra mondo interno e mondo esterno. Nel saggio “La creatività e le sue origini” (1971), Winnicott include una sezione intitolata “Gli elementi maschili e femminili dissociati che si trovano negli uomini e nelle donne”. Non entrerò qui nella discussione sulle confusioni che nascono da tutte queste parole, o sul modo in cui Winnicott stesso scivola tra i loro diversi registri [semantici], incluso il maschile e il femminile, ma, nell’esempio clinico, egli dice: “Qualcosa è stato raggiunto, che mi risulta nuovo. Ha a che fare con il modo in cui io tratto l’elemento non-maschile della sua personalità”.(p.73). Il materiale riferito proviene da due sedute; esso include la reazione immediata di sollievo, e successivamente di ritiro, all’affermazione di Winnicott che è proprio lui stesso (DWW) la persona matta nella stanza di analisi. DW.: “Sto ascoltando una ragazza. Io so perfettamente che lei è un uomo, ma io sto ascoltando una ragazza. Io sto dicendo a questa ragazza: ‘Lei parla dell’invidia del pene’. L’effetto immediato fu di accettazione intellettuale, di sollievo. Poi il paziente disse: Se parlassi a qualcuno di questa ragazza direbbero che sono matto”. DW.: “Non è lei che lo ha detto a qualcuno; sono io che vedo la ragazzina e sento una ragazzina che parla quando nella realtà c’è un uomo sul mio lettino. Il matto sono io”. Il paziente replicò che si sentiva sano in un ambiente matto.” Nella seduta del lunedì successivo, il paziente raccontò che aveva fatto all’amore con sua moglie il venerdì precedente, e sabato aveva contratto un’infezione, che Winnicott comprese come un invito a interpretare al livello psicosomatico e come un’evasione della struttura psichica rivelata nella seduta precedente. E gli elabora la complessità della configurazione mentale riferita il venerdì. “Lei sente che dovrebbe essere soddisfatto perché una mia interpretazione ha liberato un comportamento maschile. La ragazzina a cui stavo parlando, però, non vuole che quest’uomo sia liberato, e di certo non è interessata a lui. Quello che vuole è che ci sia un pieno riconoscimento di lei e dei suoi diritti sul suo corpo. L’invidia del pene della ragazzina, soprattutto, include l’invidia di lei stesso come uomo…La malattia è una protesta da parte del Sé femminile, questa ragazzina, perché la ragazzina ha sempre sperato che l’analisi avrebbe in realtà scoperto che questo uomo, lei stesso, è, ed è sempre stato, una ragazzina (ed ‘essere malato’ è una gravidanza pregenitale). La sola conclusione dell’analisi che questa ragazzina può ricercare è la scoperta che, di fatto, lei è una ragazzina.” In base a questo si poteva cominciare a comprendere la sua convinzione che l’analisi non potesse mai aver fine. (1975, p.75) Nella seguente discussione Winnicott propone che si verifichi una ‘dissociazione’ tra elementi ‘maschili’ e ‘femminili’, “un’accettazione della bisessualità come qualità dell’unità o del Sé totale”, e che la parte dissociata e tenuta separata tende a rimanere a una determinata età, la ‘ragazzina’. Per l’analista, c’è sempre il problema di chi, o di quale parte o elemento viene presentato, e perché. La proposta più generale di Winnicott ha a che fare con la necessità iniziale di essere, e di come questo non è potuto accadere con questo uomo, e con sua madre. Egli propone che l’elemento femminile del suo paziente aveva trovato ciò che lui chiama una ‘unità primaria’ con il suo analista nel transfert, e questo aveva dato all’uomo la sensazione di aver cominciato a vivere, in un modo che egli non aveva mai sentito prima. Essere, qui, è la condizione per l’emergere del Sé, che deve vivere in un mondo di differenza di sesso e genere. L’elemento femminile implica una concezione diversa, più precoce, della relazione con l’oggetto, che è correlata all’essere; l’elemento femminile non ricerca [l’oggetto], perché le condizioni per cercare, cioè la consapevolezza e il desiderio dell’altro, l’assenza, e la perdita, non sussistono ancora; solo la separatezza li rende possibili. Con l’interpretazione di se stesso, nel transfert, che vede una ragazzina, mentre, dal punto di vista biologico e sociale, c’è un uomo/ragazzo, Winnicott cattura la complessità delle identificazioni in gioco nella relazione primaria di questo uomo e nelle sue successive difficoltà e sul loro fondarsi nelle rappresentazioni mentali di immagini corporee confuse e dei loro significati. Ma nel transfert, in questo caso, la confusione delle identità, degli elementi, delle parti della persona che vengono chiamate ‘ragazzina’ e ‘uomo’, specialmente quando vengono prese in congiunzione con la forza della ‘ragazzina’, e il suo desiderio di trionfare, sembra esser in contrasto con lo stato inziale dell’essere e con quell’elemento femminile che Winnicott vede come fondamentale sia inizialmente che nella continuità. Forse essa conferma la continuazione dell’ambiente, tanto interno quanto esterno, prodotto dalla madre, una donna che non poteva vedere/non voleva vedere un bambino maschio, e che pertanto era lontana dal mettersi in relazione con i bisogni del suo bambino; il bambino maschio ‘vede’, internalizza e si identifica con il desiderio iniziale della madre e con quelli che ne continuano ad essere i risultati nel Sé di questo paziente. Pensando ulteriormente alle implicazioni che ha, per l’uomo adulto disteso sul lettino, il veder riconosciuta da Winnicott la sua internalizzazione del desiderio materno che egli sia qualcosa che non è, e insieme la forza di quella ‘ragazzina’, e il suo desiderio di trionfare, evidenzia il potere del caregiver nello strutturare l’inconscio del bambino e dell’adulto, e delle sue implicazioni. Riconoscere l’impatto fondamentale dei mondi inconsci dei genitori sullo sviluppo del figlio collega Winnicott a Ferenczi e a Laplanche, data l’importanza costante che ciascuno di loro, anche se con inflessioni diverse, attribuisce ai messaggi inconsci dei genitori e ai tentativi dei figli di dare un senso a questi messaggi; questa è l’importanza, inconsciamente, del desiderio dei genitori. In maniere diverse Ferenczi, Laplanche e Winnicott affrontano l’importanza della trasmissione transgenerazionale e dell’impatto dell’inconscio dei genitori sulle potenzialità che si aprono all’infante, e io ritengo che l’interesse mai sopito di Winnicott per la formazione della soggettività dell’infante da parte dell’inconscio dei genitori, soprattutto per come si sviluppa nelle sue opere più mature, può offrire strumenti per affrontare le sfide confuse del mondo contemporaneo e aiutare i nostri pazienti, e forse anche noi stessi, a venire a patti con esse.

 

Relazione presentata al convegno:

Integrazione e spazio clinico: Winnicott oggi. Prato, 23 settembre 2017.

Il Convegno è stato organizzato dalle Associazioni:
Associazione Fiorentina di Psicoterapia Psicoanalitica - Centro Psicoanalitico di Firenze - Società Psicoanalitica Italiana - Centro Studi Marta Harris - Associazione Marta Harris - Psicoterapia Psicoanalitica Infanzia Adolescenza - Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica - Opera Santa Rita (ONLUS)

 

Winnicott come scienziato e come artista

di Anna Ferruta 

 

Introduzione
Nel saggio letto alla British Psychoanalytical Society nel 1954 e pubblicato sull'International Journal of Psychoanalysis nel 1955 'Gli aspetti metapsicologici e clinici della regressione nell'ambito della situazione analitica', Winnicott afferma:
“L'idea che la psicoanalisi sia un'arte deve gradualmente cedere il posto ad uno studio dell'adattamento dell'ambiente in rapporto alle regressioni dei pazienti. Ma, finché lo studio scientifico dell'adattamento non si sarà sufficientemente sviluppato, suppongo che gli analisti dovranno continuare a lavorare da artisti. Un analista potrà essere un buon artista, ma, mi sono spesso chiesto, qual è il paziente che vuol essere la poesia o il dipinto di un'altra persona?
So per esperienza che qualcuno dirà: tutto ciò conduce a una teoria che ignora i primi stadi di sviluppo dell'individuo e che attribuisce il primo sviluppo a fattori ambientali. Ciò è del tutto inesatto. Nelle prime fasi dello sviluppo dell'essere umano l'ambiente che si comporta sufficientemente bene (il cui adattamento attivo è cioè sufficiente) rende possibile la crescita personale. I processi del Sé possono restare attivi, lungo una linea ininterrotta di crescita vitale.”(Winnicott, 1954, 347).
Nel 1965 in un saggio scritto per la British Pychoanalytical Society, 'Psicologia della follia. Un contributo alla psicoanalisi', scrive: “Trentacinque anni di pratica psicoanalitica non possono non lasciare il segno. Per quanto mi riguarda, sono intervenuti notevoli cambiamenti nelle mie formulazioni teoriche, cambiamenti che ho tentato di enunciare appena mi si sono chiariti in mente. Spesso quello che ho scoperto era già stato scoperto e perfino esplicitato sia dallo stesso Freud che da altri psicoanalisti o poeti e filosofi. Questo non mi ha distolto dal continuare a scrivere - e a leggere, quando è disponibile un pubblico- le mie ultime creature intellettuali (my latest brain- child). “(Winnicott, 1965, 139).
In queste parole è contenuto il più significativo lascito di Winnicott alla psicoanalisi futura: la teoria della mente del soggetto in continuo divenire a contatto con l'altro, lungo il percorso della vita, dalle prime origini, al momento del congedo. Questa intuizione ha trovato importanti conferme dagli elementi emersi nelle ricerche sulle prime fasi di vita del bambino, come anche dalle esplorazioni del trattamento psicoanalitico nel territorio degli stati limite e delle psicosi come pure nell'approccio alle situazioni traumatiche.
La sua concezione della psicoanalisi è orientata a individuare i contesti ambientali e di cura nei quali la vita psichica del soggetto si riprende e si organizza secondo assetti di funzionamento nuovi; ne mostra la plasticità, le potenzialità di continua riorganizzazione e la presenza di funzionamenti non linearmente evolutivi, ma trasformativi delle esperienze in ogni fase della vita.
Winnicott era consapevole che la teoria psicoanalitica avrebbe tratto notevoli sviluppi dai suoi approfondimenti clinici sulle prime fasi di vita della coppia madre-bambino e dalle analisi con pazienti borderline. Darwin e Freud erano i due fari che lo hanno illuminato nell'intraprendere la strada dello studio scientifico del vivente.
Questa fondazione biologica e relazionale dello sviluppo dell'essere umano costituisce il nucleo fondativo e fecondante del suo pensiero, raccolto in Italia in particolare da Eugenio e Renata Gaddini a cui dobbiamo riconoscere lo straordinario merito di averlo intuito e fatto conoscere. Winnicott non intende disarticolare la sua teoria del funzionamento psichico da quello che egli indica come lo psiche-soma, l'esperienza sensoriale da cui prende forma la mente1.

Crescita psichica continuamente riorganizzantesi a contatto con un'altra mente
Winnicott è interessato alle condizioni che consentono al bambino di divenire un essere umano, e alle strutture psichiche di trasformarsi con nuove connessioni, e non semplicemente di evolvere in modo lineare dall'immaturità alla maturità genitale. La plasticità e crescita della psiche procedono dalle origini (Home is where we start from, 1986) a tutto il corso della vita, nell'incontro con oggetti mortificanti e vivificanti, nei lutti e nelle continue conquiste di nuovi territori alla vita psichica del soggetto: "Development is my special line of country" (This Feminism, 1964 a).
Winnicott è interessato ad approfondire questa tematica della sostanziale unità dinamica ed evolutiva non lineare del soggetto umano, una dimensione alla quale lo aveva introdotto la lettura di Darwin da cui era stato folgorato quando era giovane studente a Cambridge: uno scienziato che si occupava del vivente in continua trasformazione, interessato allo scambio tra individui dotati di autorganizzazione e l'ambiente.
Il concetto di holding prende forma in questo contesto come esperienza fornita dalla madre nei primi tempi di vita e dall'analista in certe fasi dell'analisi tramite la capacità di tenere insieme aspetti non integrati, di rendere possibili esperienze emotive dissociate, di attraversare il non conosciuto del timore del crollo (Winnicott, 1963) potendo fruire della tenuta di qualcuno che tiene insieme con le braccia della mente e permette di fare esperienze di sé in relazione con l'altro mantenendo la continuità dell'essere nel tempo.
Da questo punto di vista, l'influenza del modo di pensare la crescita psichica da parte di Winnicott è stata diffusa e vasta. La psicoanalisi degli ultimi trent'anni si è sempre più orientata a configurarsi come una teoria dei funzionamenti psichici, della loro fisiologia e plasticità.
La comunicazione affettiva inconscia tra i due soggetti, dalle prime relazioni tra madre e bambino fino alle vicissitudini più complesse della relazione analitica, costituisce un tessuto di formazione e trasformazione dello psichismo (Schore 2003, Gallese 2014, Bromberg 2011). Secondo le ricerche di Edelmann (1987) sul darwinismo neurale possiamo affermare che un funzionamento psichico attivo è presente sin dall'inizio nel neonato, che si va strutturando in relazione agli incontri che ne confermano o disattendono l'attività mentale2.
Winnicott ritiene che l'analisi possa essere il trattamento appropriato per rivivere con il paziente gli stati emozionali di breakdown, che per essere sperimentati psichicamente necessitavano di un ambiente che consentisse una dipendenza assoluta. Per quanto riguarda la psicosi, pensa sia una forma di difesa da agonie primarie3. L'originalità del pensiero di Winnicott consiste nella radicalità euristica con cui descrive la formazione degli stati di non integrazione nel bambino e la possibilità di procedere sin dall'inizio a un'integrazione psicoemotiva e psicosomatica grazie all'interazione con un ambiente che gli permetta di sperimentare la propria onnipotenza e di sentirsi radicato senza riserve nei suoi vissuti personali.
Questa dimensione così profondamente winnicottiana ha contribuito a ispirare la psicoanalisi relazionale, nella quale l'incontro con l'oggetto è un'esperienza di espansione del sé. Per Bollas, (da L'ombra dell'oggetto, 1987 a Essere un carattere 1992 a Cracking up 1995), l'incontro con gli oggetti è un'occasione di rinascita continua. Così pure per Mitchell (1988) e i relazionali statunitensi, che mettono in evidenza il carattere trasformativo e di crescita del processo psicoanalitico, che crea connessioni tra esperienze traumatiche e potenzialità di sviluppo in relazione. Anche la psicoanalisi italiana da questa prospettiva è stata ampiamente influenzata, cogliendo nella relazione un elemento di crescita psichica (Gaddini 1989, Nissim 2001, Di Chiara 1985, Ferro 2007, Bonaminio 2004).
Winnicott ha sempre evidenziato nella matrice relazionale all'origine della vita psichica l'elemento del divenire, che ritroviamo in tutto il corso delle esplorazioni della psicoanalisi degli ultimi 50 anni, da Edward Tronick (2007) con il bambino making sense, creatore del mondo, a Anna Alvarez (2012) con la sottolineatura delle funzioni di agency del bambino stesso.
Questa dimensione intrinsecamente creativa del soggetto, continuamente in trasformazione, non chiuso in uno schema concettuale definitivo e performativo, risuona in numerosi saggi di uno dei pensatori contemporanei più creativi e interessanti, Ogden, che ha fatto un'analisi della traccia di tale concezione nel linguaggio usato da Winnicott nel descrivere il funzionamento psichico. Ogden (2001) osserva che, in contrasto con il linguaggio freudiano basato sui nomi, come preconscio, conscio, inconscio, rimozione, ecc., “Winnicott’s language seems to be all verb: ‘feeling something’, ‘getting to know their dreams’, ‘screaming’, ‘possessed’, and so on. “ (313) (Il linguaggio di Winnicott sembra essere tutto verbo: “sentire qualcosa”, “arrivare a conoscere i loro sogni”, “gridare”, “posseduto”, ecc.). L’uso dei verbi sembra indicare il fatto che egli si sta occupando di processi di trasformazione, di lavoro psichico, di un percorso che transita tra la realtà interna e la realtà esterna, per produrre fenomeni transizionali come espressione della creatività personale del soggetto, sempre mantenendo la continuità dell'essere nel tempo.

La qualità degli oggetti e il lavoro psichico del soggetto
La concezione del percorso analitico come processo in cui un individuo diventa se stesso (Sum, io sono, 1969) si è via via espansa, a scapito di altre visioni del percorso analitico, concepito come un'indagine alla ricerca delle rappresentazioni rimosse o degli eventi traumatici o di ricostruzioni narrative all'insegna dell'anyting goes. Winnicott è interessato al divenire soggetto dell'individuo, nel transito tra mondo esterno e mondo interno.
I processi di soggettivazione nell'accezione di Winnicott comportano la valorizzazione degli oggetti incontrati per la costruzione di sé, ma al tempo stesso del lavoro psichico operato dal soggetto che in qualche misura li depone dal loro trono rappresentativo e vi si insedia al loro posto, utilizzandone gli attributi scelti per la costruzione di sé. Questo percorso di soggettivazione dà valore alle qualità intrinseche degli oggetti, che non si dissolvono nella astrazione di una simbolizzazione disincarnata, ma al tempo stesso non lo assoggettano a una dipendenza interminabile da coloro che si sono resi disponibili a essere usati, a cominciare dall'analista.
Il processo di soggettivazione non può intervenire che in uno spazio intersoggettivo, in luoghi che il soggetto non ha costruito ma che ha trovato e che gli sono stati trasmessi, a cominciare dal linguaggio. Muoversi verso l’altro, con il corpo e con la parola, con il desiderio. Si tratta di muoversi in uno spazio plurale e coesivo come matrice intersoggettiva della soggettivazione. E' importante il tragitto, le trajet, il come si arriva all'oggetto, osserva Green (2005)4: quello che occorre è un percorso, uno spazio-tempo nel quale il soggetto può divenire quello che non sapeva di poter diventare. L’imprigionamento del soggetto all’interno del suo solitario psichismo, o nelle gabbie di una realtà esterna che richiede sottomissione, viene evaso attraverso un lavoro psichico che produce una realtà nuova, frutto della creatività del soggetto che utilizza del materiale che riconosce collocato fuori di sé per creare qualcosa di personale: così il soggetto prende forma e diviene. La relazione non è utilizzata per mettere in evidenza le qualità elaborative e immaginative dell'oggetto, ma per favorire e rafforzare l'indipendenza del soggetto che tramite la relazione raggiunge un patrimonio di esperienze primarie da cui ripartire per lo sviluppo.
“ Se viene dato tempo per il processo di maturazione, allora il bambino diviene capace di essere distruttivo e in grado di odiare e prendere a calci e gridare invece di annullare magicamente quel mondo. In questo senso l'aggressione in atto può essere vista come una conquista. Se paragonati alla distruzione magica, le idee e il comportamento aggressivo assumono un valore positivo, e odiare diventa un segno di civilizzazione, se teniamo in mente l'intero processo dello sviluppo evolutivo dell'individuo, e specialmente gli stadi primitivi” (Winnicott, 1964, b, traduzione mia)5.
Questo aspetto della teorizzazione winnicottiana valorizza la funzione dell'uso dell'oggetto per la costruzione di un senso sé, per arrivare alla capacità di sentirsi esistente e pronunciare un forte I am. Winnicott parla dell’insulto che la realtà esterna rappresenta per il soggetto, quando richiede sottomissione, spegne la spontaneità, la creatività e lo stesso senso del reale (Ferruta, 2003).
Nel pensiero di Winnicott, accanto a questa profonda consapevolezza della necessità per la crescita psichica della disponibilità di un oggetto con cui essere in relazione, si colloca la riflessione sull'importanza di avere esperienze di incontro con un'alterità, con oggetti non-me che per le sensazioni e emozioni che suscitano, possano essere soggettivizzate. L'area transizionale è un'area di passaggio tra ciò che è percepito e ciò che è simbolizzato, nella quale quello che è importante è la dimensione di un'esperienza sensoriale che alimenta la soggettività. L'oggetto è importante, in quest'area, per le sue caratteristiche percettive e il soggetto per il suo lavoro trasformativo di sé come creatore dell'esperienza.
Nel volume Jouer avec Winnicott Green (2005) afferma che la psiche è una struttura di intermediazione tra organismo e ambiente: le funzioni oggettualizzante e disoggettualizzante rappresentano questo continuo movimento tra la creazione di oggetti e l’allontanamento da questi, fino all’autosparizione. In questo senso acquisisce pienamente il concetto del percorso, del lavoro psichico inteso non come insight puntuale ma come costruzione della realtà psichica attraverso un processo di simbolizzazione che comporta un tragitto tra mondo interno e mondo esterno:
“Il sogno non è solo il tentativo di realizzare un desiderio (anche se prendiamo la formulazione più semplice sul sogno). Possiamo considerarlo non solo come la vittoria su un ostacolo che non è stato possibile superare nella realtà, ma anche come un esempio del negativo, che ci introduce all’idea che il negativo è un lavoro, non uno stato.”(69)
E' qui che ci viene in soccorso, per far fronte a questa contraddizione relativa alla presenza/assenza dell'oggetto nella vita mentale del soggetto, il concetto di integrità degli oggetti di Bollas (2009). Le esperienze emozionali sono legate agli oggetti che le mettono in moto. Secondo Bollas, costruiamo il nostro idioma mediante l'intelligenza delle forme, configurando la nostra vita mediante la scelta di oggetti che hanno una compiutezza.
L'integrità di un oggetto ha il potenziale di avviare processi evocativi. Gli oggetti hanno una loro struttura e bellezza che va rispettata, e proprio perché hanno questa integrità che li rende vivi e pulsanti possono rendersi disponibili all'incontro con altri oggetti fonte di emozioni. Accadono allora i processi di decostruzione, le configurazioni precedentemente costruite si dissolvono e si producono nuove forme con una loro rinnovata integrità e compiutezza. Questo processo costruttivo-decostruttivo-costruttivo (Bollas, 1995) è sano e vitale proprio perché ci muoviamo nel campo di incontri tra oggetti, persone, configurazioni che hanno una loro struttura che li tiene insieme. Questa integrità degli oggetti la possiedono anche le configurazioni astratte, anche il dripping di Pollock, o i disegni di una forma nascente di Klee, in quanto prodotte da un organismo vivente, integro, l'autore. Funzionano come oggetti evocativi che attivano i processi di soggettivazione quelle storie, disegni, musiche, che hanno una loro integrità di funzionamento unitario dinamico vitale e che per questo possono essere usate per processi di ricreazione da parte del soggetto, che assimila e riorganizza continuamente anche la struttura delle nuove esperienze. L'oggetto non è solo un contenitore delle proiezioni del soggetto, ma ha una sua struttura distinta, una sua compiutezza che lo rende una unità dinamica e funzionale: quando il soggetto lo utilizza per elaborare e articolare il sé entra in contatto con la compiutezza dell'oggetto che ha una sua autonomia di vita, quella che indichiamo come 'bellezza' e che non ha più bisogno dell'intervento dell'altro per esistere. Come l'opera d'arte che continua a vivere, separata dall'autore. Inizia così un percorso verso la creazione di una propria nuova compiutezza, la rappresentazione di un sé che funziona con una coesione sufficiente alla sopravvivenza dell'individuo in un mondo condiviso, con una bellezza che ne costituisce la coesione comunicante e autonoma.
Le tecniche costruttive-narrative sono storie che raccontiamo con i pazienti, formate dalle interpretazioni nelle sedute di analisi, che posticipano il momento dell'assenza e del vuoto. Lo spazio vuoto da costruzioni significanti, costituito da un contesto relazionale solido e rinnovabile, può dare vita al divenire di nuovi oggetti integri, frutto di questi incontri. La tecnica analitica consiste nella capacità condivisa di disegnare un quadro solido e mutevole, disponibile a diventare molte storie. Una teoria psicodinamica della soggettivazione (Bollas, 2009) permette di avere una base sicura (Balint, 1967) e al tempo stesso di trasformarla continuamente a seconda del contesto interno/esterno.
Convivono così la possibilità in analisi di farsi usare dal paziente per la costruzione del suo sé e la disponibilità a funzionare come l'oggetto vivo che apre la strada all'incontro con oggetti non-me con la loro forza attrattiva percettivo-sensoriale che, non intrusivi e non alienanti, ma dotati di un significato a loro conferito dal soggetto, entrano a far parte del suo mondo interiore. Quello che occorre è ampliare il contenitore mentale per ospitare una pluralità dinamica in relazione e istituire quel dialogo interiore permanente tra tanti stati del sé in attesa di poterli esprimere, lasciandone talvolta alcuni silenti.

Per concludere
Forse non è stato sufficientemente assimilato l'interesse di Winnicott a promuovere il percorso del soggetto umano dalla dipendenza sprovveduta alla dipendenza relativa all'indipendenza, come percorso di costruzione di sé in relazione con l'altro, senza perderlo, senza smarrirne le tracce percettive sensoriali e la dimensione di alterità. Spesso il pensiero psicoanalitico si è orientato maggiormente o verso l'idealizzazione della dipendenza o verso una forma di indipendenza affidata a un pensiero immerso in un simbolico disincarnato. Molti anni di pratica psicoanalitica non sono ancora riusciti a dissipare la paura della dipendenza e a fare approdare i soggetti alla spiaggia di mondi senza fine dove i bambini giocano con l'acqua, secondo i versi di Tagore contenuti nell'esergo del lavoro 'La sede dell'esperienza culturale' in Gioco e realtà (1971). La dipendenza fa ancora paura: più che essere vissuta, attraversata, e poi lasciata per godere di una condizione di libertà anche in presenza dell'altro, viene evitata.

 

 

1 “Date le condizioni ambientali necessarie, l'intelletto è una parte specializzata dell'organizzazione generale dell'integrazione di psiche e soma del bambino. Come tale non esiste separatamente ma è l'elaborazione immaginativa delle parti somatiche, dei sentimenti e delle funzioni, cioè della vita fisica.” (Winnicott, 1949, 292- 293)

2 “La qualità delle cure materne, la rêverie (Bion), i significanti enigmatici (Laplanche) trovano un filtro
trasformante che è già là all’origine e che, a sua volta, si trasforma. I primi artefici della vita psichica sono le mappe di memoria della motricità e della somatosensorialità. Esse contribuiscono a fondare la progressiva trasformazione del funzionamento psichico. Il riconoscimento al neonato di un certo grado di “azione specifica o adeguata”, e quindi di una sua minore Motorische Hilflosigkeit, implica una diversa visione, molto più in movimento, della sua Psychische Hilflosigkeit, del suo stato d’impotenza psichica. “ (Monniello, 2014, p.658-659).

3 "La base di tutto l'apprendimento (così come del mangiare) è il vuoto. Ma se il vuoto non viene sperimentato
così come fu all'inizio, si converte in uno stato di terrore, anche se viene cercato compulsivamente. La ricerca di una non-esistenza personale può essere vista nello stesso modo. Può avvenire che la non-esistenza, in questo caso, faccia parte di una difesa; l'esistenza personale è rappresentata dagli elementi proiettivi e la persona tenta di proiettare ogni cosa che potrebbe essere personale" (Winnicott, 1963, 113).

 4 “Il viaggio esprime la qualità dinamica dell’esperienza, implicando un movimento nello spazio, legato al tempo. Oserei dire che Winnicott sviluppa qui una alternativa alla teoria freudiana della pulsione che ingloba la stessa dimensione dinamica e lo stesso cambiamento nello spazio nel percorso dalla fonte all’oggetto. Ricordiamoci, lo spazio transizionale non è semplicemente ‘tra due’; è uno spazio in cui il futuro oggetto è in transito, transito al termine del quale prende possesso di un oggetto, creato nella prossimità di un oggetto esterno reale, prima di averlo raggiunto.” (Green, 2005, 22). (Trad. mia)

5 "If time is allowed for maturational processes, then the infant becomes able to be destructive and becomes able to hate and to kick and to scream instead of magically annihilating that world. In this way actual aggression is seen to be an achievement. As compared with magical destruction, aggressive ideas and behaviour take on a positive value, and hate becomes a sign of civilization, when we keep in mind the whole process of the emotional development of the individual, and especially the earliest stages."Winnicott D.W. (1964b). Roots of Aggression. In: The Child, the Family and the Outside World. London: Penguin, p. 93)

 

Bibliografia

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Winnicott D. W. (1963). La paura del crollo. In Esplorazioni Psicoanalitiche. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995. Winnicott D.W. (1964 a). This Feminism. Draft of a talk given to the Progressive League, 20 November 1964.(in stampa In Lesley Caldwell & Helen Taylor Robinson (ed). Collective Writings. Oxford University Press.
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Winnicott D.W. (1986). Dal luogo delle origini. Milano, Raffaello Cortina Editore, 1990.

 

Anna Ferruta Psicoanalista
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 Relazione presentata al Convegno
"Psicoanalisi, Cinema e Neuroscienze"
Napoli, 8 Ottobre 2016

 


Psicoanalisi e neuroscienze: un dialogo possibile, un dialogo necessario.
Alcune riflessioni sul tema mondo interno e vissuto di malattia

di Luigi Scoppola

 

 

Domande
- Perché parlare di psicoanalisi e neuroscienze? Da dove si parte? La scelta personale e la esperienza ospedaliera al letto del malato: la mancata risposta di fronte al coinvolgimento della sofferenza del malato.
- La malattia ed il suo vissuto nel malato ed in chi si prende cura di lui: le intime correlazioni di quale natura sono?
- È possibile un dialogo tra psicoanalisi e neuroscienze? Perché? Si può considerare una psicoanalisi applicata, a cosa?
- Al problema mente-corpo? Quale il senso dello star male? Il vissuto?
- Gli orientamenti della psicoanalisi verso la malattia somato-psichica.

Introduzione
Il diffondersi in questi ultimi 50 anni dell’applicazione della tecnica psicoanalitica a numerosi quadri di sofferenza mentale pone all’attenzione di tutti gli operatori la frequenza con la quale il lavoro psicoterapeutico è chiamato a trattare psicopatologie che, nel trascorso della psicoanalisi, non venivano da questa ritenute di propria competenza.
L’elevata frequenza con la quale molti pazienti si rivolgono allo psicoterapeuta per quadri clinici di borderline, psicosomatosi, vissuto di malattie somatiche, dipendenze, perversioni e disturbi dell’identità di genere, ha posto alla ribalta la conseguente esigenza di una progressiva estensione dell’intervento psicoterapeutico-psicoanalitico e dell’adattamento strategico di questo ad alcuni quadri clinici.
Tutto ciò in passato ha dato voce, in un mondo psicoanalitico attento a non derogare dai propri principi, a quel silenzio epistemologico, non del tutto condiviso da tutti gli psicoanalisti, che incombeva sul tema dell' approfondimento della ricerca clinica ed epistemologica dell’attività presimbolica della mente e degli ordinamenti mentali primitivi che ne sono alla base. A quell’epoca una larga parte di tali pazienti restava esclusa dall'essere presa in considerazione per un progetto di intervento psicoterapeutico psicoanalitico. Sappiamo oggi che la incidenza di queste patologie sta divenendo dominante, se non esclusiva, e si propone in una precisa indicazione ad un trattamento di orientamento psicoanalitico.
Oggi, dunque, si ripropone la rivisitazione dell’antico problema mente-corpo, che fin dai secoli - o millenni- passati è stato oggetto di ricerche filosofiche e scientifiche. Da tutto ciò è possibile partire per addentrarsi in queste “nuove -o vecchie- vie” che la psicoanalisi è chiamata a percorrere, confrontandosi , anche da vicino, con i contenuti che le neuroscienze vengono imperiosamente a proporre. La stessa SPI di Roma ha recentemente realizzato un incontro su Psicoanalisi e Neuropsicoanalisi il 6-7/2/16 per dialogare con le neuroscienze nella clinica psicoanalitica.

Il percorso della ricerca
Nel corso dell'esperienza da me condotta nell'ospedale S. Giacomo di Roma, dal 1980 al 1993, è emersa la necessità di definire una linea di ricerca di un percorso teorico-clinico adeguato a individuare e definire nuove prospettive di studio del problema mente-corpo. In tale percorso ho avuto il generoso aiuto di alcuni collaboratori volontari, (tra i quali Pia Abelli, Emilio Masina, Chiara Rogora ed altri), che hanno contribuito alla ricerca di tali “vie nuove” della psicoanalisi applicata. Il frequente confronto con vari apporti clinici ci ha consentito un avvicinamento più fruttuoso verso il centro del problema. Allo stesso tempo, via via che la ricerca proseguiva si è anche andato incontro ad una crescente difficoltà a elaborare, condividere ed a ricercare il senso clinico di ciò che stava accadendo nel corso dell'incontro che stava prendendo avvio e nella conseguente relazione transferale e controtransferale in corso d'opera.
Ritornando con la memoria alle esperienze da me fatte nei primi anni di vita ospedaliera, mi apparve, in realtà, inevitabile e indispensabile condividere con il paziente la crescente difficoltà e la penosa fatica di avvicinamento a quell'evento totale che entrambi, io ed il paziente nel corso delle varie sedute, stavamo ricercando ed al quale, più o meno consapevolmente, stavamo andando incontro. Nel corso del procedere dell’esperienza e del mio coinvolgimento empatico, mi sono trovato ad affrontare anche la mia personale difficoltà ad elaborare un movimento mentale che inizialmente poteva apparire quasi totalmente inesplorabile. Forse vi erano qua e là barlumi di luce che comparivano come isolati e improvvisi raggi di sole nella profondità della notte, che più buia non poteva in quel momento apparirci.

Verso la solitudine
L'incontro con il paziente si poneva a livelli continuamente degradanti sui piani sottostanti ed il raggiungimento dei suoi limiti di regressione mentale suscitava controtransferalmente in me una coinvolgente esperienza di solitudine del pensiero (“loneliness” cui Modell fa riferimento e Paul Auster affronta in “L'invenzione della solitudine”). Mi rendevo conto di essere veramente solo in quella condizione di controtransfert, tra il buio e la luce: la richiesta urgente era lo sforzo di pensare perché solamente in questo atto consisteva il primo principio vitale. Di fatto, in tale sforzo si formulava la precisa e pressante richiesta del mio interlocutore di essere accompagnato verso quella meta, poter pensare ciò che stava accadendo nel buio della mente. Avviare cioè la relazione di base di ogni pensiero, vale a dire favorire l'avvio della relazione di A con B. Poter e quindi poter riconoscere la presenza triadica dell'oggetto: fondamento di ogni attività di pensiero. Ciò ha comportato la personale conferma che il pensiero che può nascere dentro di noi è anche un’esperienza di solitudine, di scoperta e di creatività. Il problema cui si stava andando incontro era proprio quello di poter attivare all'interno di questo buio silenzioso una scintilla di luce che potesse innescare la messa in moto della mente, dividente e pensante, che tenta di uscire dall’esperienza oscura e simmetrica di dolore e di solitudine alla ricerca di una relazione d’oggetto. Dalla simmetria del buio profondo che non consente distinzioni alla luce del processo dividente. Questa m apparve come la strada percorribile per avviare un processo psicoterapeutico.
Tutta la patologia che stavo elaborando era infatti fondata sulla difficoltà di vivere e condividere la propria esperienza di solitudine con quella del paziente ed accoglierla nel proprio mondo interno. Tale esperienza, sia nell'aspetto transferale che contro-transferale, si configurava simmetricamente , in ultima analisi, come il vissuto proprio del paziente che può emergere nel corso degli eventi clinici più significativi, fino a quel limite di intensità quale si incontra nella estrema esperienza senza limite del dolore mentale. Sul riconoscimento implicito di tale quadro si giocava la possibilità di avviare un efficace intervento terapeutico e/o di sostegno. Certamente si tratta di un lavoro impegnativo e coinvolgente che all'inizio è necessario poter portare avanti e tollerare anche, talvolta, con il sostegno di una adeguata supervisione. Qui si gioca la formazione psicoanalitica del proprio mondo interno e si mette alla prova quando si affrontano i livelli più profondi della persona. Non tutti gli operatori sono chiamati, fortunatamente, ad affrontare tali estremi contenuti. Anche loro (gli operatori) sono partecipanti attivi, fondamentali e indispensabili del gruppo terapeutico. Essi operano sui legami relazionali in atto tra i vari pazienti. Un gruppo operativo ha necessità della presenza all'interno di figure diverse tra loro, strategicamente collocate sui diversi livelli dell'interazione.

Orientamento diagnostico
Ho ritenuto e ritengo tuttora necessario porre subito una chiara distinzione tra sofferenza mentale primitiva e disarticolazione psicotica. Troppe volte si avverte la confusione sintomatologica che nel passato ha dato luogo ad orientamenti psicoterapici impropri, se non dannosi. L’esperienza clinica propone infatti la necessità che il livello psicoanalitico di intervento terapeutico sia corrispondente e compatibile con il grado di mentalizzazione di cui dispone il paziente in quel momento. Ciò non esclude che un quadro di sofferenza primitiva possa successivamente evolvere, quando non considerato tale, verso quadri psicopatologici altri e di significativa gravità, quali spunti confusivi e/o paranoidei. Allo stesso tempo è necessario proporre una distinzione tra vissuto attuale di malattia somatica e sofferenza primitiva.
Nel corso della narrazione espositiva delle esperienze cliniche condotte mi rendevo sempre più conto che il riemergere, in varie circostanze cliniche, di remote sofferenze arcaiche riproponeva un percorso all'inverso di quello del processo di mentalizzazione, cioè si rendeva possibile raggiungere via via quei livelli di funzionamento dell'apparato psichico che erano riferibili a modalità che sono proprie delle epoche più precoci della vita psichica. Tutto ciò ha comportato l'inevitabile confronto tra quelle che sono caratteristiche dell'apparato psichico adulto e quelle che sono proprie delle fasi precoci dello sviluppo mentale, cioè dominate da un lavoro della mente nel quale prevalgono sempre di più relazioni di pensiero di tipo inconscio non rimosso (simmetrico IMB). Pertanto la atemporalità, la aspazialità, la gruppalità e la indistinguibilità individuo/gruppo ripropongono la vivace presenza di relazioni di pensiero di tipo simmetrico, che sono proprie di epoche pregresse e molto primitive dello sviluppo psichico.
Dunque la strada da seguire si apriva sulle indicazioni che venivano dalla stessa esperienza clinica. Tutte le variabili che ho sopra indicato provengono dalle esperienze condotte all'epoca della progressiva costruzione della identità del Centro di Ricerca dell'Ospedale S. Giacomo.
Gli stati più avanzati di regressione verso modelli primari di funzionamento dell'apparato psichico, per le caratteristiche proprie del processo primario dell'inconscio simmetrico, hanno posto in evidenza la relazione di simmetria costitutiva della relazione esistente tra inconscio non rimosso della mente e modalità simmetriche di funzionamento del somatico, al punto di poter concludere che a quei livelli così arcaici di funzionamento del Sé, l'identicità e la indistinguibilità tra somatico e psichico fossero indiscutibili. Tra l'altro questa condizione è già presente nelle prime fasi della vita psichica del neonato, nelle quali è dominante la indistinguibilità tra soggetto e oggetto. È da notare che nell'esperienza di malattia somatica in fase avanzata il paziente tende a riproporsi simmetricamente le esperienze di estreme precarietà che sono state presenti , inconsapevolmente, nelle epoche più precoci della vita, ma che hanno lasciato tracce mnestiche (memorie implicite) nella vita psichica del p. È possibile, dunque, sostenere che la cosiddetta malattia somatica debba essere interpretata e quindi trattata seguendo un’ottica più ampia che tenga in considerazione la co-presenza di varie modalità di livelli di funzionamento dell'apparato psichico ai quali si va incontro nel corso del lavoro psicoterapeutico.
Ho ritenuto pertanto che ci eravamo avviati verso un ampliamento dell'orizzonte che lo rendeva idoneo per comprendere sia aspetti della vita psichica finora non individuati, sia configurazioni del disagio generalizzato a tutta la persona. La convergenza di tali configurazioni senza nome molto spesso è presente nel corso dell’esperienza del dolore fisico e mentale, che finisce per confluire in una sintesi espressiva: “sto male!”. Si tratta probabilmente di una istanza proiettiva con la quale tentare di ridurre il livello del disagio mentale e somatico immettendo e consegnando ad altri quei contenuti psichici grezzi e non elaborabili a causa della totalità dell'evento che tutto comprende e contiene in se stesso.

L'intervento terapeutico
Allo stesso tempo in tali condizioni la regressione verso i livelli primitivi di funzionamento della mente ha spostato l'attenzione sulla relazione esistente su due livelli, apparentemente distinti e distanti che tendono ad unificarsi. Il non limite di pensabilità delle esperienza di regressione mentale negli stati primitivi si viene strettamente a confrontare e perdersi nella complessità strutturale e funzionale dei sistemi biologici al punto di proporci una possibilità unificante dei due sistemi in una dimensione di infinitizzazione che tutto unifica e livella. Il grido “sto male!” mi appare come l'annuncio di questa realtà esistenziale.
Mi rendevo anche conto che su tali convergenze si giocava tutto il problema dell'intervento terapeutico. Pertanto è apparso essenziale ai fini della ricerca studiare e analizzare il problema dell'ascolto di diversi sistemi espressivi che dal linguaggio astratto e simbolico potevano estendersi a quello descrittivo concreto, verso la difficoltà di recepire termini verbali adeguati o non poter nemmeno rivolgersi a tali modelli, ma relegare le proprie sofferenze ad espressioni di lamento, di pianto o di gestualità. Lo stato di salute era generalmente compromesso o molto spesso diveniva il biglietto di accesso al nostro Centro ospedaliero che aveva la finalità di aprire un varco nel pubblico e che fosse fruibile da tutti ed in particolare da coloro che non hanno ricevuto ascolto. Ancora una volta una proposta di decodifica e risposta alla richiesta aperta.
Su tali quadri di disagio, purtroppo, venivano frequentemente fornite risposte totalmente inadeguate e confondenti che da un lato consistevano in un rinvio al medico proponente per approfondimenti diagnostici, molto spesso non in linea con la domanda originaria, e dall'altro con un rinvio allo psicologo con orientamento diagnostico verso quadri isteria di conversione.

Codice di lettura
Il problema che ci siamo posti è stato quello della ricerca di un codice di lettura adeguato a tradurre in parole esperienze di dolore e di sofferenza più o meno generalizzate a tutte le parti del corpo-mente quali si venivano dichiarando. Il centro della diagnosi differenziale tra isteria di conversione e psicosomatosi (sofferenza mentale primitiva) verteva fondamentalmente sulla presenza o meno di una attività simbolica o, al contrario, di una prevalenza sintomatologica di attivazione di modalità di funzionamento presimbolico, preoggettuale e prelibidico (E. Gaddini). Nel corso dell’esperienza ospedaliera aperta all'esterno, abbiamo avuto la possibilità di raccogliere una casistica di oltre 1.500 consultazioni di intervista-osservazione secondo metodologie che siamo venuti perfezionando in corso d'opera (cfr.: “La parola non trovata” e “L'esperienza di essere Sé”).

Le neuroscienze
Certamente le neuroscienze potevano fornire un grande contributo via via che venivano individuate localizzazioni cerebrali che si attivano in occasione di manifestazione della sofferenza. I contributi provenienti dalla biologia molecolare e le continue scoperte di ulteriori conoscenze sulle funzioni del neurone, che sono oggetto di di attenta ricerca da parte di prestigiosi neuroscienziati. Cito tra gli altri gli studi condotti nel Istituto EBRI di Rita Levi Montalcini, premio Nobel, diretto e presieduto da Pietro Calissano e così pure un folto gruppo di scienziati, da Edelman a Le Doux, dai quali ho potuto sincerarmi della esistenza di fondamentali quesiti che non possono essere posti quando si affrontano queste frontiere della psicoanalisi. hanno suscitato la consapevolezza di affacciarmi su orizzonti veramente inesplorati che pongono fondamentali quesiti sulla natura della attività psichica e molte riflessioni epistemologiche sul tema mente-corpo.
Mi è parso allora che il mondo biologico, e neurale in particolare, potesse fondarsi su modelli di funzionamento che sono in parte confrontabili con quelli che sovraintendono al funzionamento dell'apparato psichico. Freud nel Progetto per una psicologia scientifica aveva ipotizzato la attiva presenza di modelli paralleli di funzionamento. Cioè la presenza nel cosiddetto mondo biologico di procedure di funzionamento analoghe e parallele a quelle del funzionamento mentale.
Oggi alla luce della presente epistemologia dell' Inconscio come insiemi infiniti (Matte Blanco) è possibile rivedere la epistemologia dei modelli paralleli applicando i principi fondamentali dell'Inconscio non rimosso (simmetrico) quali sono il principio di simmetria e di quello di generalizzazione in tutti i processi che sono propri dell'attività psichica ed in particolare sono presenti e dominanti nelle fasi più precoci della vita, anche intrauterina, perché cariche di relazioni di pensiero di tipo inconscio non rimosso e quindi dominato dal principio di simmetria.
Negli stati più avanzati di regressione verso le modalità primarie di funzionamento dell'apparato psichico, per le caratteristiche proprie del processo primario dell'inconscio simmetrico, diviene proponibile la presenza attiva di una relazione di simmetria che si instaura a livelli molto profondi per la quale l' inconscio non rimosso della mente si articola e si scambia con le modalità simmetriche di funzionamento del somatico, al punto di potersi proporre, a quei livelli così arcaici di funzionamento del Sé, in una condizione di identicità e di indistinguibilità che è la condizione della unità somato-psichica in una totale cancellazione di ogni diversità. Tale condizione unitaria è presente con evidenza nelle primissime fasi di vita del nascituro il cui apparato psichico in progress porta con sé profonde tracce di tali modalità che sono rimaste confinate nell'inconscio non rimosso (simmetrico).
Allo stesso tempo possiamo osservare la natura e le caratteristiche della condizione unitaria mente-corpo– come ho già proposto – e dimostrate, tra l'altro, anche dalle prime esperienze vitali del neonato. Allo stesso tempo è possibile sostenere che la cosiddetta malattia somatica debba essere interpretata e quindi trattata seguendo un’ottica più ampia ed efficace. Infatti nel corso della evoluzione di un quadro morboso può verificarsi una situazione di aggravamento che può richiedere una intensificazione di provvedimenti terapeutici. Tali condizioni sono sempre caratterizzate dalla necessità di intervenire con modalità che via via ripropongono una progressiva regressione verso modalità esaustiva dei bisogni di base della vita: provvedimenti onfalici nutritivi, canalizzazioni per il respiro, idratazione ed eiezioni metaboliche ed evoluzione del linguaggio verso modalità sempre più arcaiche. Il neonato non pensa la propria esperienza, la vive come questa si pone ed è nella sua realtà percettiva (Edelman). A tali condizioni perviene anche il malato grave sia nel soma che nella mente.
Sulla base di tutto ciò non è mia intenzione proporre asserzioni temerarie e superficiali, a dispetto di approfonditi studi neuroscientifici e filosofici. Certamente nel corso dell'evolvere di un processo di malattia somatica è innegabile l'andamento dello stesso nel progresso verso la guarigione o in direzione opposta in rapporto al contenuto endopsichico che si accompagna. Il senso del vivere e il declino verso il finire sono certamente annunci che vengono da lontano e non solamente da indicatori biologici.

 

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Relazione presentata al
Convegno nazionale SIPP
‘Psicoterapia psicoanalitica e mutamenti sociali’
Bologna 4-5 Dicembre 2015

 

 

 

NUOVE FRONTIERE NELLA PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Enza Laurora

 

Frontiere originarie e domande attuali

La psicoterapia psicoanalitica è da sempre applicazione dei principi della psicoanalisi nella pratica clinica di frontiera, anzi nasce dalla priorità della cura sulle finalità conoscitive. Prende a svilupparsi, non a caso, fra professionisti impegnati in contesti istituzionali di cura, dove, sia per la natura del contesto che per la tipologia delle sofferenze psichiche trattate, era fuori discussione l’applicazione dei criteri che l’istituzione psicoanalitica riteneva indispensabili per condurre una cura fatta con il metodo psicoanalitico. Nata come psicoanalisi a setting modificati, la psicoterapia psicoanalitica ha guadagnato una sua specificità approfondendo i significati psichici inconsci del setting, sviluppando la capacità di metterli al lavoro in stretta congiunzione con la relazione analitica, come altro luogo della vita inconscia della coppia analitica, e dispositivo di trasformazione psichica. Non solo, ha maturato una visione profondamente intersoggettiva e gruppale dello sviluppo della vita psichica, del mantenimento dell’equilibrio psichico nel corso della vita e delle condizioni che ne permettono la trasformazione nel lavoro della cura. Già caratterizzata da una particolare attenzione al mutuo rapporto fra realtà interna e realtà esterna, oggi è particolarmente attenta alla necessità di mantenere una ‘visione binoculare’ che non ci faccia mai dimenticare che l’organizzazione intrapsichica è anche frutto dell’esperienza di essere uomini del proprio tempo. Le domande che oggi ci attraversano non riguardano più solo la possibilità di offrire cura e promuovere crescita psichica in quadri patologici lontani dalle organizzazioni nevrotiche, nelle varie età del ciclo di vita e in contesti diversi da quello individuale, sono più radicali, richiedono ulteriori passi di sviluppo sia clinico che teorico. I cambiamenti che viviamo configurano una situazione epocale di particolare criticità perché incrinano le strutture sociali e culturali che, garantendo la differenziazione degli spazi, offrono le cornici necessarie allo sviluppo e al mantenimento della vita psichica individuale e intersoggettiva. Come dice Kaes (2012), ‘minacciano le condizioni stesse che ci consentono di divenire soggetti della propria vita psichica e attori della vita sociale e culturale’. Siamo obbligati quindi a tenere ben presente nella nostra mente che la pratica clinica, le costruzioni teoriche e il senso dello stare al mondo oggi sono strettamente intrecciati e il nostro impegno su un fronte implica contemporaneamente anche quello sugli altri. Cercare risposte a queste nuove domande comporta coraggio nella pratica clinica, ricerca teorica ed impegno etico.

 

Essere psicoterapeuti psicoanalitici nel tempo della dismisura

I cambiamenti sociali della postmodernità, globalizzata, iperconnessa e insieme iper e iporeale, esercitano potenti pressioni centrifughe sull’integrità del nostro sentimento di esistenza e sui processi integrativi che sostengono funzioni di pensiero, a tutti i livelli: individuale, gruppale, istituzionale. A livello individuale, i nuovi stili di vita, all’insegna dell’accelerazione temporale, della indifferenziazione interno-esterno e dell’onnipotenza ubiquitaria alimentata dalla realtà virtuale, tendono a frammentare e a destrutturare l’esperienza vitale. Inoltre l’eccesso sia nell’intensità che nella frequenza delle stimolazioni sensoriali ed emozionali da cui siamo bombardati, stabilizzano nel soggetto risposte difensive di carattere dissociativo. Alla maniera di vere e proprie esperienze traumatiche, non consentono di ‘apprendere dall’esperienza’. L’inevitabile restrizione di coscienza che ad esse si accompagna rafforza a propria volta il funzionamento dissociativo. Risposte di scarica agita, dipendenze di vario genere, deindividuazione, abbattimento dei limiti e altro ancora, attivano un circolo vizioso maniacale-depressivo, stabilizzano funzionamenti sociali di massa e dispersioni di identità. In breve ci portano in aree di sofferenza di tipo narcisistico e borderline, dove ampie irruzioni di funzionamenti mentali primitivi, ci immergono in una materia emozionale che preme da tutte le parti. La prima forma con cui sperimentiamo questi mutamenti, nella nostra pratica clinica, è la potenza con cui la realtà esterna irrompe, lacerando gli involucri. Da quella speciale membrana creata dal setting garante della coesistenza di livelli multipli di realtà, alla pellicola psichica nella mente del terapeuta che sta alla base dell’ascolto psicoanalitico. Vi concorrono l’horror vacui degli attuali stili di vita, l’individualismo sfrenato, il consumismo, la precarietà delle fonti di reddito, la mobilità delle destinazioni di lavoro, la vita in rete. Ne risultano: riduzione della frequenza settimanale, difficoltà di mantenere il setting sia a livello di presenza concreta che di pagamento, moltiplicazione dei canali di comunicazione. Penso in particolare all’uso del cellulare, divenuto ormai ‘normale’ nella comunicazione fra paziente e terapeuta e alle richieste di proseguire la psicoterapia via skype o via telefono nel caso di spostamenti geografici o richiesta di psicoterapie via skype tout court. Inoltre la diffusione di identità del paziente sbarca nella stanza di analisi alla stregua di una folla di migranti e la dispersione del suo essere ci investe come l’onda di risucchio di uno tsunami che ritorna portando a riva quel che resta dopo l’impatto di emozioni senza forma. Per non parlare di quegli eventi che ci fanno sentire in forma assoluta la precarietà dello stare al mondo. Non dimenticherò mai una seduta con una ragazzina ventenne. Arrivò tremante, erano poco più delle 17 dell’11 settembre, aveva appena saputo del crollo delle torri gemelle. Lei usava il lettino all’epoca perché non osava guardarmi, ma quel giorno entrò con il terrore negli occhi e restò in piedi guardandomi fissa: era appena tornata da un anno di studio a New York e usava andare in una biblioteca proprio lì, a studiare. Rimanemmo entrambe impietrite, il silenzio rotto dal pianto, brandelli di immagini viste in tv, brandelli di ricordi. Le tenni la mano, ma la sua mano teneva anche la mia.
Tornando alla vita quotidiana, esperienze di troppo pieno e di troppo vuoto, ci espongono ad un continuo traumatismo del ritmo endogeno naturale proiettivo-introiettivo che rende possibile costruire la propria identità e legami stabili con gli altri. Siamo nati e cresciuti sulla frontiera sviluppando capacità di ‘vedere’ il senso del lavoro della cura, di coglierne la portata strutturante in contesti diversi, ma oggi la frontiera diventa a tratti una trincea. Ma c’è davvero una guerra, di quale guerra si tratterebbe e chi sarebbero gli alleati, chi i nemici? Forse la guerra è quella contro i limiti, la finitudine, la morte.
Viviamo nell’epoca della dismisura e dell’indifferenziazione ed è all’interno di questa che continuiamo ad avvicinarci alla vita dei nostri pazienti, alle modalità con cui ce la raccontano, sempre più cimentati ad andare contro l’evoluzione entropica della vita psichica e ad andare incontro allo smarrimento dell’essere. Ci confrontiamo ogni giorno con la mancanza di forma che sembra essere alla base delle sofferenze psichiche in cui si organizza il malessere dei tempi moderni. Ma non soffriamo solo quella che il paziente immette nel campo analitico, soffriamo anche la pressione deformante che l’esperienza clinica quotidiana esercita sul nostro assetto mentale, a partire dalla cornice stessa che ci consente di lavorare. Ad un estremo di un ipotetico continuum troviamo quelli che rispondono alle sollecitazioni centrifughe della postmodernità mantenendo una adesione talvolta rigida alle cornici teoriche in cui si riconoscono. Essi sono costretti ad operazioni di semplificazione attraverso il restringimento dell’osservazione del campo esperienziale in cui sono comunque immersi. Per così dire resistono alla pressione mantenendosi aggrappati a cornici teoriche collaudate, ma necessariamente conservano in forma muta il turbamento di ciò che è rimasto fuori, di ciò che la persona dello psicoterapeuta comunque vive ma che rimuove o dissocia, per bisogni di sicurezza.
All’altro estremo troviamo coloro che privilegiano l’adesione all’esperienza clinica e a partire da essa cercano creativamente soluzioni soffrendo una quota di dolore mentale perché i pensieri sollevati dalla pratica non trovano nelle cornici teoriche a disposizione, un contenitore adeguato. Essi soffrono il turbamento di verità da cui si lasciano attraversare e di cui portano testimonianza nei loro resoconti clinici ma a cui non sanno dare un senso pieno in relazione alla storia e allo sviluppo del pensiero psicoanalitico. Tra i due estremi coloro che utilizzano molti modelli dello sviluppo psichico e della psicopatologia a seconda delle necessità imposte dal lavoro clinico. E anche questa posizione non è esente da costi, si accompagna spesso ad un fondo emotivo inelaborato, una sensazione intima di tradimento nel passaggio da un modello ad un altro. Ma in tutti i casi, una nuova quota di pensieri non elaborati è esportata nel corpo stesso delle associazioni scientifiche, e rimessa in gioco nella dimensione gruppale dell’istituzione. Può rimanere incistata in forma di scissione e conflitto o, divenire spinta allo sviluppo trasformativo dell’eredità dei padri fondatori nella misura in cui le istituzioni scientifiche stesse se ne assumeranno il carico. Un compito allo stesso tempo etico e scientifico. Sta a noi. L’incontro di oggi è nel novero delle possibilità che possiamo darci di pensare insieme per scrivere un’altra pagina dell’evoluzione del pensiero psicoanalitico e dei modi in cui la psicoterapia psicoanalitica la invera.
Un aneddoto. Questa estate, mentre ero in vacanza, mi è capitato di leggere di un nuovo ristorante dove uno chef stellato, propone, per la modica cifra di 1600 euro a persona un’esperienza sensoriale globale in cui gli ospiti, ovviamente in numero ridottissimo, siedono tutti attorno ad uno stesso tavolo e degustano eccellenti piatti immersi in una realtà virtuale a tre dimensioni che li trasporta, attraverso la rete, grazie al potere evocativo di immagini, profumi, giochi di luce e musica nell’ambiente naturale da cui origina il piatto, e una portata dopo l’altra, alla fine, in tutto il mondo. Quando ho letto questa notizia, non ho provato il desiderio di sperimentare una situazione di quel genere, ma ho pensato alla tavolata della domenica a casa mia, quando ero ragazzina. Tra figli, genitori e nonni, eravamo su per giù tanti quanti gli ospiti che potevano partecipare alla cena del Sublimotion di Ibiza, ma il cibo di cui ci nutrivamo non ci portava in tutto il mondo, piuttosto la fusione dei sapori, ci riavvicinava al centro della madre terra in cui eravamo nati e di cui ci saremmo portati dentro tanti misteri, incluso quello delle preparazioni, che non sarebbe bastata un’intera vita per catturarli. E intanto si chiacchierava, si pensava e si sognavano altri mondi da scoprire, alimentati dall’esperienza di un luogo capace di farci ritrovare il sentimento di esistenza. Beninteso, non ho nessuna nostalgia per la cultura della provincia italiana del sud degli anni cinquanta, piuttosto l’accostamento di queste due immagini, la prima stimolata da una notizia e l’altra ripescata dalla memoria, mi ha portato a pensare ai due stati mentali fra cui ci troviamo ad oscillare oggi mentre viviamo e mentre facciamo il nostro lavoro. Ho pensato al rovesciamento dei contenitori psicosociali, a questi spazi psichici concavi parassitati da pseudopensieri, aperti sull’infinito verso una rarefazione del sentimento di esistere, verso un tempo immobilizzato nell’orgia della fruizione sensoriale. E di contro ho sentito il bisogno di attingere alla memoria. Nel frattempo mi si raffreddava il piatto che avevo davanti per il pranzo. Quante volte finiamo al sublimotion e quante volte ritorniamo con la memoria alla casa originaria? Sul piano metaforico non possiamo evitare una cena al sublimotion, né rimanere sempre nei luoghi originari, ma dobbiamo difendere spazi psichici in cui sostare, che ci consentano di pensare e di continuare ad arricchire la nostra esperienza. Mai come oggi, il cuore del lavoro relazionale della psicoterapia psicoanalitica sta nel ripristinare la convessità dello spazio psichico che delimita la superficie di confine tra la realtà interna e la realtà esterna, ma allo stesso tempo a non rimanere intrappolati in esso. Questa acquisizione primaria del nostro sviluppo rimane la risorsa di base per mantenere integrità ed equilibrio psichico per tutto il resto della vita e soprattutto la condizione per cogliere fatti nuovi e pensare.

 

Esperienze cliniche e fatti analitici: alcune proposizioni

Con la pratica clinica a frequenza ridotta, e spesso in vis-a-vis, l’emergere della nevrosi di transfert non getta più sulla scena analitica luce sufficiente per illuminare la strada da seguire. Dopo un primo smarrimento, abbiamo imparato ad osservare fatti nuovi nonché a riconoscere dettagli significativi di fatti clinici già ampiamente accolti nel loro complesso. Nonostante gli aspetti soverchianti della realtà odierna prima accennati, il nostro lavoro è ricco e produttivo, e più che mai adatto a dare risposte strutturanti alla sofferenza psichica. A volte siamo colti dallo stupore per il nuovo che si forma sotto i nostri occhi, mentre lavoriamo, magari ad una sola seduta alla settimana con un paziente difficile. Anche se manteniamo ferma nella nostra mente a guidarci la bussola interna del movimento transfert/controtransfert e dei nostri modelli teorici, dobbiamo constatare che accadono congiunzioni psichiche che allargano gli orizzonti della coscienza, tracciano nuovi percorsi psichici e costruiscono nuovi ambienti mentali abitabili, anche quando abbiamo l’impressione di non sapere bene su quale strada ci stiamo muovendo e per dove. E invece accadono, quasi a nostra insaputa. Ci chiediamo: come si è potuta costruire con quel paziente, quella strada se tante volte siamo usciti dalla seduta con la sensazione di un buon lavoro che tuttavia non avremmo saputo descrivere se non nei termini di una conversazione ordinaria o se, altre volte siamo rimasti con la sensazione di esserci parlati senza sapere dove fosse l’uno e dove fosse l’altro per scoprire, magari dopo, che la conversazione aveva costruito un tunnel di connessione, una strada nuova, uno ‘sviluppo urbanistico’ del suo mondo interno?
La faccenda è che la pratica clinica oggi contribuisce più che mai a sviluppare in noi, duttilità, creatività, capacità di osservare configurazioni e ci permette di raccogliere una ricca messe di fatti analitici nuovi. Gli incontri clinici fra Colleghi sono una testimonianza di questa ricchezza e insieme luogo di condivisione e successiva elaborazione di quanto raccogliamo direttamente sul campo. Tuttavia non disponiamo ad oggi di un modello teorico che renda pienamente ragione dei fatti analitici che osserviamo, mentre sono vivi e condivisi gli interrogativi che essi pongono. Ognuno dei modelli teorici che abbiamo a disposizione ne raccoglie solo una parte. Se è vero che la pratica sopravanza sempre la teoria, è anche vero che l’esperienza clinica deve produrre teorie in grado di consentire una maggiore leggibilità di classi di fenomeni osservabili nella relazione analitica, fatti analitici, e dunque accrescimento della nostra competenza dell’azione terapeutica.
Per altro, come molti hanno osservato, i pazienti di oggi non si possono permettere di fare molte sedute alla settimana un po’ per mancanza di risorse economiche e un altro bel po’ perché possono accettare di dipendere da tutto salvo che da una relazione oggettuale. A proposito di quest’ultimo aspetto, penso che il trattamento a frequenza ridotta consenta un lavoro psichico fruttuoso proprio perché, pur rispondendo a sofferenze riguardanti gravi mancanze di integrazione o di sviluppo psichico, può evolversi favorendo allo stesso tempo il mantenimento di un certo equilibrio in corso d’opera. Anzi spesso osserviamo che le difese si trasformano per così dire dal di dentro, come effetto di un lavoro psichico capace di mobilitare contemporaneamente più livelli, senza che, almeno per un po’, divengano esplicitamente oggetto della comunicazione fra paziente e terapeuta. A volte, bisogna dire, si tratta di veri e propri equilibrismi con pazienti ai quali, a pensarci a mente fredda, verrebbe da proporre quattro o cinque sedute alla settimana.
Per quanto brevemente detto prima circa le forme della sofferenza più diffuse, i pazienti di oggi convivono con sofferenze primarie del Sé derivanti da una strutturazione povera o lacunosa che rende l’Io debole e incapace di sostenere adeguatamente la vita emozionale del soggetto. Ci troviamo sempre più spesso ad offrire nelle nostre psicoterapie funzioni di ambiente psichico strutturante, lavoro in aree primarie dello sviluppo psichico che trova nel vis-a-vis il setting ottimale per la tessitura del Sé e della relazione con l’altro attraverso la sintonizzazione affettiva. Questa comporta ed elicita l’unità mente-corpo a livello primario e insieme pone le basi della regolazione emozionale. Anzi il cuore della nostra risposta terapeutica ai bisogni di oggi, non riguarda più tanto la risoluzione dei conflitti inconsci che bloccano le risorse psichiche, ma sta a monte della possibilità di vivere il conflitto, si colloca in quell’area primaria che fonda il sentimento di valore del Sé e dell’altro, consente la nascita della coscienza e lo sviluppo del narcisismo sano. Questa dimensione, che risponde ai bisogni più urgenti di cura, si impone sempre più all’attenzione. Essa trova nella qualità dell’ascolto psicoanalitico, nel ritmo dell’interazione intersoggettiva, nel contenimento emozionale e nelle parole che toccano, la via per raggiungere e curare nella ‘carne psichica’ quelle ferite che i nuovi stili di vita infliggono a chi cresce e riaprono in chi non trova più nella struttura familiare e sociale adeguati appoggi difensivi. Un primo fatto analitico deducibile è che un fattore importantissimo e molto profondo della cura è affidato alla molteplicità di livelli della vita psichica che lo scambio analitico sintonizzato può mettere in moto congiuntamente, avviando integrazione.
Questa ricchezza esperienziale preme per una riconcettualizzazione psicoanalitica e ci risospinge verso lo studio delle forme dell’inconscio e insieme delle caratteristiche della coscienza, nonché del transito inconscio-preconscio-coscienza (Sasso, 2011). La coscienza è tornata alla ribalta dell’interesse di alcuni psicoanalisti che hanno sentito l’esigenza di ripensare il rapporto fra inconscio, preconscio e coscienza, non tanto lungo il vettore che rende conscio l’inconscio, quanto nell’area delle connessioni fra inconscio, preconscio e coscienza, vero motore della trasformazione psichica e della creatività. Queste considerazioni spostano il vertice da cui vedere la trasformazione psichica ed è proprio nella pratica clinica che troviamo ragioni per immaginare in un modo più ampio il significato dell’azione terapeutica, il significato e insieme il valore della psicoterapia psicoanalitica. Ma questo cammino non lo possiamo fare da soli e in modo autoreferenziale, vale a dire solo dall’interno del nostro sapere. Come dice Lichtenberg (2014) ‘…nel tentativo di sostanziare le nostre teorie dobbiamo cercare concordanze fra l’esperienza clinica, la ricerca e l’osservazione dello sviluppo, e le acquisizioni delle neuroscienze’. Il metodo psicoanalitico si fonda sull’osservazione soggettiva, è una scienza a statuto speciale, e tuttavia quanto risulta dalle scienze oggettive deve essere patrimonio della nostra cultura, tanto quanto l’arte, la filosofia, la letteratura, il linguaggio. La psicoterapia psicoanalitica è nata e rimane una cura parlata, che penso debba riservare attenzione agli studi sul linguaggio. Ognuno di noi intuisce, quando legge una poesia, quanto poco astratta possa essere la parola e quanto sono ricche le sue connessioni con l’inconscio, il serbatoio originario di ogni creazione della mente umana.
Tornado alla pratica clinica, un altro importante fatto analitico estraibile da essa è l’ubiquitarietà dei meccanismi dissociativi mobilitati a fronte della generale traumaticità della nostra vita quotidiana, amplificata dalle fonti interne di traumatismo derivanti da debolezze strutturali e mancanza di risorse per elaborare le emozioni. Abbiamo bisogno di imparare a lavorare con la dissociazione perché non è la stessa cosa della rimozione e della scissione. Essa richiede di trovare vie di accesso agli spazi tra le aree dissociate, capacità di abitare i luoghi della non esistenza psichica che il traumatismo crea, per gettare ponti di connessioni psichiche e condizioni di transitabilità.
Nuovi spazi di espressione della vita psichica e del lavoro della cura
Viviamo nella società tecnologica. Ne siamo ampiamente beneficiati perché affranca dalla fatica fisica, protegge da pericoli, amplia enormemente gli effetti della nostra opera, abbatte il muro della distanza, favorisce lo scambio culturale, rende tutto più sicuro, più veloce e più possibile. Il fatto è che la rapidità con cui lo sviluppo tecnologico ci mette a disposizione strumenti sempre nuovi e più efficaci, è di gran lunga superiore alla capacità della mente umana di appropriarsene per meglio esprimere i suoi bisogni, e portare a compimento la sua natura, ovvero per renderli funzionali al vivere bene e preservare le condizioni generali che ci consentono la vita. Penso in particolare alle possibilità che la rete offre alla comunicazione umana e allo spazio virtuale in cui si sviluppa. Perché è facile sentirsene scavalcati, posseduti, trovarsi ad utilizzarli in maniera meccanica per l’immediato ritorno pratico, ben prima di essere riusciti ad umanizzarli. Umanizzarli significa immetterli in una struttura di senso che ci mantenga in armonia con tutte quelle dimensioni di base della vita psichica che hanno bisogno, da sempre, di tempo per crearsi e ricrearsi. Questo gap mette a rischio soggetti in crescita e soggetti adulti fragili perché alimenta la scissione mente-corpo. Il corpo diventa il luogo psichico del limite invalicabile, delle differenze, della finitudine, del tempo che passa. Un corpo che può essere condotto a ragione da manipolazioni di vario genere e dalla chirurgia estetica. La mente può utilizzare le tecnologie in modo protesico per imboccare derive onnipotenti negli spazi virtuali. Ne risulta che oggi di fronte ad un passaggio difficile della vita, un soggetto umano vulnerabile può attingere a strategie difensive nuove, imboccare strade apparentemente facili per lenire o addirittura negare la sofferenza. Di fatto pericolose trappole che creano nuove e a volte drammatiche forme di dipendenza e di perdita di significato della vita. Anche di queste nuove organizzazioni patologiche stiamo facendo esperienza clinica, impegnati a trovare modi per risalire verso la pensabilità. Ma ancora di più ci troviamo a fare, giorno dopo giorno, lavoro di umanizzazione, a dare significato, insieme al paziente alle ragioni per cui ricorre ad una soluzione tecnologica e al modo in cui lo fa. Ma le questioni aperte sono molte: che ruolo giocano le nuove vie create dalla tecnologia nello sviluppo della nostra mente? Quale il significato degli spazi intersoggettivi virtuali per la nostra economia psichica? Come influiscono sulla formazione della nostra identità?
Ed eccoci ad un’altra nuova frontiera: l’irruzione di strumenti tecnologici nel nostro lavoro quotidiano. La prosecuzione via skype della psicoterapia con pazienti che hanno necessità di trasferirsi in sedi di studio o di lavoro lontane e non vogliono interrompere la psicoterapia, è entrata quasi da sè nella prassi clinica, sotto la pressione del bisogno di privilegiare la continuità dell’esperienza anche a scapito della perdita della presenza fisica. Per la maggioranza di noi prima che avessimo pensato di farne un dispositivo di cura e sicuramente molto prima di averne compreso bene le implicazioni, ma con il coraggio di osare nuove pratiche e la fedeltà allo spirito di ricerca che caratterizza il metodo psicoanalitico.
Auguro a tutti noi un convegno fecondo, appassionato e gioioso.

 

Bibliografia

Kaes, R. (2012) Il malessere. Borla, Roma 2013
Lichtenberg, J.D. (2014) Credo. Psychoanalityc Dialogues, 24, 2. 2014.
Sasso, G. (2011) La nascita della coscienza. Astrolabio, Roma

 

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Relazione presentata al
Convegno nazionale SIPP
‘Psicoterapia psicoanalitica e mutamenti sociali’
Bologna 4-5 Dicembre 2015

 

 

 

2015: PSICOANALISI IN UN MONDO CHE CAMBIA

di Stefano Bolognini

 

La complessità dei cambiamenti in corso nella vita degli esseri umani, dovuti ai processi politici e sociali, alle evoluzioni culturali, e alle nuove forme di comunicazione rese possibili dalle tecnologie, oltre a riconfermare la ben nota imprevedibilità del futuro, rende comunque difficile perfino descrivere il presente con sufficiente realismo: una “visione d’insieme”, sia pure limitata al nostro campo, è senz’altro un obiettivo molto ambizioso.
Ciononostante, la mia posizione come presidente dell’International Psychoanalytic Association mi mette nella speciale condizione (e in dovere) di presentarvi un quadro complessivo da un punto di vista “inter-regional”, per via dei miei viaggi e dei miei scambi costanti con i colleghi e con le società psicoanalitiche di tutto il mondo; e di aggiungervi una prospettiva “inter-generational”, per altre mie inclinazioni personali.
Per limiti di tempo vi proporrò delle considerazioni schematiche e sommarie, invitandovi ad esplorarne ed approfondirne riflessivamente la veridicità e le possibili implicazioni attraverso il successivo dialogo tra colleghi; sono consapevole del fatto che alcune di queste considerazioni potrebbero non accordarsi con i desideri di tutti, ma credo che possano ugualmente meritare di essere pensate e discusse.

 

Lo stato dell'arte

Il livello scientifico generale (conoscenze teoriche, capacità clinica, mobilità mentale) della media degli psicoanalisti è stato secondo me avvantaggiato dalla crescente intensità dei nostri scambi, dovuta prima di tutto alle nuove tecnologie.
Anche se la facilità di diffusione dei lavori psicoanalitici attraverso Internet e attraverso la miriade di convegni organizzati un po’ dappertutto può aver creato qualche effetto di iper-saturazione e di scoraggiamento (è frustrante per i nostri ideali narcisistici sapere che nessuno riesce a leggere neanche un decimo di ciò che viene prodotto a livelli di eccellenza), pure la diffusione delle idee e delle esperienze ha innegabilmente trasformato e arricchito, anno dopo anno, la mentalità e il bagaglio teorico della maggior parte degli analisti.
Sono convinto che il modello della “crossed fertilization” con scambi internazionali e inter-continentali simboleggi bene il cambiamento in corso presso le nuove generazioni di analisti, aperti al nuovo e alla conoscenza verso il lavoro dei colleghi di altre nazioni e regioni; una maggiore conoscenza delle lingue straniere rispetto al passato (particolarmente dell’inglese e dello spagnolo, mentre la conoscenza del francese sembra in calo) ha facilitato questo processo e – pur rispettando i legittimi timori di coloro che temono effetti di confuso imbastardimento teorico e di eclettismo superficiale – credo di poter dire che la realtà pluralista descritta da Robert Wallerstein (1988) – in polemica all’epoca con André Green - oltre ad essere una realtà storica oggi evidente, sta producendo un sostanziale arricchimento dello strumentario degli analisti.
Ce ne accorgiamo soprattutto nei gruppi internazionali di discussione clinica, nei quali certe componenti “teologiche” di rigida fedeltà transferale alle teorie di origine (che entrano in tensione massima nei dibattiti esclusivamente teorici e li condizionano talvolta in modo restrittivo) si allentano, si stemperano e lasciano spazio ad associazioni, fantasie, sviluppi emotivi e scambi intersoggettivi tra colleghi che creano, alla fine, qualcosa di nuovo: ciò che io semplicemente riassumo nel fatto che dopo quella esperienza “non si torna a casa esattamente uguali a prima”.
Del resto, sappiamo ormai bene come eclettismo e imbastardimento teorico altro non siano che gli esiti poco felici di mancati processi metabolici e integrativi, dovuti per lo più al fatto che teorie, concetti, contributi supervisivi e perfino esperienze analitiche personali siano stati oggetto di incorporazione o di internalizzazione, ma non di introiezione profonda: quando gli oggetti/esperienze rimangono “nello stomaco”, indigeriti, occupano spazio, sostituiscono il Sé dell’analista (il quale “diventa” questi oggetti per identificazione proiettiva con un oggetto internalizzato) ma non si rendono effettivamente disponibili per fornirgli autentici elementi di crescita (Bolognini, 2008.
Il più facile accesso ai lavori scientifici attraverso Internet e attraverso la moltiplicazione delle traduzioni e delle produzioni editoriali si accompagna all’accresciuta mobilità geografica (pur con gli alti e bassi delle ricorrenti crisi economiche) e, come dicevo, alla crescente conoscenza da parte di molti colleghi di almeno un’altra lingua straniera oltre alla propria: il che significa maggiori possibilità di partecipazione allargata e di dialogo paritario.
Le associazioni internazionali come l’IPA e, in Europa, la FEP, lo EPI e la EFPP svolgono una funzione insostituibile in questo senso, e proprio per questo loro ruolo contribuiscono a rendere gli analisti capaci di conoscere davvero altre realtà culturali, scientifiche e oserei dire “psichiche”: mondi interni, stili relazionali, codici interpretativi, configurazioni fantasmatiche prevalenti (come la scena primaria per gli psicoanalisti francofoni, la dimensione diadica per molti anglofoni, la specularità confermante della Self-Psychology, l’interazione intersoggettivista, ecc.).
Il risultato non è una omogeneizzazione della psicoanalisi, bensì una articolazione informata in cui ognuno di noi mantiene il proprio DNA familiare di origine, ma “ha viaggiato” (concretamente o simbolicamente) di più, arricchendo il nostro mondo interno e – di ritorno e per osmosi – le nostre “case psicoanalitiche” nazionali e locali.
Mi spingo a dire che per quanto riguarda la conoscenza autentica, teorica ed esperienziale, della materia specifica, la psicoanalisi non è mai stata meglio di oggi; e se dovessi fare il famoso “final test” che si riassume nella domanda: “da chi manderesti un tuo famigliare per un trattamento analitico?” aggiornato in: “lo manderesti (a parità di livello e di esperienza) da un analista del passato o da uno contemporaneo?”, io lo manderei ad un collega di oggi, proprio perché può usufruire del lavoro delle generazioni analitiche del passato, perché “ha viaggiato” (sempre in senso simbolico) di più e perché sa che ci possono essere diversi modi di trattare le diverse difficoltà e le diverse persone, al di là delle rigidità ideologiche dovute a transfert idealizzanti residui.

 

REMOTE ANALYSIS

La questione è complessa e mi limiterò a qualche cenno sulla Remote Analysis come problema istituzionale.
Sappiamo bene come questo strumento tecnologico sia una nuova, innegabile realtà nell’attività clinica di parecchi psicoanalisti, e mentre scrivo queste note ho in mente i molti autorevoli colleghi che sono convinti sostenitori di tesi rispettivamente pro- o contro l’uso di Remote Analysis in psicoanalisi; così come sono bene informato della crescente diffusione di questa pratica.
Contribuiscono a questo nuovo sviluppo sia fattori potenzialmente positivi (come il trattamento in aree geografiche remote in cui una analisi “in person” è materialmente impossibile per mancanza di analisti); sia fattori francamente resistenziali (il paziente che occasionalmente non ha voglia di fare qualche chilometro e chiama l’analista da casa); sia fattori economici molto basici (l’analista che ha pochi pazienti in loco e deve sopravvivere “pescando” in aree poco fornite di specialisti, come la Cina; o il paziente che non può assentarsi per varie ore dal lavoro quattro volte alla settimana con rischio di licenziamento); quel che è certo, è che l’uso di Remote Analysis si va diffondendo rapidamente.
Come forse sapete, l’IPA, sollecitata a prendere ufficialmente posizione su ciò, ha finora stabilito pochi punti fermi, che non si sono tradotti in veri e propri aspetti normativi, per quanto riguarda la formazione, ma piuttosto in indicazioni di massima riguardanti situazioni estreme (aree prive di analisti, tipo la Siberia): vi è l’indicazione di almeno un anno di analisi in person, e poi di periodi alternati.
In generale, sembra esservi un consenso sulla valutazione della apprezzabile differenza tra un trattamento “in person” e un trattamento via Remote Analysis: non è certo la stessa cosa, vi sono rilevanti differenze che non possono sfuggire all’osservazione finissima dei dettagli propria di chi svolge il nostro lavoro.
E’ stato anche ipotizzato che probabilmente l’uso di Remote Analysis svilupperà in modo compensativo e in senso lamarckiano alcune funzioni (come quelle visive e auditive) per sopperire alla mancanza delle sensazioni olfattive e prossemiche della seduta in person.
Per adesso l’IPA, nella rappresentanza del suo Board, ritiene che la materia debba ancora essere studiata a fondo: in sostanza dobbiamo saperne di più, a livello di esperienza riportata, di follow-up e di successiva discussione epicritica.
Si ritiene che nella pratica privata post-associatura ogni analista si regoli come crede, “secondo scienza e coscienza”; ma per quanto riguarda la formazione analitica essa viene mantenuta al di fuori dell’area Remote Analysis.
La discussione si è quindi appena aperta, e già si annuncia vivace e controversa.

 

Cambiamenti socio-culturali

Questo è il capitolo al quale ho dedicato più riflessioni ad ampio raggio durante il mio mandato, per effetto degli scambi sinceri ed intensi con i colleghi di molte nazioni; per brevità, condenserò in poche osservazioni il risultato di questi scambi.
Va tenuto conto preliminarmente del fatto innegabile che vi sono paesi ricchi e paesi poveri; ma soprattutto che vi sono paesi in cui il National Health Service e/o le assicurazioni provvedono al pagamento di parte della cura (particolarmente nell’area germanica e scandinava), e altri in cui ciò non avviene; se da un lato questa opportunità non è priva di complicazioni contrattuali (cosa cambia nel lavoro analitico se il paziente non paga integralmente di tasca sua il trattamento?), è innegabile che da un altro lato essa cambia considerevolmente le condizioni di affrontabilità dell’impegno economico della cura da parte del paziente.
Ma al di là dei pur importanti fattori economici concreti che condizionano lo svolgimento dei trattamenti psicoanalitici (e che comunque non vanno ignorati se pensiamo che il riconoscimento della realtà esterna debba integrare sensatamente l’attenzione alla realtà interna, per non cadere dal polo nevrotico in quello francamente psicotico), si stanno delineando nuove tipologie ricorrenti di organizzazione mentale che sembrano porre nuovi problemi alla pratica della psicoanalisi così come noi siamo tradizionalmente abituati a concepirla.
L’osservazione comune e per noi dolorosa è che la frequenza piena delle quattro sedute risulta sempre più spesso impraticabile, per lo meno all’inizio del trattamento, e che la semplice iniziale prescrizione di tale frequenza provoca il più delle volte un fermo rifiuto della proposta e l’allontanamento del paziente.
L’aspetto veramente analitico di questo fenomeno è dato dal fatto che esso riguarda non solo coloro che non hanno il denaro sufficiente o che non possono assentarsi dal posto di lavoro quattro volte alla settimana (evenienza peraltro sempre più frequente, piaccia o no, dato che i nostri attuali pazienti non provengono più soltanto da classi economicamente agiate o molto agiate, e che ogni impiegato sa che fuori dalla porta del suo datore di lavoro c’è una lunga fila di persone pronte a prendere il suo posto…), ma riguarda anche persone che avrebbero le risorse economiche per affrontare la cura.
Certo: in tali casi è all’opera una classica resistenza; e del resto sembra che ormai una consistente parte del lavoro sia appunto quella di “creare il paziente analitico”, come hanno verificato alcuni working groups dedicati allo studio del fenomeno. Ma quali sono le radici di questo mutamento così imponente su larga scala?
Io credo che il cambiamento del mondo in cui viviamo stia innegabilmente condizionando il nostro lavoro, e che – limitatamente alla sfera delle relazioni umane – non si possa insistere ad affermare categoricamente che “l’essere umano è sempre lo stesso”; lo è, sì, in buona parte, ma non lo è più per certi specifici aspetti.
Molti pazienti di oggi, infatti, rigettano l’idea di dipendere intensivamente e dichiaratamente da qualcuno.
Per ragioni complesse ma non necessariamente misteriose essi sembrano recare i segni di una sostanziale sfiducia e/o disabitudine riguardo alla presenza e alla costanza dell’oggetto, alla affidabilità sostanziale di esso e alla conseguente dipendenza da esso.
In una ideale linea che congiunge il soggetto all’oggetto, il baricentro degli investimenti sembra in molti casi oggi mantenersi preventivamente e implicitamente spostato verso il soggetto stesso, che si guarda bene dal mettere il proprio capitale libidico e narcisistico nelle mani dell’altro, almeno finché l’altro non abbia superato col tempo le barriere di diffidenza e di salvaguardia del Sé che presumiamo si siano costituite precocemente.
Molti individui sembrano impostare il loro assetto relazionale in base ad una implicita dichiarazione soggiacente: “NON MI AVRETE!”
Se pensiamo alla necessaria fusionalità primaria tra madre e bambino e alla successiva necessità di una solida continuità nell’organizzazione famigliare, potremmo chiederci – con la piena consapevolezza dei rischi di questa domanda così poco “politically correct”… - se gli analisti non stiano ereditando nei loro studi almeno una parte delle conseguenze di una serie di circostanze tipiche della nostra contemporaneità: le interruzioni precoci del maternàge per ragioni professionali delle madri, chiamate subito al lavoro da legislazioni e da logiche aziendali eccessivamente demanding; il ricorso confondente alla rotazione di caregivers privati e istituzionali nell’allevamento di bambini molto piccoli, nelle famiglie “nucleari” prive di nonni, che vivono spesso molto lontano; le ubiquitarie rotture famigliari per separazioni e divorzi, oltretutto con l’ingresso frequente di nuove figure che “devono” essere accettate, a volte in un’atmosfera di diniego o almeno di negazione delle profonde e molteplici difficoltà connesse; le organizzazioni narcisistiche genitoriali autocentrate, favorite dai modelli culturali contemporanei tendenzialmente individualistici; la perdita del grande contenitore delle “famiglie allargate”, e in generale di tutte quelle circostanze che condizionano oggi l’ambiente psichico di crescita dei bambini, molto migliore oggi rispetto al passato dal punto di vista alimentare e sanitario, ma probabilmente meno dal punto di vista relazionale vero e proprio.
Non abbiamo più – almeno per ora – grandi e devastanti guerre mondiali, ma infinite micro-fratture nella diade iniziale e nella famiglia che possono dissuadere istintivamente il soggetto dal “consegnarsi alla relazione”; e qui non posso non menzionare il caso clinico estremo ed emblematico di quel bambino, seguito da un collega italiano, che si allontanava dagli altri bambini per andare ad abbracciare e a baciare un televisore.
Sia chiaro: non sto dicendo qui che le madri non dovrebbero tornare al lavoro, che bisognerebbe co-abitare con i nonni, che le baby-sitter dovrebbero essere vincolate contrattualmente per lunghi periodi o che le coppie infelici non dovrebbero potersi separare, e così via.
Sto dicendo che gli psicoanalisti non dovrebbero negare le conseguenze epocali di questi enormi cambiamenti, e che non dovrebbero nemmeno stupirsi delle loro ricadute sugli stili e le possibilità relazionali di questa nuova umanità, quando un paziente che si sente proporre quattro sedute settimanali da subito si dilegua senza alcuna trattativa.

 

Evoluzioni cliniche, teoriche e formative

Gli analisti dovrebbero anche elaborare con sufficiente libertà di pensiero le adeguate riflessioni a livello clinico-teorico, comprendendo cosa è davvero possibile e cosa è utile nel nostro lavoro oggi, date queste nuove realtà in evoluzione, mantenendo un atteggiamento interno mobile e responsabilmente creativo, consapevole delle nostre eredità teoriche ma liberamente esplorativo verso il nuovo.
Ci sono segni di disagio in questo senso, nella nostra comunità, che vengono espressi confidenzialmente “nei corridoi” o nei colloqui personali, ma che stentano ad emergere negli incontri ufficiali, là dove l’Ideale la fa da padrone rispetto al Sé reale dello psicoanalista.
Ma credo che le comunità psicoanalitiche non dovrebbe ignorare o minimizzare questi problemi, così come un medico non dovrebbe chiudere troppo presto la sua riflessione clinica di fronte ai sintomi, liquidandoli con facile disinvoltura: una febbre insistente può essere dovuta ad una banale influenza, ma a volte non è così.
E anche i possibili rimedi dovrebbero essere frutto di riflessione e non di entusiastica adesione a priori a stereotipe guidelines che appagano un sentimento di conformità agli standards di categoria.
La famosa frase del chirurgo: “L’intervento è perfettamente riuscito, anche se il paziente è morto” dovrebbe essere tenuta in mente nella nostra pratica quotidiana, al di là delle rigide fedi dottrinarie, che rivelano più un transfert irrisolto verso oggetti interni devozionali idealizzati che un reale amore verso questa “arte/scienza a statuto speciale” che ha cambiato (questo sento di poterlo affermare) prima di tutto le nostre personali esistenze.
E giungo a dire che nell’ideale triangolazione tra l’analista, la teoria e il paziente (una equivalente riproposizione della condizione famigliare interna) l’analista contemporaneo dovrebbe organizzare un Edipo equilibrato e il più possibile armonico, conscio dei bisogni e delle possibilità di tutte e tre queste componenti, da congiungere in modo adatto e creativo.
Ovviamente va tenuto presente anche il rischio opposto: quello di un desiderio iconoclasta verso la nostra tradizione scientifica e formativa, un desiderio che potrebbe essere frutto invece di pesanti residui transferali negativi non riconosciuti, a prescindere dalla valutazione di queste complesse realtà in trasformazione.
Alcune conseguenze di questa prospettiva?
Senz’altro la consapevolezza della odierna necessità in molti casi, più che in tempi passati, di “costruire il paziente analitico”, che non può non riguardare le modalità e i tempi del Training formativo degli analisti: se vogliamo futuri analisti che sappiano costruire il paziente analitico dovremo consentire ai giovani di includere questo aspetto nella già difficile tempistica del loro training, probabilmente rivedendone alcuni criteri finora ritenuti indiscutibili.
Il fenomeno sempre più preoccupante dell’”ageing”, l’invecchiamento percentuale medio della nostra membership, e la mancata crescita di alcune delle nostre società è innegabilmente connesso a questi cambiamenti psico-socio-culturali diffusi, e noi dobbiamo essere capaci di riflettere su tutto ciò.
In secondo luogo, dobbiamo proseguire nel processo già avviato di studio, conoscenza e riconoscimento di forme ulteriori specifiche di trattamento, includendole come specializzazioni anche ufficiali nel nostro ambito; il Training Integrato Bambini/Adolescenti va in questa direzione, come pure l’istituzione da parte dell’IPA del Mental Health Field Committee per il trattamento integrato delle Patologie Gravi, l’attività scientifica dedicata a “Couples and Families”e al grande campo della Group Analysis.
Queste estensioni non sostituiranno affatto la formazione e le attività psicoanalitiche di base, ma non saranno nemmeno più considerate con sufficienza come “derive” o come sottoprodotti di rango inferiore: la valutazione riguarderà altri criteri come il percorso formativo ed esperienziale e la qualità di ciò che viene prodotto.
Sta a noi, alla nostra comunità scientifica e professionale, non perdere di vista il valore “nucleare” dell’esperienza di analisi come punto di partenza ineludibile per le ulteriori estensioni del metodo e dei criteri di fondo della nostra competenza.

 

Conclusioni

Riusciremo ad essere inclusivi verso queste articolazioni della pratica analitica senza perdere i nostri valori specifici?
Sapremo riflettere con vera libertà di pensiero sulle conseguenze dei cambiamenti generali sulla nostra pratica professionale e formativa?
E sul piano dell’evoluzione teorico-clinica, sapremo conservare l’inestimabile ricchezza dell’eredità freudiana, vero tronco del nostro albero genealogico e scientifico, senza doverne temere le ramificazioni ulteriori e senza “potarle” prematuramente per timore di deviazionismo? Potremo pensare che dopo Freud anche altri pensatori abbiano prodotto idee fertili, apparentemente diverse ma di fatto arricchenti?
Io dico che una componente transferale idealizzante irrisolta sembra in certi casi impedire al fantasma di Sigmund Freud di “diventare nonno”, e sembra rivendicarne l’esclusiva di un diritto di unicità teorica passata, presente e futura che rischia di risultare più fallica che genitale, quando si pensi che nessun altro dopo di lui possa contribuire sostanzialmente all’evoluzione della psicoanalisi con idee nuove e con creatività originale; così come, all’opposto, il mancato riconoscimento della validità anche attuale della maggior parte dei suoi contributi sembra rivelare in certi casi perlomeno una certa ingratitudine di fondo.
In definitiva, voglio auspicare che la comunità psicoanalitica internazionale sia prima di tutto la “casa” in cui gli psicoanalisti possono confrontarsi con le loro difficoltà, differenze e nuove ispirazioni sia riguardo al mondo che cambia, sia riguardo alla psicoanalisi che può
cambiare e che di fatto cambia: una casa vivibile, aperta al pensiero e allo scambio, al confronto anche complesso e alle trasformazioni se necessarie ed autentiche, sia negli individui che nei gruppi societari.
Una casa di adulti rispettosi delle eredità ma aperti al nuovo, e capaci di confrontarsi con i cambiamenti del mondo e con le conseguenti difficoltà senza negarle, per paura e/o per idealizzazioni auto-rassicuranti.
Quello che dovrebbe contraddistinguerci almeno un po’, rispetto al resto dell’umanità che non ha la nostra formazione e che non svolge quotidianamente il nostro lavoro, dovrebbe essere un insieme di consapevolezze a volte dolorose: in fondo, una nostra forza è proprio la consapevolezza depressiva della nostra umana fragilità, così spesso negata dagli altri, che in analisi ci idealizzano.
E’ fondamentale disporre di un sufficientemente buon lavoro di riflessione tra colleghi: la nostra capacità di “pensare insieme” può essere esercitata fin dal tempo della formazione analitica, integrando il classico “tripode” (analisi-supervisione-seminari) con il quarto elemento della elaborazione gruppale dell’esperienza teorico-clinica (“Quadripartite Training Model”, Bolognini 2015), come alcune società dell’America Latina stanno già progettando di fare nei loro programmi di training.
Dovremo infine aiutarci nell’affrontare le nostre inevitabili tensioni gruppali e istituzionali (ed è anche per questo, ad esempio, che in IPA abbiamo istituito la “Task Force on Institutional Issues”, che studierà questa dimensione conflittuale per migliorare la nostra conoscenza di essa).
In conclusione, come vedete, il mio messaggio vuole suggerire di mantenerci aperti al pensare insieme, al non voler cambiare solo per il gusto estetico-narcisistico di “cambiare per cambiare”, ma neppure di essere chiusi “a priori”, per motivi fondamentalmente “teologici”, alle evoluzioni del mondo e della psicoanalisi stessa.
La ragione per cui vi comunico questi pensieri risiede proprio nella dolorosa consapevolezza della potenza e della rigidità dei nostri meccanismi difensivi interiori, da cui nessuno di noi individui è esente, e nemmeno le nostre istituzioni (IPA compresa) lo sono.
Vi auguro un fruttuoso, soddisfacente e liberamente creativo Congresso.

 

Bibliografia

Bolognini S. (2008) :-“A famìlia institucional e a fantasmatica do analista”. Jornal de Psicanalise – Instituto de Psicanalise – SBPSP, San Paulo, vol. 41, n.° 74, 197-216, 2008.
Wallerstein R. (1988): “One Psychoanalysis or Many?”. Int. J. Psychoanal. , 69:5-21.

 

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Relazione presentata ad un incontro scientifico

della Sezione Sipp Triveneto

27 novembre 2015

 

 

Pensare le esperienze di supervisione

di Adriana Gagliardi

 

 

Questi pensieri sulle esperienze di supervisione riguardano soprattutto l’assetto interno del supervisore, il mio assetto interno quando svolgo questa funzione: esse tentano di mettere a fuoco, quindi soprattutto, la componente controtransferale che si struttura nel “campo” della supervisione e le sue differenze e le sue analogie con il controtransfert che nasce dal processo psicoanalitico che si compone insieme al paziente. Non parlerò dello sviluppo teorico del concetto di supervisione, che comprende una vasta bibliografia che, nell’accezione attuale, può essere presa in considerazione a partire dal dibattitto che fu inaugurato alla fine degli anni ’70 ( vedi la rassegna di Tagliacozzo 1989 sul Trattato di psicoanalisi vol 2).Cercherò, invece, di parlare di come queste letture si “incarnano” nella mia esperienza personale di supervisore.
Una prima considerazione che mi viene in mente, se penso alle mie supervisioni (effettuate da me) , riguarda il mio funzionamento intrapsichico e interpsichico, mentre cerco di “aiutare” coloro che mi chiedono questa funzione.
Penso, infatti, che la ricerca del proprio assetto interno nell’atto di supervisionare passi attraverso il dare significato alle proprie esperienze formative e professionali, all’appartenenza ad una comunità scientifica che connota affettivamente l’intrapsichico, tutti elementi di una gruppalità interna che concorre a rendere generativa la funzione della supervisione.
Più in particolare, penso a come le mie teorie implicite possano essere state trasmesse attraverso la conduzione della supervisione, declinate nella tecnica psicoanalitica. Contemporaneamente, come ho adoperato la mia tecnica analitica per comprendere l’articolazione interna del materiale clinico che mi è stato sottoposto e i suoi conseguenti effetti sul supervisionato. Se questi è un allievo che ancora frequenta la sua scuola di specializzazione e ancora in analisi personale, pongo particolare attenzione a non interferire con il suo “processo parallelo”, tra l’essere paziente e l’essere terapeuta in un processo di supervisione. Anche in me si attiva un “processo parallelo” che tento di utilizzare mentre sono a contatto con quella determinata situazione, mi riferisco alla mia funzione come terapeuta, parallela a quella di supervisore. Spesso nei casi di giovani supervisionati, non è a loro chiara la reazione controtransferale, rispetto al transfert del loro paziente, e ritengo che non si possa interpretare alcune di queste reazioni senza interferire nel loro “ processo parallelo”. In questi casi, penso che il punto di vista di Grinberg (1969-1989) sulla supervisione sia ancora attuale: il supervisore, infatti, dovrebbe osservare- comprendere, senza interpretarlo, il controtransfert dell’Allievo, rispetto al suo paziente, ma soprattutto lavorare con il proprio controtransfert, per dare un senso creativo e trasformativo al materiale che gli viene presentato. Queste situazioni (nelle quali il controtransfert del supervisionato non è a lui stesso chiaro), a mio avviso, non derivano solo dalla scarsa esperienza dei supervisionati nel campo clinico, ma dalla nuova situazione che essi si trovano ad affrontare: osservare la situazione clinica dal punto di vista psicoanalitico, essere a contatto con il proprio inconscio, con l’intrapsichico.
Nelle situazioni nelle quali un collega più esperto chiede una supervisione, d’altra parte, spesso egli vuol fare chiarezza proprio sul suo controtransfert: in questi casi, quando l’analisi personale è conclusa da anni, si cerca insieme di mettere a fuoco le sue reazioni controtransferali. In tutti i casi, posso affermare di avere appreso qualcosa dai miei supervisionati, ho appreso dalla loro esperienza, come spero loro abbiano appreso dalla mia.
Nel materiale di supervisione che ho scelto e che cercherò di descrivere, la mia attenzione è focalizzata sulle mie difficoltà dovute a particolare situazioni nella quali mi sono trovata ad utilizzare il mio controtransfert, per tentare di capire quali difficoltà avesse incontrato il supervisionato con quel particolare paziente, la qualità della relazione transfert-controtransfert che il terapeuta e il paziente hanno in atto nel loro processo analitico. Mi soffermerò sulle mie difficoltà nel comprendere il suo “processo parallelo” e il mio “processo parallelo” (tra l’essere supervisore e l’essere analista-persona).
Sappiamo dell’importanza delle libere associazioni del paziente nel processo psicoanalitico, cui corrispondono, simmetricamente, quelle dell’analista, attraverso l’attenzione fluttuante e lo stato di rêverie dell’Analista. Sono tutti dispositivi -“sonde” verso l’inconoscibilità dell’Inconscio che concorrono alla trasformazione delle soggettività implicate nel processo.
Negli anni mi sono resa conto che nella relazione di Supervisione questi due metodi per accedere all’Inconscio (in particolare le libere associazioni e la rêverie) sono utilizzati da me, in supervisione, in un modo particolare. Penso sia in atto, in me, una forma di scissione che si articola in due aspetti: quello di comprendere usando il mio controtransfert e, contemporaneamente, quello di essere consapevole che la mia funzione è quella di trasmettere la mia esperienza “insegnare” “pensare insieme ”all’allievo, o più in generale al supervisionato. Quest’ultima funzione si traduce nel rilevare eventuali errori che determinano un’impasse terapeutica, o fare chiarezza su eventuali manipolazioni del suo paziente o tutte le altre situazioni nelle quali il terapeuta si sente “immobilizzato” dal paziente.
Un'altra pecularietà di questo setting, infatti, nasce dalla constatazione del fatto che nel processo della supervisione non può esserci la sospensione del giudizio, che è necessaria nel processo della cura. Questo aspetto modulerà la trasmissione interpsichica degli affetti e dei pensieri, ma anche la qualità dell’ascolto, delle libere associazioni, del transfert, ecc.
Il mio Io conscio- preconscio, quando è ingaggiato nel lavoro di supervisione, è orientato dal desiderio di “capire”, operando su un materiale clinico in cui la sospensione del giudizio è di una qualità particolare. Da una parte, infatti, mi sento di trasmettere-insegnare una sospensione del giudizio al supervisionato rispetto al suo paziente, dall’altra a esprimere un punto di vista, inevitabilmente giudicante, sul lavoro che l’allievo o il supervisionato portano. Mi sembra di avere tentato sempre di non interferire con un modello teorico differente, quello che è stato scelto dal terapeuta, da quello che consciamente o inconsciamente avrei adottato io, in quella situazione, con i miei pazienti. Inoltre c’è sempre in me anche la valutazione della congruenza tra i modelli teorici del supervisionato e il suo operare clinico. Spesso ho sentito un’oscillazione nel mio Preconscio tra aspetti “materni” e “paterni”, ove paterno non significa, per me, soltanto una funzione simbolico-separante (come nel processo terapeutico). E’ una funzione di definizione-giudizio degli elementi del processo terapeutico che mi sembra in atto, in quella particolare supervisione, e il desiderio di chiarirli e trasmetterli. Questo aspetto è anche legato al fatto che io faccio parte di una Società di psicoterapia psicoanalitica: questa appartenenza costituisce un aspetto importante nel mio assetto interno, perché c’è in me la responsabilità e il desiderio di trasmetterne il “modello” teorico-tecnico.
Un altro aspetto importante, per me, è quello di trasmettere il desiderio di capire, d’intravedere, attraverso il metodo psicoanalitico, i derivati dell’inconscio: ampliare la capacità di ognuno di fare vagare la mente, di usare la propria mente liberamente, di ampliare l’attività del preconscio, la propria capacità di rêverie. Da questo punto di vista, l’obbiettivo è quello di cercare di promuovere la creatività, fornire un intreccio che permetta al supervisionato di andare avanti con la sua funzione terapeutica. L’ampliamento del Preconscio e della sua funzione concorre a creare un terreno fertile quella “culla di spago” ( Corrao, 1998), quel “cesto di vimini tessuto insieme” ( Ferro, 1996).
In altri termini, penso che la funzione alla quale è chiamato un supervisore, sufficientemente buono, sia ardua e complessa, perché egli dovrebbe funzionare in maniera scissa, (consapevolmente). Credo che questa “scissione”, se riesce a essere creativa, rimetta in movimento il processo terapeutico.
Il desiderio di “capire” di “trasmettere” contenuti utili a quel processo terapeutico, in particolare, introduce un’altra percezione di differenza tra supervisione e psicoterapia psicoanalitica. Spesso, con gli allievi sappiamo di avere un tempo definito per portare a termine la supervisione (la nostra scuola, per esempio, prevede un monte ore di 140, per accedere al diploma e un minimo di 40 ore da svolgere con ogni supervisore). Il setting di supervisione si articola, di solito, al ritmo di una seduta per settimana.
In queste situazioni, si rischia di accentuare quello che ho definito aspetto “paterno” del Preconscio: si rischia di avere in prima istanza un desiderio di trasmettere contenuti, il clima può diventare “ saturo”, con “troppa memoria e troppo desiderio”. In me può prevalere, in alcuni casi, il pensiero di tenere sotto controllo il filo rosso che collega le sedute, con la percezione di essere immobilizzata nelle libere associazioni, di mettere in secondo piano ciò che avviene nell’hic et nunc della seduta. Questa percezione del tempo limitato può portare anche a delle interpret-azioni, a non stabilire un contatto con il supervisionato che possa essere fecondo per una trasformazione e una crescita della sua funzione terapeutica.
Nel materiale clinico che ho scelto, un altro aspetto è evidente: come la scrittura del protocollo di supervisione possa essere vissuta (sia da me che dal supervisionato)come una traccia troppo concreta che limita la possibilità di fare vagare la mente. Credo che gli appunti che prendiamo su di un caso siano una “narrazione” importante e possano costituire uno “ spazio terzo” tra il nostro mondo interno e quello del paziente. Spesso essi, mentre li scrivevo per i miei pazienti, mi hanno portato a un insight, a una ritrascrizione-trasformazione del processo terapeutico, oltre ad essere una traccia di memoria viva che rinvia a sensazioni percettive, al ricordo del lessico familiare tra me e il paziente. Rileggendo, invece, i “protocolli” delle supervisioni avverto una certa rigidità nella narrazione, presumibilmente dovuta al timore del giudizio. Spesso, infatti, annoto quello che è avvenuto tra me e il supervisionato, ciò che c’è stato di affettivo, di vivo, al di là della traccia lasciata dalla parola scritta, che spesso è uno scambio meccanico: il pz. dice, il ter. dice. Sono degli appunti che costituiscono una narrazione sulla narrazione del supervisionato. A volte fermo la lettura degli scritti, mentre li leggono, e chiedo: ma lei cosa ha sentito, cosa ha pensato? Accade che la scena si animi e la parola detta risuoni di sensazioni affettive di pensiero in libertà. Accade che, dopo queste mie comunicazioni, anche la scrittura si animi, oltre al processo terapeutico e al mio contatto con quella persona: ogni supervisione è unica, come ogni paziente e ogni terapeuta e ogni relazione tra loro. Penso sempre che se una persona ha talento clinico, se possiede delle capacità personali di ascolto e tecniche, nessuna “committenza”, lo possa bloccare.
Io ho avuto la fortuna di avere avuto dei supervisori che mi hanno insegnato a dare valore agli affetti, alle mie sensazioni e alle mie percezioni, oltre che al mio pensiero: gliene sarò sempre grata.

 

Materiale clinico (Omissis)

 

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