S.I.P.P | Riconoscimento MIUR ai sensi della legge n. 56 del 18.2.1989

Quotidiano CORRIERE DELLA SERA

Rubrica Cronache

11 Marzo 2018

 

 

Il ritorno di Freud: il fascino moderno del padre della psicanalisi

di Paolo Di Stefano

 

 

Il ritorno di Freud. È un’evidenza più che un auspicio. Basta guardarsi intorno. Lo spettacolo del Piccolo Teatro, scritto da Stefano Massini e diretto da Federico Tiezzi, ha ottenuto risultati fuori dal comune: 42 rappresentazioni, quasi 40 mila spettatori ad applaudire Fabrizio Gifuni nei panni del padre della psicanalisi alle prese con l’interpretazione dei sogni. E intorno allo spettacolo, una serie di conferenze e di proiezioni cinematografiche sempre affollate, da Freud, passioni segretedi John Huston (1962) all’edipico Volverdi Almodóvar (2006), passando per gli incubi di Hitchcock e le nevrosi di Woody Allen. Ai quali andrebbe, almeno idealmente, aggiunto il nuovo Polanski, uscito proprio questo fine settimana, Quello che so di lei: narrazione, dai risvolti freudiani quasi di scuola, che prende avvio dal blocco di ispirazione che colpisce una scrittrice assalita dalla colpa di aver messo a nudo la propria vita privata per ottenere successo.

Il maestro dell’inconscio
Di certo non è un caso se lo stesso Massini che qualche anno fa ha indagato la crisi (anche psichica) di Wall Street nel bellissimo romanzo Qualcosa sui Lehman(e nel testo teatrale messo in scena da Luca Ronconi), ha sentito l’urgenza di scrivere una sorta di «biografia immaginaria» del Maestro dell’inconscio costruita sulle sue e altrui visioni notturne (il libro, Mondadori, si intitola L’interpretatore dei sogni). Dunque, seguendo l’itinerario di Massini, non è escluso che la riscoperta della psicanalisi freudiana abbia qualcosa a che fare anche con il crollo delle magnifiche sorti e progressive promesse dall’economia finanziaria globale: e ne sia in qualche modo la conseguenza. Del resto, dopo il naufragio delle ideologie politiche e il collasso dell’estasi capitalistica, non sembra insensato chiedere un aiuto a Herr Doktor Sigmund Freud non per «guarire» dall’ansia, dalla mancanza di futuro e dalla sfiducia esistenziale che ci opprimono, ma almeno per cercare una correlazione non liquida tra la sofferenza quotidiana individuale e lo squilibrio più ampio del mondo. In fondo, niente di più centrale per Freud che la frustrazione proveniente dalla distanza tra vita desiderata e vita vissuta.

Freud e la Chiesa
Semplificazioni, certo. Ma quando mai si è sentito un Papa ammettere, come ha fatto Bergoglio, che in un passato difficile, poco più che quarantenne, ha voluto ricorrere a una psicanalista per «schiarirsi alcune cose». Neppure nei suoi sogni più rosei, Freud avrebbe potuto immaginarsi un testimonial così autorevole. Tanto più che proprio la Chiesa cattolica non ha mai esitato a condannare una teoria della psiche centrata sull’istinto sessuale.

«Il ritorno di Freud»
«Il ritorno di Freud»: se la Scuola di psicanalisi freudiana ha deciso di intitolare proprio così una serie di conferenze che si terranno in marzo a Palazzo Broletto di Pavia avrà le sue buone ragioni. Sarebbe stato impensabile, fino a qualche anno fa, un titolo del genere. Archiviata la riduzione della psicanalisi a «mero trattamento placebo», gli addetti ai lavori sentono l’esigenza di superare finalmente i luoghi comuni in positivo e in negativo, le posizioni idolatriche così come le riprovazioni aprioristiche. Magari aprendo nuove prospettive al grande pubblico.

La mostra a Ferrara
Lo possono fare certamente, in sintonia e in contemporanea con gli specialisti, il teatro e la letteratura. E lo può fare anche, per via indiretta, una mostra come quella che si è appena aperta a Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Titolo: «Stati d’animo», una declinazione tra psiche e arte tra Otto e Novecento, da Previati a Boccioni: gente che provò a «maneggiare» una materia sottile come i sentimenti anche nell’onda dei nascenti studi sull’inconscio. Al tempo in cui i Papi non volevano saperne dell’«interpretatore dei sogni», troppo materialista per i loro gusti. È passato più di un secolo e Freud da pessimo dottore dell’anima è diventato uno stato d’animo.

https://www.corriere.it/cronache/18_marzo_12/freud-ritorno-successo-ea2435f6-2565-11e8-8868-620b5c6d46c4.shtml?refresh_ce-cp

 

Rivista mensile INTERNAZIONALE
Aprile 2018
Annamaria Testa, esperta di comunicazione

 

 

Psicoanalisi in treno

 di Anna Maria Testa

 

 Salgo trafelata sul treno. Il vagone è pieno. Mi tocca fare lo slalom inciampando tra valigie e persone che si incrociano nel corridoio. Trovo il mio posto. Ci sono un soprabito e un bagaglio. Il tavolino è interamente occupato dalle carte, i libri e gli appunti di un tizio che se ne sta a capo chino e scrive, a mano, su un grande foglio.
Cominciamo bene, penso. “Scusi”, sussurro.
Il tizio alza lo sguardo e in un battibaleno sposta il bagaglio e tutto il resto, lasciandomi con millimetrica precisione e ammirevole senso di simmetria l’esatta metà di tavolino che mi spetta, né di più né di meno. Operazione non facile data la quantità delle carte. Riabbassa lo sguardo.
Così va meglio, penso.
Ma mentre prendo possesso della mia porzione di territorio, scaraventando con una certa soddisfazione computer e giornali sulla mia metà del tavolo, il tizio si riscuote.
“Lei è Annamaria Testa?”.
“Sì?” dico, aggiungendo un punto di domanda bello grosso. Non è che mi succeda ogni due per tre, di essere riconosciuta da qualcuno: di solito mi muovo nel mondo protetta da una confortevole trasparenza anagrafica, come qualsiasi mia altra coetanea che non sia la signora Macron.
“Lei si occupa di creatività e quindi dell’inconscio”, dice. “Abbiamo un interesse in comune”. Questa sì che è bella, penso.
Il tizio è psicoanalista e psicoterapeuta. Si chiama Nicolò Terminio. Lavora sulle dipendenze e sui nuovi sintomi. Sta andando a Roma per intervenire a un convegno: ecco il perché di quel grande foglio di appunti.
Mi rendo conto che ho un sacco di buoni motivi per trascurare i quotidiani (pessime notizie, peraltro) e cominciare a chiacchierare. Ma dopo poco la conversazione si trasforma in una sfilza di domande, e così accendo il computer e chiedo se posso essere io, a prendere qualche appunto.
Qui di seguito potete leggere alcune delle cose che ho imparato, in modo del tutto fortuito, nel corso di un viaggio tra Milano e Firenze. Del resto, un sacco di fatti interessanti si scoprono per caso.

Che c’entra la creatività con la psicoanalisi?
Il sintomo è l’espressione di una coazione a ripetere sempre gli stessi schemi. Una cura psicoanalitica cerca di trasformare un funzionamento ripetitivo in un funzionamento creativo. Provi a pensare all’inconscio come al campo magnetico che determina il comportamento della limatura di ferro sul tavolo, dandole forma. Noi non siamo padroni dell’inconscio, così come la limatura di ferro non è “padrona” del campo magnetico.

Restando in metafora: per modificare il campo magnetico, cioè per ottenere un risultato terapeutico, che si fa?
La psicoanalisi lavora sulle narrative. L’intervento terapeutico consiste nel cambiare la maniera in cui una persona parla del proprio modo di essere, e quindi pensa al proprio modo di essere, lo costruisce e lo rappresenta. La differenza di condizione tra persone che abbiano subìto un trauma sta non tanto nella gravità del trauma in sé, ma nella possibilità di vivere o meno l’esperienza del flow, così come l’ha teorizzata quel tizio col nome impossibile.

Sì, certo: il flow, il flusso creativo (a questo punto sfoggio il nome dell’autore, Mihály Csíkszentmihályi, e la pronuncia, che è, più o meno, Cìcksentmiai). Succede quando una persona si dimentica di se stessa ed è completamente assorbita, focalizzata e felice per quanto sta facendo.
Mentre il sintomo è un modo per tenere a bada l’inconscio, la terapia asseconda ciò che l’inconscio ha da dire. Lei sa che le nuove idee nascono quando la mente si trova libera di vagare, per esempio mentre stiamo guidando, preparando la cena o lavando i piatti. Nel setting psicoanalitico, il metodo delle associazioni libere “manda il paziente a lavare i piatti”, ed è allora che si lavora creativamente sul sintomo, in una situazione di flow. Una persona va dall’analista per fare quell’esercizio lì: ricostruire e ricombinare elementi che costruiscono una nuova trama di senso.

Posso capire anche questo: Poincaré dice che creatività è combinare elementi esistenti in forme nuove e utili. E anche Umberto Eco parla di creatività come ars combinatoria.
C’è un altro punto importante. L’inconscio ha un linguaggio che si esprime non solo attraverso combinazioni di segni ma, per esempio, attraverso il ritmo del corpo. Una persona non si porta dietro solo quello che Freud per primo ha chiamato romanzo familiare, ma anche un lessico familiare, quello di cui scriveva Natalia Ginzburg, e le cui parole valgono per quello che evocano più che per quello che significano. Pensi, per esempio, a un uomo che, a differenza di come è solita chiamarlo la moglie, si sente chiamare dall’amante con il nomignolo che usavano sua madre e sua nonna quando lui era piccolo, e che evoca sensazioni di accudimento e felicità, che sono anche sensazioni fisiche. Lacan diceva che la parola è il segno assoluto, il significante prima che gli abbiano messo in bocca il sasso del significato.

Mmh… ma possiamo dire che la creatività è una medicina?
È, piuttosto, un modo di essere che cura. Non dobbiamo pensarla come un apparato esterno, o una pratica. Pensi a un uomo su un gommone: è un esempio che mi ha fatto una volta un mio paziente. Vuole andare da una piccola isola a un’altra, e a un certo punto si trova in mezzo al mare, e non vede più né da dov’era partito né dove vuole arrivare. Per essere creativi, anche in un setting terapeutico, dobbiamo salire sul gommone. Cioè, dobbiamo espropriarci di quello che crediamo di essere, senza sapere ancora che cosa potremmo essere: solo allora passiamo dalla ripetizione all’invenzione. In altre parole: dobbiamo distaccarci e affrontare qualcosa che è un buco nel sapere. Un modo di essere in cui si guarda a viso aperto ciò che ancora non si sa, e si ama ciò che non si sa. È un processo che lavora sul versante femminile.

Ehi, fermo, fermo… si comincia così, con un cenno a margine, e si finisce con far coincidere “femminile”, “spaesato” e “irrazionale”, confezionando un bel discorso sessista.
Tranquilla. Non è una questione di anatomia dei corpi, e nemmeno di genere. La psicoanalisi identifica come non creativa la logica fallica, secondo la quale il linguaggio ha l’ultima parola sulla vita e pretende di saturare tutto l’esistente. È la logica dell’avere e della competizione, e del pensare che c’è un individuo che si rivolge alla vita come se questa fosse un oggetto da possedere. È una logica di dominio. E, attenzione: molte donne seguono questa logica, e, perfino, molte donne applicano al corpo femminile uno sguardo che è squisitamente maschile. La logica della creatività, invece, è “femminile” in quanto generativa. Apprezza il mistero e ciò che si può solo evocare. E riguarda anche il lasciarsi essere il corpo che si è. Il maschio che va in analisi è quello che sperimenta il fallimento di una logica basata sulla prestazione. Un paziente mi raccontava di aver nascosto la testa nel cuscino per evitare che la moglie lo vedesse piangere “come una femminuccia”. Ecco: in una logica maschile, e secondo gli insegnamenti del padre, quello che non si padroneggia è una minaccia alla propria identità. Essere capaci di salire sul gommone vuol dire saper vivere la propria emotività lasciandosi alle spalle quegli insegnamenti: non si riesce a essere creativi senza lasciarsi possedere e trasportare. Il flow, per la psicoanalisi, è quella cosa lì: lasciarsi possedere dal desiderio. Tra l’altro, i casi di impotenza maschile possono essere connessi proprio con la difficoltà a lasciarsi prendere da se stessi, e da una parte di se stessi che non si controlla. È quello, l’inconscio.

Lei prima ha citato Lacan.
Ho una formazione lacaniana. Ma si può essere lacaniani anche senza saperlo. Lei, per esempio, scrive alcune cose lacaniane.

Devo preoccuparmi? Non ho mai capito mezza riga di quel che dice Lacan.
Le discipline che si occupano del linguaggio, psicoanalisi compresa, sono diversi dialetti di una stessa lingua, che non esiste. Lei parla un dialetto differente da quello psicoanalitico, ma può dire le stesse cose. Per Lacan, il soggetto è un parlessere che prova a gestire il linguaggio, e fallisce quando trascura il ritmo del corpo e la musica del corpo. Parla di questo un bel testo sull’improvvisazione nel jazz e nella quotidianità. L’ha scritto Davide Sparti, che insegna a Siena.

D’accordo. La comunicazione non è solo linguaggio verbale. E il linguaggio analogico, quello dei gesti, del corpo, è più potente del linguaggio verbale. Tanto che, in caso di contraddizione tra messaggi, a vincere è quello espresso nel linguaggio del corpo.
Le faccio un altro esempio di vicinanza: nel tango, l’inciampo non è un errore, ma la sorgente di un nuovo movimento, inatteso e liberato dal ritmo. Per essere creativi bisogna amare l’inciampo: quello che è nuovo viene dall’ostacolo.

Anche il mio dialetto dice che alla base di un gesto creativo c’è sempre un trauma, un ostacolo e un desiderio.
Nel 1998, Aldo Carotenuto scrive un libricino importante. S’intitola Lettera aperta a un apprendista stregone. Carotenuto dice che, per l’analista, obiettivo di un lavoro di cura è trasformare una ferita in una feritoia: cioè ottenere la possibilità di affacciarsi alla vita in un modo nuovo. E dice che proprio attraverso la cura l’analista acquisisce e sviluppa il suo metodo. In sostanza, la psicoanalisi non è un’ortopedia del soggetto, che va “aggiustato”. Noi psicoanalisti siamo di fronte alla creatività del paziente come se fosse una pianta che sboccia. Non è che in tutte le sedute succeda questo, ma quando succede se ne accorgono entrambi, l’analista e il paziente.

Quanto spesso succede?
Ci sono vari gradi. Al termine della cura la trasformazione riguarda l’intero modo di essere, ma possono esserci stadi intermedi in cui la persona impara, per esempio, a non drogarsi, o a non tagliarsi. Lo dico ancora: la ripetizione va intesa come sintomo, e in un’analisi si impara a essere creativi e a interrompere la ripetizione. Una persona finisce la cura quando è soddisfatta del suo cambiamento. Ma non ci sono criteri né check-list. L’importante, e qui torniamo al tango, è continuare a ballare.

Mi fa un esempio?
Parliamo di una cosa di cui mi occupo: le dipendenze patologiche. Già è un successo intercettare persone che sono tossicodipendenti da trent’anni, metterle in un contatto più profondo con la musica che hanno sempre sentito e coinvolgerle nel capire finalmente che cosa vogliono dire i testi inglesi delle canzoni. È un successo convincere un giocatore d’azzardo a rinunciare all’istante magico della vincita, e a sostituire il gioco con la ricerca dei funghi in un bosco, e l’istante con la scoperta del fungo. È un esempio vero. E la scossa può essere altrettanto potente: c’è un libro di Peter Handke che ne parla.

La ringrazio di questi racconti.
Provi a pensarci: in questo dialogo, lei ha sostenuto il ruolo dell’analista, mettendo me nella condizione di analizzare alcuni aspetti della mia esperienza. Io le ho parlato del mio sintomo, che è la psicoanalisi. E, insieme, cercando coincidenze tra dialetti diversi, abbiamo costruito un discorso che ha arricchito entrambi.

 

https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2018/04/16/psicoanalisi-treno-creativita

 

Quotidiano REPUBBLICA
Rubrica Terza Pagina
12 Febbraio 2018
Riflessiobe sul libro di J.-P. Lebrun Oreste, La faccia nascosta di Edipo? Attualità del matricidio

 

ll nostro complesso? Oreste batte Edipo

di Massimo Recalcati

 

In questo libro, titolato Oreste, la faccia nascosta di Edipo?

Attualità del matricidio, Jean-Pierre Lebrun, psicoanalista belga di scuola lacaniana, si trova impegnato in un interessante dialogo con la collega Michèle Gastambide che prende spunto da una comune rilettura dell'Orestea di Eschilo.

Al centro è il gesto matricida di Oreste. Perché ritornare su di una figura dimenticata dalla psicoanalisi come quella del matricida che vendica il padre Agammenone, ucciso al suo ritorno da Troia dalla moglie Clitennestra, sua madre, decidendo, a sua volta, di sopprimere la sua genitrice?

Quale il segreto custodito in questo figlio che non risparmia chi lo ha messo al mondo?

Nel privilegiare la figura di Oreste a quella di Edipo è in gioco la lettura del disagio contemporaneo della civiltà. Lo dichiara apertamente Michèle Gastambide in conclusione del libro: «Se Edipo è la tragedia del destino… da cui Freud ha tratto l'interdetto dell'incesto, Oreste è la tragedia dell'impossibile godimento incestuoso per chi vuole essere umano». Nel tempo della nascita della psicoanalisi il complesso che organizzava la vita individuale e collettiva era stato isolato da Freud nella figura di Edipo, il figlio maledetto macchiato dai due crimini più efferati dell'umanità: parricidio e incesto. La trasgressione della barriera dell'incesto avviene a causa dell'oltrepassamento della Legge del padre che, dunque, ancora esiste in quanto tale nell'inconscio del soggetto riuscendo a scavare nel figlio stesso quel senso della colpa che umanizza la sua vita separandola dalla vita animale.

Insomma la dialettica del desiderio che l'Edipo di Sofocle, riletto da Freud, ci consegna è una dialettica simbolica, triangolare, dove il figlio si confronta con un oggetto (impossibile) sul quale cade l'interdizione paterna che lo obbliga a pagare il prezzo della sua trasgressione e - se si vuole evitare la fine tragica di Edipo - , a spostare la meta del suo desiderio su altri oggetti, non colpiti dall'interdetto paterno.

Oreste precede Edipo come Eschilo precede Sofocle. Si tratta di una precedenza non solo storica ma anche psichica: per poter accedere alla triangolazione simbolica che governa il complesso edipico bisogna passare dalla frattura della diade madre-bambino, o, meglio, dall'uccisione, altrettanto simbolica, della madre. In questo senso il gesto di Oreste anticipa necessariamente quello di Edipo. Al suo centro non è la morte del padre rivale ma quella della madre onnipotente che assoggetta il figlio uccidendo il padre. La tendenziale "scomparsa dell'Edipo freudiano" che caratterizza il nostro tempo finisce per abbandonare il figlio in balia di una maternalizzazione diffusamente incestuosa. Il conflitto non si triangolarizza simbolicamente, ma resta inespresso scatenandosi solo come violenza erratica, la quale altro non sarebbe – è una tesi forte e discutibile del libro - che un passaggio all'atto di tipo matricida: la mancanza del taglio simbolico tra il figlio e la madre affida al figlio questa responsabilità che in Oreste assume la forma compiuta dell'atto matricida. In questo senso egli diviene «l'attore della propria separazione». Qui si colloca l'interesse psicoanalitico e antropologico che investe il gesto di Oreste: come estrarre il soggetto dal vincolo incestuoso che lo assoggetta al capriccio materno in un tempo dove la funzione paterna è in declino?

Oreste accede alla separazione attraverso l'atto orrendo del matricidio. È questa nel nostro tempo la sola forma che può assumere un atto di separazione?

Perché, come affermano i protagonisti di questo appassionante dialogo, «il problema non è tanto separare la madre dal bambino, o viceversa, quanto che entrambi si separino da ciò che li tiene insieme in modo tale che nessuna frattura possa intromettersi, nessuna perdita possa essere contemplata». Siamo in un tempo dove l'accesso al complesso di Edipo è ostruito dalla presenza di una maternage perverso – da una mèrversion per usare una efficace espressione di Lebrun -, incrementato da una "società maternalizzante", come teorizza anche Michel Schneider in Big Mother, che vincola la vita del figlio a quella dell'oggetto incestuoso sopprimendo la dimensione terza incarnata dalla parola del padre. In questo corpo a corpo del figlio con la madre – che può essere assunto come paradigma clinico delle cosiddette dipendenze patologiche oggi diffuse epidemicamente – non circola ossigeno, aria, non c'è alcuna possibilità di differenziazione, di separazione, di soggettivazione.

Nella violenza che sembra caratterizzare la psicopatologia contemporanea sia individuale (il passaggio all'atto violento sempre più diffuso, si pensi, per esempio, al femminicidio) che di massa (si pensi al terrorismo fondamentalista), gli autori di questo libro vedono all'opera quello che potremmo definire, seguendo il loro ragionamento, un vero e proprio complesso di Oreste. In una società che non conosce più il senso del limite e dove il godimento che si diffonde appare incestuoso, il matricidio sarebbe il tentativo disperato di creare uno spazio, una frattura, una separazione, una discontinuità da questo godimento fatalmente mortifero che impedisce il sorgere della differenza, come accade ad un paziente tossicomane di Michèle Gastambide che dichiarava senza mezzi termini: «Dovrei uccidere mia madre… ma non posso, sono intessuto in lei».

 

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/02/12/ll-nostro-complesso-oreste-batte-edipo27.html

 

S.I.P.P.

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