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Quotidiano "IL MESSAGGERO"
Rubrica SALUTE
Mercoledi 5 Giugno 2019

 

Se per curare la mente il farmaco è la parola

Carla Massi

Più parole, meno medicine.
Più tempo al racconto e meno al dolore sordo, quello che maledettamente regalano ansia e depressione.
Hanno deciso di alzare la voce gli specialisti della psiche che si sono dati appuntamento a Roma venerdì 7 giugno a La Sapienza aula magna del Rettorato.
Una giornata intera di dibattito tra i rappresentanti dell’Associazione italiana psicologia analitica, dell’European federation for psychoanalytic psychotherapy e della Società psicoanalitica italiana sulla efficacia della psicoterapia psicoanalitica nei contesti di cura. Freudiani e junghiani saranno insieme.
Alzano la voce per denunciare che, negli ultimi anni, la terapia della parola sta via via scomparendo nei centri pubblici dedicati ai disturbi mentali. Sempre meno incontri e colloqui, a loro avviso, e sempre più terapie farmacologiche. Dai bambini agli adulti.
«Non tutti i disturbi posso essere eliminati con cure a base di pillole - spiega Luisa Carbone Tirelli, presidente dell’Associazione italiana di psicoterapia psicoanalitica dell’infanzia, adolescenza e famiglia - soprattutto tra i piccolissimi. Eppure oggi, un bambino, per iniziare nel pubblico un percorso di tipo psicologico, può arrivare ad aspettare anche un anno.
Tutti sappiamo che intervenire in tempo significa cambiare il corso della vita di un futuro adulto. Oggi, invece, è dilagante la medicalizzazione dei problemi, senza tenere in considerazione quale potrebbe essere il beneficio di un’analisi più ampia. Che si occupi della sua famiglia, del suo quotidiano».

IL CIBO
Un quotidiano, per molti bambini, fatto di notti passate con gli occhi sbarrati, di alimenti rifiutati, di difficoltà a tenere le relazioni, di mutismi improvvisi. «Riuscire ad avvicinarli in modo diverso - aggiunge Luisa Carbone Tirelli - significa aiutarli a costruire il processo di un pensiero. A toccare le paure e superarle con la terapeuta e i genitori. Un lavoro lento, un lavoro che sicuramente porta dei grandi vantaggi ma che oggi il servizio pubblico non riesce a dare. Direi non riesce più a dare. Se ci voltiamo dobbiamo constatare un grande passo indietro».
Stesso tipo di strategia terapeutica per l’adulto. Visita, farmaco e niente parole. A meno che non ci si rivolga al privato. Eppure, sono gli specialisti, che fanno i conti, la scelta psicoanalitica potrebbe portare anche un risparmio a lungo termine per il servizio sanitario. Basta ricordare che, da noi, sei milioni di persone sono colpite da due o più disturbi psichici.
Parliamo di ansia e depressione, per citarne solo due.
«Sono 2,8 milioni coloro che soffrono di depressione, il 5,4% della popolazione dai quindici anni in su - ricorda Anna Maria Nicolò presidente della Società psicoanalitica italiana - Eppure, assistiamo ad una sostanziale esclusione di trattamenti basati sulla relazione nel pubblico perché ritenuti lunghi, costosi e incompatibili con la pratica psichiatrica».

L’INVALIDITÀ
Secondo le ultime stime dell’Organizzazione mondiale della sanità il 10-20% di bambini e adolescenti soffre di disturbi mentali.
Mentre nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di invalidità per malattia subito dopo le patologie cardiovascolari.
«Riuscire a stare con un po’ di tempo insieme ad un bambino ci permette di vedere come si muove, perché ripete alcuni comportamenti. Lui non sa che cosa è un trauma e i ricordi si raccontano male ma riesce ugualmente a far- si capire e mostrare il disagio. Ovviamente lo si deve sapere interpretare - dice ancora Luisa CarboneTirelli - e, soprattutto, spiegare ad una mamma o ad un papà».

Venerdì, dunque, gli specialisti escono dagli studi e a voce alta chiedono che il flusso dei propri pensieri (o movimenti) riesca ad entrare nei servizi delle Asl a pieno titolo. L’obiettivo è quello di «non lavorare solo con pazienti ricchi e nevrotici» aggiunge Alessandra De Coro, presidente dell’Associazione italiana di psicologia analitica.

 

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Quotidiano "IL MANIFESTO"
Rubrica CULTURA
Mercoledi 5 Giugno 2019

 

Solo alla psicoanalisi sta a cuore il senso della sofferenza mentale

Francesca Borrelli

 

Da anni, ormai, della sofferenza mentale si è impossessato un ingegnoso mercato, che punta sulla idealizzazione delle neuroscienze e sugli effetti delle terapie cognitiviste, entrambe perfettamente sintonizzate con l’individualismo contemporaneo e il tempo della fretta. La cacciata in esilio del senso ha colonizzato il senso comune: non è un gioco di parole, è precisamente quanto è avvenuto in coincidenza con ciò che Alain Ehrenberg chiama, nel suo ultimo libro – La meccanica delle passioni (Einaudi, 2019) – l’avvento di un uomo nuovo: «l’uomo neurale».

ANCHE A CHI non sia un cultore di Freud è evidente come ciò che ci identifica non è il nostro cervello, bensì ciò che facciamo della nostra esistenza. In questo contesto, notava nel 2015 Miguel Benasayag, quel che spesso si nasconde dietro gli attacchi alla psicoanalisi non è ascrivibile alle sue lacune, ma è piuttosto frutto delle sue virtù: sembra che a venire soprattutto rifiutata sia infatti, la «dimensione tragica» della cura analitica, quel contatto del singolo con il mondo in cui risuona l’eco hegeliana di una teoria della storia secondo la quale gli individui, pur dedicandosi alle loro attività e perseguendo fini egoistici servono, sebbene inconsciamente, un comune disegno di emancipazione. L’universo dell’uomo contemporaneo – scrive ancora lo psichiatra argentino – si ferma invece ai confini del corpo. Eppure, nemmeno quando si limita a un fenomeno fisico, il dolore si esaurisce, in realtà, in un impulso nervoso: la sua percezione dipende, infatti, dalla diversa griglia interpretativa che ha in dotazione ciascun individuo. Detto altrimenti, non esiste dolore che preceda il senso.

A dispetto di questa evidenza, Anna Maria Nicolò, attuale presidente della Spi, introdurrà il convegno L’efficacia della psicoterapia psicoanalitica nei contesti di cura (promosso dalla Società Psicoanalitica Italiana, dalla Associazione Italiana Psicologia Analitica, e da Soci Italiani European Federation for Psychoanalytic Psychotherapy) il 7 giugno all’Università La Sapienza di Roma, sottolineando come «la psicoterapia sta praticamente sparendo dalle istituzioni e l’approccio psicodinamico, che aveva tanto bene orientato la prevenzione, la diagnosi e la cura nei consultori, nelle équipe mediche psicopedagogiche delle scuole, nei centri di salute mentale e negli ospedali, viene relegato a settori o a operatori rari e isolati».

ORMAI ALMENO due generazioni di psichiatri sono stati allenati a ignorare la ricorsività intrinseca a giochi linguistici che, se interpretati, potrebbero aiutare sensibilmente molti dei loro pazienti, trattati invece farmacologicamente sulla base di un investimento di interessi sul cervello piuttosto che sulla psiche.
Nel denunciare la illusoria prassi di sbarazzarsi dei sintomi schizofrenici trasferendoli sui farmaci, il grande psicoanalista inglese Christopher Bollas ha parlato di «incarcerazione psicotropa», identificando nella medicalizzazione vigente una minaccia alla dimensione umana. Per molti aspetti, infatti, sintomo e persona sono tutt’uno. «Di fatto – scrive Bollas – l’idea che i disturbi mentali possano essere risolti tramite un intervento neurologico è un errore categoriale ridicolo quanto lo è confondere un programma radiofonico con la radio stessa».
Da che la ricerca empirica ha ormai dimostrato l’efficacia dei trattamenti analitici, ciò che è in gioco – dirà Antonello Correale al convegno – è «capire come e per chi il trattamento analitico funziona e chiarire quali siano i fattori terapeutici realmente attivi». La psicoterapia a orientamento dinamico ha rivelato la sua particolare efficacia nel trattamento della depressione, «inesorabile contropartita dell’uomo che si pretende sovrano» ha scritto Ehrenberg, in un saggio ormai famoso, La fatica di essere se stessi, che analizza questa «malattia della responsabilità» come tipica di dinamiche sociali dove il conflitto non è più fra ciò che è permesso e ciò che è vietato, bensì tra ciò che è possibile, ovvero alla nostra portata, e ciò che è inaccessibile, sebbene propagandato come dipendente dalle nostre capacità autoimprenditoriali.

AL CONVEGNO che avrà inizio venerdì, Antonello Colli si incaricherà di riassumere le critiche più frequenti alle terapie psicoanalitiche: «non sono validate empiricamente; laddove esistano prove empiriche l’efficacia delle terapie psicoanalitiche è modesta se paragonata ad altre terapie evidence based; sono eccessivamente e inutilmente lunghe e costose». Ma «mettere in atto una valutazione psicodinamica in età evolutiva, significa – farà notare Mirella Galeota – sostare senza fretta a osservare e interrogarsi sulla persona intera del paziente, non solo sul disturbo o sull’organo o la singola funzione… Valutare psicodinamicamente un minore significa utilizzare il metodo psicoanalitico che è il solo che consente di stare con propria mente in relazione con la mente dell’altro».

 

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Quotidiano "LA REPUBBLICA"
Rubrica CULTURA
Mercoledi 9 Gennaio 2019

 

Le sfide della psicoanalisi nel saggio ”Dislocazioni” curato da Lorena Preta

Moreno Montanari

Avreste mai detto che il secondo paese con il più alto chirurgiche per il cambiamento disesso, dopo la Thailandia, fosse l’Iran? Che fu addirittura l’Ayatollah Khomeini a decretare che «la riattribuzione di genere, se prescritta da un medico affidabile, non va contro la Sharia» e che tali operazioni, in un paese nel quale la condizione della donna non
sembra brillare per particolare libertà, sono più gli uomini che chiedono di cambiare la loro sessualità biologica che le donne? Dovremmo dedurre che stereotipi e pregiudizi sono duri a morire e che l’Iran ultraconservatore rivela invece un lato iperliberale su questioni così delicate, con tanto di sostegno psicologico ed economico a chi vuole cambiare sesso?Solo in apparenza, perché come ha mostrato la psicoanalista iraniana Gohar Homayounpour,molte di queste persone non si opererebbero se nel loro Stato l’omosessualità non fosse considerato un reato punibile con la pena di morte, per cui il loro transgenderismo in molti casi appare come l’unica soluzione per continuare a vivere in società che li costringe ad omologarsi ai canoni della presunta sessualità “naturale”. Ma il fatto è che una sessualità naturale non esiste e che per quanto siamo indotti a pensarla come una questione privata e istintuale, essa è in realtà intrinsecamente culturale e politica, come ha spiegato bene Michel Foucault. Basta considerare il diverso modo in cui ciascuno di noi la vive nel corso degli anni, nelle diverse relazioni a cui ha dato vita, per osservare come la propria personale concezione delle identità sessuali altre cambi. Lo spiega bene Vittorio Lingiardi: «La nostra sessualità e i nostri generi sono costruzioni evolutive e relazionali: contemporaneamente biologiche e sociali, creative e difensive; sono il risultato di predisposizioni genetiche e ormonali ma anche di aspettative familiari e pressioni sociali». Al punto che «il genere è qualche cosa che facciamo piuttosto che qualcosa che siamo» esattamente come la nostra identità che, come mostrava già nel XIX secolo il filosofo Kierkegaard, non è alcunché di dato, fisso, sostanziale, ma costituisce l’esito, sempre in divenire, del modo in cui ci rapportiamo a noi stessi. Il tema della transessualità diviene così il
paradigma di un atteggiamento che crede di poter ridurre lo psichico al corporeo trasferendo su di esso questioni che andrebbero invece elaborate psichicamente e offre lo spunto al titolo di questo prezioso libro collettaneo a cura di Lorena Preta: Dislocazioni. Nuove forme del disagio psichico e sociale (Mimesis, per la collana Geografie della psicoanalisi). Analizzando diversi scenari di misconoscimento del corpo, avvertito sempre più come estraneo e oggetto di una frammentazione disgregante che sembra legata alla pulsione di morte, gli autori provano a tracciare una nuova cartografia del soggetto indagandone il ruolo in un mondo dominato da nuove forme di comunicazione, spazi virtuali, biotecnologie che sovvertono la percezione usuale del nostro corpo, ridefiniscono la sessualità e danno forma a inedite organizzazioni della famiglia. In questo nuovo scenario in cui gli individui, osserva Preta, «sembrano caratterizzati da una tendenza ad agire l’inconscio, come se questo fosse rivoltato fuori e si fosse persa la necessaria distinzione tra mondo interno e realtà esterna», la funzione della psicoanalisi sembra essere quella di insegnare a smontare l’erronea idea di un’identità monolitica, adialettica e definita per sottrazione da un’alterità che invece ci abita e ci arricchisce. Per apprendere che divenire ciò che si è significa in fondo disporsi a essere ciò che possiamo diventare.

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Quotidiano "LA REPUBBLICA"
Rubrica TERZA PAGINA
Venerdi 23 Novembre 2018

Il culto della normalità. A colloquio con C. Bollas
di Vittorio Lingiardi

Chrislopher Bollas è una delle voci più originali e carismatiche della psicoanalisi contemporanea. Ha amici e nemici, questi ultimi considerandolo di indole letteraria, disinvolto nel pluralismo teorico, troppo ispirato e immerso nella sua fede psicoanalitica. Per gli amanti del pop, è l'unico psicoanalista menzionato nella prima serie originale (la migliore) di In Treatment. Nato negli Usa, ma di fondazione clinica londinese, ha studiato con Francis Tustin e Donald Meltzer, è stato analizzato da Masud Khan. È tra i curatori dell'opera di Winnicott, ha subito il fascino di Lacan.
Per anni ha svolto attività di formazione a Roma, presso l'Istituto di Neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli che, dice, «rimane il miglior centro psichiatrico per bambini che abbia mai visto. È prolifico: per quantità di libri, generi e neologismi. La sua scrittura risuona in modo subliminale ed è disseminata di concetti come “conosciuto non pensato”, “oggetto trasformativo”, “identificazione estrattiva”, creati per spingere sempre più in là il pensiero clinico.
Questo analista proteiforme sarà ospite del convegno nazionale della Società Psicoanalitica Italiana “Dalla consultazione alla costruzione della relazione analitica”. Un titolo opportuno che evoca il respiro clinico che dal primo colloquio conduce al vero veicolo del cambiamento: la relazione terapeutica. Il tema della lecture di Bollas sarà la valutazione di chi è reduce da uno scompenso psicotico o addirittura è nel pieno del breakdown. «Parlerò di come la consultazione clinica con chi è alle prese con la psicosi può rivelarsi una magnifica occasione per un incontro trasformativo che prelude al lavoro analitico», esordisce. Gli stati mentali psicotici hanno sempre catturato l'interesse di Bollas che sul tema ha scritto due libri da poco tradotti in italiano: Se il sole esplode (Cortina) e Catch them. La psicoanalisi del breakdown psichico (Angeli), dove il titolo sta per “acciuffali in tempo” e scoprirai che il crollo (breakdown) può diventare una breccia (breakthrough).
«La consultazione», aggiunge, «non è un passaggio tecnico nel processo dell'invio e della presa in carico. È un momento di comprensione analitica profonda». A un livello inferiore di accelerazione, penso la stessa cosa a proposito della diagnosi. Che non è assegnare un'etichetta. ma iniziare a formulare un caso, saper stare nella tensione benefica che ci sospende tra la categoria generale che classifica un disturbo e la storia individuale che, in quel paziente, lo rende unico. Ma poiché so che non tutti gli psicoanalisti amano le diagnosi, sono curioso di conoscere il punto di vista di Bollas. «Se non sa distinguere tra un isterico e un borderline», risponde, «credo che lo psicoanalista sia perduto. Si traila di differenze cruciali, come sapere che un italiano non è uno svedese. Al tempo stesso credo che questa importante conoscenza in qualche modo “svanisca man mano che ci si addentra nell'organizzazione di un particolare carattere. Come se nel corso dell'analisi le specificità diagnostiche scomparissero).
E ora proviamo a uscire dalla stanza d'analisi per fare quello che James Hillman, una specie di Bollas junghiano, vent'anni fa chiedeva agli analisti: aprire la finestra delle loro stanze e accorgersi del mondo. Nel suo L'età dello smarrimento Senso e malinconia (Cortina). Bollas non fa sdraiare sul lettino un singolo paziente, ma la nostra epoca. Gli chiedo quali sarebbero le libere associazioni di un elettore di Trump alla parola “umanità” che è la parola con cui finisce il suo libro. «Gli elettori di Trump sono molto diversi tra loro. Trump è un’oggettivazione sociale del nostro modo fallimentare di affrontare enormi problemi. Lo stesso vale per Brexit. Le risposte scorciatoia tipo “lasciare l'Ue vs rimanere nell'Ue non ci portano lontano. La libera associazione psicoanalitica serve a favorire domande capaci di muovere idee inconsce infinite. È un modo per battere l'egemonia delle soluzioni semplici a favore dei movimenti complessi del pensiero». A proposito della paura-rifiuto della complessità, che a mio avviso è la vera “diagnosi” contemporanea, uno dei capitoli più interessanti del libro di Bollas è quello sulla personalità “ammalata” di normalità, devota al benessere materiale, disinteressata alla vita interiore. «È psicofobica. Come molti americani, forse come il sogno americano stesso. Se Christopher Lasch, che scrisse La cultura del Narcisismo, oggi fosse vivo sposterebbe l'accento dal narcisismo alla sociopatia come nuova normalità». Di solito i sociopatici non vanno in analisi. E i normopatici?. «Quando uscì il libro molti miei pazienti hanno concluso di essere normopatici. E da lì hanno provato a vedere le loro vite in modo diverso. È stato liberatorio. Le diagnosi sono effimere. Col tempo in analisi emergono le complessità della vita mentale e i sottili movimenti della personalità che coinvolgono l'Io dell'analista e dissolvono la coerenza della diagnosi originaria.
Quindi, sì, ho iniziato a lavorare con alcuni normopatici e presto è iniziato il loro cambiamento. Di questi tempi molti pazienti cercano soluzioni operative a problemi complessi. La terapia cognitivo-comportamentale (che pure può essere utile) affronta i sintomi e i problemi con soluzioni operative».

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Quotidiano CORRIERE DELLA SERA

Rubrica Cronache

11 Marzo 2018

 

 

Il ritorno di Freud: il fascino moderno del padre della psicanalisi

di Paolo Di Stefano

 

 

Il ritorno di Freud. È un’evidenza più che un auspicio. Basta guardarsi intorno. Lo spettacolo del Piccolo Teatro, scritto da Stefano Massini e diretto da Federico Tiezzi, ha ottenuto risultati fuori dal comune: 42 rappresentazioni, quasi 40 mila spettatori ad applaudire Fabrizio Gifuni nei panni del padre della psicanalisi alle prese con l’interpretazione dei sogni. E intorno allo spettacolo, una serie di conferenze e di proiezioni cinematografiche sempre affollate, da Freud, passioni segretedi John Huston (1962) all’edipico Volverdi Almodóvar (2006), passando per gli incubi di Hitchcock e le nevrosi di Woody Allen. Ai quali andrebbe, almeno idealmente, aggiunto il nuovo Polanski, uscito proprio questo fine settimana, Quello che so di lei: narrazione, dai risvolti freudiani quasi di scuola, che prende avvio dal blocco di ispirazione che colpisce una scrittrice assalita dalla colpa di aver messo a nudo la propria vita privata per ottenere successo.

Il maestro dell’inconscio
Di certo non è un caso se lo stesso Massini che qualche anno fa ha indagato la crisi (anche psichica) di Wall Street nel bellissimo romanzo Qualcosa sui Lehman(e nel testo teatrale messo in scena da Luca Ronconi), ha sentito l’urgenza di scrivere una sorta di «biografia immaginaria» del Maestro dell’inconscio costruita sulle sue e altrui visioni notturne (il libro, Mondadori, si intitola L’interpretatore dei sogni). Dunque, seguendo l’itinerario di Massini, non è escluso che la riscoperta della psicanalisi freudiana abbia qualcosa a che fare anche con il crollo delle magnifiche sorti e progressive promesse dall’economia finanziaria globale: e ne sia in qualche modo la conseguenza. Del resto, dopo il naufragio delle ideologie politiche e il collasso dell’estasi capitalistica, non sembra insensato chiedere un aiuto a Herr Doktor Sigmund Freud non per «guarire» dall’ansia, dalla mancanza di futuro e dalla sfiducia esistenziale che ci opprimono, ma almeno per cercare una correlazione non liquida tra la sofferenza quotidiana individuale e lo squilibrio più ampio del mondo. In fondo, niente di più centrale per Freud che la frustrazione proveniente dalla distanza tra vita desiderata e vita vissuta.

Freud e la Chiesa
Semplificazioni, certo. Ma quando mai si è sentito un Papa ammettere, come ha fatto Bergoglio, che in un passato difficile, poco più che quarantenne, ha voluto ricorrere a una psicanalista per «schiarirsi alcune cose». Neppure nei suoi sogni più rosei, Freud avrebbe potuto immaginarsi un testimonial così autorevole. Tanto più che proprio la Chiesa cattolica non ha mai esitato a condannare una teoria della psiche centrata sull’istinto sessuale.

«Il ritorno di Freud»
«Il ritorno di Freud»: se la Scuola di psicanalisi freudiana ha deciso di intitolare proprio così una serie di conferenze che si terranno in marzo a Palazzo Broletto di Pavia avrà le sue buone ragioni. Sarebbe stato impensabile, fino a qualche anno fa, un titolo del genere. Archiviata la riduzione della psicanalisi a «mero trattamento placebo», gli addetti ai lavori sentono l’esigenza di superare finalmente i luoghi comuni in positivo e in negativo, le posizioni idolatriche così come le riprovazioni aprioristiche. Magari aprendo nuove prospettive al grande pubblico.

La mostra a Ferrara
Lo possono fare certamente, in sintonia e in contemporanea con gli specialisti, il teatro e la letteratura. E lo può fare anche, per via indiretta, una mostra come quella che si è appena aperta a Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Titolo: «Stati d’animo», una declinazione tra psiche e arte tra Otto e Novecento, da Previati a Boccioni: gente che provò a «maneggiare» una materia sottile come i sentimenti anche nell’onda dei nascenti studi sull’inconscio. Al tempo in cui i Papi non volevano saperne dell’«interpretatore dei sogni», troppo materialista per i loro gusti. È passato più di un secolo e Freud da pessimo dottore dell’anima è diventato uno stato d’animo.

https://www.corriere.it/cronache/18_marzo_12/freud-ritorno-successo-ea2435f6-2565-11e8-8868-620b5c6d46c4.shtml?refresh_ce-cp

 

Rivista mensile INTERNAZIONALE
Aprile 2018
Annamaria Testa, esperta di comunicazione

 

 

Psicoanalisi in treno

 di Anna Maria Testa

 

 Salgo trafelata sul treno. Il vagone è pieno. Mi tocca fare lo slalom inciampando tra valigie e persone che si incrociano nel corridoio. Trovo il mio posto. Ci sono un soprabito e un bagaglio. Il tavolino è interamente occupato dalle carte, i libri e gli appunti di un tizio che se ne sta a capo chino e scrive, a mano, su un grande foglio.
Cominciamo bene, penso. “Scusi”, sussurro.
Il tizio alza lo sguardo e in un battibaleno sposta il bagaglio e tutto il resto, lasciandomi con millimetrica precisione e ammirevole senso di simmetria l’esatta metà di tavolino che mi spetta, né di più né di meno. Operazione non facile data la quantità delle carte. Riabbassa lo sguardo.
Così va meglio, penso.
Ma mentre prendo possesso della mia porzione di territorio, scaraventando con una certa soddisfazione computer e giornali sulla mia metà del tavolo, il tizio si riscuote.
“Lei è Annamaria Testa?”.
“Sì?” dico, aggiungendo un punto di domanda bello grosso. Non è che mi succeda ogni due per tre, di essere riconosciuta da qualcuno: di solito mi muovo nel mondo protetta da una confortevole trasparenza anagrafica, come qualsiasi mia altra coetanea che non sia la signora Macron.
“Lei si occupa di creatività e quindi dell’inconscio”, dice. “Abbiamo un interesse in comune”. Questa sì che è bella, penso.
Il tizio è psicoanalista e psicoterapeuta. Si chiama Nicolò Terminio. Lavora sulle dipendenze e sui nuovi sintomi. Sta andando a Roma per intervenire a un convegno: ecco il perché di quel grande foglio di appunti.
Mi rendo conto che ho un sacco di buoni motivi per trascurare i quotidiani (pessime notizie, peraltro) e cominciare a chiacchierare. Ma dopo poco la conversazione si trasforma in una sfilza di domande, e così accendo il computer e chiedo se posso essere io, a prendere qualche appunto.
Qui di seguito potete leggere alcune delle cose che ho imparato, in modo del tutto fortuito, nel corso di un viaggio tra Milano e Firenze. Del resto, un sacco di fatti interessanti si scoprono per caso.

Che c’entra la creatività con la psicoanalisi?
Il sintomo è l’espressione di una coazione a ripetere sempre gli stessi schemi. Una cura psicoanalitica cerca di trasformare un funzionamento ripetitivo in un funzionamento creativo. Provi a pensare all’inconscio come al campo magnetico che determina il comportamento della limatura di ferro sul tavolo, dandole forma. Noi non siamo padroni dell’inconscio, così come la limatura di ferro non è “padrona” del campo magnetico.

Restando in metafora: per modificare il campo magnetico, cioè per ottenere un risultato terapeutico, che si fa?
La psicoanalisi lavora sulle narrative. L’intervento terapeutico consiste nel cambiare la maniera in cui una persona parla del proprio modo di essere, e quindi pensa al proprio modo di essere, lo costruisce e lo rappresenta. La differenza di condizione tra persone che abbiano subìto un trauma sta non tanto nella gravità del trauma in sé, ma nella possibilità di vivere o meno l’esperienza del flow, così come l’ha teorizzata quel tizio col nome impossibile.

Sì, certo: il flow, il flusso creativo (a questo punto sfoggio il nome dell’autore, Mihály Csíkszentmihályi, e la pronuncia, che è, più o meno, Cìcksentmiai). Succede quando una persona si dimentica di se stessa ed è completamente assorbita, focalizzata e felice per quanto sta facendo.
Mentre il sintomo è un modo per tenere a bada l’inconscio, la terapia asseconda ciò che l’inconscio ha da dire. Lei sa che le nuove idee nascono quando la mente si trova libera di vagare, per esempio mentre stiamo guidando, preparando la cena o lavando i piatti. Nel setting psicoanalitico, il metodo delle associazioni libere “manda il paziente a lavare i piatti”, ed è allora che si lavora creativamente sul sintomo, in una situazione di flow. Una persona va dall’analista per fare quell’esercizio lì: ricostruire e ricombinare elementi che costruiscono una nuova trama di senso.

Posso capire anche questo: Poincaré dice che creatività è combinare elementi esistenti in forme nuove e utili. E anche Umberto Eco parla di creatività come ars combinatoria.
C’è un altro punto importante. L’inconscio ha un linguaggio che si esprime non solo attraverso combinazioni di segni ma, per esempio, attraverso il ritmo del corpo. Una persona non si porta dietro solo quello che Freud per primo ha chiamato romanzo familiare, ma anche un lessico familiare, quello di cui scriveva Natalia Ginzburg, e le cui parole valgono per quello che evocano più che per quello che significano. Pensi, per esempio, a un uomo che, a differenza di come è solita chiamarlo la moglie, si sente chiamare dall’amante con il nomignolo che usavano sua madre e sua nonna quando lui era piccolo, e che evoca sensazioni di accudimento e felicità, che sono anche sensazioni fisiche. Lacan diceva che la parola è il segno assoluto, il significante prima che gli abbiano messo in bocca il sasso del significato.

Mmh… ma possiamo dire che la creatività è una medicina?
È, piuttosto, un modo di essere che cura. Non dobbiamo pensarla come un apparato esterno, o una pratica. Pensi a un uomo su un gommone: è un esempio che mi ha fatto una volta un mio paziente. Vuole andare da una piccola isola a un’altra, e a un certo punto si trova in mezzo al mare, e non vede più né da dov’era partito né dove vuole arrivare. Per essere creativi, anche in un setting terapeutico, dobbiamo salire sul gommone. Cioè, dobbiamo espropriarci di quello che crediamo di essere, senza sapere ancora che cosa potremmo essere: solo allora passiamo dalla ripetizione all’invenzione. In altre parole: dobbiamo distaccarci e affrontare qualcosa che è un buco nel sapere. Un modo di essere in cui si guarda a viso aperto ciò che ancora non si sa, e si ama ciò che non si sa. È un processo che lavora sul versante femminile.

Ehi, fermo, fermo… si comincia così, con un cenno a margine, e si finisce con far coincidere “femminile”, “spaesato” e “irrazionale”, confezionando un bel discorso sessista.
Tranquilla. Non è una questione di anatomia dei corpi, e nemmeno di genere. La psicoanalisi identifica come non creativa la logica fallica, secondo la quale il linguaggio ha l’ultima parola sulla vita e pretende di saturare tutto l’esistente. È la logica dell’avere e della competizione, e del pensare che c’è un individuo che si rivolge alla vita come se questa fosse un oggetto da possedere. È una logica di dominio. E, attenzione: molte donne seguono questa logica, e, perfino, molte donne applicano al corpo femminile uno sguardo che è squisitamente maschile. La logica della creatività, invece, è “femminile” in quanto generativa. Apprezza il mistero e ciò che si può solo evocare. E riguarda anche il lasciarsi essere il corpo che si è. Il maschio che va in analisi è quello che sperimenta il fallimento di una logica basata sulla prestazione. Un paziente mi raccontava di aver nascosto la testa nel cuscino per evitare che la moglie lo vedesse piangere “come una femminuccia”. Ecco: in una logica maschile, e secondo gli insegnamenti del padre, quello che non si padroneggia è una minaccia alla propria identità. Essere capaci di salire sul gommone vuol dire saper vivere la propria emotività lasciandosi alle spalle quegli insegnamenti: non si riesce a essere creativi senza lasciarsi possedere e trasportare. Il flow, per la psicoanalisi, è quella cosa lì: lasciarsi possedere dal desiderio. Tra l’altro, i casi di impotenza maschile possono essere connessi proprio con la difficoltà a lasciarsi prendere da se stessi, e da una parte di se stessi che non si controlla. È quello, l’inconscio.

Lei prima ha citato Lacan.
Ho una formazione lacaniana. Ma si può essere lacaniani anche senza saperlo. Lei, per esempio, scrive alcune cose lacaniane.

Devo preoccuparmi? Non ho mai capito mezza riga di quel che dice Lacan.
Le discipline che si occupano del linguaggio, psicoanalisi compresa, sono diversi dialetti di una stessa lingua, che non esiste. Lei parla un dialetto differente da quello psicoanalitico, ma può dire le stesse cose. Per Lacan, il soggetto è un parlessere che prova a gestire il linguaggio, e fallisce quando trascura il ritmo del corpo e la musica del corpo. Parla di questo un bel testo sull’improvvisazione nel jazz e nella quotidianità. L’ha scritto Davide Sparti, che insegna a Siena.

D’accordo. La comunicazione non è solo linguaggio verbale. E il linguaggio analogico, quello dei gesti, del corpo, è più potente del linguaggio verbale. Tanto che, in caso di contraddizione tra messaggi, a vincere è quello espresso nel linguaggio del corpo.
Le faccio un altro esempio di vicinanza: nel tango, l’inciampo non è un errore, ma la sorgente di un nuovo movimento, inatteso e liberato dal ritmo. Per essere creativi bisogna amare l’inciampo: quello che è nuovo viene dall’ostacolo.

Anche il mio dialetto dice che alla base di un gesto creativo c’è sempre un trauma, un ostacolo e un desiderio.
Nel 1998, Aldo Carotenuto scrive un libricino importante. S’intitola Lettera aperta a un apprendista stregone. Carotenuto dice che, per l’analista, obiettivo di un lavoro di cura è trasformare una ferita in una feritoia: cioè ottenere la possibilità di affacciarsi alla vita in un modo nuovo. E dice che proprio attraverso la cura l’analista acquisisce e sviluppa il suo metodo. In sostanza, la psicoanalisi non è un’ortopedia del soggetto, che va “aggiustato”. Noi psicoanalisti siamo di fronte alla creatività del paziente come se fosse una pianta che sboccia. Non è che in tutte le sedute succeda questo, ma quando succede se ne accorgono entrambi, l’analista e il paziente.

Quanto spesso succede?
Ci sono vari gradi. Al termine della cura la trasformazione riguarda l’intero modo di essere, ma possono esserci stadi intermedi in cui la persona impara, per esempio, a non drogarsi, o a non tagliarsi. Lo dico ancora: la ripetizione va intesa come sintomo, e in un’analisi si impara a essere creativi e a interrompere la ripetizione. Una persona finisce la cura quando è soddisfatta del suo cambiamento. Ma non ci sono criteri né check-list. L’importante, e qui torniamo al tango, è continuare a ballare.

Mi fa un esempio?
Parliamo di una cosa di cui mi occupo: le dipendenze patologiche. Già è un successo intercettare persone che sono tossicodipendenti da trent’anni, metterle in un contatto più profondo con la musica che hanno sempre sentito e coinvolgerle nel capire finalmente che cosa vogliono dire i testi inglesi delle canzoni. È un successo convincere un giocatore d’azzardo a rinunciare all’istante magico della vincita, e a sostituire il gioco con la ricerca dei funghi in un bosco, e l’istante con la scoperta del fungo. È un esempio vero. E la scossa può essere altrettanto potente: c’è un libro di Peter Handke che ne parla.

La ringrazio di questi racconti.
Provi a pensarci: in questo dialogo, lei ha sostenuto il ruolo dell’analista, mettendo me nella condizione di analizzare alcuni aspetti della mia esperienza. Io le ho parlato del mio sintomo, che è la psicoanalisi. E, insieme, cercando coincidenze tra dialetti diversi, abbiamo costruito un discorso che ha arricchito entrambi.

 

https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2018/04/16/psicoanalisi-treno-creativita

 

S.I.P.P.

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