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ANNO XXVI, N. 1/2019

Vanitas

 

 

Editoriale

di Adriana Gagliardi*

 

 Il termine vanitas è ripreso dal Qohélet biblico (Ecclesiaste), tradotto dall’ebraico con vuoto; rimanda all’impietoso trascorrere del tempo e alla caducità della vita. Fragilità e vacuità sono sinonimi della vanitas, da vanus ‘vuoto’, ‘caduco’.
Il binomio vanitas-vacuitas è un’associazione che viene spontanea e per chi fa il mestiere dello psicoanalista produce associazioni con il narcisismo, con il Sé grandioso, con il vuoto del desiderio e la mancanza di autenticità del vero Sé, con il falso Sé, corazza difensiva vacua, spesso esibita con vanitas. Ed ancora, il vuoto della rappresentazione, il “bianco”, il disinvestimento, l’assenza di Eros.
Viene anche in mente l’importanza del rispecchiamento dell’infans nel volto amorevole della madre, o più in generale della madre-ambiente, come primo rifornimento narcisistico di vanitas che è essenziale per lo sviluppo del Sé.
Mi è capitato di rileggere tempo fa le “Lezioni americane” di Italo Calvino e quello che scrive sulla “leggerezza”: un vero e proprio elogio della leggerezza contrapposta alla pesantezza, che egli riferisce ad un lavoro che lo scrittore dovrebbe fare per approdare ad un testo arioso e affascinante. Il togliere peso, da questo punto di vista, non è mancanza di contenuto, di sostanza e profondità, ma, al contrario, un punto di arrivo faticoso che permette di fruire di pensieri e riflessioni, senza che questi suscitino angoscia e pesantezza. Citando Paul Valéry: «Il faut être légere comme l’oiseau, et non comme la plume»[1].
Un’associazione positiva sulla vacuitas fa pensare a quello che scriveva Marion Milner sull’importanza di fare il vuoto, per permettere alla mente uno spazio creativo: fare il vuoto, non essere vuoti. E ancora: essere capaci di sostare nel dubbio, quell’essere in grado di sviluppare una capacità negativa, essere concavi, essere contenitori, nell’accezione bioniana, per accogliere le proiezioni dei pazienti.
Mi piace, dunque, pensare che la vanitas e la vacuitas possano avere anche un significato positivo: l’una come assenza di pesantezza; l’altra, se intesa come capacità di essere un contenitore che accoglie, come capacità di fare uno spazio vuoto per creare nuovi contenuti che trasformano.
Lo psicoanalista stesso è forse inevitabilmente affetto da vanitas, da un “tratto” narcisistico, nel momento in cui crede di avere un metodo di cura efficace, una spinta interna di narcisismo “positivo” che lo ha condotto ad intraprendere la sua lunga e faticosa formazione: esiste, credo, una vanitas positiva, puntata contro la sofferenza, con le migliori intenzioni, con la speranza e il desiderio di potere trasformare l’altro sofferente, come anche se stesso attraverso un’autoanalisi continua.
Da questo punto di vista, vanitas e vacuitas possono esistere in ogni psicoanalista “sufficientemente buono”, per condurlo ad usare le parole in modo “leggero”, nel senso auspicato da Calvino: servirebbero a fornirlo di una giusta dose di pazienza nell’attendere il tempo necessario per pronunciarle. Un farsi vuoto e sviluppare la capacità di dubbio e di autoironia, con il desiderio di “togliere peso” alla sofferenza.
Vanitas e vacuitas sarebbero, così intese, strumenti per contrastare quel supposto sapere che, invece, ha un peso greve, e che riconduce all’accezione negativa di questi termini. Al contrario, essi sarebbero un antidoto all’arroganza di alcune derive psicoanalitiche ortodosse e ad alcune derive intersoggettiviste, che tolgono spessore ed efficacia al metodo psicoanalitico.
Se si riflette sulle patologie dei pazienti odierni alla luce dei profondi mutamenti sociali e del nucleo familiare originario, ci si interroga su come la crisi dei “garanti metasociali” possa influire sul cambiamento psichico. Alcune domande sorgono spontanee: di quale narcisismo, di vita e/o di morte, di quale vanitas si può parlare e scrivere nella clinica odierna? Quale cambiamento la realtà storica e sociale può indurre nella relazione originaria e nell’ambiente di sostegno e, quindi, nello psichismo individuale? Abbiamo la capacità di andare incontro ai bisogni dei nostri pazienti, senza che il nostro narcisismo s’intersechi con quello di coloro che si affidano alla nostra cura,  assicurando, invece, un ascolto curioso e rispettoso verso la loro sofferenza?
Penso che in questo difficile compito ci sostenga l’appartenenza e lo scambio di dati clinici con le nostre comunità scientifiche: con questo ausilio analizziamo anche il tipo di comunicazione e di vita di relazione che ha rivoluzionato in brevissimo tempo il modo di vivere tra i giovani.
Penso alla velocità e alla quantità e qualità degli stimoli esterni, che cambiano il modo di essere a contatto con se stessi e la percezione del Sé, e che influiscono inevitabilmente, come emerge dal confronto scientifico all’interno della nostra disciplina, sulle attese e sul desiderio del paziente di una cura “veloce”, espressione diffusa di una difficoltà ad accettare la dipendenza e la frustrazione che il nostro metodo di cura impone.
Bisognerà avere una mente aperta nell’analizzare queste trasformazioni e nel cercare di comprenderle attraverso un dialogo continuo che non ci isoli all’interno dei nostri studi, oltre ad una capacità di autoanalisi che ci permetta di esaminare la nostra reazione controtransferale rispetto ad una realtà psichica in continuo mutamento.
Questo numero è denso di contributi interessanti.
Sul tema della vanitas dello psicoanalista, la redazione ha formulato alcune domande per un’intervista a Paola Golinelli che leggerete nella sezione Lector in fabula. La nostra interlocutrice è una psicoanalista didatta della SPI e dell’IPA, a contatto con le nuove generazioni di allievi che desiderano fare la nostra professione, oltre ad essere stata la curatrice dell’Annata Psicoanalitica Internazionale  e a fare parte del Comitato di lettura della nostra rivista. Le sue interessanti risposte tracciano e articolano un’analisi del cambiamento avvenuto nella psicoanalisi contemporanea sia sul piano teorico che tecnico-clinico.
Sul tema della vanitas dell’analista si interroga anche un giovane collega, Giuseppe Riggi,  nella sezione “Scorci”, con un flash clinico in cui descrive la collusione tra il narcisismo del terapeuta e quello di una paziente in consultazione: alcune sue riflessioni introducono il materiale clinico, ed è interessante mettere a confronto il suo punto di vista con quello di Paola Golinelli.
Nella sezione saggi, Rosita Lappi scrive sull’intersezione tra il paradigma estetico della vanitas e la psicoanalisi, facendo emergere aspetti delle esperienze primarie e dell’indicibile. L’analisi di alcune opere d’arte, che rappresentano la vanitas e l’ineluttabilità della morte ad essa associata, sono potenti evocazioni dell’arcaico, così come il percorso psicoanalitico con una paziente, attraverso il quale l’autrice descrive le vicende traumatiche che investono il legame primario devastato da una malattia della madre e le sue conseguenze sullo psichismo del bambino.
Sul legame dell’origine, il rispecchiamento e la sua complessità scrive anche Pia De Silvestris in un contributo clinico in “Scorci”. L’autrice si interroga sul rapporto tra realtà storica, vincoli biologici e realtà psichica e sulla loro integrazione, a volte non generativa, che vincola l’infans e il suo ambiente di sostegno: la trasformazione psichica del paziente è possibile attraverso il processo psicoanalitico, tenendo conto del suo vincolo biologico, facendogli rivivere la cesura originaria.
La Vanitas nella storia dell’arte e nell’estetica è descritta da Alberto Zanchetta nel saggio “Emicranie”, dai tempi del barocco ai nostri giorni: la raffigurazione della morte e della caducità appare cambiata e mutevole negli anni. Rappresentando le nostre più profonde paure è anche regno del rimosso; oggi tale rappresentazione appare disincarnata e portatrice di un blando avvertimento, ma è così solo in apparenza.
Al tempo che passa e alla caducità dell’umano è dedicato il saggio di Maria Luisa Algini, “Vagar breve”: l’autrice s’interroga sulla complessità del rapporto tra il tempo lineare della coscienza e la atemporalità dell’Inconscio, nell’ottica della “tardività” e della terza età. Riflettendo da un punto di vista psicoanalitico, il passare del tempo “da dentro e da fuori” fa entrare in contatto con profondi cambiamenti nell’identità personale, ed apre a nuove trasformazioni che inducono un ampliamento creativo del transizionale.
Una riflessione su alcune patologie della clinica odierna e sul tentativo di fare accedere questi particolari pazienti ad un lavoro psicoanalitico è presente nel saggio di Mariangela Villa e Silvia Maria Longo: le autrici riportano materiale clinico nel quale si evidenzia la difficoltà, da parte dei pazienti, a stabilire un contatto intimo e un transfert con l’analista, una richiesta implicita all’analista di “restare fuori” dal loro mondo interno per un senso profondo di vergogna. Le autrici seguono come filo conduttore il concetto di “etichetta” introdotto da Benasayag e Schmitt e quello di Steiner sulla distinzione tra transfert primario e transfert sull’oggetto osservante.
Il narcisismo e il vuoto nelle sue manifestazioni nella clinica odierna sono l’oggetto del saggio di Maurizio Russo; l’autore analizza le dinamiche narcisistiche in relazione all’Ideale dell’Io, riferendosi alla teoria freudiana classica e alla concettualizzazione della Chasseguet-Smirgel. Egli individua nel malessere di due pazienti, che accosta a due personaggi letterari, una costruzione dell’Ideale dell’Io deficitaria e onnipotente che ostacola una buona strutturazione dell’Io.
Il narcisismo e la sua vacuitas è analizzato nello scorcio clinico di Raffaele Maisto e Nicola Palmiero; gli autori descrivono il processo della cura di un caso clinico, seguito nelle Istituzioni, dove la condotta tossicomanica è interpretata come ricerca di senso e tentativo di soluzione per fronteggiare angosce primitive e destrutturanti.
Uno scorcio di Rosa Franzese ripropone il concetto di narcisismo di Lou André Salomé, mettendo in luce l’interessante punto di vista di questa autrice: il narcisismo non è soltanto rivolto verso se stessi, ma anche verso l’oggetto. Salomé pensa che l’opera d’arte, pur espressione di un narcisismo primario, sia un modo di condividere con gli altri tale investimento e di promuovere una loro identificazione attraverso la creazione artistica. L’autrice rilegge il pensiero di Salomé alla luce del pensiero di Matte Blanco.
Nella sezione “Intersezioni” due interessanti lavori: quello di Carlo Semenza propone una riflessione sul dialogo tra psicoanalisi e neuroscienze senza vanitas, ovvero senza che le due discipline dialoghino, sostenendo la supremazia e l’utilità del proprio metodo, ma stabilendo, nel rispetto delle diversità metodologiche e concettuali, punti di interesse e di intersezione che possano essere di utilità al progresso scientifico di entrambe le discipline.
Un lavoro di Alfonso Veneroso, un attore professionista, c’introduce nel mondo del teatro e della rappresentazione: l’autore si interroga sulla vanitas dell’attore, sulla pulsione che muove chi intraprende questo mestiere, mostrando una parte di sé, attraverso l’altro. Ipotizza l’esistenza di una ferita narcisistica originaria e un tentativo di ripararla nel rappresentare un personaggio e nell’interpretarlo esponendosi al pubblico.

 Una buona lettura.

[1] Bisogna essere leggeri come l’uccello non come la piuma.

*Direttrice Rivista Psicoterapia Psicoanalitica

 

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