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Clara Mucci, Corpi borderline. Regolazione affettiva e clinica dei disturbi di personalità, Cortina, Milano, pp. 407, € 38,00


«E in me è come se l’inferno ridesse, senza neppure l’umanità di diavoli che ridono, la follia starnazzante dell’universo morto,
il cadavere girante dello spazio fisico, la fine di tutti i mondi che fluttua oscuramente al vento, disforme,
fuori del tempo, senza un Dio che l’abbia creata, senza neppure se stessa che sta girando nelle tenebre delle tenebre, impossibile, unica, tutto.
Poter saper pensare! Poter saper sentire! Mia madre è morta molto presto, ed io non l’ho conosciuta…»

(F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine)

 

Mi sembra che la citazione di Pessoa rappresenti in maniera magistrale la condizione di vita dell’individuo borderline: un universo infernale, vuoto, morto, difforme, al di là del tempo, fisso nel passato, incapace di pensiero e autentico sentire, in quanto i vissuti traumatici, provocati da un ambiente abusante, ne hanno danneggiato la “capacità riflessiva”, originando una pervasiva difficoltà di regolazione delle emozioni ed una tendenza a leggere qualsiasi tentativo di spiegazione del significato latente di tali vissuti come un’intromissione persecutoria.
Clara Mucci ci trasporta in questo mondo proponendo una lettura dei disturbi di personalità a partire dagli effetti sul corpo.
Il testo, originariamente pubblicato in lingua inglese per Karnac, complesso e ricco di spunti, prosegue la riflessione del precedente lavoro Trauma e perdono.
Qui l’autrice prospettava un collegamento tra il trauma massivo e il trauma relazionale precoce: il grado di disumanizzazione e degradazione a cui i deportati dei campi di sterminio nazisti piuttosto che della guerra nella ex Jugoslavia erano sottoposti, produceva una tale rabbia mista a vergogna e senso di colpa che obbligava i sopravvissuti al silenzio; ed era proprio questo silenzio ad indurre, nella seconda generazione, processi di genitorializzazione tesi a medicare le ferite dei padri; quindi, se nella prima generazione il trauma era reale, nella seconda era il trasferimento fantasmatico di questo ad essere traumatico; il che avrebbe reso questa generazione probabilmente in- capace di svolgere pienamente quel ruolo di rispecchiamento e riconosci- mento nei confronti dei figli che è il garante di un attaccamento sicuro: è la terza generazione a subire, dunque, le drammatiche conseguenze psichiche. Concentrandosi proprio su questa terza generazione, che oltre al trauma relazionale è a rischio anche di abusi e maltrattamenti, l’autrice ci offre in Corpi borderline, una visione diagnostico-clinica di indubbia profondità, in cui integra il lavoro di quattro autori a lei cari – Schore, Kernberg, Fonagy e Ferenczi – con i dati più recenti delle neuroscienze e della neurobiologia: lo sviluppo dell’emisfero destro, responsabile dell’elaborazione emotiva e del riconoscimento delle espressioni altrui, è infatti compromesso da un inadeguato accudimento e rispecchiamento, dato che il corpo si sviluppa proprio nella intersezione tra natura (genetica e biologia) e cultura (ambiente e relazioni); non a caso, sin dalla gestazione se la madre è in una condizione di stress, lo è il bimbo in pancia: il cortisolo della madre e quello del feto negli ultimi tre mesi hanno significativamente una corrispondenza dell’80%.
L’esito di questo cattivo rispecchiamento è da un lato la disregolazione affettiva, che il sistema mente-corpo-cervello cerca di risolvere con le abbuffate e il vomito, i tagli, l’alcol e le droghe; dall’altro il processo di identificazione con l’aggressore, da cui si originano vergogna e aggressività o verso se stessi o verso l’altro, condannando il soggetto all’eterno gioco della coazione a ripetere.
Proprio la coazione a ripetere aveva indotto Freud a presumere l’esistenza di una pulsione di morte, che ora trova invece i suoi fondamenti neuroscientifici: «Secondo Edelman si tratta del cosiddetto “presente ricordato”: per la rete neurale non esiste qualcosa di totalmente nuovo, in quanto l’apprezza- mento del nuovo, che è per lo più di competenza dell’emisfero destro … è in ogni caso basato sulla inscrizione neuronale, che si fonda sull’esperienza e può essere letta e pienamente recepita solo in connessione con tracce precedenti» (131). La pulsione di morte viene insomma, secondo la Mucci, “appresa” nell’ambiente.
Da un punto di vista tecnico, proprio questa forte compromissione mind- body-brain rende necessario non tanto o non solo l’ascolto, quanto soprat- tutto una partecipazione affettiva ed etica totale. In questo senso, riprendendo Dori Laub, l’autrice introduce il concetto di embodied witnessing, una testi- monianza incarnata che ripari quel corpo-mente-cervello che si è ammalato a causa di una relazionalità disfunzionale: qualcosa di più simile all’amore che all’interpretazione. Come afferma Schore nella prefazione «il terapeuta deve essere uno specchio non nel replicare le emozioni e le espressioni del paziente ma nel fornire la raffinata sintonizzazione e l’appropriata risposta emotiva che il paziente ha cancellato difensivamente, permettendogli di en- trare in contatto con le parti interne più profonde, a cui è impossibilitato ad accedere da solo» (XIV). Anche perché quando la corteccia prefrontale non può regolare la reattività dell’amigdala, il paziente è proprio incapace di ac- cogliere e riflettere sulle interpretazioni del terapeuta.
In altre parole, poiché l’emisfero destro è una realtà corporea intersogget- tivamente ed epigeneticamente costruita, la relazione terapeutica diviene l’incontro tra due soggetti incarnati all’interno di un campo bipersonale, che riattualizza, per dirla con Stern, nel “momento presente” l’esperienza disfun- zionale. Tutto ciò richiede al terapeuta una costante regolazione degli affetti:

«I terapeuti dovrebbero mantenere i propri sistemi pronti per recepire le informa- zioni, con un livello di stimolazione né troppo alto né troppo basso. Liebermann e col- leghi (2007) sostengono che porre un’etichetta verbale a un affetto significa placare l’amigdala e i suoi affetti disregolati. Questo indica quanto importanti siano le parole per aiutare ad accettare e riconoscere e leggere la nuova esperienza in un modo nuovo e non spaventante che aiuti a ristrutturare il significato dell’evento» (202).

In questo senso diventa importante anche l’interpretazione, a patto che venga proposta con il giusto timing, in quanto un intervento precoce potrebbe rafforzare le difese del paziente o essere assunto solo intellettualmente: «Il momento giusto per dare un’interpretazione è quando l’amigdala è maggiormente regolata, cosicché l’intervento attraverso le parole e le emozioni e l’empatia può essere integrato attraverso i circuiti corticolimbici» (201-202).
È proprio questo il motivo per cui l’interpretazione non può essere mai solo intellettuale; si tratta piuttosto, riprendendo un discorso già affrontato in Trauma e perdono, di una forma di connessione profonda tra tutti i livelli del cervello di entrambi gli emisferi, connessione che, tra l’altro, può spiegare il fenomeno degli enactment, per come li intende Bromberg, come “momenti dissociativi condivisi”.
E dopo i primi tre capitoli teorici, la Mucci ci introduce nella stanza d’ana- lisi attraverso la presentazione di casi clinici che illustrano non solo un tipo di disturbo di personalità nello spettro che va dall’isterico-istrionico vicino al ver- sante nevrotico, al borderline propriamente detto, fino ai disturbi narcisistici, antisociali e perversi; ma anche trattano un problema specifico legato alla di- sregolazione: dall’autolesionismo, alla bulimia, alla suicidarietà.
Per ogni caso, infine, l’autrice propone un’interessante griglia diagnostica costituita da tre assi verticali e due orizzontali.
Il primo asse verticale valuta il tipo di attaccamento del paziente e il suo trauma intergenerazionale; il secondo annota il tipo di disturbo di personalità di cui è sofferente; il terzo gli attacchi al corpo, segnale evidente dell’iscrizione incarnata della relazione primaria disfunzionale.
Gli assi orizzontali indagano invece la capacità di sognare, tanto carente quanto più grave è il disturbo; e l’identità sessuale e di genere, che è tenden- zialmente diffusa tanto quanto l’identità propriamente detta, a completa- mento del concetto di Kernberg.

Mariangela Villa*

 

Tratto da: Psicoterapia Psicoanalitica, XXV, n. 2/18 su concessione di Franco Angeli Editore

https://www.francoangeli.it/Riviste/sommario.aspx?anno=2018&idRivista=195&lingua=en

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