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Giuseppe Civitarese, Soggetti sublimi. Esperienza estetica e intersoggettività in psicoanalisi, Mimesis, 2018, Milano-Udine, pp. 197, € 20,00

 

Il testo si compone di una serie di saggi che sviluppano un percorso interessante e originale nell’esplorazione di una tesi: in quanto esseri umani, siamo sublimi. Se l’esperienza del sublime incute timore e reverenza, l’estetica del sublime ci introduce al tema del trauma necessario alla rappresenta- zione psichica e alla nascita della mente, nella cui trama la cura psicoanalitica ricerca il senso della sofferenza psichica. Secondo l’Autore è possibile far interagire la psicoanalisi con la letteratura sull’estetica del sublime, in quanto contiene implicitamente il mistero della nascita psichica, di come si forma una mente e di come si diventa umani.
Il concetto di sublime evolve nel tempo e diventa complesso e quasi inafferrabile, mantenendo però una fondamentale differenza rispetto ai canoni tradizionali del bello come misura e armonia.
Luoghi e situazioni sublimi suscitano sensazioni che debordano dal consueto e ordinario; sono luoghi di massima bellezza e insieme di massimo pericolo, manifestazioni della natura, ma anche scene di guerra la cui terribilità incute spavento e stupore. L’indeterminato, lo straordinario, il silenzio e il vuoto possono essere sentiti altrettanto minacciosi perché contengono la realtà della morte, così come l’idea di infinito, l’oscurità della notte, il mare di nebbia, la natura abissale e folle del mondo interiore. Il piacere del sublime nasce dal violento contrasto con un senso di pericolo che ne è parte integrante, il tragico implicato nello slancio vitale. Come sulla soglia dell’abisso, l’uomo arretra ma non distoglie lo sguardo, concependo la propria impotenza di fronte all’infinito e al mistero della scena contemplata.
È proprio del sublime un duplice e simultaneo movimento: si palesa un deficit dell’Io ma nello stesso tempo l’anima si sente sollevare dalla bellezza e dalla comprensione della sua inesorabile finitezza. Lo slancio è possibile in virtù di questo deficit. La corda dell’arco si tende per poter scoccare la freccia. In questa vertigine di sensazioni, il sublime è una alternanza di attra-zione e repulsione, rappresentati e resi pensabili dall’arte.
Partendo da queste premesse, l’autore ci presenta l’opera di Bion illuminata dall’estetica del sublime in quanto apre a nuovi campi di esperienza e produce sorprendenti costellazioni di senso. Secondo questo paradigma estetico alcuni concetti chiave della teoria di Bion sono riconducibili alla sotterranea azione di alcuni principi dell’estetica pre-romantica e romantica del sublime, che imprimerebbero altresì un ordine alla varietà altrimenti caotica delle sue nuove idee.
In Bion, il linguaggio rende lo stile sublime del pensiero sulla natura umana, portandoci nei luoghi più impervi della psiche, luoghi della follia che danno la vertigine, con formulazioni sempre sull’orlo del paradosso, dell’ambiguità e di una certa oscurità e indefinitezza.
Formulazioni e concetti psicoanalitici richiamano temi del sublime, si pensi a “terrore senza nome”, “capacità negativa”, “stupore”, “cambiamento catastrofico”, “infinito”, “oscurità”, unisono”.
Concetti che rimandano di continuo l’uno all’altro e che acquistano senso solo in questo intreccio. L’estetica del sublime è un modello straordinaria- mente preciso di come Bion immagina si sviluppi la mente. Il tema bioniano ricorrente della pulsione di verità (emotiva) come cibo per la mente, nell’estetica del sublime trova il suo corrispettivo nell’esigenza di autenticità. Nel sublime l’unisono è l’ékstasis, il “fuori di sé”: è paradossale che il soggetto si costituisca proprio vivendo momenti in cui è “fuori di sé” ovvero massimamente alienato nell’altro, ma quello che conta è la tonalità emotiva di questa alienazione, il suo carattere di “cambiamento catastrofico”. Se positiva, quando il soggetto torna in sé, si scopre arricchito dal temporaneo fondersi con l’altro.
Nei capitoli centrali del libro, due concetti chiave nell’indagare il mistero della creazione artistica, la sublimazione e il sublime, vengono accostati e confrontati, nel rispetto dei diversi ambiti disciplinari, per fare uscire la sublimazione dalla nebulosa in cui sembra essersi persa. La sublimazione, concetto freudiano di grande popolarità, sembra essere stato accantonato nell’indagine teoretica psicoanalitica e sconta una certa inattualità, per non dire di- scredito. Il sublime estetico viene così riscoperto come una componente imprescindibile del sublime psicologico, in cui il soggetto prende forma e organizza la sua conoscenza di sé e del mondo, trasformando qualcosa di traumatico e angoscioso in una esperienza dominabile, pensabile.
Il sublime ha a che fare con il “bello terribile” degli inizi della vita, messaggero di alterità che sorge da un’esperienza dolorosa. Il sentimento del sublime nell’arte equivale al passare ogni volta dallo spavento al piacere intrinseco della consapevolezza del divenire umani. In questo passaggio dall’’essere gettati’ nel mondo nell’impotenza infantile di fronte all’oggetto, all’es- sere pensati e amati dentro la relazione e l’amore dell’oggetto, si gioca qual- cosa di spaventoso e di eroico.
Il libro oscilla tra gli impervi percorsi dell’astrazione metapsicologica e la chiarezza degli assunti che provengono dalla esperienza clinica e la realtà emozionale e mentale della nascita psicologica. Tra gli strumenti che l’autore indaga per collocare l’intersezione tra questi due modi dell’esperienza umana, la teoria psicoanalitica della sublimazione e l’estetica del sublime, entrambe teorie della soggettivazione, vi sono le figure del vortice, un primo organizzarsi di forme a partire dalla sensorialità primaria e i concetti di ritmo, masochismo e ipocondria, che si prestano a illustrare quanto il corpo sia “scritto” dalla socialità che ne condiziona il funzionamento.
Se il sublime ci confronta sempre con lo spettacolo della nostra caducità, della perdita e dell’inesorabilità del destino, la psicoanalisi ci porta in quei luoghi della psiche dove queste esperienze si fondano e trovano il senso ultimo della nostra vulnerabilità.

Rosita Lappi

 

Tratto da: Psicoterapia Psicoanalitica, XXV, n. 2/18 su concessione di Franco Angeli Editore

https://www.francoangeli.it/Riviste/sommario.aspx?anno=2018&idRivista=195&lingua=en

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