S.I.P.P | Riconoscimento MIUR ai sensi della legge n. 56 del 18.2.1989

Adagio nel linguaggio musicale, indica il tempo ma anche il movimento, lento e largo, tempo e spazio percorsi dalla nota: una figura. Donatella Lisciotto entra nel contenuto adagio, si concede un ingresso lento e progressivo, senza la pretesa d’essere spettacolare nella sua scenograficità, laddove l’implicito è già poesia e partecipazione inconscia come nella seduta analitica.
Due inconsci che si incontrano a quale forma danno vita? La raffigurabilità, la possibilità di accedere ad una dimensione allargata del pensiero e della parola, una dimensione esposta ai molteplici significati sventagliabili dalla poetica condensazione dell’immagine. A quale immagine l’autrice fa riferimento? A quale significato di essa? L’originale, primitivo significato di una visibilità oltre il visibile. Questo è l’incontro con il paziente in analisi, questo è l’incontro che mi ha suscitato a lettura del testo, questo è l’incontro “da dietro” che l’autrice propone.
Adagio, senza alcuna pretesa artistica ma con arte, l’autrice entra a mezze punte, passo che in danza classica veicola tutta l’eleganza dell’umiltà, passo mosso tra il mondo delle punte e quello a terra. Il mondo in cui sostare con il paziente, il mondo in cui sognare la seduta tra l’onirico della veglia e il sonno. Poche parole a commento delle foto che “passeggiano nel testo a mezze punte su un sottofondo in adagio”.
Un sipario lento e continuo apre lo scenario alla libertà del lettore, tra metafore e rêverie come in una lunga seduta analitica, senza pretese intellettuali né artistiche ma con l’eleganza che contraddistingue lo stile già comprovato dell’autrice. Un sipario si apre alla visione delle forme, di tutte le forme possibili, dalla visione statica a quella in movimento, in un rimando dalla mitologia alla realtà, dall’arte alla Psicoanalisi, dalla visione soggettiva all’immaginario collettivo.
Cosa vediamo e cosa non vediamo secondo l’autrice? Semplice: tutto. Un comprensorio di emozioni, di elementi beta, di oggetti “UFO” inconsci.
Donatella Lisciotto non è mai retorica, coglie l’essenza delle immagini da lei scattate e si autorizza ad un commento “sincero”. Un confessionale attento e puntuale sulla dinamica interna tra lei e le foto che le sue mani, protesiche con l’obiettivo mentale, scattano liberamente e senza alcuna programmazione. La libertà di non dover programmare l’obiettivo artistico le concede l’artistica libertà di fotografare la realtà e, nella sua soggettiva interpretazione, dona paradossalmente al lettore la stessa libertà. Personalmente, nel leggere le immagini, mi sono sentita libera dalla interpretazione artistica e ho potuto fruire delle ferie psicoanalitiche, liberando il mio inconscio di
lettore dalla cornice scientifica.
Come non è facile scrivere sulle immagini non è facile fotografare le parole emotive. Parafrasando Ezio Bosso in una sua intervista, si potrebbe dire che così come la musica non è di nessuno ma è di chi la scrive e di chi l’ascolta, le immagini scattate dall’autrice non sono di nessuno, sono di chi le scatta e di chi le “vede”. Le immagini degli scatti dell’autrice come le “figure” cocreate nella stanza
d’analisi da paziente e analista, sono libere e intime, perché richiamano all’intima libertà dell’inconscio.
Si può respirare un quadro, assaggiare una fotografia e accarezzare una melodia. Si può nella dimensione poetica sognante della nostra esistenza interiore.
Se tutto questo mi è stato suscitato dalla lettura visiva “da dietro” del testo di Donatella Lisciotto, allora penso che il suo libro, come la musica del compositore, è di tutti. Non di un pubblico specialistico di lettori, ma di tutti, in nome di quella libertà interpretativa che solo il nostro inconscio può generare, mettere in moto e donare a noi stessi e all’altro, nella sua impercettibile, profonda, drammatica e irresistibile potenza comunicativa.
L’eleganza dello stile narrativo fa esperire al lettore un vasto panorama culturale, psicoanalitico e artistico, mantenendosi sempre in un “rigoroso regime di libertà” espressiva e interpretativa.
Come la libertà delle immagini in movimento che ho molto apprezzato. Suggestiva e clinica è la considerazione di largo respiro che il movimento possa essere generatore di significati altri oltre l’immagine originaria, che possa essere la risultante di sovrapposizioni emotive, storiche,
transgenerazionali, fantasiose e misteriose. Che il movimento possa, con l’attribuzione di altri significati alla matrice originale dell’immagine, contribuire al mantenimento di quella dimensione insatura tanto importante per la generatività del nostro pensiero.
D’effetto la drammaticità di alcune immagini che richiamano al movimento del corpo. Un corpo piegato quasi allo stesso modo, quello del clochard e quello della scrittrice, ma con rimandi e suggestioni assolutamente diverse. Cosa separa un corpo dall’altro. I muscoli contratti dell’uno invisibile nella sua esistenza da quelli contratti dell’altra nella concretezza della sua esistenza identitaria. “Da dietro”, guardare alle spalle dell’esistenza per avere una chiave di traduzione in più. Così l’autrice cattura l’insaturo del lettore, regalandogli la libertà di colonizzare le foto con il proprio inconscio.
Come ben scrive Roberto Basile nella quarta di copertina: “E’ un invito a immaginare le immagini”.
Un testo pittoricamente poetico come quando l’autrice descrive la drammaticità della figura del giovane africano a terra con la schiena poggiata a un palo il cui corpo, che sembra disegnato dal tratto di una matita, pare si stia sciogliendo; romantico nella essenzialità di quel “ci vuole poco” che trasuda nella descrizione visiva della naturale vicinanza di una coppia; eloquente nello svolgimento plastico dei corpi del clochard e della scrittrice ripresi dallo scatto “da dietro” stanti nella loro forma a definire la vita nelle sue contraddizioni dell’esistere; insaturo come il vuoto della sedia “mai sola” della libreria di Boston che attende il suo ospite; vuoto come le sdraio “istantanee” testimoni del passato appena passato di chi si è alzato da lì lasciando la propria impronta.
L’autrice, in un incastro tra poesia dell’immagine, suggestione interpretativa e malizioso gioco d’intesa tra lei e la sua produzione “pellicolare” svolge un ruolo di mediatore tra il lettore e le “immagini emotive” dell’inconscio di chi “avvicina” il testo.
Il consiglio che mi permetto di dare al lettore è quello di ripetere le intenzioni dell’autrice.
Accostarsi al significato della lettura senza pretendere di trovare un significato ma di andare incontro, nel libero esercizio del gioco, alla libertà di una lettura propria, qualunque sia lo stimolo, artistico o intellettuale, purché sia lo stimolo che soggettivizzi la lettura. Un testo del genere non può essere catalogato. Con il rispetto che merita, questo testo può essere solo “giocato” di quel gioco inventato e smontato, fantasticato e sfantasticato, che solo l’inconscio può concedersi.
Pe questo ringrazio Donatella Lisciotto, per la libertà che mi ha concesso nella lettura del suo libro, libertà che si fa protesica in queste stesse parole che vado ordinando.
Nel proporre la visione “da dietro” con inquietudine e entusiasmo, ella fa riferimento ad […] un “sommerso” da cui siamo molto lontani proprio perché ci riguarda molto da vicino [...].
Suggestivo il richiamo al passo di Merleau-Ponty: “La visione è sospesa al movimento […]. Che cosa sarebbe la visione senza il movimento degli occhi e come potrebbe questo movimento non confondere le cose se non avesse la sua chiaroveggenza, se la visione non fosse già prefigurata in lui? […] Il movimento è il proseguimento naturale e la maturazione di una visione”.
Suggestione e scienza mi riportano alla fase del sonno REM caratterizzata da uno stato di parziale o totale “sospensione” della volontà e della coscienza, da sogni intensi e da “movimenti” oculari ritmici e rapidi, fase in cui il sonno è definito paradosso proprio perché l’elevata attività cerebrale e i rapidi movimenti oculari contrastano con il rilassamento muscolare generale.
Sospensione e movimento che ci riportano allo stato onirico della veglia di Bion o alla seduta sognata di Ogden cui l’autrice fa riferimento (Foto scattata da un’automobile in corsa in autostrada, pag. 83).
Scrive Donatella Lisciotto che, nello scatto fotografico come nel trattamento analitico, il movimento produce e porta alla visibilità diversi aspetti dell’oggetto non-visibili e addirittura non-immaginabili. […].
Nella fotografia come nell’analisi il movimento avvia la trasformazione di ciò che appare in ciò che è, il movimento assume una valenza trasformativa con un cambiamento del fronte del significato rivelatore di strade altre, creatore di nuovi “complementi”. Nel linguaggio trasformare una frase dalla forma attiva a quella passiva significa saper riconoscere tutti gli elementi della frase, che in questo caso chiamerei elementi interni. Una frase che cambia la sua forma da attiva a passiva,
infatti, dà vita a complementi diversi da quelli della frase di partenza e al cambiamento della stessa “forma” verbale. Così la foto intitolata “La Visibilità dell’Invisibile”, richiama al bisogno della mente dell’analista di “allenarsi a vedere l’invisibile” laddove molteplici si aprono i significati.
Interessante il racconto della paziente di Antonino Ferro affetta da irriducibili crisi di cefalea: “Le protoemozioni che “urgono nella testa di Sara” provocano la cefalea, queste attraverso l’analisi riescono a trasformarsi in immagini pittografate avviando quello che Bion chiama l’elemento alfa”.
La paziente in seduta poteva “disegnare quello che provava”, emozioni aggressive e rabbiose in cerca di un posto che dovevano essere mentalizzate.
E chi è Minerva? Non è forse colei che dà rappresentazione e significato al forte mal di testa di Giove dalla cui testa nasce?

S.I.P.P.

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