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Relazione alla presentazione del libro:

Autenticità e reciprocità. Un dialogo con Ferenczi, di Luis J. Martìn Cabré

Roma, 9 Novembre 2017

 

 

Autenticità e reciprocità

di Giuliana Amorfini

 

Mai come con questo libro, si sono affollate alla mia mente molteplici risposte alla domanda di rito "Perché averlo nella biblioteca"?
Da anni sono attivi più gruppi di studio sul pensiero di Ferenczi ed uno di questi, di cui molti qui fanno parte, che si riunisce nella nostra sede SIPP di Roma, ha avvicinato il suo pensiero con la guida di Luis Martin Cabrè. Dico "avvicinato" perché il pensiero ferencziano, è talmente permeato di emozioni, talmente caldo e umano che leggere le sue opere, fa avvicinare a lui come persona, al suo tempo, alla sua vita.
Credo che il pensiero di Ferenczi vada studiato e compreso in gruppo, come il pensiero di Bion. Infatti come dice lo stesso curatore del libro, questo non è una raccolta di saggi " ma il risultato di un'elaborazione di gruppo nella quale lo scambio affettivo ed intellettuale di più analisti, ha consentito di mettere in campo una qualità di ascolto che ha permesso di rintracciare e rendere esplicita la continuità tra la clinica e la teoria di F."... La teoria può sembrare arida senza il continuo riferimento alla clinica e la clinica, l'incontro con i pazienti, soprattutto con i pazienti gravi, mette talvolta a dura prova le capacità di comprensione del terapeuta che si aggrappa alla teoria come ad un'ancora di salvezza...
Il libro "autenticità e Reciprocità tratta di un materiale "denso" (magmatico): il diario clinico.
Sono appunti presi dopo ogni seduta, quindi sembrerebbero "cose scritte per se stessi" senza pensare ad un possibile lettore...Mancherebbe quel "terzo passaggio" tra emozioni (clinica) pensiero (elaborazione delle emozioni e del materiale della seduta), organizzazione logico cartesiana del pensiero cioè teoria. Sembrerebbe che manchi un possibile lettore per il quale, appunto organizzare il pensiero e dal quale farsi capire.
Ma non è così. Il libro, come dice Bolognini, non è tanto un approccio astratto ad una linea di pensiero concettuale, ma ci fa immergere nel vivo delle vicende cliniche e dell'atmosfera del suo tempo. Proprio questo suo "carattere insaturo" permette ai lettori con la guida di coloro che l'hanno scritto di formulare costantemente pensiero... il "terzo passaggio" l'hanno fatto gli autori e lo facciamo leggendolo.
 
Ho cercato, come già fatto altre volte, di seguire un filo conduttore, ma non di elencare i singoli capitoli, anche perché sono ancora presenti i gli echi di altri due momenti di scambio e di studio qui alla SIPP : la presentazione del libro di Ezio Izzo "Pulsione ed Esistenza" durante la quale abbiamo proprio parlato di Ferenczi, e la serata del seminario sulle libere associazioni, durante la quale ancora il pensiero di Ferenczi è stato presente e vivo.
Il filo si è snodato attraverso tre capitoli: il primo, scritto da Luis, Il secondo scritto da Carol B.T. e, con un salto alla seconda parte del libro, attraverso il capitolo scritto in gruppo da varie autrici ed autori qui presenti, che tratta, attraverso la lettura di alcune pagine del diario, di tranfert-controtransfert, e dell'assetto mentale dell'analista.
Questo filo conduttore mi ha portata a riflettere ed a formulare pensieri che proporrei come domande agli autori.
 
La prima domanda riguarda lo "Spirito del tempo" il "Zeitgest".Come dice Carol Tarantelli nei primi decenni del 900 la rappresentazione della solidità del mondo dei sensi fu rivoluzionata in molti campi: Scientifico (Plank Einstein) letterario (Joyce, V. Woolf)musicale (Schoemberg. Strawinsky)nella pittura con Picasso (Le Demoiselles d'Avignon). La sua tesi è che la forma diaristica come per le opere artistiche del suo tempo permise a Ferenczi di rappresentare degli insight rispetto a livelli della psiche rimasti fino a quel momento non rappresentati.
Ecco, vorrei nel corso della discussione, approfondire questo aspetto anche pensando alle vicende politiche di quegli anni e, se mi è permesso, con un accenno frivolo alla moda (Emily Floge cambia radicalmente il modo di vestire delle donne abolendo il busto e promuovendo una linea fluida, rappresentata da Klimt nelle sue pitture)
 
La seconda domanda riguarda la scrittura di gruppo. Vorrei che le autrici e l'autore ci dicessero qualcosa non tanto o non soltanto sul loro vissuto ma sul complesso passaggio della formulazione del pensiero di gruppo. Il capitolo è straordinariamente omogeneo e le autrici ci mettono sull'avviso quando dicono che si sono mosse prima di tutto sulla costruzione di un contenitore che potesse accogliere la provocatorietà delle comunicazioni di Ferenczi e gli aspetti di frammentazione e di inabissamento nei nuclei primitivi della mente.
Scrivere in un gruppo dove circolano emozioni ed affetti, significa costruire un pensiero particolare, un piccolo patrimonio al quale noi possiamo attingere per produrre nuovi pensieri al quale gli studenti possono riferirsi quando la gravità dei casi clinici da loro affrontati, e l'entità della sofferenza con la quale si confrontano, li perturba. Quando c'è scrittura un passaggio nuovo si compie, un passaggio di costruzione di teoria, destinata a rimanare ed influenzare il pensiero successivo... su questo passaggio vorrei interrogare le autrici.
 
Concludo qui lasciando la parola a Ezio Izzo, ma prima leggerò un breve intervento di Paolo Giuganino.
 

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