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Relazione alla presentazione del libro:

Autenticità e reciprocità. Un dialogo con Ferenczi, di Luis J. Martìn Cabré

Roma, 9 Novembre 2017

 

 

Autenticità e reciprocità

di Giuliana Amorfini

 

Mai come con questo libro, si sono affollate alla mia mente molteplici risposte alla domanda di rito "Perché averlo nella biblioteca"?
Da anni sono attivi più gruppi di studio sul pensiero di Ferenczi ed uno di questi, di cui molti qui fanno parte, che si riunisce nella nostra sede SIPP di Roma, ha avvicinato il suo pensiero con la guida di Luis Martin Cabrè. Dico "avvicinato" perché il pensiero ferencziano, è talmente permeato di emozioni, talmente caldo e umano che leggere le sue opere, fa avvicinare a lui come persona, al suo tempo, alla sua vita.
Credo che il pensiero di Ferenczi vada studiato e compreso in gruppo, come il pensiero di Bion. Infatti come dice lo stesso curatore del libro, questo non è una raccolta di saggi " ma il risultato di un'elaborazione di gruppo nella quale lo scambio affettivo ed intellettuale di più analisti, ha consentito di mettere in campo una qualità di ascolto che ha permesso di rintracciare e rendere esplicita la continuità tra la clinica e la teoria di F."... La teoria può sembrare arida senza il continuo riferimento alla clinica e la clinica, l'incontro con i pazienti, soprattutto con i pazienti gravi, mette talvolta a dura prova le capacità di comprensione del terapeuta che si aggrappa alla teoria come ad un'ancora di salvezza...
Il libro "autenticità e Reciprocità tratta di un materiale "denso" (magmatico): il diario clinico.
Sono appunti presi dopo ogni seduta, quindi sembrerebbero "cose scritte per se stessi" senza pensare ad un possibile lettore...Mancherebbe quel "terzo passaggio" tra emozioni (clinica) pensiero (elaborazione delle emozioni e del materiale della seduta), organizzazione logico cartesiana del pensiero cioè teoria. Sembrerebbe che manchi un possibile lettore per il quale, appunto organizzare il pensiero e dal quale farsi capire.
Ma non è così. Il libro, come dice Bolognini, non è tanto un approccio astratto ad una linea di pensiero concettuale, ma ci fa immergere nel vivo delle vicende cliniche e dell'atmosfera del suo tempo. Proprio questo suo "carattere insaturo" permette ai lettori con la guida di coloro che l'hanno scritto di formulare costantemente pensiero... il "terzo passaggio" l'hanno fatto gli autori e lo facciamo leggendolo.
 
Ho cercato, come già fatto altre volte, di seguire un filo conduttore, ma non di elencare i singoli capitoli, anche perché sono ancora presenti i gli echi di altri due momenti di scambio e di studio qui alla SIPP : la presentazione del libro di Ezio Izzo "Pulsione ed Esistenza" durante la quale abbiamo proprio parlato di Ferenczi, e la serata del seminario sulle libere associazioni, durante la quale ancora il pensiero di Ferenczi è stato presente e vivo.
Il filo si è snodato attraverso tre capitoli: il primo, scritto da Luis, Il secondo scritto da Carol B.T. e, con un salto alla seconda parte del libro, attraverso il capitolo scritto in gruppo da varie autrici ed autori qui presenti, che tratta, attraverso la lettura di alcune pagine del diario, di tranfert-controtransfert, e dell'assetto mentale dell'analista.
Questo filo conduttore mi ha portata a riflettere ed a formulare pensieri che proporrei come domande agli autori.
 
La prima domanda riguarda lo "Spirito del tempo" il "Zeitgest".Come dice Carol Tarantelli nei primi decenni del 900 la rappresentazione della solidità del mondo dei sensi fu rivoluzionata in molti campi: Scientifico (Plank Einstein) letterario (Joyce, V. Woolf)musicale (Schoemberg. Strawinsky)nella pittura con Picasso (Le Demoiselles d'Avignon). La sua tesi è che la forma diaristica come per le opere artistiche del suo tempo permise a Ferenczi di rappresentare degli insight rispetto a livelli della psiche rimasti fino a quel momento non rappresentati.
Ecco, vorrei nel corso della discussione, approfondire questo aspetto anche pensando alle vicende politiche di quegli anni e, se mi è permesso, con un accenno frivolo alla moda (Emily Floge cambia radicalmente il modo di vestire delle donne abolendo il busto e promuovendo una linea fluida, rappresentata da Klimt nelle sue pitture)
 
La seconda domanda riguarda la scrittura di gruppo. Vorrei che le autrici e l'autore ci dicessero qualcosa non tanto o non soltanto sul loro vissuto ma sul complesso passaggio della formulazione del pensiero di gruppo. Il capitolo è straordinariamente omogeneo e le autrici ci mettono sull'avviso quando dicono che si sono mosse prima di tutto sulla costruzione di un contenitore che potesse accogliere la provocatorietà delle comunicazioni di Ferenczi e gli aspetti di frammentazione e di inabissamento nei nuclei primitivi della mente.
Scrivere in un gruppo dove circolano emozioni ed affetti, significa costruire un pensiero particolare, un piccolo patrimonio al quale noi possiamo attingere per produrre nuovi pensieri al quale gli studenti possono riferirsi quando la gravità dei casi clinici da loro affrontati, e l'entità della sofferenza con la quale si confrontano, li perturba. Quando c'è scrittura un passaggio nuovo si compie, un passaggio di costruzione di teoria, destinata a rimanare ed influenzare il pensiero successivo... su questo passaggio vorrei interrogare le autrici.
 
Concludo qui lasciando la parola a Ezio Izzo, ma prima leggerò un breve intervento di Paolo Giuganino.
 

Relazione alla presentazione del libro:

Pulsione ed esistenza, di Ezio Izzo

Roma, 13 Ottobre 2017

 

 

 

La Psicopatologia clinica e il paradosso della classificazione Psicoanalitica

di Silvia Grasso

La riflessione che Ezio Izzo porta avanti, con l’ausilio di Mari Lucchi, sulla diagnosi psicoanalitica, è una questione interessante e per qualche verso indispensabile, una questione spesso erroneamente rifuggita.
La prima domanda che gli autori si pongono è quale tipo di diagnosi possa arrivare dalla psicopatologia psicoanalitica clinica e con quale finalità.
Lo psicoanalista clinico può essere definito colui che “amministra un sapere generale, facendone derivare un nuovo sapere unico per quel singolo paziente”, colui che, citando Green, compie “un tentativo di oggettivazione in un campo in cui la soggettività è primordiale” (p. 163)
Izzo indica questo come il paradosso della psicopatologia clinica analitica e non si può che essere d’accordo con lui.
Paradosso che non può essere ignorato, sgombrando il tavolo da lavoro, come se si potesse fare a meno di questo impegno: occorre sostenere una questione che pure sappiamo essere irrisolvibile e per certi verso persino difficile da sostenere, data l’irriducibile unicità di ogni essere umano.
La psicopatologia, ci ricorda Izzo, marca il confine tra terapia e conoscenza, la concettualizzazione impone una certa deformazione della pratica clinica e la pratica clinica della concettualizzazione, lasciando cadere ciò che è inessenziale, tutto quanto non sia parte vitale della terapia.
La pratica analitica viene così ad essere assimilata al dialogo maieutico, un dialogo che non si riferisce alla parola scritta ma alla parola vivente, a quella parola speciale che è sia del paziente che del terapeuta, che nasce dall’incontro e dalla relazione. Le libere associazioni, parola della seduta analitica più che del paziente, dovrebbero essere riformulate, come espressione della relazione terapeutica?
Izzo ci ricorda la condanna della scrittura che Platone nel Fedro fa pronunciare a Socrate, “veleno” per la conoscenza, per sottolineare quanto la conoscenza teorica psicoanalitica sia fondata e sostanziata nell’esperienza e dall’esperienza clinica. Rammenta l’ammonimento di Freud, simile a quello socratico, di quanto “leggere” rovini la memoria, non dia vero sapere, ingombri la mente, offuschi la visione.
Il sapere analitico è sapere teorico clinico, sapere di ssé, dell’altro e della relazione di cura, un sapere, che pur rimanendo all’interno di una cornice teorica, richiede continuamente di essere riscoperto nella storia dell’individuo singolo e del suo gruppo di appartenenza, tenendo conto di come questa scoperta si declinerà all’interno della relazione di cura.
Analogamente Hans Georg Gadamer, nel saggio Dove si nasconde la salute, preferisce riferirsi al colloquio clinico come dialogo, in omaggio a Platone e nella direzione di una scienza medica esercitata anche come arte medica e mai come scienza esatta. Indica il segreto di questo dialogo nella funzione di guida che il terapeuta dovrebbe avere per trovare la parola adatta a “risvegliare nel
paziente la propria capacità di vedere”.
La diagnosi in questa prospettiva dovrebbe essere un discorso che apre, a nuove comprensioni e possibili mutamenti, mai una definizione chiusa.
Per quel che riguarda la psicoanalisi “la parola adatta” non è scritta in nessun libro ed è tessuta nello spazio-tempo dell’incontro, retro-illuminato dai bagliori della traslazione, che potranno essere colti soltanto se la stanza d’analisi non sarà troppo illuminata da teorie troppo esatte.

Nel pregevole sforzo di contestualizzazione storica del suo discorso, Ezio Izzo ricorda come, a proposito d’interdisciplinarietà tra teoria e prassi, si debba partire da Ferenczy e dall’estrema attualità del suo discorso del 1924, scritto in collaborazione con Otto Rank: “Prospettive di sviluppo della Psicoanalisi. Reciprocità tra teoria e prassi.”. Questo il titolo nell’edizione Guaraldi (nell’edizione Boringhieri il sottotitolo cambia per diventare Sull’Interdipendenza tra teoria e pratica).
Citando direttamente Ferenczy: “È così che ci siamo infine risolti ad attribuire il ruolo princi- pale, nella tecnica analitica, al ripetere anziché al ricordare. Ciò non significa, però lasciare semplicemente che gli affetti sfumino nel “vissuto”, il procedimento consiste invece... nel permettere questi affetti e nella loro progressiva risoluzione, ovvero nel trasformare gli elementi della ripeti- zione in ricordo attuale”.
Soltanto attraverso il ripetere, nel transfert, cardine del processo trasformativo cui la terapia analitica può dare luogo, si potrà giungere al ricordare.
Ci sembra importante soffermarsi sull’aggettivo “attuale” che nella storia della psicoanalisi merita una speciale rilevanza.
La prima distinzione nosografica che Freud operò nel campo delle nevrosi, fin dal 1986, è stata proprio tra quelle che definì Neuropsicosi da difesa (isteria d’angoscia, cioè le fobie, isteria da conversione, nevrosi ossessiva) per distinguerle dalle Nevrosi attuali (nevrastenia e nevrosi d’angoscia) .
Usiamo le parole di Freud per illustrare il concetto: «“Attuali” significa che le loro cause sono puramente contemporanee e non hanno la loro origine nel passato del paziente» (OSF Vol. 2 Nota 1 p. 404).
La definizione di Ferenczy e Rank lascia intravedere una componente attuale nel ricordo, in quanto nato da una situazione “contemporanea”, costituita dal setting, di certo potentemente allusiva rispetto al passato, ma anche radicata nella relazione di cura, nell’incontro di quel paziente con quel terapeuta e dunque portatrice anche di quelle tracce di attualità.
Sembra poter intravedere un discorso sulla quota di “attualità” presente nella nevrosi di trasla- zione, quota mai del tutto eliminabile e da non dimenticare.
Si delinea nel discorso di Ferenczy, che Izzo ripropone, il peso che la persona dell’analista potrebbe avere, nel bene e nel male, nell’andamento e persino nell’esito di un trattamento analitico. Si pone con chiarezza e coraggio, considerati i tempi, la questione di quanto il narcisismo dell’analista sia implicato e sollecitato nella relazione di cura e dei possibili esiti di tutto ciò.
La lezione di Ferenczy ha insegnato a tutti gli analisti dopo di lui che quando il paziente al termine della seduta avverte una quota d’angoscia più elevata del lecito, occorrerà chiedersi se qualcosa nella relazione terapeutica non abbia eccessivamente stimolato o bloccato il flusso ideo-affettivo (per rimanere nella metafora dell’ingorgo energetico del primo Freud): se una componente attuale, attinente alla relazione terapeutica, al qui ed ora della seduta, non abbia costituito una spina irritativa.

Per non parlare dell’importanza di porre attenzione al rischio sempre presente di ritraumatizzare il paziente con un ascolto che non colga il suo linguaggio” (il riferimento ai due lin-guaggi di Ferenczy) tenendo conto dunque dei limiti, talora momentanei, talora strutturali, della persona che un analista si trova di fronte.
Ed ecco allora che l’intuito e l’esperienza psicopatologica dell’analista giocano un ruolo fondamentale, non per classificare ma per differenziare e offrire alla persona l’ascolto analitico di cui ha bisogno, promuovendo le trasformazioni possibili.
La diagnosi psicoanalitica diventa centrale, per calibrare l’ascolto e il metodo.
In questo senso Ferenczy precorre Winnicott ed entrambi ripercorrono, ampliandone di molto i confini, il discorso di Freud.
Basti come esempio del lascito enorme di Freud a tutti i post freudiani l’appunto contenuto in Risultati, idee, problemi del 1938: «“Avere” ed “essere” nel bambino. Il bambino esprime volen- tieri la relazione oggettuale mediante l’identificazione: “Io sono l’oggetto.” L’avere è tra i due successivo, dopo la perdita dell’oggetto ricade nell’essere. Prototipo: il seno. Il seno è una parte di me, io sono il seno. Solo in seguito: io ce l’ho, dunque non lo sono».
Le risonanze di questi appunti nella ricerca psicoanalitica degli autori che hanno proseguito il lavoro di Freud sono diffuse ad ampio raggio.
Per tornare al discorso di una psicopatologia analitica: quanto è importante distinguere se abbiamo davanti una persona in grado o meno di fare la differenza tra essere e/o avere l’oggetto? Sappiamo che può non essere così semplice comprenderlo al primo sguardo, dati i molteplici mascheramenti, ma che è cruciale giungere a capirlo per l’esito del trattamento.
Nella descrizione di una nosografia freudiana Ezio Izzo sceglie come vertice di riflessione il lavoro di Freud del 1931, sui tipi libidici: Erotico, Narcisistico e Ossessivo.
Nel distinguerli tra loro precisa “Questi tipi, allo stato puro, si sottraggono a stento al sospetto di essere stati escogitati dalla teoria della libido”.
Avverte che la maggior parte degli individui che incontreremo saranno riconducibili ai tipi misti erotico-ossessivo, erotico-narcisistico e narcisistico-ossessivo, ma la cosa principale da rilevare è che questa tipologia non corrisponde alla patologia.
La patologia si rivela quando l’armonia si rompe, le difese diventano inefficaci e allora ogni disposizione libidica si romperà secondo linee di frattura precise, che produrranno alcune malattie e non altre.
Linee nosografiche asciutte, un disegno scarno, il necessario per distinguere senza descrivere nel dettaglio, lasciando ampio spazio all’espressione della singolarità individuale.
La panoramica disegnata da Ezio Izzo fa saltare all’occhio quanto le nosografie psicoanalitiche più rilevanti siano scarne, profonde (non correlate a descrizioni dei comportamenti) e radicate nella relazione con l’altro: basti pensare a Winnicott, alla sua teorizzazione sul trauma e sugli individui che semplicemente “sono stati lasciati cadere” o a Pichon-Riviere la cui nosografia è fondata sulla qualità del legame, per come si esprime all’interno della relazione terapeutica (Izzo, p. 188).
In questo essere scarne, essenziali, risultano vicine, sul versante della psichiatria, alla psicopatologia clinica di derivazione fenomenologica.
Kurt Schneider riconosceva soltanto due raggruppamenti di malattie mentali: le psicosi organiche dovute a cause esogene e descrivibili sia secondo un ordinamento somatologico, relativo alle cause, organiche (particolare interessante, per gli psicoanalisti, in questa teorizzazione il corpo è considerato come il fuori) e sia attraverso un ordinamento psicologico, i sintomi, e le psicosi endogene, schizofrenia e ciclotimia, descrivibili soltanto per l’ordinamento psicologico, dei sintomi e non per quello somatologico, delle cause. Tutti gli altri quadri clinici, incluse le nevrosi, ricadono nelle Varianti abnormi dell’essere psichico (disposizioni abnormi dell’intelligenza, personalità abnormi, reazioni abnormi all’avvenimento, Erlebnis).
Una grande distanza dalla nosografia statistica attuale, tanto piena di definizioni quanto vuota di significato.
La classificazione psicoanalitica proposta da Izzo e Lucchi assume “come fondamento la libido e la sua evoluzione, comè plasmata dall’ambiente reale” Pulsione ed esistenza, appunto (p. 191). Procedendo dalla personalità alla malattia, vengono descritti i principali quadri patologici e le strutture di personalità nevrotiche o psicotiche corrispondenti.
Dovendo scegliere, per brevità d’esposizione un elemento della ricca descrizione offerta nel saggio, vorrei soffermarmi, per l’utilità clinica che ne può derivare, sulla riflessione relativa a quelle che vengono definite personalità non strutturate.
Queste astrutturazioni possono prendere la forma di organizzazioni pre-depressive/antidepressive: gli stati limite, interpretati come voce premelanconica “la instabile angosciosa condizione al limite con la patologia melanconica” (p. 219).
“Queste astrutturazioni possono mantenersi in bilico tutta la vita, raggiungendo una certa maturazione libidica e dell’Io, che però permette relazioni oggettuali soltanto di qualità anaclitica” (p. 221).
Per questa ragione il crollo depressivo è sempre in agguato, nel momento in cui “l’appoggio” viene meno, la depressione irrompe.
In queste astrutturazioni il ruolo di istanza organizzatrice è lasciato all’Ideale dell’Io, vergogna, rabbia, angoscia di perdere l’amore ideale sono gli affetti prevalenti.

Presentazione del libro
"Comunicazione a due voci". Note sulla Supervisione
di Rosa Romano Toscani
con la partecipazione di Pietrina Bianco

 

Formazione come esperienza

di Rosa Romano Toscani

 

 

Ho scelto come titolo a questo nostro incontro "Formazione come esperienza," per dare particolare risalto ad un aspetto fondamentale e purtroppo non molto considerato nella funzione formativa, quello di servirsi dell'aspetto esperienziale.
Parto dal presupposto che non ci può essere vera formazione senza esperienza.
La parola formazione deriva dal verbo "formare" e ha nel suo significato principale quello di "dare forma". Quindi, dare forma al pensiero, dare forma alla conoscenza, dare forma all'esperienza, da ex- perior = provo-tento, fornire la base attraverso la quale è possibile acquisire e legare la conoscenza stessa ottenuta mediante l'osservazione, il sentire, lo studio. L'esperienza ha in sé il concetto di nuovo e di inconsueto. Il ritiro dall'esperienza impedisce, come afferma lo psicoanalista Wilfred Bion, di "comprendere il nostro comprendere" Solo cosi la formazione avrà raggiunto il suo scopo in quanto chi ha fatto esperienza si sentirà "invogliato a saperne di più ".
Unire formazione ed esperienza offre una visione unitaria del processo formativo di cui l'esperienza è la forza motrice sia per l'allievo che per il docente. Quest'ultimo, inoltre, fa "esperienza di formazione", dalla quale può trarre nuovi aggiustamenti per la sua professione. Nel caso, invece, di "formazione come esperienza" è l'esperienza che diventa per l'allievo formazione.
"Solo l'esperienza ha in sé questa forza conoscitiva e trasformativa", affermava Bion.
Assistiamo in questi tempi a dei profondi mutamenti nell'ambito della comunicazione. Non mi riferisco solo a quella digitale, sms, whatsapp, skype, ma soprattutto alla qualità della comunicazione tra le persone, sempre più vicine telefonicamente, ma sempre più distanti. I pazienti che arrivano ai nostri studi difettano di verbalizzazione, simbolizzazione, presentano depressioni, attacchi di panico, disturbi nell'identità, dipendenze, organizzazioni borderline, solo per tare alcuni casi. Il terapeuta è sottoposto ad adattare la propria tecnica come nel 1999 ebbi modo di dire in " Ritmo e Setting" ed ora ancora di più.
Ne consegue che la Formazione acquista una necessità di qualità ancora maggiore.
La Supervisione si pone quindi come anello di congiunzione tra la teoria e la clinica, rappresenta quella modalità di cui parlavo prima, ossia di fare "formazione come esperienza"

Breve excursus storico
Prenderò in esame un aspetto storico diverso da quello esposto nel libro, per ricordare quanto l'esigenza di essere confortati nel proprio lavoro dall'esperienza di colleghi più esperti, riferendoci in questa sede al contesto psichiatrico e psicoanalitico, sia stata presente fin dagli albori della Psicoanalisi stessa.
L'osservabilità diretta era, infatti, una pratica diffusa all'epoca di Freud.
Medici e ricercatori potevano assistere, come affermano Borch-Jacobsen e Shamdasani nel libro " Dossier Freud", (2012) "alle dimostrazioni condotte sui pazienti di Charcot o alle sedute di ipnosi di Bernheim, sia per verificare l'autenticità dei fenomeni, sia per allenarsi all'uso delle relative tecniche ... al Burgholzli ... la psicoanalisi ... veniva insegnata direttamente sul campo, assistendo ai colloqui analitici con i pazienti".
Controllo, validazione, insegnamento, concordanza tra teoria e pratica clinica dalla parte del didatta, protezione, sostegno, guida, aiuto, sicurezza, apprendimento da parte del discente erano stati e sono i bisogni e le motivazioni consce e inconsce che avevano sostenuto la Supervisione.
Tramandare ai figli, però, non era stato scevro di difficoltà.
Idealizzazioni, sensi di inferiorità, invidie, gelosie erano state sempre in agguato e lo dimostrano le controversie che si sono verificate negli anni tra i maggiori Psicoanalisti.
Ricordiamo la celebre rottura tra Freud e Jung, tra Freud e Ferenczi, Adler, Rank, Fliess, tra Anna Freud e Melania Klein e quest'ultima con Winnicott, solo per citare alcuni casi, ma anche le posizioni rigide e conservatrici di alcuni Istituti.
I candidati, però, non erano solo garzoni di bottega, paragonabili agli artisti che frequentavano gli studi di maestri per imparare la tecnica dal vivo, ma analisti che si avvalevano e partecipavano in modo diretto all'esperienza di un didatta esperto, e quindi trattati con molto rispetto, ma anche con l'ansia di dimostrare il valore scientifico dei trattamenti che venivano fatti.
Jones nel 1955 scriveva che "Gross fu il primo a insegnarmi la pratica della psicoanalisi e mi permise di assistere al trattamento di un suo caso".
Bernheim affermava nel 1891 che "chi è disposto a visitare la mia clinica, vedrà dimostrati i fatti che riporto."

Dalla osservabilità "de visu" al resoconto dei casi clinici
Dobbiamo, però, a Freud un importante cambiamento nella pratica dell'insegnamento della Supervisione, ossia "la difesa della intimità" della relazione terapeuta/ paziente, e la necessità di " preservare l'identità" di quest'ultimo.
Strachey nel 1958 affermò che "Freud non smise mai di insistere che un'adeguata padronanza del metodo poteva derivare soltanto dalla esperienza clinica, e non dei libri".
Freud, però, rese la Psicoanalisi "un'arte segreta" e i suoi seguaci potevano apprendere la tecnica dai suoi casi clinici, in base a ciò che egli voleva dimostrare.
Si concepì i quegli anni non più una osservazione diretta negli studi degli Psichiatri e dei nascenti Psicoanalisti, ma l'osservazione indiretta e l'inizio della costruzione di un setting specifico per la Supervisione, attraverso il resoconto scritto o verbale riportato dal terapeuta del paziente.
Possiamo considerare la prima Supervisione della Storia Psicoanalitica quella fatta da Freud nei confronti del padre del piccolo Hans.
Il riferimento più remoto alla Storia Psicoanalitica ci permette di soffermarci sul significato più profondo dell'istituzione di questo importante metodo formativo. Queste considerazioni mi riportano anche alla Storia della SIPP, che fin dalla sulla costituzione ha mantenuto viva la ricerca scientifica per approfondire sempre di più i costrutti teorici della Supervisione.
Da sempre mi sono interessata al significato teorico della Supervisione e al rapporto Supervisore/Supervisionato e questo saggio è il risultato di questo interesse.
Il lavoro dello Psicoterapeuta Psicoanalitico è molto arduo. Richiede una solida formazione, anche perché, come afferma Palacio Espasa nella prefazione del libro, "non abbiamo un'unica teoria psicoanalitica che permetta di spiegare l'enorme complessità dello psichismo umano. Ancora più difficile è la sistematizzazione generale della teoria della tecnica, da cui deriva l'importanza della supervisione."
Ma "l'apprendimento di quest'arte - mestiere", riportando il pensiero di Claudio Neri nella presentazione, "richiede una grande prudenza" e aggiungerei molta umiltà.

Dal non - sapere al sapere
Parto proprio da questa ultimo aspetto per fare alcune considerazioni. Ritengo che la vera conoscenza si basi sul celebre detto di Socrate " So di non sapere". Ciò che potrebbe rappresentare una professione di ignoranza nasconde, invece, il paradosso più profondo della conoscenza.
Nel paragrafo del libro "Supervisione come poesia" avevo riflettuto sulle parole della poetessa polacca Wislawa Szymborsrka, il "non so ... piccole paroline ... alate", come ella le chiama in occasione del conferimento del premio Nobel, considerandole un punto di partenza, un focus importante per sviluppare il pensiero.
Proseguendo, con le mie riflessioni, credo che il detto socratico proponga l'articolazione di un pensiero ancora più sofisticato. Proprio la consapevolezza conscia e inconscia del non sapere ci spinge ad approfondire la conoscenza.
In un saggio di Elvio Facchinelli, "Imprevisto e sorpresa in analisi", ripubblicato nel 2012 in una raccolta intitolata "Su Freud", viene riportato un episodio nel quale Michael Balint dichiara al paziente di "non capire" quale sia il problema per il quale egli chiede di fare un'analisi con lui.
Questa risposta non solo stabilisce il vero contatto tra i due e dà avvio ad una comunicazione autentica, ma induce a riflettere sulla oscillazione comune a molti tra le possibili affermazioni dogmatiche o le reazioni scettiche, tra l'apertura verso nuovi modi del conoscere e il rifiuto difensivo.
La dissonanza cognitiva, l'insoddisfazione sul proprio conoscere comporta sul piano gnoseologico una ridefinizione di valori, di categorie, di atteggiamenti e il passaggio dalla conoscenza alla saggezza, che come suggerisce de Saint - Exupéry " non è il possesso della verità, ma di un linguaggio coerente".
Il "non so IO, il "non capire" di Balint consente l'apertura verso l'altro in una posizione di ascolto autentico verso la novità e la distinzione tra intervento analitico e interpretazione.
"Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme è un successo", ammoniva Henry Ford.
Ci avviciniamo a Bion e al suo invito "senza memoria e desiderio" ed al "rimanere a maggese" di Masud Khan.
La disposizione mentale di attesa e di ricerca, in effetti, dovrebbe essere la condizione di qualsiasi intervento terapeutico e in maggior modo della Supervisione.
Il primo punto di partenza tra Supervisore e Supervisionato è la non conoscenza dell'uno e dell'altro, eccetto quelli che possono essere gli aspetti informali del loro reciproco sapere l'uno dell'altro.
In un bellissimo saggio Valeria Egidi Morpurgo, "Eroi e antieroi. Quali figure per il nostro tempo?, afferma che "all'analista tocca in ogni caso confrontarsi continuamente con i propri limiti. ...... gli è richiesto il coraggio dell'attesa, dell'accettare di non capire, e la virtù antieroica per eccellenza: la pazienza."

Verso il sapere
Accanto, però, al "so di non sapere" non può essere perso di vista il ragionamento induttivo e le definizioni universali. Ragion per cui sono stata indotta a pensare alla Supervisione non come a una definizione rigida e chiusa ma come a una modalità di conoscenza aperta, ad una investigazione più ampia di parametri e con possibili luoghi di ricerca. Ci viene in aiuto la consapevolezza fatta nella pratica della nostra professione, nella quale abbiamo incontrato pazienti diversi, allievi diversi, con i quali abbiamo fatto esperienza che ci ha permesso anche di verificare aspetti comuni e universali.
In conseguenza di quanto detto la prima parte del libro riguarda e rappresenta questioni universali alle quali arriviamo mediante un metodo induttivo.
Ho cercato di entrare nella etimologia della parola "Supervisione" e di fare "tabula rasa" di alcune definizioni anche importanti, ma soprattutto di fornire ipotesi, liberandomi dalle pretese conoscenze acquisite in modo acritico, cercando di superare contraddizioni e pregiudizi.
Definire non significa capire. Le definizioni, anche se, a volte, hanno carattere di necessità, chiudono il pensiero e la conoscenza, le definizioni, invece, devono aprirsi a concetti universali.
Siamo di nuovo nell'area del paradosso, ed è proprio il paradosso che apre il pensiero.
Ci possono essere, comunque, - ed è lecito che sia così -, diverse opinioni nel definire la Supervisione, ma noi sappiamo che l'opinione è a metà strada tra la conoscenza e l'ignoranza.
Dobbiamo fare, quindi, un passo in avanti, ossia entrare in un campo epistemologico, nella teoria della conoscenza e spingerci a ricercare ciò che è. Individuare un principio comune che può manifestarsi in forme diverse.
In effetti, la Supervisione è una pratica alla quale possiamo dare diverse forme a seconda del vertice che usiamo, di volta in volta, e in base alle circostanze nelle quali Supervisore e allievo si trovano ad operare.
Nonostante le forme possano essere diverse ciò che è comune è l'inconscio, il principio unificante, un processo che si sviluppa e che rappresenta la conoscenza in quanto attività, un prodotto come sapere accumulato.

Nel campo delle definizioni
Non dobbiamo però dimenticare che sono state date a partire dal 1920 diverse definizioni sulla Supervisione dalle quali emerge il "principio comune" di guida e di sostegno e la necessità, ribadita nel Convegno di Vienna, in quegli anni, di operare una distinzione tra l'analisi personale e la Supervisione.
Dagli anni 40 e 70 l'attenzione era rivolta soprattutto alla trasmissione del punto di vista del Supervisore e della sua personale comprensione del caso.
Balint criticò questa impostazione e dagli anni 50 si assistette in diversi convegni e dibattiti ad una maggiore osservazione, spostando il focus dal paziente al Supervisionato, tanto che nel 1957 La commissione Centrale di Insegnamento dell'IPA formulò questa definizione. La Supervisione " tende ad istruire lo studente nell'uso del metodo analitico, ad aiutarlo ad acquisire la capacità terapeutica basata sulla comprensione della materia analitica, ad osservare il suo lavoro e a determinare fino a che punto la sua analisi personale ha raggiunto i suoi scopi; a determinare la sua stabilità e la sua maturità per un periodo sufficientemente lungo" L'accento risulta posto sul transfert dell'allievo.
Dagli anni 70 si sposta l'attenzione sul Controtransfert del Supervisionato.
Anche se nel 1989 Grinberg parla "di setting specifico", si tende sempre a "consigliare", "istruire", si parla di "compiti", di "funzioni", di "obiettivi", di "modellare", di "offrire consulenza", "monitorare", "valutare".
Solo nel 1997 Harold Behr inizia a considerare la "supervisione ..... come una conversazione tra due persone a proposito di una terza che non è fisicamente presente"(in Sharpe, p.11).
Quando decisi il titolo da dare allibro non ero a conoscenza di questa affermazione.
Scelsi "Conversazione" in quanto mi sembrava un allargamento di "campo", che potesse racchiudere, come avrete modo di leggere, molteplici aspetti, una possibilità di riflessione per aprire nuove strade di studio e di ricerca.
Thomas Ogden, nel 2001, parla di "Conversazione" riferendosi alla relazione tra il lettore e il testo, tra il testo e lo scrittore, tra lo scrittore e il lettore.
Anche oggi noi stiamo "cum-versàre," conversando, nell'accezione di "volgersi, trattenersi con" e ricordando Umberto Eco nelle "Sei passeggiate nei boschi narrativi " degli anni 1993/94, stiamo costruendo un "noi narrante".
Dalla Supervisione centrata sul transfert a quella centrata sul controtransfert dell'allievo si è arrivati, oggi, a partire dal 2000, a considerare la situazione "bi- personale" di due persone - compreso il controtransfert del Supervisore - che vivono una relazione conscia e inconscia e che unifica le posizioni precedenti.
A dimostrazione di quanto affermo sono i convegni della nostra Società promossi dalla Prof.ssa Perrone " Dalla parte degli allievi", la costituzione della Commissione di Training e Il Gruppo Nazionale sulla Supervisione.
Credo che non sia tanto importante essere un buon Supervisore, quanto quello di permettere all'allievo di diventare ed essere un buon terapeuta.
Siamo di fronte ad un nuovo paradosso? Credo di si!
Spostare l'accento dal Supervisore all'allievo e alla loro relazione?
Negli Stati Uniti la carriera del "supervisor" è molto strutturata e l'accento posto sul Supervisore sta muovendo i primi passi.
Ho messo in evidenza come la Supervisione sia un'arte e una tecnica, un metodo, che attraverso strumenti di osservazione, ascolto, linguaggio, interpretazione, miri a sviluppare stile e idioma, apra un campo metaforico e di reverie, tenda a sviluppare l'empatia, gli aspetti poetici e creativi in una dimensione di campo analitico e di relazione nella quale si muovono gruppi interni ed esterni, gruppi reali e gruppi che ho chiamato "vitruali", ove si uniscono il reale, il simbolico e l'immaginario.

Nuovo concetto di Supervisione
Siamo di fronte ad un nuovo concetto di Supervisione che potremmo chiamare "autoriflessiva" e questo lungo cammino di ricerca comporta l'apertura a molti interrogativi.
Quali sono le motivazioni che spingono un terapeuta consolidato a divenire Supervisore, a lavorare su un'area "trans-teorica" che richiede un processo di connessione tra aspetti comportamentali, teorici ed emotivi?
Interrogativi che riportano al " so di non sapere", e anche al "non so", per riuscire a concepire quell'arte "maieutica", necessaria a sviluppare competenze cliniche.
I nuovi orientamenti si muovono in questa direzione. Questo credo, in sintesi, rappresenti il compito principale della Supervisione.
Michelangelo sosteneva che quando guardava un blocco di marmo vedeva già dentro la forma dell'opera d'arte e che il suo lavoro consisteva nel "togliere il superfluo" che imprigionava la statua.
Affermazione questa che potrebbe fare sorgere l'idea di onnipotenza, ma a ben vedere, sgomberando il campo da qualsiasi segno di potere, il compito principale di un Supervisore si dovrebbe orientare nel fare emergere le qualità e lo stile dell'allievo.
Sentirsi aiutati nelle difficoltà a sbloccare particolari situazioni, riconosciuti nelle proprie capacità, regolati da norme condivise, stimolati a raggiungere una personale autonomia, a mettere in evidenza eventuali errori nella conduzione del lavoro psicoterapeutico, (consapevoli che inevitabili impasse possono spiazzare anche il più esperto terapeuta ), a sviluppare la creatività, mettendo a tacere il bisogno di essere approvati come bravi e capaci, analizzare le fantasie e le emozioni nei confronti del paziente, fornire una coerenza tra i modelli che vengono proposti, sviluppare "un'autosupervisione", sono alcune delle condizioni che possono fare pensare ad una "Supervisione sufficientemente buona?"
A queste considerazioni aggiungerei il passaggio da una fase di non integrazione, ad una di integrazione, per ricordare Winnicott, verso la fase dell'indipendenza.
Consigliare, istruire, modellare, monitorare, valutare, sono aspetti presenti nelle varie fasi :(iniziale, avanzata, finale) di ogni Supervisione, della quale non possiamo non considerare l'aspetto pedagogico, con una particolare attenzione a non suscitare fantasie o aspetti persecutori nel Supervisionato.
Riporto le considerazioni dell'artista Monica Lai alla sua opera "Through other eyes": La nostra identità necessita di altri occhi, altre visioni e altri pensieri. Dovremmo guardarci ogni giorno con occhi diversi, con gli occhi degli altri, scoprendo il dono della loro unicità.
Nello scambio reciproco di esperienze troviamo la vera ricchezza.
La Supervisione rappresenta, nel mio modo di concepirla, una" sutura" tra le conoscenze teoriche apprese nel Training, dalle letture personali dei testi Psicoanalitici e dal lavoro diretto con i pazienti, il "fulcro" dell'esperienza formativa e permettetemi un'immagine culinaria, ricordando Palacio Espasa, la "ciliegina sulla Torta".
Ma, "Si comincia a creare solo quando si smette di avere timore".
Parole importanti queste del pittore inglese William Turner, che ogni Supervisore dovrebbe tenere in mente per aiutare il proprio candidato a non avere paura del "triangolo edipico", di se stesso, del paziente e del Supervisore".
Come però potrete constatare nel libro ho ampliato questo triangolo riferendomi ad altri parametri che riguardano la relazione di Supervisione.

Origine del libro. Si comincia sempre ... con un incontro
Alcune parole sul come è nata l'idea del libro. Le mie esperienze personali di Supervisione sono state molto importanti nella mia formazione, in quanto, non essendoci ancora gli Istituti di Training, sono state, però, ampie, eterogenee, rispettose e valorizzanti.
Le dediche che ho fatto sono rivolte alle persone che hanno contribuito di più alla mia formazione, Matte Bianco, e Piero Bellanova.
Porto dentro di me la loro capacità di tirare fuori il meglio di me. La formazione, infatti, rappresenta un atto che da forma.
Nel 1990 avevamo terminato con Pietrina Bianco la Supervisione su un caso difficile con soddisfazione di entrambe, ma soprattutto con miglioramenti evidenti nella vita della paziente.
Spesso avevamo ipotizzato la possibilità di scrivere le nostre riflessioni sulla nostra esperienza.
Circa tre anni fa proposi alla dott.ssa Bianco di riprendere la riflessione sul caso, una sorta di "Supervisione sulla Supervisione", che costituisce la seconda parte del libro.
In questa sezione vengono ripresi aspetti svolti nella prima parte, che riguardano il Supervisore, come "col- lega", colui che svolge azioni di integrazione e di collegamenti, come "memoria", il tenere in mente il processo, come "registra", garante della relazione, come "nutrice, gestore delle ansie e delle paure, come "artista", che da valore all'opera.
Proposi, quindi, di scrivere separatamente le nostre impressioni su quanto avevamo vissuto e di confrontarle. Scoprimmo tante convergenze alle quali era necessario dare una forma e un focus.
Mi trovo d'accordo su quanto afferma Graziano De Giorgio ne "La voce nell'arte e nell'interpretazione psicoanalitica", quando sostiene che "l'integrazione elaborativa richiesta dalla scrittura (è) indispensabile all'elaborazione concettuale e affettiva dell'esperienza"
Riguardo al caso clinico presentato individuai un percorso che riguardava la mancata elaborazione di un trauma infantile che veniva riattivato nella situazione traumatica di separazione della paziente dal marito e che intrudeva nella difficoltà della paziente di svolgere una adeguata funzione materna, facendo del figlio il paziente designato.
Come avrete modo di leggere nel libro la dott.ssa Bianco e la sua paziente riuscirono a realizzare una comunicazione soddisfacente e trasformativa, la stessa che si verificava tra me e lei.
Il non sapere l'una dell'altra aveva permesso la conoscenza di entrambe.
Lo studio del transfert del paziente, l'approfondimento del controtransfert del terapeuta si configurano come strumenti di lettura importanti, ma solo la capacità di instaurare con il proprio paziente una relazione conscia e inconscia profonda può essere foriera di cambiamenti e di trasformazioni.

Supervisione di Gruppo. Co-costruzione
La terza parte del libro si occupa della Supervisione di Gruppo, come di un altro aspetto importante della formazione.
La mia prima Supervisione fu di Gruppo, con il dott. Angelini allo Spazio, allora presieduto da Paolo Perrotti.
Ero giovanissima e alle prime esperienze di lavoro con un paziente molto grave.
Ricordo che in gruppo manifestai il mio desiderio di inviarlo ad un collega più esperto, ma sia Angelini che i colleghi del gruppo non furono d'accordo.
Fu un caso che mi dette molte soddisfazioni e l'aiuto che ricevetti fu determinante.
Proseguii la mia formazione con il prof. Leonardo Ancona e condussi per alcuni anni Gruppi esperienziali presso la Cattedra di Dinamica di Gruppo di Claudio Neri.
Dopo avere lavorato con bambini, adolescenti e coppie nel Servizio Materno Infantile scelsi di occuparmi di Psicoterapia Individuale, intervento terapeutico che sentivo più consono alle caratteristiche personali.
Dico questo per affermare, invece, quanto nella nostra formazione sia importante avere un ampio spettro di esperienze, ma soprattutto considerare un'altra forma di Supervisione, quella di Gruppo, altrettanto necessaria quanto quella Individuale.
In questo tipo di Supervisione può esplicitarsi una maggiore possibilità di confronto, una diversa acquisizione di punti di vista diversi, una minore dipendenza dal Supervisore.
Nel 2014/2015, proposi agli allievi del secondo anno del Training della SIPP, - ci tengo a fare i loro nomi Chiara Agnoli, Raffaele Maisto, Elena Montani, Maria Rapino, Lilia Utizi, Alessandra Vergine, - di seguire un caso di Lilia Utizi, durante tutto il corso.
In questa "Conversazione a più voci" si intersecavano i commenti degli allievi e del Supervisore e si assisteva ad un esperienza stimolante nella quale si verificava la nascita di una "mente di gruppo", una mente che ho chiamato in linea con Bollas, "mente germinativa". All'inizio di una Supervisione di gruppo, esso è destrutturato, in una situazione che chiameremo "stato nascente", sperimentata con un sentimento di Kaos nel quale si possono sperimentare sentimenti di ansie, di paure. Il gruppo vive un cambiamento primordiale, quello di essere fuori da un "utero materno", ma nello stesso tempo di sentirsi esso stesso un utero che contiene. Attraverso il lavoro di Supervisione il gruppo si avvia verso un'identità, che diventa una formazione come esperienza utile all'allievo che presenta il suo caso clinico e al gruppo stesso.
Il gruppo diventa un "involucro psichico", temuto e desiderato, nella speranza messianica che l'esperienza possa promuovere la crescita professionale dei singoli. L'esperienza da sola non può certo verificare o validare una teoria, ma può permettere di organizzare le proprie scoperte e acquisire fiducia per nuovi approfondimenti.
L'esperienza della Supervisione di gruppo ha la funzione di favorire la costituzione di un pensiero comune, liberato dagli eccessi di stimolazione esterna, di attivare la capacità i pensare, di differire e sopportare l'attesa tra il momento in cui un desiderio di capire si fa sentire, ma non si hanno risposte e quello in cui un'azione appropriata può soddisfarlo.

Una piccola chiosa
Rifacendomi ancora una volta alle suggestioni provenienti dall'Arte, considerando, nella mia accezione, la Psicoanalisi oltre che una scienza una forma d'arte, quale apprendista, pur con le debite eccezioni, ritornando all'immagine dei garzoni di bottega, aspirazione di coloro che volevano formarsi, quale giovane avrebbe potuto essere un artista, se i duri tirocini nella giovane età e i maestri, non avessero creduto in lui e non gli avessero insegnato i segreti del mestiere, ma soprattutto non avessero compreso le sue qualità intrinseche e sviluppato i suoi mezzi artistici ?

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Memorie fluttuanti tra setting e armadietti

Riflessioni sul Libro Psicosi e Dintorni di Orazio Costantino

di Maurizio Russo

 

 

 

Vorrei ringraziare per l'invito ricevuto a presentare insieme con Paolo Di Benedetto il libro di (o forse su) Orazio Costantino che costituisce per me un'occasione molto emozionante.
Non si tratta di un ringraziamento formale, ma del mio profondo senso di gratitudine per avermi permesso, con quest'invito, di riavvicinare un momento molto doloroso recuperando e significando in questo modo anche il valore della mia esperienza del rapporto con Costantino. Ognuno ha il proprio modo per affrontare un lutto. Personalmente ho bisogno nell'immediato di prendere una distanza da un dolore immenso, sicuramente per proteggermi dal vuoto o dal senso di annientamento che accompagna una perdita. È stato cosi per me quando quasi tre anni fa, Orazio è venuto a mancare. Orazio Costantino ha costituito per me un Maestro, uno di quei maestri che ti insegna senza dettami, senza certezze indissolubili, uno di quei maestri, i veri maestri, che ti porgono con la delicatezza che li caratterizza un modo nuovo di pensare.
Mi manca il suo sguardo onesto e profondo, il suo portamento distinto e garbato, da gentiluomo, non mi mancano, grazie anche all'opportunità di essere qui con voi, le sue parole, i suoi insegnamenti che, insieme con lui, sono ormai uno dei miei oggetti interni buoni.
Quando, quasi vent'anni fa, conobbi Costantino ero alle prime esperienze con la terapia dei pazienti psicotici nell'ambito privato, dopo l'esperienza nel pubblico. Erano i tempi della formazione, degli sforzi nel cercare di costruirsi una propria identità individuale, oltre che condivisa. A proposito di un paziente che stavo per prendere in carico gli chiesi quale setting secondo lui sarebbe stato adeguato, se per esempio su lettino o vis a vis. Sono scolpite nella memoria le sue parole:

Il setting? Anche nell'armadietto!

Ecco, questi sono gli insegnamenti di Costantino che ti aprono la mente. Il concetto a partire da un'immagine, l'armadietto. Rappresentare e significare a partire da un oggetto. Non è in fondo questo il nucleo del lavoro con gli psicotici? E l'armadietto non è quel contenitore che si identifica anche con il suo contenuto, un po’ come il setting che non è solo la cornice, il contenitore di ciò che avviene e passa tra paziente e analista, ma è esso stesso la relazione tra analista e paziente?
Marco, al primo colloquio di consultazione al quale giunse dopo insistente e perentoria spinta dei genitori, entrò deciso, quasi sparato nella stanza d’analisi e, dopo aver effettuato con lo sguardo un rapido ma efficace studio dell’ambiente, si sedette su quella che era la mia poltrona dietro il lettino e mi invitò a sdraiarmi. In quei pochi secondi in cui fui sopraffatto dalla sorpresa e dalla paura realizzai che era opportuno che mi sedessi di fronte a lui, secondo una posizione che non fosse né oppositiva né accondiscendente, una sorta di compromesso di condivisione e fu quella la prima volta che le parole sul setting nell’armadietto mi vennero in mente. Marco ripeteva a oltranza che io non avrei potuto aiutarlo, che quello che gli era successo non era risolvibile, che d’altra parte il pensiero conseguente a quello che gli era successo non lo faceva vivere e che non avrei potuto cambiare ciò che era già successo né le sue conseguenze. Nonostante il suo parlare a raffica, non lo avvertivo minaccioso, tutt’altro. Come se quel setting rovesciato, secondo un’aspettativa preordinata, più che una provocazione, fosse un’operazione ben precisa e, tutto sommato, accomodante. Dopo un po’ di imbarazzo, infatti, ero già abituato a ascoltare all’interno di una disposizione fino a quel momento anomala. Attraverso le comunicazioni sulla mia impossibilità a aiutarlo, Marco proiettava in me la sua parte malata, la sua parte che non poteva accogliere una richiesta d’aiuto, mantenendo in sé, attraverso questa scissione, il contatto con la sua parte terapeutica, non psicotica. Il suo piazzarmi nel posto del paziente corrispondeva all’azione di quest’operazione di scissione e
proiezione che era l’unica cornice possibile, evidentemente, per poter dar spazio a una richiesta d’aiuto. Decisi di giocare questo ruolo cercando di ascoltare senza intervenire, nemmeno per le domande che solitamente pongo durante i colloqui preliminari quantomeno per una raccolta dati, allo scopo di rimandargli la dimensione di una parte malata che si ponesse nella posizione di essere accolta. Marco cercava, con gli strumenti che aveva a disposizione, di creare il setting per lo svolgimento della relazione, ma soprattutto cercava un terapeuta che accogliesse questa modalità che coincideva con la sua richiesta. Dopo due colloqui preliminari, all’inizio della terapia, Marco entrò sedendosi sulla SUA poltrona e mi disse: “Adesso puoi riprendere il TUO posto”!
Sto cercando, l’avrete capito, di riavvicinare e risignificare il mio dolore per questo lutto. Ma andiamo per gradi, tentando di seguire parallelamente le memorie fluttuanti legate ai momenti che ho personalmente condiviso con Costantino, alle tracce delle sue parole nella mia mente, alle mie esperienze professionali, che costituivano i momenti in cui le parole di Costantino udite da me allievo si presentificavano diventando pensieri guida e oggetti interni, nonché lo sviluppo del pensiero di Orazio sulla terapia della psicosi, cosi come è ben reso dal racconto del libro che ne fanno i curatori.
Anche qui, in fondo, partiamo da un lutto, quello che Racamier definiva come lutto originario. Il lutto originario, per Racamier, era da intendere come “il processo psichico fondamentale per il quale l'Io, fin dalla prima infanzia, prima ancora di emergere e fino alla morte, rinuncia al possesso totale dell'oggetto”. Con il lutto originario, il soggetto “compie il lutto di un'unione narcisistica assoluta e di una costanza dell'essere indefinita, e tramite questo lutto, che fonda le sue stesse origini, opera la scoperta dell'oggetto e del Sé” (Racamier 1993). Se questo processo non si è compiuto con la radicalità necessaria (“ferite di lutto mai aperte, mai si richiudono” - scriveva Racamier), il danno maggiore, per il bambino, è una sorta di “impasse fantasmatica”, una vera e propria agenesia delle capacità di desiderare, di immaginare e di sognare, di diventare, cioè, soggetto desiderante. La psicosi è l'espressione dell'impossibilità a esistere, di avere un'esistenza propria e un'identità definita, per l'incapacità a soffrire la tortura quotidiana della separazione dall'infinità dell'unità. Già l'uso della parola, secondo Costantino, parte da questa necessità di preservare l'unità duale materno-fetale, uso che mira non alla ricerca dei nuovi contenuti che una parola può significare, ma di una che sia onnicomprensiva, originaria di tutte le parole, una parola che non definisca, non separi, ma una parola che renda lo psicotico uguale all'oggetto, lo renda tutt'uno, lo fonda con esso (La parola e la psicosi, 2002). Il terapeuta, mi insegna - ci insegna- Costantino, "non dovrebbe sentirsi diviso fra i due modi di intendere la parola, ma avere l'una, quella per intenderci, del paziente, come sfondo dell'altra da cui quest'ultima deriva e in cui ritorna prendendo la forma per assumerne tante altre pur mantenendo l'identità originaria". A questo proposito Costantino mi ripeteva che nel nostro lavoro noi terapeuti dobbiamo ascoltare con la parte psicotica e parlare con la parte sana e che quando la relazione non procede è perché ascoltiamo con la nostra parte sana e, inevitabilmente, siamo costretti a parlare con la nostra parte psicotica. Perché Costantino sottolineava molto che la psicosi, in quanto indefinito, primitivo, uno, fuso, rappresenta una parte dell'essenza umana, dell'essere, l'indifferenziato da cui originiamo e di cui teniamo traccia e che dobbiamo utilizzare come risorsa e strumento di comprensione nel lavoro con gli psicotici. E tutto questo il Maestro lo diceva sempre con quel suo volto onesto e profondo, quel portamento distinto e garbato, da gentiluomo. Già, il corpo. Nell'articolo il Corpo nella psicosi schizofrenica (2005) l'Autore mette in guardia il terapeuta sul fatto che "l'attenzione che destina a individuare i segni negativi del comportamento e dell'organizzazione del pensiero degli schizofrenici, rischia di essere deviata da quella da destinare ai loro corpi che rappresentano alla fine la struttura portante dell'universo emozionale che essi sono portati a misconoscere e con esso lo stesso corpo che lo sostiene". Il corpo e le sue parti costituiscono i luoghi dove le emozioni vengono imbrigliate e cristallizzate, perché irrappresentabili e queste parti frammentate e proiettate, così
come gli oggetti in cui esse sono collocate, diverranno il loro luoghi di contenimento. Da questi luoghi corporei noi possiamo rilevare la posizione assunta dall'oggetto, presente o assente, nei riguardi della totalità o delle parti corporee del soggetto. Quanto di Bion ci ricorda Costantino! La depressione come luogo in cui stava un seno o un altro oggetto perduto e lo spazio come luogo in cui era solita stare la depressione o qualche emozione. In questo senso, “se è l'occhio - ci insegna con il suo garbo e il suo entusiasmo Costantino - la parte del corpo che è scissa e proiettata dentro una persona che ci guarda, esso oltre a essere un organo percettivo proiettato, rappresenta, nella sua qualità di luogo corporeo, la sede di sensazioni e emozioni riferibili alla relazione tra l'oggetto e il soggetto riguardo il suo bisogno di vedere e di conoscere". È evidente quanto nel corpo dello psicotico sia presente l'analista scisso e proiettato e quanto la comprensione delle dinamiche espresse nel corpo riflettano un aspetto transferale che deve essere utilizzato per la mappatura del mondo interno del paziente. Ecco il senso della mia memoria delle parole di Costantino, quando nelle nostre conversazioni a latere durante i convegni o gli incontri legati alla vita societaria mi diceva che possiamo fare le migliori interpretazioni e le più belle letture dl nostro lavoro con gli psicotici, ma se non abbiamo lavorato sul corpo, non abbiamo svolto il nostro compito, perché è come lavorare sul significato prescindendo dal significante.
Con Mimesi - Sulla fenomenologia del Doppio (2009) l’Autore approfondisce il concetto di unità duale materno-fetale di Hautmann, di gemello immaginario di Bion o di elemento femminile di Winnicott. “Bion descrive quest’area della mente come incapace di vivere la realtà come altra da sé, gemello immaginario, appunto. Gli oggetti esterni e interni, proprio a causa di essa, sono negati come tali e vissuti come identici al Sé, essendo il Sé. (…). La sua mancata integrazione sarebbe tale da rendere intollerabile la stessa situazione edipica e inefficace il ricorso all’uso del mezzo interpretativo”.
Nel corso di un seminario parlando a Orazio Costantino della mia difficoltà a collocare la relazione con un paziente in un setting appropriato, considerandone i limiti dei nostri incontri una volta a settimana, feci questo lapsus: “E’ come se una fosse troppo, e due poche”. Cercai di correggermi subito riposizionando il poco all’una seduta e il troppo alle due, ma Costantino mi fermò. “Stai spiegando, con il tuo lapsus, le caratteristiche di questa relazione”. L’una troppo era il senso del mio sentirmi saturato dalla fusionalità, dal sentirmi doppio o gemello immaginario del paziente, anziché Altro da lui. Allo stesso tempo avvertivo che l’essere per lui Altro era insufficiente, poco, non potendo trovare una collocazione, attraverso una terzietà, quale quella di una dimensione edipica, preclusa però per la sua intollerabilità alla mente psicotica. Questo era il senso del mio lapsus, in cui l’assenza di un pensiero riguardo la terza seduta, il terzo, non trovava collocazione, non offrendo pertanto uno spazio sufficiente per la proposizione di un’alterità. Sto parlando dell’intollerabilità della situazione edipica nello scenario psicotico, così come, con la precisione che lo caratterizzava, puntualizza Costantino.
A questo proposito il Nostro ricorda Hautmann quando scrive (1983):
L’interpretazione del materiale edipico anteriormente e indipendentemente dall’integrazione dell’area mentale corrispondente all’unità duale materno-fetale è senza esito perché manca nella mente la possibilità di entrare in contatto conoscitivo con la realtà edipica esterna e interna. Il paziente non può pensare l’Edipo, spazializzarlo e temporalizzarlo, può solo negarne l’esistenza trasformandolo in una dilatazione del Sé o far esplodere il Sé in una frammentazione per adesione ai singoli componenti della vicenda edipica.
Immaginate il mio stupore, la mia incredulità, ma anche la mia sorpresa nell’essere messo di fronte al fatto che la mia esperienza, attraverso il mio lapsus, trovasse valore e veridicità in una precisa dinamica corrispondente a un preciso meccanismo di funzionamento della mente.
Ma non è tutto. Quello che è in gioco è molto di più. Costantino andava ben oltre. Era capace di mettere in evidenza che quel lapsus esprimesse anche una chiara dinamica relazionale e di funzionamento della coppia al lavoro. L’analista che associa, che esprime lapsus e che pensa, mette in moto l’elemento conoscitivo precluso da articolare all’intollerato non pensabile. Il lapsus, in quanto inconscio dell’analista, non appartenente cioè al presunto sapere dell’analista, viene a collocarsi come il terzo che crea lo spazio per l’elemento conoscitivo, cioè l’analista come Altro da Sé, a partire dalla percezione dell’analista di essere Altro, attraverso il proprio pensiero, dal gemello immaginario del paziente. Mi riferisco a quel contemporaneo appartenere al mondo fusionale del paziente e allo stesso tempo differenziarsene. Ciò corrisponde all’osservazione che per il paziente psicotico il bisogno di contatto fusionale con l’oggetto e quella del desiderio d’oggetto devono procedere come due rette parallele senza incontrarsi mai, pena la sua personale distruzione. In questo senso il transfert psicotico di tipo imitativo – insegna Costantino - rappresenta sicuramente una difesa contro il riconoscimento della separatezza, ma anche la possibilità di un primo legame di identificazione con un oggetto.
Quella su cui Orazio Costantino pone l’attenzione- e mette in discussione - non è l’importanza della relazione analista paziente che è l’essenza stessa della psicoanalisi, ma la modalità e la qualità specifica del ruolo dell’analista in questa relazione. Ogni tentativo del terapeuta di comunicare al paziente la sua verità rimarrebbe vano se non fosse preceduto dall’attenzione al restauro nel Sé delle parti perdute e a accrescere la sua integrazione come attivazione in lui di un processo per il quale gli elementi parziali possano combinarsi in un intero. Se quest’attenzione è viva nella mente dell’analista, la relazione tra terapeuta e analista è l’area in cui avviene l’introiezione di un modello di integrazione dei propri impulsi e dell’Io, esprimendo la relazione stessa la funzione integrante e differenziante di cui lo psicotico è carente. In questo senso, e siamo nel nucleo dell’articolo di Costantino Le Costruzioni nella psicoterapia psicoanalitica della schizofrenia, la costruzione, più che l’interpretazione si costituirebbe per il paziente come un esempio di esperienza integrativa e la complessa opera costruttiva e riorganizzativa della sua psiche si configurerà alla fine come una funzione costruttiva simbolica peculiare del processo psicoterapeutico. È quasi superfluo sottolineare quanto Freud costituisca sempre il sottosuolo portante del pensiero di Costantino.
Orazio si arrabbiava molto quando si misconoscesse il contributo di Freud alla comprensione dei meccanismi di funzionamento psicotici o, ancor di più, la profondità del suo pensiero sulla tecnica psicoanalitica nella terapia della psicosi. In Inibizione, sintomo e angoscia (1925) Freud sottolinea come l’esperienza passata, separata dal suo contesto emozionale, rimane isolata e non viene nemmeno riprodotta nel corso dell’attività del pensiero. È l’emozione presentificata nella relazione che costituisce l’elemento attivante e evocativo di un vissuto collocabile nel passato. Non è quindi importante – e qui sembra che il pensiero di Costantino continui quello di Freud – che il paziente porti i suoi ricordi perché il terapeuta faccia una ricostruzione storico-biografica della sua vita, quanto che questi faccia una costruzione del passato del paziente, confinando nella forma del ricordo quello che delle esperienze infantili, emozionalmente affini al presente, lo stesso paziente può vivere nella relazione terapeutica (2003).
In quest’ambito il terzo analitico è rappresentato nella relazione terapeutica da quelle aree indivise, co-pensate e co-create da entrambi, nel senso di non ascrivibili solo a una delle due diverse personalità che si incontrano rimanendo ognuna quel che è.
Mi vennero- mi vengono - i brividi quando per argomentare quest’aspetto nel suo scritto Attualità e tracce dell’esordio psicotico nella relazione psicoterapeutica il Maestro citò – cita - una mia esperienza clinica esposta in un articolo da me scritto con Luisa Perrone e che qui riporto.
Prima di recarmi allo studio situato nel palazzo di fronte la mia abitazione, chiedo a mia figlia di accompagnarmi per aiutarmi a portare dei libri. Allo studio avrei avuto la prima seduta con un paziente psicotico che seguivo da otto anni, seduta seguente ad una in cui il paziente aveva fatto esplicito riferimento ai sentimenti di rabbia e di dolore provati nel momento in cui
si è sentito abbandonato dal padre che, anziché proteggerlo, si dedicava al figlio della sua seconda moglie, da sempre vissuto come un rivale. Di solito esco di casa una mezz’oretta prima di iniziare lo studio, anche per evitare che pazienti che arrivino prima mi vedano uscire dalla mia abitazione. Quando usciamo di casa, ci imbattiamo in Sergej, il mio paziente che, arrivato prima, cercava di raggiungere il bar per il solito caffè. Con discrezione do un’occhiata d‘intesa a mia figlia di non accompagnarmi, faccio un cenno di saluto a Sergej e mi avvio allo studio. Alla sua ora Sergej mi raggiunge.
- Ovviamente era sua figlia – mi dice accomodandosi – le somigliava troppo. Non l’avevo mai vista nelle vesti di un padre. Qualche volta glielo avevo chiesto, se lei aveva dei figli, ma lei non mi ha mai risposto, ed ero sempre rimasto con questo interrogativo. Questa volta la somiglianza tra lei e sua figlia parla da sola ed è come se lei oggi avesse risposto si alle mie domande di qualche volta. Ma su che ci siamo lasciati la settimana scorsa? –
La seduta successiva arriva molto angosciato.
- Erano anni che non mi sentivo così. Sotto lo studio mi è sembrato di nuovo di sentire una voce che sventolava ai quattro venti che venivo da lei. Diamine, oggi lo so che cosa sono le voci. Ma se sono parti mie, cosa mi sta succedendo? Cos’è quest’inquietudine che provo oggi?
Gli rimando la questione sotto forma della domanda che lui utilizza come il gioco che condividiamo nelle nostre sedute: “dove sarà la mente, oggi?”
- Dove è la mente oggi, non lo so. So che nelle ultime sedute le parlavo di mio padre che mi abbandonava in balia dei lupi.
Gli rappresento la possibilità che l’ingresso di mia figlia nell’analisi sia stato vissuto in maniera preoccupata. Come se la risposta alle sue antiche domande data dalla sua somiglianza con me avesse introdotto una fine a un certa analisi. Come se questa fosse stata la conferma di una sua fantasia di un mio proposito di porre fine alla sua analisi, cosa che lo faceva sentire abbandonato in balia dei lupi, mentre lui deve ancora riprendere ciò che ha detto nella seduta precedente, perché l’analista, come il padre, non può abbandonarlo per andare da una altro figlio, perché ci sono ancora cose di cui deve parlare con il padre.
- Si, sua figlia - dice scaricando tutta l’angoscia con un sospiro di sollievo - . E’ stato come se lei non fosse stato più il mio analista. Come se stesse finendo la terapia. Sto incominciando ora a sentire la terapia come qualcosa di mio, come qualcosa da proteggere, perché ho ancora molte altre cose da dirle e da capire. Perché fumo, ad esempio. È una cosa stupida, il fumo non è niente, è avere una cosa in mano e basta. E allora perché fumo? E perché invece di utilizzare internet in modo più costruttivo, ancora oggi qualche volta mi collego a siti porno? Ecco queste sono cose di cui devo ancora parlare. E poi mio padre non solo mi abbandonò in mezzo ai lupi, ma mi lasciò per un altro figlio, per giunta. Si, anche per questo mi sono angosciato. È stata la stessa angoscia….. Si, ci sono ancora cose di cui devo parlare.
Costantino utilizza il riferimento a questa mia esperienza per evidenziare come l’apparato psichico inconscio formato dalla confluenza di elementi propri di ciascuna delle due soggettività funziona come un’area transizionale, introiettabile dal paziente nella qualità di uno spazio intrapsichico. Esso, con la ripresentazione del trauma nella relazione, permette la sua fantasmatizzazione, la sua interpretazione transferale, nonché la sua rappresentazione prima preclusa. Non solo. La coniugazione dell’elemento reale, nella sua dimensione della persona del terapeuta, con quello psichico, nella sua dimensione della mente che pensa se stessa e il paziente, consente di utilizzare lo strumento conoscitivo e esplorativo della relazione come funzione terapeutica laddove sono assenti, proprio come nel trattamento degli psicotici, i rappresentanti simbolici.
Nonostante l’aspetto emotivo legato alla gratitudine che provai verso il Maestro per il fatto che avesse citato l’allievo, non è questo il lavoro ci Costantino cui sono più legato.
Nell’ottobre del 2012 il Nostro mi inviò una mail con un lavoro chiedendomi che cosa ne pensassi. Lessie rilessi quel lavoro più e più volte. Dapprima tutto d’un fiato, poi con calma. A tratti capitolo per capitolo mi soffermavo sugli aspetti più semplici per coglierne poi la complessità e la ricchezza nascosti, come fosse stato un tesoro da scoprire. In altri momenti cercavo di cogliere l’insieme, una specie di significato o valore assoluto.
Il lavoro è Il buco nel cielo di carta.
Telefonai al mio maestro dicendogli che per me era il lavoro più bello tra quelli che aveva scritto. Glielo definii come il lavoro della maturità. Sentii una leggera risata e la cosa mi imbarazzò. Pensai di essere stato irriverente, considerato che la sua maturità professionale l’avesse ormai raggiunta da tempo. Mi preoccupai, quindi, di “apparare”, come diciamo dalle mie parti, di porre rimedio. Mi accorsi in quel momento che in realtà stavo cercando di esprimere il senso di qualcosa di bello e di imbarazzante ai limiti dell’inquietante. Il suo lavoro era si l’apice della sua capacità e abilità a descrivere un mondo così complesso e confuso, ma allo stesso tempo conteneva una perentorietà che mi fece pensare che quello volesse essere l’ultimo lavoro cui il Nostro, stanco anche per una lunga convalescenza, si sentisse di scrivere. Gli rappresentai così il mio timore.
“Non ti preoccupare – mi rispose col suo solito garbato affetto – ti manderò ancora un lavoro”.
Non è un caso che Il buco nel cielo di carta è il lavoro sul percorso dalla fusione alla separazione. Orazio sottolinea non solo come l’istanza fusionale costituisca il fine esistenziale di tanti pazienti, la loro dimensione ideale di vita, ma quanto questa, all’insegna dell’indifferenziato, coesisterà o meno con quanto si ritroverà nel soggetto come differenziato, in termini qualitativamente e quantitativamente diversi, a secondo dello stato di normalità o di patologia del soggetto. Ciò ha un diretto riflesso nel lavoro della coppia terapeutica, in quanto la realizzazione di questa possibile rappresentazione di un insieme differenziato-indifferenziato consentirà al terapeuta di acquisire un assetto interno più efficace nel trattamento dei casi. Per essa includerà l’istanza fusionale nell’economia del soggetto, invece di adoperarsi per escluderla attraverso operazioni di separazione che tendono a dividere i soggetti da quanto in loro è spesso ineliminabile.
Qualche mese dopo la telefonata cui facevo riferimento ricevetti per posta la stampa dell’elaborato Lucy. Breve storia del tentativo di “comunicare” al di là delle parole…, l’ultimo lavoro, inedito, cui Costantino aveva lavorato. Nel biglietto di accompagnamento mi scrisse che, a differenza dei precedenti, non me lo aveva trasmesso via mail perché non era completo, avendo intenzione di lavorarci ancora.
Mi perdonerete se conserverò per me le emozioni associate alla sua lettura, visto l’aspetto molto personale con cui volle rendere partecipe me e condividere con me questo sua comunicazione al di là delle parole.

 

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“Dipendenze e capacità di amare oggi” di Giorgio Foresti

di Federica Ermini

 

 

Vorrei iniziare questa presentazione del libro di Giorgio Foresti con due frasi tratte dalla prima pagina del suo libro, che vengono sviluppate nel resto del volume:

È stato nella seconda metà del secolo scorso che è iniziata la diffusione su larga scala di alcune tra le più perni- ciose dipendenze patologiche che hanno afflitto la nostra società, prime tra tutte la tossicodipendenza e l'anoressia nervosa (…).
Lo psicologo tentava improbabili terapie e i servizi sociali cercavano di favorire il reinserimento lavorativo. Ma era una lotta impari e in genere perdente. L'eroinomane di regola ricadeva di lì a poco nell'abuso di sostanze e nel
comportamento antisociale.

Il libro di Giorgio Foresti descrive con schiettezza un iter lungo e complesso che approda alla comprensione e all'intervento nei casi di dipendenza patologica e anoressia nervosa, senza mai tra- scurare di apprendere dall'esperienza clinica. Un libro che mantiene costante l'attenzione sul con- tenimento dell'onnipotenza dello psicoterapeuta, che si propone di rimanere invece sempre aperto all'ascolto del bisogno specifico del paziente. Credo sia anche in questa ottica che Foresti ha scritto un libro denso di casi clinici tratti dalla sua estesa e intensa esperienza in questo campo, che rendono concreta e fruibile la teoria che li accompagna.
L'influenza del pensiero di Zapparoli riecheggia in tutto il libro, come un filo di Arianna che quasi sempre porta all'uscita del labirinto relazionale, che caratterizza questi pazienti particolarmen-te difficili da trattare.
Ne risulta un viaggio tra teoria e clinica coerente, conciso e accessibile a tutti, che a mio avviso soddisfa pienamente l'intento che l'autore dichiara nell'introduzione.
La dipendenza patologica è esplorata anche da un punto di vista psico-sociale, con spunti par- ticolarmente interessanti. Foresti, ad esempio, descrive la società contemporanea come un'epoca in cui il consumo supera e addirittura genera il bisogno, allontanando e facendo fin troppo sfumare il concetto di limite.
Partendo dalla teoria delle masse, dove Freud sosteneva che nei tempi di guerra dei secoli pas- sati l'odio verso un nemico comune incanalava e legittimava la nostra inevitabile pulsione aggressiva, Foresti sviluppa l'ipotesi che in questo tempo di pace relativa e di società de-regolata l'aggressi- vità si trasformi in violenza sociale diffusa.

Sostiene che il prodotto di questa società, da punto di vista psicodinamico, generi un incremento di gravi mancanze nello sviluppo della capacità di amare, ovvero un più o meno parziale falli- mento del processo di interiorizzazione delle figure di accudimento e quindi del processo di separazione.
Questo sembra portare, nel caso delle cosiddette addiction, a sostituire la relazione angosciante con la persona con la relazione con la cosa, ovvero la sostanza, il gioco d'azzardo o altro, che risultano generalmente più disponibili, prevedibili e gestibili in modo autonomo. Oppure può condurre ad un eccesso di dipendenza nei confronti delle persone, nel caso della dipendenza relazionale.
La psicoterapia psicoanalitica, individuale e di gruppo, si inserisce in queste dinamiche come fattore di cambiamento e guarigione, grazie soprattutto all'utilizzo degli strumenti del transfert e del controtransfert, concetti che sono spiegati da Foresti con chiarezza e concisione. La relazione terapeutica ha lo scopo di (cito) “ricreare quella sintonizzazione affettiva che era mancata nel rapporto primario materno. Cioè di “riparare” il sé malato che sta alla base della patologia” e “trasformare l'eccesso patologico di libido narcisistica in libido oggettuale”.

Un'altra importante indicazione che il libro fornisce sulla modalità di trattamento di questi pazienti è data dall'analisi della struttura personologica: nel caso di una struttura di tipo principalmente nevrotico-evoluto sarà indicata e probabilmente risolutiva la psicoterapia psicoanalitica, mentre nel caso di (cito) “massiccia presenza di aree di sofferenza precoce e di nuclei psicotici, si renderà necessario un trattamento integrato, una presa in carico multipla”.
In questi casi, infatti, Foresti mostra come il transfert del paziente su un solo terapeuta divenga fonte di angosce intollerabili, quindi ritiene che sia necessario diluirlo e ripartirlo su più terapeuti, come accade nella terapia di gruppo o familiare, nella presa in carico da parte di un équipe e, in alcuni casi, nel setting contenitivo di una Comunità terapeutica. Sono numerosi i casi clinici presen- tati nel libro in cui questo tipo di intervento sembra dimostrarsi particolarmente efficace.
Nel caso di dipendenza dal gioco, ad esempio, il gioco d'azzardo sembra colmare il senso di vuoto derivato da traumi infantili: la dipendenza rappresenta un'autocura alla quale questi pazienti non riescono a rinunciare, pena il soccombere a stati di profonda ansia o depressione.
Foresti spiega come sia fondamentale per la cura di questi pazienti il supporto di un gruppo e specificatamente di un gruppo di ispirazione comportamentista con una composizione particolare che descrive nel libro, che sembra rappresentare l'unica via terapeutica efficace.
Citando Zapparoli, Foresti ritiene che sia il setting psicoterapeutico che quello allargato forniscano al paziente una “residenza emotiva”, che rende possibile l'acquisizione di un'area di sicurezza e quindi di una nuova fiducia nell'altro che aiuta.
Precisa che concedere la fiducia ad una figura terapeutica è un processo particolarmente diffici- le per un paziente che ha un deficit relazionale così grave da sviluppare una dipendenza patologica, quindi ci mostra alcune soluzioni che il paziente e l'equipe possono trovare per permettere un ac- cesso alla cura.
Un terapeuta che ha ottenuto la fiducia del paziente può, ad esempio, accompagnarlo verso il resto dell'equipe con comportamenti volti a mostrare al paziente che lui stesso si fida di loro, come accompagnarlo alla prima seduta o chiamare il collega per telefono di fronte al paziente.
Talvolta accade invece che sia il paziente a decidere di dare la sua fiducia ad un cosiddetto “oggetto poco qualificato”, in quanto il medico o lo psicologo vengono percepiti come troppo potenti e spaventano il paziente.
Riguardo all'atteggiamento del terapeuta, una delle linee guida che Foresti indica soprattutto per i pazienti con struttura psicotica, e che ho trovato particolarmente utile e pregnante, è quella di rispettare il loro bisogno di proteggersi con la propria autocura. L'angoscia scaturita dal deficit af- fettivo-relazionale precoce subito da questo tipo di paziente, lo ha condotto a sviluppare bisogni specifici che gli garantiscano la sua sopravvivenza psichica, come il bisogno simbiotico. La psicote- rapia dovrà quindi poter essere aperta anche ad un eventuale compromesso tra il sintomo e la cura. Foresti mostra come i pazienti che soffrono di un grave disturbo dell'alimentazione tendono a relazionarsi con la figura di accudimento secondo il modello del “non posso stare né con te né senza di te”, rimanendo incastrati all'inizio del processo di separazione-individuazione. Il paziente spesso può esistere soltanto mantenendo il potere sul proprio corpo, ma è una decisione mortifera, in cui si realizza un'esigenza incompatibile con la vita: il bisogno di non avere bisogno.
Il paziente gravemente anoressico incontra il proprio limite e troppo spesso vi soccombe. Foresti conduce il paziente verso l'accettazione del limite, attraverso l'accettazione del limite del tera- peuta stesso. Questo al fine, anche, di evitare il delirio onnipotente a due descritto da Zapparoli con la scenetta spiritosa in cui un terapeuta immaginario comunica al proprio paziente: “Non sei Napoleone, perché lo sono io”.
Il paziente può accedere alla terapia quando gli obiettivi della cura sono meno angoscianti del proprio sintomo, seppure mortale. E' necessario ad esempio spostare i propri obiettivi terapeutici all'interno di un continuum tra simbiosi e separazione-individuazione mirando ad una più tollerabile simbiosi parziale, quando si parta da una simbiosi fusionale o ambivalente.
Giorgio Foresti, nei casi clinici descritti, si preoccupa sempre di interpretare correttamente le esigenze del paziente che ha in cura, assecondando sia il bisogno di autonomia che quello di di- pendenza, ad esempio integrando per una piccola parte i familiari nelle sedute psicoterapeutiche. Allo stesso modo concede al paziente un compromesso grazie ad una (cito) “parziale accettazione del sintomo da parte del terapeuta”, che generalmente permette una maggiore collaborazione alla terapia. Così nei pazienti psicotici l'obiettivo non sarà l'eliminazione del sintomo, ma un buon adattamento. L'ascolto del paziente e dei suoi bisogni più profondi, al di là delle aspettative del terapeuta, si applica con successo nei casi clinici presentati da Foresti anche alla tecnica terapeutica, che adegua con creatività le sue sembianze in relazione alle necessità del singolo paziente, pur mantenendo la stessa struttura di base garantita dal pensiero e dalla teoria psicoanalitica che guidano il terapeuta lungo tutto il percorso.

Cito dal libro e concludo: “Il paziente, dice Zapparoli, è il nostro insegnante: ci dice lui quello che dobbia- mo fare. Purché si sia capaci di ascoltarlo e di utilizzare tutti i mezzi, più o meno congrui, con cui lui riesce a comu- nicare”.

S.I.P.P.

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