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Manuel

Commento di Annalisa Curti

 

Titolo originale: Manuel;  Nazione: Italia;  Anno: 2017; Regia: Dario Albertini; Genere: Drammatico; Durata: 98 min.; Cast: Andrea Lattanzi (Manuel) • Francesca Antonelli (mamma di Manuel) • Renato Scarpa • Giulia Elettra Gorietti ;  Sceneggiatura: Dario Albertini  • Simone Ranucci;  Musiche: Dario Albertini, Ivo Parlati, Sarah Mc Teigue; Fotografia: Giuseppe Maio; Montaggio: Sarah Mc Teigue.

Manuel ha diciotto anni e cinque primavere trascorse all’interno di una struttura dedita  ad ospitare giovanissimi privi di sostegno familiare. L’uscita dalla comunità lo trova a dover fare i conti con il suo passato, prendendosi cura di una madre, piuttosto ingombrante, che necessita del suo aiuto per poter uscire dal carcere e scontare gli ultimi due anni agli arresti domiciliari. Per fare questo dovrà rinunciare alla sua libertà.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=EALAbFQTbTo

 

Primo piano di una mano, luci di macchine in una strada in lontananza. Due dita cercano di tenere – con-tenere – al loro interno le luci dei fanali delle automobili, tentano di catturare l’inquadratura dei fanali nello spazio tra le due dita. La mano, improvvisamente ed inaspettatamente, si chiude in un pugno, che – magicamente – sembra afferrare le luci e portarle via.
Questa è la primissima sequenza di immagini del film “Manuel”, primo film di finzione del regista Dario Albertini, uscito a Maggio 2018 nelle nostre sale cinematografiche. Questa è altresì, in pochissimi fotogrammi, la sinossi del Film.
La pellicola è un cammino, un viaggio tra contenitori e contenuti, nel quale il protagonista Manuel, tra silenzi e sguardi, ci conduce dentro alla “sua tripla fatica” di vivere. Le luci che cerca di inquadrare tra le due dita sono il tentativo di prendere le misure rispetto ad una realtà esterna con la quale, nel giro di pochi giorni, si confronterà: realtà che gli sfugge o che potrebbe non riuscire a contenere, così come i fanali all’interno delle sue dita sono difficilmente inquadrabili e troppo in movimento.
Come in sala parto, lo spettatore assiste al passaggio dal dentro al fuori: dall’interno della bolla della Comunità per Minori al mondo.
La seconda scena del film raffigura un momento di vita quotidiana della comunità: c’è una sala mensa con diversi giovani commensali, tra i quali notiamo subito un ragazzo molto grande, un gigante rispetto agli altri: incontriamo da subito questo moderno Gulliver.
Manuel è in una condizione di attesa. L’utero/contenitore/comunità comincia a diventare stretto e asfissiante: “mi sento soffocato” urla Manuel all’educatore, colorito da francesismi che rafforzano il sentimento di costrizione. L’utero della casa famiglia è piccolo per lui oramai: deve uscire nel mondo, deve andare incontro al suo mondo. Mentre la sua bocca di giorno urla il suo desiderio di uscire, il suo occhio di notte tradisce la paura: il suo sguardo è consapevole della “tripla fatica” del suo vivere che l’attende, mentre trascorre gli ultimi giorni in casa famiglia e compie gli ultimi saluti.
Con una valigia ed un quadro lascia la struttura e si incammina verso il fuori. Prima di arrivare alla casa, devastata e vuota, di sua madre – casa, metafora del contenitore materno – incontra alcune persone, con le quali si mostra il ragazzo che era anche dentro alla comunità: taciturno ma disponibile, ascoltatore,  generoso e aperto nei confronti degli altri. Ma la vita che aveva lasciato prima di entrare nella casa famiglia lo aspetta con immutato disordine e Manuel riprende così il ruolo che aveva nella relazione con sua madre: è il figlio che funge da contenitore alla madre e non viceversa, come dovrebbe essere. Lo si evince anche dall’unica scena violenta di Manuel all’inizio del film: la rabbia e l’agitazione dell’educatrice, che urla immotivatamente anche contro al protagonista perché un bambino si è chiuso in bagno, portano il gigante buono ad abbattere la porta del bagno con un calcio. Chissà quante volte nel suo passato ha subito le urla di qualcuno: l’impossibilità  di giungere al pensiero, porta necessariamente all’agito, alla scarica della propria rabbia. Le urla e l’agitazione dell’Altro non sono contenibili per il ragazzo.
Dove ci sono agiti, ci sono contenitori interni a capacità ridotta o che non funzionano. Se ciò che entra, per esempio la esasperazione e la frustrazione dell’educatrice  non trova uno spazio interno per essere pensato, può solo uscire a mo’ di scarica, come un geyser.
Questo porta a pensare che qualcosa nella relazione tra Manuel e la madre, relazione primigenia tra contenitore e contenuto, non sia andata a buon fine.
In una situazione di normalità è la madre che, attraverso l’accudimento fisico ed emotivo del bambino, funge da contenitore e da elaboratore vicariante del mondo somato-psichico del figlio, giungendo così a far sì che sia il bambino stesso via via a possedere gli strumenti ed il contenitore per far fronte al mondo. Può talvolta accadere che ci sia un capovolgimento della relazione contenitore/contenuto: può cioè accadere che sia la madre stessa a proiettare sul figlio ed utilizzare quest’ultimo. Generalmente è il genitore che cerca una casa, la mette a posto, cerca un lavoro: tutto questo per costruire uno spazio in grado di accogliere il figlio. In “Manuel” avviene esattamente il contrario.
Interessante è la scena onirica che avviene dopo l’assunzione di droga, nella quale, con un gioco di luci e con un’ottima interpretazione di Andrea Lattanzi, assistiamo ad un passaggio: un viso ed un’espressione diabolica, che incute paura, lascia spazio via via ad uno sguardo disorientato e vuoto. Questo era il Lupo che aveva lasciato andando in casa/famiglia: è lo stesso animale che alberga ancora in lui, con minore potere e potenza però,  perché l’esperienza in comunità ha modificato qualcosa. Tutte le situazioni terapeutiche, per alcuni la psicoanalisi è il metodo d’elezione, ingrandiscono il contenitore interno dei pazienti. La possibilità di utilizzare il contenitore-comunità , con tutti gli elementi materiali, fisici, sensoriali, psicologici, relazionali, nonché l’interazione fra gli stessi, ampliano la capacità interna: la capacità interna di pensare, sentire e sognare.
E’ quello che succede a Manuel: entra nell’Istituto, presumo, un lupo aggressivo, arrabbiato e ne esce un lupo capace anche di accudire amorevolmente – i bambini lo considerano un fratellone maggiore buono. Il lupo è di per sé una figura ambivalente, tanto temuto quanto dispensatore di vita; non va dimenticata la lupa di Romolo e Remo, ma anche il famoso modo di dire: “In bocca al lupo”. Nella risposta a questo detto: “Crepi il lupo”, sulla quale molto è stato scritto negli ultimi anni, c’è racchiusa l’ambivalenza dell’immagine stessa dell’animale, capace di rabbia feroce, ma anche di amorevole accudimento. Nella capacità di tollerare che non esista un tutto buono o un tutto cattivo ritengo risieda un funzionamento sufficientemente elastico ed adattivo alle asperità della vita.
Manuel, uscendo dall’Istituto, si ritrova a doversi occupare, o pre-occupare, di sua madre; da giovane adulto, dopo una lunga esperienza che l’ha modificato, si rinfila nella vita di prima e, come nel secondo viaggio di Gulliver,  si confronta con fantasmi giganti che lo inducono a vestirsi con abiti molto più grandi dei suoi.
Razionalmente vuole aiutare la madre, sistema la sua casa devastata, si trova un lavoro di notte, si confronta con avvocati e giudici. Ma nel pullman che lo sta portando alla nuova - o vecchia - vita di badante della madre, ecco riapparire un attacco di panico.
Si sa, in fondo l'angoscia è un sentimento che non mente: la sensazione di soffocamento non inganna. Il panico non permette di raccontarsela. Disperatamente scende dall’autobus, in fame d’aria, e piange. Ed ecco quell’improvviso scatto con la testa, ci guarda, si guarda: sembra dire: “Ora ci sono IO”. L’intenso primo piano del finale del film è quella stessa mano delle primi immagini che si chiude a pugno ed afferra la sua vita. Manuel si riappropria di se stesso.

“Il ragazzo si farà”.

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