S.I.P.P | Riconoscimento MIUR ai sensi della legge n. 56 del 18.2.1989

Lucky

Commento di Annalisa Curti

 

Titolo originale: Lucky; Regia: John Carroll Lynch; Genere: Drammatico - USA, 2017, durata: 88 minuti; Con: HARRY DEAN STANTON, David Lynch, Tom Skerritt, Ron Livingston; Sceneggiatura: Logan Sparks, Drago Sumonja; Fotografia: Tim Suhrstedt; Montaggio: Robert Gajic.

Commento Cineteca di Bologna 6 Ottobre 2018

“Lucky”, pellicola da poco tempo nelle nostre sale, è un film sulla vita, sul senso della vita come afferma lo stesso regista John Carroll Lynch. Il cineasta offre con questa opera prima un omaggio commosso al re, al veterano dei caratteristi Harry Dean Stanton, immortalandolo nel ruolo della vita nel suo fine vita – l’attore muore nel Settembre 2017 a 91 anni dopo appena tre mesi dalla fine delle riprese.
Nel film si intrecciano in una perfetta armonia la vita e la morte, l’amore, le relazioni e l’isolamento, la negazione del dolore. Le canzoni con i relativi testi sono utilizzate in maniera magistrale dal regista per penetrare ancora più profondamente nei pensieri e nelle emozioni del protagonista.
La pellicola inizia con una testuggine che vaga nel deserto, senza una precisa direzione, lentamente, come se avesse a sua completa disposizione tutto il tempo e tutto lo spazio.
Dopo pochi fotogrammi assistiamo al risveglio di Lucky. Un novantenne ossuto ci mostra da subito i segni del tempo trascorso mentre una musica mariachi, che intona “il tempo è un buon amico”, lo accompagna durante i suoi rituali mattutini: la sigaretta, la pratica yoga dei  5 riti tibetani, il latte, la colazione alla tavola calda, la visita al negozio di alimentari,  e finalmente il rientro a casa,  per assistere al suo quiz televisivo.
Assistiamo alla scansione della giornata del protagonista, a quella serie di movimenti ripetuti e ripetitivi che tengono insieme l’esistenza dell’anziano, comportamenti ripetuti che cuciono insieme la sua vita. Ma sottostante c’è la percezione confusa che il protagonista viva male, senza dolore sì, ma anche senza gioia. Questa reiterazione fornisce a Lucky la sensazione di essere padrone della propria vita, di avere il controllo onnipotente del tempo e dello spazio, come la testuggine dei primissimi fotogrammi.  Lucky si è rinchiuso in una solitaria autarchia – vive da solo nel deserto -, nella quale le persone, le relazioni non assumono per lui una valenza pregnante, possono essere addirittura niente. “You’re nothing” è l’abituale saluto che rivolge al proprietario della tavola calda nella quale tutte le mattine prende il caffè cercando di risolvere le sue parole crociate. E’ come se nel misconoscimento del valore dell’altra persona Lucky tranquillizzasse se stesso di non dipendere dall’altro, desertificando dalle emozioni e dai bisogni le relazioni presenti intorno a lui.
È comunque ben voluto dagli altri, ma è sempre Lucky che decide il quando e il come raggiungere gli altri.  Il protagonista è in un presente continuo apparentemente eterno, in uno spazio atemporale nel quale tutto viene ripetuto e rimane immutato, senza fine. Le parole crociate, pratica che accompagna la sua giornata e per la quale chiede l’aiuto delle persone, rappresentano un tentativo di mettere insieme lettere e dare un nome alle cose, ma esclusivamente in un registro razionale, nel quale gli aspetti emotivo-affettivi vengono tenuti fuori.
Non è un caso che si interessi tanto alla parola REALISMO, vocabolo nel quale l’anziano si imbatte nel suo cruciverba. Il Realismo di Lucky, della prima parte del film, afferisce ad un registro concreto, ad una visione materialistica della vita dalla quale vengono escluse emozioni, vissuti ed affetti: è un po’ come se il protagonista conducesse una vita bidimensionale, nella quale la terza dimensione, la profondità - la profondità delle emozioni, del dare un senso a ciò che ci accade, profondità di un pensiero che si integri con gli affetti e le emozioni - è forclusa.
Ma in una mattina come tante, in una scansione monotona dei giorni, davanti ad una caffettiera con un orario non impostato, Lucky ha un improvviso malore. Rivolgendosi al dottore, si rende conto, diventa consapevole, che non c’è cura per la senescenza e non c’è cura né antidoto men che meno per la morte. La vita ha un inizio ed una fine, e la morte ne decreta il limite supremo. Quel malore diventa un presagio, una previsione di un limite futuro, imminente vista la sua veneranda età.  Dopo questa rivelazione, arriva alla tavola calda dove abitualmente prende il caffè ma si accorge che il suo posto è stato preso da alcuni ragazzi. La nostra fine è un inizio per altri e questo è il destino dell’uomo: lasciare la propria sedia, il proprio sgabello alle generazioni future, facendo sì che il lascito sia il più  confortevole e migliore possibile.
Lucky vedendo questi ragazzi che hanno occupato il suo posto non si adira, come forse avrebbe fatto il cowboy un po’ burbero del giorno prima, e, in tutte le interazioni successive, il protagonista mostra per la prima volta, con una sua propria riservatezza, fatta anche solo di sguardi, una inusuale fragilità e bisogno degli altri. La telefonata all’amico, incentrata sull’episodio verificatosi da bambino, diventa occasione per parlare di sé, per dare qualcosa di sé ed esprimere il terrore de’ “il silenzio sconvolgente del mondo”.
Comincia così a sentire il dolore.
La sofferenza e l’angoscia sono il motore principale della trasformazione e del cambiamento. Lucky nella prima parte del film, rifiuta il dolore, ma rigettare l’afflizione significa l’anestesia emozionale (Bion), la negazione della sofferenza che non permette al dolore stesso di tramutarsi in energia propulsiva per la metamorfosi necessaria alla nostra continua evoluzione psichica. La vita trascorre così, fluisce senza nessun accadimento, in una ripetizione monocorde, bidimensionale delle giornate e delle cose con le persone che scorrono distanti sullo schermo dell’esistenza. Provare dolore è la conditio sine qua non  per potere godere della vita.
“Nasciamo da soli e moriamo da soli” dice Lucky al suo appuntamento serale con il Bloody Mary al bar – come dargli torto! Ma il suo orecchio interno ora è attento a recepire l’amore espresso dai suoi compagni di serate: la passione di Paulie per la sua amata Elaine, e perfino l’amore di Howard (David Lynch)  per la sua amata testuggine, che gli ha cambiato la vita più delle sue precedenti mogli.
La percezione della fine inesorabile – come un geyser sottomarino – induce tempesta nella sua notte: un’insonne irrequietezza  è accompagnata dalla canzone “I see a Darkness” di Johnny Cash, che concede la possibilità allo spettatore di penetrare ancora più profondamente nei pensieri e nelle emozioni di Lucky.

https://www.youtube.com/watch?v=1eHc6t1KDM8

È un testo molto toccante, che parla di amore, di  speranza, di spinta di vivere, di energia di esistere aggiungerei, e di amore come speranza che ci può salvare dall’oscurità.

Ma l’oscurità c’è e  Lucky la vede così come tutti noi la vediamo, o dovremmo vederla. Infatti se da un lato il “darkness” che vede il protagonista è l’angoscia senza amore, dall’altro è un’oscurità che ha il sapore e l’odore aspro e penetrante del “Memento Mori”. Osservando la genesi della locuzione latina “Memento Mori” ci si accorge che ciò che è stato tramandato nei secoli è il mero aspetto persecutorio, di cui è stato smarrito progressivamente quello evolutivo. Nell’Antica Roma il trionfo, seguito dall’ovazione, era la più alta ricompensa militare ed era inteso come un onore tributato ad un generale dell’Esercito Romano che non solo era uscito vittorioso dalle battaglie, ma che si era distinto per la bravura ed il coraggio. Il cerimoniale deputato ad accoglierlo trionfalmente ha subito dei mutamenti nel corso dei secoli fino ad arrivare ad includervi quello che ne sarebbe stato uno dei suoi momenti fondanti: un servo, tenendo alzato al di sopra della testa del generale una corona d’alloro, gli sussurrava ripetutamente nell’orecchio, come un mantra:“Memento Mori, memento te hominem esse, respice post te, hominem te esse memento” ossia “ricorda che devi morire, ricordati che sei un uomo, guardati attorno, ricordati che sei solo un uomo”.

È un’immagine estremamente affascinante quanto anacronistica rispetto al nostro presente. L’enorme accelerazione scientifica e tecnologica degli ultimi decenni, unitamente ai cambiamenti sociali intercorsi, ha dato all’uomo moderno l’illusione onnipotente dell’immortalità, di poter dominare tutto e tutti. Tuttavia, mentre il generale romano veniva acclamato ed applaudito per le sue conquiste ed al contempo contenuto per la sua eventuale sicumera ricordandogli che era solo un uomo, non un Dio onnipotente, oggi si fatica a parlare e a pensare ai limiti nonché al limite supremo: la morte. La negazione dell’angoscia e della paura della morte induce uno stile ed un’andatura affannosa ed affannata al passo e al respiro dell’uomo contemporaneo. Tenere a mente che prima o poi si morirà – senza necessariamente fare come i frati trappisti del ‘600 che quotidianamente, lentamente si scavavano la propria tomba – non tanto tempo addietro, era considerato non un fatto negativo ma un incitamento a vivere una vita virtuosa, buona e significativa.

Mitchell, prendendo a prestito una metafora di Nietzsche (ne’”La nascita della Tragedia”), parla del delicato equilibrio tra illusione e realtà e tra onnipotenza e limite e postula tre diversi tipi di atteggiamento dell’uomo di fronte al limite.

  • C’è chi, durante la bassa marea, continua ciecamente a costruire elaborati castelli di sabbia nel bagnasciuga, convinto che le sue creazioni dureranno in eterno, dimenticando del tutto che l’alta marea in arrivo inevitabilmente li demolirà: ignora la realtà che ogni volta lo sorprende e lo ferisce. Lucky, nella prima parte del film, nega la caducità umana, rimanendo addirittura sorpreso quando il dottore gli ricorda che non c’è cura per la vecchiaia e, nel negare la fuggevolezza della vita, anche le sue emozioni sono tenute fuori.
  • C’è chi invece si rifiuta di costruire castelli di sabbia e non si concede così uno spazio psichico in cui vivere e giocare, sapendo che l’alta marea arriverà, troppo angosciato dalla natura effimera della vita e disposto a costruire soltanto se alle sue creazioni viene assicurata l’immortalità. In un brevissimo scritto “Caducità” del 1915, Freud, in compagnia di un amico silenzioso e di un giovane poeta già famoso, che ho imparato essere Rainer Maria Rilke, si reca in gita in una contrada estiva in piena fioritura. Rilke ammirava la bellezza della natura ma non ne traeva gioia, angosciato dall’ idea che tutta quella bellezza era destinata a morire col sopraggiungere dell’inverno. Il pensiero della caducità della vita, della non eternità porta Rilke e l’amico a non potersi permettere di godere di quella vista. E’ partendo da questa visione che, in Lucky, trae origine la negazione dell’arrivo della marea, la negazione dell’arrivo di quell’onda che ineluttabilmente trascinerà via la sua vita e i suoi castelli. La disperazione – di-speranza – che nulla sia eterno e che investire nelle relazioni possa esporre a delusioni ed abbandoni era probabilmente talmente potente ed intollerabile da portarlo a negare sia le emozioni e gli affetti  che la realtà stessa, il concetto di fine, la morte. La realizzazione della “preconcezione” della morte[1] è stata con ogni probabilità fallimentare in Lucky. La “preconcezione” della morte intesa anche nel senso di preconcezione della separazione, del limite ha prodotto un tale carico di tensione nell’apparato psichico di Lucky che il suo “salvavita della mente” ha tolto l’energia in alcune stanze della sua mente. Nel momento in cui il salvavita scatta, la difesa taglia fuori alcuni ambienti e quindi isola sia la tensione e le emozioni, che in esubero avevano creato il cortocircuito, sia gli aspetti della realtà intollerabili. L’angoscia di morte è fisiologica e porta, ad ogni età della vita o accadimento dell’esistenza fisico o psichico, una continua e necessaria elaborazione intima, una serie di incessanti aggiustamenti interni da permettere di usare, vivere e godere il tempo che rimane. Nei primi due comportamenti degli uomini proposti da Mitchell, mutuati da Nietzsche, siamo in presenza di una fuga maniacale e di un nichilismo depressivo di fronte alla marea che distruggerà i castelli e che trascinerà via con sé la vita. Ma c’è anche una terza possibilità…(della quale Nietzsche non riusciva proprio a capacitarsi).
  • C’è anche un terzo uomo, un terzo atteggiamento dell’uomo. L’atteggiamento di chi, consapevole della marea in arrivo e della natura transitoria di ciò che sta costruendo, consapevole dunque delle limitazione che la realtà inevitabilmente pone, è impegnato comunque con PASSIONE, a costruire i suoi castelli, insieme ad altri, in un delicato equilibrio tra illusione e realtà, tra gioco, creatività e realtà, tra speranza e paura.

Il malore e la conseguente consapevolezza della fine fisica, permette di riportare la luce in aree della casa psichica di Lucky che erano rimaste al buio. Lucky, passa quindi da un’anestesia emozionale, da una vita che scorre senza che nulla accada, ad una vita nella quale le relazioni e le emozioni acquistano importanza, valore e significato.
Lo spettatore assiste alla commovente rinascita del protagonista, proprio quando la morte è in procinto di bussare alla sua porta.
Per Lucky la sensazione di fine, l’irruzione della dimensione tempo, così drammaticamente contro di lui, spazza via il distacco dal dolore, e lo obbliga a riconoscere, vedere e rivedere la sua esistenza, a riconoscere l’energia di esistere, la spinta a vivere.
Lucky trova o ritrova un legame emotivamente vitale con la vita che nell’abbraccio con la cameriera alla quale si abbandona – provando piacere – e alla quale confida di avere paura, sintetizza PAURA E SPERANZA. Paura e speranza che qualcuno possa salvarlo dall’oscurità come dice la canzone di Johnny Cash. Se ci si apre alle emozioni, si possono ascoltare e far cantare le emozioni e la vita.
Alla festa di compleanno del bambino “Juan Wayne” Lucky canta la canzone: “Volver”.

https://www.youtube.com/watch?v=77rJ8OSjhdM

Lucky canta che “Volver” può esporre al “Perder”, ma sta comunque finalmente cantando la vita. Canta che la Speranza – “volver a tus brazos otra vez” -, può esporre alla Paura – “perder”.  Bion, regalandoci l’immagine dei naufraghi che avvistano la nave, condensa in questa illuminante metafora quanto la speranza – la possibilità di sperare e non di disperare – porti con sé la paura: paura, che può diventare terrore, che la nave-speranza non li veda.
Solo con la dolorosa assunzione emotiva del limite, della propria transitorietà, può nascere la passione per la vita cosicché, innanzi all’inevitabile  senso di caducità, l’anelito all’immortalità può  trasformarsi in una “speranza dell’ancora possibile” (De Masi). Il monito da non dimenticare  è che ogni spazio di vita, piccolo o grande che sia, debba valere la pena di essere vissuto, goduto e consumato.
Bion suggerisce una importante distinzione tra l’esistenza, intesa come capacità di esistere e l’aspirazione di avere un’esistenza che valga la pena di essere vissuta, di essere usata. La qualità dell’esistenza non la quantità; non la lunghezza della propria vita, ma la qualità di quella vita.
Esiste un balsamo che possa lenire la visione oscura della fine,  che possa recar sollievo a “I see a darkness”?
Investire con passione il mondo intorno a noi, forse ci consiglierebbe E. Gaburri: la passione è l’opposto della coazione a ripetere, “la morte del divenire”.
L’amore e la passione, perfino artrosicamente espressi, possono farci godere della fioritura di una contrada estiva – tanto fuggevole quanto immortale  - e possono concederci la fiduciosa (speranzosa) “passione di essere nel mondo”, cambiando la temperatura della celebre frase di Pasolini.

Dott.ssa Anna Lisa Curti -  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

[1] Eugenio Gaburri introduce il concetto di “preconcezione” della morte: “Nella mia proposta credo vantaggioso postulare una “preconcezione” della morte che consente le separazioni evolutive, prelude la triangolazione edipica e interviene nella elaborazione del lutto…. Pre-disposizione (intrinseca al paziente) che si trasforma in competenza del piccolo bambino di realizzare le separazioni”.

 

 

 

Manuel

Commento di Annalisa Curti

 

Titolo originale: Manuel;  Nazione: Italia;  Anno: 2017; Regia: Dario Albertini; Genere: Drammatico; Durata: 98 min.; Cast: Andrea Lattanzi (Manuel) • Francesca Antonelli (mamma di Manuel) • Renato Scarpa • Giulia Elettra Gorietti ;  Sceneggiatura: Dario Albertini  • Simone Ranucci;  Musiche: Dario Albertini, Ivo Parlati, Sarah Mc Teigue; Fotografia: Giuseppe Maio; Montaggio: Sarah Mc Teigue.

Manuel ha diciotto anni e cinque primavere trascorse all’interno di una struttura dedita  ad ospitare giovanissimi privi di sostegno familiare. L’uscita dalla comunità lo trova a dover fare i conti con il suo passato, prendendosi cura di una madre, piuttosto ingombrante, che necessita del suo aiuto per poter uscire dal carcere e scontare gli ultimi due anni agli arresti domiciliari. Per fare questo dovrà rinunciare alla sua libertà.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=EALAbFQTbTo

 

Primo piano di una mano, luci di macchine in una strada in lontananza. Due dita cercano di tenere – con-tenere – al loro interno le luci dei fanali delle automobili, tentano di catturare l’inquadratura dei fanali nello spazio tra le due dita. La mano, improvvisamente ed inaspettatamente, si chiude in un pugno, che – magicamente – sembra afferrare le luci e portarle via.
Questa è la primissima sequenza di immagini del film “Manuel”, primo film di finzione del regista Dario Albertini, uscito a Maggio 2018 nelle nostre sale cinematografiche. Questa è altresì, in pochissimi fotogrammi, la sinossi del Film.
La pellicola è un cammino, un viaggio tra contenitori e contenuti, nel quale il protagonista Manuel, tra silenzi e sguardi, ci conduce dentro alla “sua tripla fatica” di vivere. Le luci che cerca di inquadrare tra le due dita sono il tentativo di prendere le misure rispetto ad una realtà esterna con la quale, nel giro di pochi giorni, si confronterà: realtà che gli sfugge o che potrebbe non riuscire a contenere, così come i fanali all’interno delle sue dita sono difficilmente inquadrabili e troppo in movimento.
Come in sala parto, lo spettatore assiste al passaggio dal dentro al fuori: dall’interno della bolla della Comunità per Minori al mondo.
La seconda scena del film raffigura un momento di vita quotidiana della comunità: c’è una sala mensa con diversi giovani commensali, tra i quali notiamo subito un ragazzo molto grande, un gigante rispetto agli altri: incontriamo da subito questo moderno Gulliver.
Manuel è in una condizione di attesa. L’utero/contenitore/comunità comincia a diventare stretto e asfissiante: “mi sento soffocato” urla Manuel all’educatore, colorito da francesismi che rafforzano il sentimento di costrizione. L’utero della casa famiglia è piccolo per lui oramai: deve uscire nel mondo, deve andare incontro al suo mondo. Mentre la sua bocca di giorno urla il suo desiderio di uscire, il suo occhio di notte tradisce la paura: il suo sguardo è consapevole della “tripla fatica” del suo vivere che l’attende, mentre trascorre gli ultimi giorni in casa famiglia e compie gli ultimi saluti.
Con una valigia ed un quadro lascia la struttura e si incammina verso il fuori. Prima di arrivare alla casa, devastata e vuota, di sua madre – casa, metafora del contenitore materno – incontra alcune persone, con le quali si mostra il ragazzo che era anche dentro alla comunità: taciturno ma disponibile, ascoltatore,  generoso e aperto nei confronti degli altri. Ma la vita che aveva lasciato prima di entrare nella casa famiglia lo aspetta con immutato disordine e Manuel riprende così il ruolo che aveva nella relazione con sua madre: è il figlio che funge da contenitore alla madre e non viceversa, come dovrebbe essere. Lo si evince anche dall’unica scena violenta di Manuel all’inizio del film: la rabbia e l’agitazione dell’educatrice, che urla immotivatamente anche contro al protagonista perché un bambino si è chiuso in bagno, portano il gigante buono ad abbattere la porta del bagno con un calcio. Chissà quante volte nel suo passato ha subito le urla di qualcuno: l’impossibilità  di giungere al pensiero, porta necessariamente all’agito, alla scarica della propria rabbia. Le urla e l’agitazione dell’Altro non sono contenibili per il ragazzo.
Dove ci sono agiti, ci sono contenitori interni a capacità ridotta o che non funzionano. Se ciò che entra, per esempio la esasperazione e la frustrazione dell’educatrice  non trova uno spazio interno per essere pensato, può solo uscire a mo’ di scarica, come un geyser.
Questo porta a pensare che qualcosa nella relazione tra Manuel e la madre, relazione primigenia tra contenitore e contenuto, non sia andata a buon fine.
In una situazione di normalità è la madre che, attraverso l’accudimento fisico ed emotivo del bambino, funge da contenitore e da elaboratore vicariante del mondo somato-psichico del figlio, giungendo così a far sì che sia il bambino stesso via via a possedere gli strumenti ed il contenitore per far fronte al mondo. Può talvolta accadere che ci sia un capovolgimento della relazione contenitore/contenuto: può cioè accadere che sia la madre stessa a proiettare sul figlio ed utilizzare quest’ultimo. Generalmente è il genitore che cerca una casa, la mette a posto, cerca un lavoro: tutto questo per costruire uno spazio in grado di accogliere il figlio. In “Manuel” avviene esattamente il contrario.
Interessante è la scena onirica che avviene dopo l’assunzione di droga, nella quale, con un gioco di luci e con un’ottima interpretazione di Andrea Lattanzi, assistiamo ad un passaggio: un viso ed un’espressione diabolica, che incute paura, lascia spazio via via ad uno sguardo disorientato e vuoto. Questo era il Lupo che aveva lasciato andando in casa/famiglia: è lo stesso animale che alberga ancora in lui, con minore potere e potenza però,  perché l’esperienza in comunità ha modificato qualcosa. Tutte le situazioni terapeutiche, per alcuni la psicoanalisi è il metodo d’elezione, ingrandiscono il contenitore interno dei pazienti. La possibilità di utilizzare il contenitore-comunità , con tutti gli elementi materiali, fisici, sensoriali, psicologici, relazionali, nonché l’interazione fra gli stessi, ampliano la capacità interna: la capacità interna di pensare, sentire e sognare.
E’ quello che succede a Manuel: entra nell’Istituto, presumo, un lupo aggressivo, arrabbiato e ne esce un lupo capace anche di accudire amorevolmente – i bambini lo considerano un fratellone maggiore buono. Il lupo è di per sé una figura ambivalente, tanto temuto quanto dispensatore di vita; non va dimenticata la lupa di Romolo e Remo, ma anche il famoso modo di dire: “In bocca al lupo”. Nella risposta a questo detto: “Crepi il lupo”, sulla quale molto è stato scritto negli ultimi anni, c’è racchiusa l’ambivalenza dell’immagine stessa dell’animale, capace di rabbia feroce, ma anche di amorevole accudimento. Nella capacità di tollerare che non esista un tutto buono o un tutto cattivo ritengo risieda un funzionamento sufficientemente elastico ed adattivo alle asperità della vita.
Manuel, uscendo dall’Istituto, si ritrova a doversi occupare, o pre-occupare, di sua madre; da giovane adulto, dopo una lunga esperienza che l’ha modificato, si rinfila nella vita di prima e, come nel secondo viaggio di Gulliver,  si confronta con fantasmi giganti che lo inducono a vestirsi con abiti molto più grandi dei suoi.
Razionalmente vuole aiutare la madre, sistema la sua casa devastata, si trova un lavoro di notte, si confronta con avvocati e giudici. Ma nel pullman che lo sta portando alla nuova - o vecchia - vita di badante della madre, ecco riapparire un attacco di panico.
Si sa, in fondo l'angoscia è un sentimento che non mente: la sensazione di soffocamento non inganna. Il panico non permette di raccontarsela. Disperatamente scende dall’autobus, in fame d’aria, e piange. Ed ecco quell’improvviso scatto con la testa, ci guarda, si guarda: sembra dire: “Ora ci sono IO”. L’intenso primo piano del finale del film è quella stessa mano delle primi immagini che si chiude a pugno ed afferra la sua vita. Manuel si riappropria di se stesso.

“Il ragazzo si farà”.

 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

S.I.P.P.

Il sito internet sippnet.it, della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica rispetta le linee guida nazionali della FNOMCeO in materia di pubblicità sanitaria, secondo gli artt. 55-56-57 del Codice di Deontologia Medica.
Roma, Via Po 102
06 85358650
sipp@mclink.it

Newsletter

Nome
*Campo obbligatorio

Email(*)
*Campo obbligatorio

(*)
campo obbligatorio

(*)
campo obbligatorio

Il sito sippnet.com utilizza cookies per migliorare l'esperienza di navigazione degli utenti. Chiudendo questo banner si acconsente all’uso dei cookies.