S.I.P.P | Riconoscimento MIUR ai sensi della legge n. 56 del 18.2.1989

 Relazione presentata al Convegno
"Dietro la maschera. Forme della Vergogna in Psicoanalisi"
Napoli, 14 Dicembre 2018

 

L’IO ALTRUI

la  vergogna la colpa il dispiacere

prof. Giuseppe Ferraro

 

 

In napoletano si dice “mi metto vergogna”, si dice anche “mi fanno mettere vergogna”, lasciando intendere che la vergogna si mette, s’indossa. È come una maschera e mi sorprende che il convegno è intitolato proprio cosi, dietro la maschera. Per questo motivo bisogna vedere, allora, cosa che c’è dietro la maschera. Nella lingua della mia città si dice anche “mi metto scuorno” l’espressione è di origine greca, alterata nella pronuncia, è “aischuno”, “aischos”, che richiama lo sfregio, il turpe, la deformità, il disonore in volto. Si dice anche “mettere lo scuorno in faccia” ed è sorprendente come nella “Tentazione del peccato originale” di Masaccio sia dipinta esattamente così con Adamo che si porta le mani sul volto e si nasconde la faccia ed Eva, invece, che non nasconde la faccia ma il sesso e grida. La vergogna dell’uomo non è, dunque, quella della donna. È molto importante rilevarlo, perché se non comprendiamo questa differenza perdiamo anche il senso che è nascosto dietro quella maschera.
La donna è “svergognata”, l’uomo non è “svergognato”. La colpa è della donna. È colpa sua. È lei che mette vergogna. La donna è svergognata, non ha vergogna, perciò fa mettere vergogna, porta il maschio ad azioni turpi per cui si “mette” vergogna, si “trova” la vergogna in faccia, per colpa della femmina. È questa che si ripete. Il quadro di Masaccio ne ripete la scena. Per l’uomo ne va dell’onore, della sua corona ed ecco lo “scuorno”, una destituzione con le corna al posto della corona, quando la donna gli “mette lo scuorno in faccia”, lo tradisce o lo provoca inducendo al “peccato originale”, quello che è all’origine di ogni peccato, la sessualità. Ecco perché la differenza di genere in questa questione è importante, spiega anche perché le donne che subiscono violenza non lo dicono? Perché si vergognano, perché all’origine sono “colpevoli”, la loro “colpa” è “originaria”, sta nel fatto stesso di esistere come donna. Anche Maria deve essere immacolata, concepire senza peccato. E tuttavia non si concepisce niente senza peccare, anche quando concepire riguarda il concetto, perché non c’è concetto senza il peccato del sospetto.
A ben riflettere gli altri sentimenti, evidentemente non si “mettono”, io non mi posso mettere addosso l’amore, posso essere “in” amore, “cadere in amore” dicono in inglese. In italiano è “essere in amore” innamorarsi, si dice anche “mi ha fatto innamorare”, non è lo stesso “mi ha messo amore”, possiamo “metterci insieme” ma non è che mi posso mettere addosso l’amore. E quindi questo “mettersi” è chiaramente, si dice, espressione “sociale”, riguarda il proprio ruolo, la propria maschera il proprio essere “persona”, la propria “presentabilità”, che è poi l’onore appunto, accettazione e riconoscimento sociale.
Il bambino non ha vergogna fin quando la madre gli chiederà di andare dalla vicina per una commissione. Allora il bambino dirà che non ci vuole andare perché “si mette vergogna”. Lo stesso quando l’adulto dirà di stare composto, quando lo riprenderà. C’è da rilevare che altri sentimenti non “si mettono” tranne che la Paura. Anche la paura si “mette”. Ci si mette paura e ancora riguarda qualcosa che sta di fronte, ci si mette paura di qualcosa da affrontare, ci si mette paura di un rimprovero.
Vedete qui abbiamo ascoltato di un inciampo, si dice che ci si è molto concentrato, con gli studi, sulla colpa tralasciando la vergogna. La vergogna e la paura si trovano perciò in un rimando continuo. Chi non si mette paura di fare qualcosa di scandaloso non si mette vergogna. Chi ha paura, si vergogna di affrontare una situazione. È dunque così diretto il rapporto fra sé e gli altri, per cui ho voluto chiamare queste considerazioni “L’io altrui”, preso da altri, consegnato ad altri, in mano d’altri, perché sono gli altri nel contesto dell’organizzazione sociale che mettono vergogna e paura. La vergogna è un sentimento sociale e la sua storia è la stessa della storia del costume sociale. Anche le paure cambiano quanto cambia la propria sicurezza e identità.
Gli studi degli ultimi anni, come le relazioni appena ascoltate, mostrano come ci sia una “cultura della colpa” ben diversa da quella della vergogna. La “cultura della vergogna” viene riferita al mondo antico, a quello classico, al mondo Omerico. Diciamo che la vergogna ha a che fare con la “comunità”, con la “famiglia”. Noi dell’Italia del Meridione conosciamo molto in questo senso più la vergogna che non la colpa. Questo perché è il rispondere alla “propria famiglia” intesa nel senso ristretto come in quello allargato della comunità. Trovo però che l’una ricadano l’una nell’altra, la colpa e la vergogna, per cui c’è una colpa della vergogna e una vergogna della colpa. Bisogna capire allora piuttosto come cambia una tale relazione in ragione dei cambiamenti di comunità e società e perciò anche della famiglia.
La colpa della vergogna è di essere Io, non è la colpa di qualcosa. È la colpa di essere Io, proprio Io, anche di essere Io qui a parlare. “Mi metto vergogna” sentiamo ripetere spesso oppure qualcosa che dice di voler intervenire, ma senza microfono, come dire, senza che gli altri mi possano sentire e giudicare. “Mi metto vergogna”, anch’io evidentemente, se dovessi saltare, come di fatto accadrà, di saltare qualche passaggio di ciò che intendo esporre in questa circostanza.
La vergogna che uno prova a parlare in pubblico quella di non essere all’altezza di quell’Io che ci aspetta. Ecco perché anche in una circostanza come questa ho raccomandata di non avere una presentazione, per non lasciare intendere questo o quello che devo rispondere di essere alle esagerazioni delle presentazioni. Ricordo quel primo giorno di scuola, che non è mai finito, per molti non è ancora finito e che cominciò sentando il mio nome pronunciato ad alta voce in appello davanti a tantissimi al portone d’ingresso della scuola, facendomi sentire come Kafka davanti al portone della Legge. Per questo continuo, “inconsciamente” a chiedere di non presentarmi prima di prendere la parola, basta il nome per trovarmi davanti alla Legge del discorso e dell’approvazione a passare indenne il giudizio, basta il nome che è già “nomos”, legge del proprio essere indentificato. Sì, certo, dico, basta il nome, che però diventa anonimo, senza legge, perché può essere confuso per omonimia. Già questo basterebbe a lasciare intendere l’intrigo con la legge di “vergogna”, “colpa” e “paura” di essere io.
Pensate che i bambini quando si ritrovano a giocare insieme, non si presentano, entrano nel gioco dicendo “posso giocare anch’io?” senza bisogno di dire chi si è. Sarà perciò anche un po’ per ritrovarmi ad essere bambino e entrare nel gioco quando chiedo di non volere la presentazione.
Pensate a quando si parla in pubblico e al disagio di essere Io, quando sentite la vostra voce registrata insieme ad altri e vi “mettete”, “provate” vergogna dicendo subito, “non sono io”, non è la mia voce”, “non è mia, non sono io!”. Quando però quelli che ti stanno attorno ti dicono “beh, però stai dicendo delle cose interessanti” allora rispondiamo “ah, si, sì, sono proprio io!”. Questo accade perché, in quel caso, la voce è “vestita” delle parole che trovano approvazione mentre la voce che si sentite è nuda. Prima che gli altri vi dicono che il vestito che state provando va bene, che quello che state dicendo, le vostre parole, vanno bene, la voce è nuda. La voce è il corpo messo a nudo da dentro. L’anima e la voce, viene da dentro.
È curioso come nel quadro di Masaccio Adamo si mette le mani in faccia ed Eva sulla sua nudità e resta la voce, la voce del grido, la voce senza parola, la voce svestita, nuda. Mi sorprende sempre che a cinema il corpo della nuda è nuda e, almeno fino a “ieri”, il sesso maschile non era visibile così come nei quadri la donna era dipinta coprendosi il sesso.
Gli studi, dicevo, si sono accaniti, ad un certo punto, sulla distinzione fra la “cultura della vergogna” e la “cultura della colpa”. In realtà si potrebbe dire, in maniera più precisa, che la cultura della vergogna è quella della Comunità mentre la cultura della colpa è quella della Società.
Già la parola vergogna è significata, fissata nel segno della colpa. È sul piano sociale. E la stessa parola “vergogna” appartiene alla Modernità non all’Antichità. Allora si diceva “verecondia”, una parola sono appunto desueta si potrebbe intendervi una sfumatura di dolore nella sua espressione. La vergogna ha a che fare con la “gogna” quel “ver” è un rafforzativo, come per dire la gogna al completo.
Ma la “gogna” era quel collare che “si metteva”, appunto al collo del fraudolente, dell’imbroglione, di chi si era macchiato di una colpa sociale. Si espone la sua testa, talvolta era quella struttura dove restano “imprigionate ed esposte, come separate dal corpo la testa e le mani. Ancora oggi si espone alla gogna con la pubblicazione del nome sul giornale chi ha procurato un danno d’interesse sociale, ha imbrogliato o è sotto fallimento. È questo dunque la vergogna. La pubblicazione è la punizione della vergogna. La gogna è l’esposizione pubblica. Corrente è ora quella dei “social” per cui si pubblicano offese che valgano la messa alla gogna, l’esposizione al ludibrio e allo scandalo. Passa. Velocemente. Rimbalza di battuta. Lo spazio pubblico diventa quello virtuale che però intanto è interiorizzato, sofferto e scacciato appena dopo per un altro “post” che viene pubblicato sullo stesso “sito social”.
Dovremmo avvicinarci più cautamente alla parola “vergogna” e probabilmente scoprire quello che si è dimenticato e che cerchiamo in qualche modo di recuperare chiamandoci a discuterne, quando si dice che “non c’è più vergogna” o che “bisogna provare vergogna”. E c’è davvero tanto da vergognarsi per quello che succede in questi giorni del nostro tempo con la povertà, le morti di migranti in mare, il commercio dei corpi … Probabilmente dovremmo recuperare la gogna o piuttosto riguadagnare la verecondia, il contegno, il ritegno, il riguardo, il riguardarsi, perché è questo quello che manca a non vergognarsi più di certe cose. In questione è lo spazio pubblico, politico.

La vergogna è il “misuratore della normalità”, quando si dice che non si ha più vergogna per certe cose si aggiunge che è normale che sia così. Debbo dire che si è assottigliato a tal punto che, anche in politica, un tale livello che non ci si vergogna affatto di quello che si dice e non ci vergogniamo a fatto di quello che stiamo vivendo in questi anni. Gli uomini politici, che sono tali perché rappresentanti delle Istituzioni si lasciano andare a toni e parole di cui dovrebbero pure vergognarsi per lo stile, i contenuti, per le offese, per la gratuità di affermazioni affrettate e imbarazzanti per la falsificazione che ha la solo funzione di combattere l’avversario con ciò che può irritare in modo da “depistare” la reale portata di impegni e progetti da avanzare per il bene comune. Non ci si vergogna a lasciarsi andare a semplici e rirritanti, talora irriguardose battute.
C’è voluta la parola del Papa a gridare “vergogna” dopo che sono morti più di duecento persone in mare. Ieri è stata bruciata la macchina di una psicologa di un centro d’antiviolenza, cioè è stata fatta violenza a chi opera in un centro d’antiviolenza. È paradossale ed è importante ricordarlo in questo contesto qua, ma come si è fatta violenza in un centro antiviolenza? Ma allora non c’è alcuna vergogna? Non ci sono vergogna di lasciare naufragare, di assistere, dico fare assistere, cioè fare assistenza alla violenza? La vergogna di vedere che altri fanno e lasciano fare le cose più terribili è la vergogna sociale, il giudizio di valore sociale che si dà a se stessi, che coinvolge se stessi, chi prova vergogna, chi fa propria la vergogna che altri dovrebbero provare per il proprio agire. Quando il Papa, ma chiunque grida vergogna per quelle cose terribili nomina un valore sociale, è la società stessa chiama a provare vergogna. È una accusa riflessiva, un giudizio di reprensione verso la società in cui si vive e che si partecipa a realizzare e far essere così com’è. Provare vergogna nella forma riflessiva è l’inizio di un rivolgimento, di una cambiamento, è l’inizio della rivoltarsi, per cui ribellarsi è giusto.
I sentimenti sono espressione del tempo. Ci sono sentimenti che acquistano con il tempo dell’età e che con l’età si perdono, così come ci sono sentimento che appartengono alla storia del tempo e altri che si sono perduti insieme al suo passato. I sentimenti si educano. Le emozioni si danno, come le impressioni, arrivano sul momento e sul momento se ne vanno. Le passioni si hanno, fanno parte dell’essere, sono dell’anima le passioni sono si attrazione e repulsione. Le emozioni si danno, le passioni si hanno, i sentimenti si educano.
Le passioni si hanno. Sono l’incavo in cui si costruisce la pulsione, l’“Io soggetto”, come dice Freud, si trova sul confine dell’essere assoggettato e di soggettivizzare le pulsioni, farle proprie o cedervi. È su questo confine, una porta si potrebbe dire, che è girevole. C’è quel testo, tanto conosciuto quanto importante in cui Freud parla di una difficoltà in psicoanalisi, per la psicanalisi, la difficoltà che incontra a trovare consenso. Freud di tre “umiliazioni”. E in qualche modo la vergogna è umiliante.
In quel testo Freud non parla esplicitamente di vergogna, ma, l’umiliazione è cosi presente da essere la causa della difficoltà che incontra la psicanalisi, per cui la si tiene a distanza. È in questo testo che Freud scrive quella famosa frase “l’Io non è padrone a casa propria”.
Il punto è proprio questo, chi è che bussa alla porta dell’Io, qualcuno che è già dentro l’Io dice Freud, richiamando alla cautela: “attenzione, l’estraneo sei tu”. l’Io è estraneo. L’io è altrui.
Freud si richiama spesso ai filosofi. Si richiamava spesso a Schopenhauer. Già Eraclito aveva affermato che “dentro all’uomo è un demone”, che si può anche scrivere come “ciò che è dentro all’uomo è demone” e ancora più esplicitamente ad intendere il greco “ethos”, “dentro l’uomo abita il demone”.
Freud fa una premessa all’inizio di quel testo, sottolineando come ci sia quella difficoltà per chi legge, apprende la psicoanalisi. Non è però una difficoltà è concettuale, di comprensione, cognitiva, perché è una difficoltà emotiva.
La difficoltà riguarda il fatto che in psicoanalisi si parla di libido ed è questo che muove alla preclusione. Capisci bene la sua portata ma non vuoi capire. Non vuole contenerla. Non l’accetti. La senti come una radicalizzazione tale che diventa l’intera misura del tuo essere io. Ciò che non accade, insiste Fredu, per la chimica o per una altra scienza che pone a suo oggetto un’indigene specifica che finisce per risalire alle altre come un punto di osservazione dell’umano. Freud dice che è una difficoltà emotiva, ponendo subito la relazione tra emotivo e cognitivo. Pone, cioè, il rapporto fra cognitivo ed affettivo, rilevando che io posso comprendere quello che sento ma se ne arrossisco o provo vergogna non riesco a capire ovvero capisco che mi riguarda e proprio per questo ne prendo le distanze, come quando si sente la propria voce registrata, mi viene da aggiungere o pensando ancora a quell’immagine del quadro di Masaccio. Capisco bene quello i concetti della psicanalisi che però proprio perché mi fa pensare alla mia libido sento che qualcosa sposdeta il mio essere Io.
È bellissimo il testo. Freud a un certo punto comincia a parlare rivolgendosi direttamente egli stesso all’Io. Si mette a parlare con l’Io Soggetto e dice “non reggi questo rapporto di mobilità che ci deve pur essere fra la pulsione e la libido, cioè fra l’Io soggetto che scarica la libido sul piano oggettuale, quindi l’Io oggettuante la libido ma, guarda bene, che se non riesci a mantenere questa mobilità, la colpa è tua!”. È incredibile perché quella soggettività a cui Freud fa riferimento è la soggettività che riguarda tutti noi, cioè come dire è quell’Io trascendentale che ci rende tutti partecipi di un’identità che chiamiamo Io a trovarsi in difficoltà a reggere la propria libido. E la colpa è sua. La colpa è proprio dell’Io trascendentale quello che mi trascende, che trascende ognuno rendendo possibile l’organizzazione grammaticale della società. Con i suoi “limiti” che son anche i suoi divieti nell’amministrare se stessi così come per l’ordine del discorso che si deve osservare e come anch’io adesso devo osservare tenendo questo discorso in questa conferenza, quindi conferendo, per non vergognarmi, per non arrossire, e devo anche sentirne la paura di sbagliare per non sbagliare, che poi è il motivo di fondo per cui uno sbaglia, ad averla e a non averla la paura. Insomma non che ci si sta bene. Non è che l’io sta bene a casa propria, in quella cosa di cui ognuno deve riconoscere l’indirizzo e andare a bussare per chiedere conto e ragione, come è nella normatività e nella normalità della legge. Come però si diceva questa normalità è tale che modifica la stessa norma della Legge, lasciando aperti dei varchi per cui è normale dire e fare delle cose non si sarebbero potute prima fare e dire.
È su questo Io che cade la vergogna, anche se adesso capisco che questo è un termine improprio e che forse, più che provare a recuperare, dovremmo sostituirla. Dovremmo cercare di capire che cosa la vergogna può a noi insegnare e quindi costruire un altro passaggio culturale, atteso, che non abbiamo ancora operato. Ragionare in termini di globalizzazione, di mondo non ci permette più di ragionare in termini nazionalistici, ma certo regionali non per un regio territorio che se ne sta a sé nella propria sovranità, ma che sia invece regionale in quanto relazionato, nella realtà di un mondo comune.
Ritorno allora sulla questione tra vergogna e colpa perché in qualche modo dentro questo rapporto c’è uno spostamento di qualche cosa che ha a che fare sia con la vergogna che con la colpa, ma in una valenza diversa da osservare. Con la vergogna si ha paura di non essere all’altezza, si ha paura di un rimprovero, di essere ripresi, di qualcosa che si è e a cui si viene meno. Quindi c’è una paura, è curioso come i due unici sentimenti che si “mettono”, che perciò, come dicevo, si “indossano” sono la vergogna e la paura.
Si dice “mi metto paura, mi fa mettere paura” cioè sono sentimenti di difesa, di protezione in qualche modo non riprendo il discorso sulla ferita narcisistica che è stata ampliamente trattata. Mi riferisco alla paura di aver commesso una colpa, che non è la stessa paura della vergogna, sono due paure diverse. Ero in una scuola media, a Roma, tenevo là il corso di filosofia con i ragazzi in quei giorni. Parlavamo dell’Io, che cos’è è l’Io. Chiesi quand’è che ci si è sentiti “io”. La bambina, Rachele, disse “l’io è rimprovero”. Le chiesi di spiegare. E lei racconto che amava il nuoto e che era brava, i genitori l’accompagnavano in piscina, aveva un maestro che quel giorno la rimproverò perché non era stata all’altezza di quel che poteva esprimere in gara. L’io è rimprovero. È quando si è chiamati a rispondere di esserlo che si diventa Io, come rispondere, appunto, a una convenzione per la quale però sei riconosciuto tale, accettato o rifiutato. L’io non è padrone a casa propria perché è altrui. Sono gli altri, è l’organizzazione degli altri, con gli altri. Ci trascende. Quando siamo dentro di noi, quando arrivano i “cattivi pensieri” quello stesso io che deve rispondere del mio essere io si sente a disagio. Kant avevo messo ben in guardia per questo dicendo che non bisogna pensare all’Io penso come al proprio io. Non solo perché si sarebbe caduti nel narcisismo dell’autoreferenzialità, ma perché si sarebbe venuti meno sul piano della grammatica sociale. L’“Io penso”, scriveva, “deve poter accomggnare tutte le mie rappresentazione”, ma non deve certo essere una mia autorappresentazione. In fondo quell’Io è un Noi in ognuno.
Cerchiamo di capirne meglio la paura. Il latino ci aiuta, perché in latino perché ci fa capire le stesse parole che usiamo in italiano. In latino si dice “timor” e “metus”, sono due “paure” diverse. In Italiano distinguiamo “timore” e “paura”. Il timore è verso qualcosa che io considero superiore, che devo rispettare. La paura, invece, è quello che mi avviene se faccio qualche cosa, è completamente diverso cioè una paura di ciò che rispetti invece la colpa no. Il timore riguarda l’alto, la paura, si potrebbe dire, riguarda il basso. Il timore è per ciò che è superiore, la paura è perciò che ti viene di fronte o ti prende alle spalle, ne sei avvolto. La paura riguarda il tuo rapporto con te stesso. Ecco perché talvolta nel timore si nasconde la paura.
Sapete l’altro giorno è successo qualcosa che mi ha confuso ma che mi ha dato tanto da pensare e solo questa mattina ho capito quello che voleva significare. Ho invitato una persona, un detenuto ancora in condizione di ergastolo che ha avuto l’assegnazione dell’articolo dell’ordinamento penitenziario che ti consente la semilibertà. In carcere ci devi stare dalla sera alla mattina, di giorno può svolgere attività sociale, devi svolgere attività sociale, e sei continuamente controllato nei tuoi spostamenti. L’altro giorno abbiamo tenuto insieme un incontro con scolaresche della città. Lo ripeto ormai da anni che tengo questi incontri con le scuole perché le carceri e le scuole continuano ad essere lo specchio della democrazia di un paese. Il gradi di democrazia di un paese si misura dallo stato delle carceri e delle scuole, quando le carceri saranno scuole e quando le scuole non saranno carceri, allora quel paese avrà raggiunto il grado più alto della sua democrazia.
Fra le domande fatte dai ragazzi c’è stata quella di una ragazza che è stata “svergognata”. La domanda era “ma tu non ti vergogni di quello che hai fatto?” Mi è caduto addosso come pioggia a dirotto tutti il disagio di quel momento. Ho sentito io tutto l’imbarazzo, mi sono detto “mo questo cosa risponde!”. Lui ha riposto dicendo chiaramente “io le colpe le ho pagate, tutte!”
Capite questo trasferimento, la colpa si paga, si monetizza. La pena della colpa non è quella della vergogna sono due cose diverse e se io non entro in questa differenza non riesco a capire neppure la ragiona penale e quella educativa per come funzionano. Così come per le nostre modalità d’apprendere e quindi della “ragione formativa”, della “ragione normale”.

La pena giudiziaria si dice “retributiva”, è economica, ha a che fare con la colpa, ma in termini economici, non etici, l’ho fatto, la colpa ce l’ho e la pago. La risposta è stata insufficiente. Sono intervenuto per dire che la risposta non doveva riguardare la vergogna, ma il dispiacere.
La colpa giuridica si “paga” in termini economici, scontando la pena. Viene però così meno anche la ragione penale che dovrebbe invece riguardare la funzione del carcere. La pena non si deve pagare in termini di durata di tempo di detenzione. È questo un retaggio “industriale” del carcere, per cui la pena si “sconta”. La colpa si deve cambiare in responsabilità.
La vergogna si deve alla comunità, la vergogna si deve alla famiglia. Alla società si dà l’economia della colpa, ma si resta in termini economici. Non è la vergogna che si deve pagare scambiandola in colpa. È il dispiacere. Avrebbe dovuto dire “mi dispiace!”. Non è la vergogna ma il dispiacere, è questo il passaggio dall’economica all’etica, dalla gogna che è una pena, allo sconto della pena che è economico, bisogna passare al dispiacere che è etico. E qui comunità e società non sono più separabili. Se la cultura della colpa e la cultura della vergogna si dividono il campo della società e della comunità, il dispiace è quando comunità e società non sono separabili. Lo viviamo in questi giorni difficili della nostra Europa e della cultura politica. Chi non si dispiace non può fare politica.
Non ci vergogna più di niente, si dice né la colpa porta alla responsabilità. Bisogna uscire dall’una come dall’altra cultura, uscendo così dalla separazione di comunità e società. Ci si deve dispiacere, oggi non ci dispiacciamo più ed io penso che chi non si riesce a dispiacere non potrebbe fare politica perché non può dare gioia a chi versa in una situazione difficile.
È allora il dispiacere che ci manca. La vergogna è il marchio, che si porta e che deturpa il viso, è come un visiera, una maschera di ti fa perdere l’innocenza. La gogna della vergogna è una pena che si porta, una punizione di rimprovero. Ci si mette in castigo dentro se stessi. È la gogna di essere messo dietro la lavagna u tempo a scuola o quando si faceva girare per le classi il bambino con un cartello dalla scritta che marchiava il proprio sottrarsi alle regole di disciplina e di apprendimento. S’imparava allora a trovare la forza di resistere, l’orgoglio alla rovescia, il punto fermo del contrasto da rivendicare come propria scelta quello che si subiva. La vergogna è un’intima punizione al venir meno di una consegna comunitaria, religiosa, di una relazione di appartenenza. Si lega al peccato. È una pena.
La colpa si lega alla punizione ed è ancora la pena che interviene di conseguenza. Della vergogna ci si scusa, della colpa ci si pente. L’una porta all’esclusione, all’ostracismo com’era un tempo quando la città, la polis, era ancora stato di comunità, riservato alla cerchia ristretta degli uomini liberi che la rappresentavano. Vergona e colpa s’intrecciano sulla pena. La si infligge e la si subisce. Si pagano entrambe. La colpa che si paga con il carcere è economica, riguarda la società, la vergogna che si paga con la cacciata, la sospensione, l’ostracismo riguarda la comunità. La vergogna segue la normalità. Ne rappresenta la misura. Ci sono cose di cui non ci si vergogna, perché la società vuole l’economia, basta pagare, basta che si produce e la vergogna può passare. L’inciampo della colpa e della vergogna è il dispiacere. Qui la misura cambia. Non è misurabile in costi di sostenibilità economica. È l’avere pena. Non è la punizione. Il dispiacere si prova a fronte della punizione che non ha senso, perché è disumana. Il dispiacere arriva fino al perdono, giunge alla contrizione, per aprirsi all’impossibile soluzione. Il dispiacere di fronte a ciò che non si può fare e che non viene fatto. Fin quando si resta davanti al cancello dell’impossibile è un dispiacere che si chiude in se stessi e che fa comoda. Ci si chiude di fronte dagli altri, che sia la società o la comunità. E però il dispiace apre e disordina il mondo interiore, si aggira per le vie dell’animo. Cerca quella comunità interiore, intima, che la società dichiara impossibile. Chi si dispiace fa l’impossibile perché quel che si sente è qualcosa che proprio e non è proprio. È la vita che si è e che si agita nella vita che si ha. Quella relazione tra la comunità e la società è col dispiacere la relazione tra la vita e il mondo, di come l’una abita nell’altro e di come l’altro se ne fa ospite. Chi non si dispiace non fare politica, perché non trova la soluzione impossibile per dare continuità alla vita nel mondo. La vergogna richiama la tradizione, il costume, rileva l’ethos del comportamento. La colpa richiama l’economia, il dare e l’avere, il credito e il debito, il mantenimento dell’equilibrio in corrispondenza del mantenimento della tradizione della vergogna. Fanno equilibrio sociale e familiare.

Certo, la vergogna si perde, si dice non c’è più vergogna, allo stesso modo in cui si dice che non c’è certezza della pena. La normalità avanza riducendo a poco a poco il modello di uniformità, esaurendolo per un altro. Non c’è vergogna a vedere l’uomo per strada, a incontrare chi cerca tra i rifiuti, aggirandosi in una vita randagia. Non c’è vergogna a far male un bambino, a violentare, a punire, a lasciar morire in mare, a chiudere i confini, a cacciare e offendere il più debole, chi è già privo, ed escluderlo. Non si ha vergogna. E non basta la vergogna, non si rispetta quello che la società butta fuori ed espelle come un rifiuto di fabbrica da smaltire inquinando la vita.
Ci manca il dispiacere. La vergogna e la colpa vengo a nuova convocazione in chi si dispiace. Si ribaltano quando ci si rivolta in se stessi e si fa l’impossibile. Fu Kant a parlare del dispiacere come sentimento del Sublime. Lo fece nella “Critica del Giudizio” superando i limiti della ragione così come della misura conforme del bello. Il dispiacere si ha di fronte all’impossibile. Ci si dispiace quando non c’è misura, può essere davanti a ciò che è superiore alla misura del bello come di fronte a ciò che supera la misura del brutto. I dispiacere porta oltre la misura, oltre ciò che è normale e umano troppo umano, oltre la vergogna e la colpa. È un’altra la cultura. Quella non scritta, fatta di una legge che non è scrivibile, perché non è interpretabile, posta di là dal confine, senza confini che possono escludere la possibilità dell’impossibile.
È la legge non scritta, non è quella di Antigone, non è la legge dell’appartenenza di sangue, quella della famiglia contro quella dello Stato. È la legge del sangue di nessuna etnia contro un’altra, ma lo stesso di goni vita. È sorprendente che la parola “sangue” rimandi allo “scorrere” come anche al “sagen”, al dire, alla voce che scorre. Richiama il “santo”, il “versato”, chi si è prodigato per la comunità della vita in nome di un legame, che non si può restringere a una sola comunità. Bisogna essere santi della vita come riconoscere una religiosità laica che rende santa la stessa vita, intoccabile.
Anche le lacrime scorrono. È l’anima che trabocca dagli occhi come nello sguardo è visibile lo stato dell’anima. Si dice che la società si è fata liquida e che ogni cosa ci scivola addosso senza più colpa e vergogna. C’è come il sangue della voce che dice del respiro di ogni vita. Il dispiacere sa si questo sangue, scorre di questo sapere. Non ha colore, per quanto “tono” si dice della voce come del colore, per intendere forse il colore di nessun colore che si visibile, perché si sente ed è il sentimento che fa vedere il colore come stato dell’animo. È questa legge non scritta che porta il dispiacere a vedere quello che si vede e che reclama quel rapporto tra comunità e società che è lo stesso di verità e giustizia.
Sorprende ancora di più che Kant abbia parlato del dispiacere nella “Critica del Giudizio” dove si discute del bello. Il dispiacere si riferisce alla bellezza come non è mai stata fin qui misurabile. Chi si dispiace fa l’impossibile per trovare le forme di contenimento di quel che supera ogni limite che sia del bello fin qui opposto al brutto, riuscendo finanche nel brutto a trovare la bellezza che lo supera superando ogni limite del bello fin qui conosciuto e contenuto in una forma di proporzione tra il proprio e l’improprio, tra il personale e l’impersonale, tra il mondo proprio e la vita, tra il mondo comune e il sommo bene.
Cosa dobbiamo apprendere? Se è come ti guardano gli altri, che ci si “mette” vergogna, allora dobbiamo capire che nella vergogna è celato e presente il riguardarsi, di come io mi riguardo ed è il riguardo che alla fine ci manca. Il dispiacere tiene insieme comunità e società. Chi non si dispiace non capire e operare per l’unione di comunità sociali in una società comune. Chi non dispiace non può lasciare morire la vita sulla terra e nel mare, né permettere la sofferenza dell’indigenza accanto allo sfarzo della indecente ricchezza. Chi si dispiace sa della fragilità. Sa che il dolore è ancora amore.

S.I.P.P.

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