S.I.P.P | Riconoscimento MIUR ai sensi della legge n. 56 del 18.2.1989

 Relazione presentata al Convegno
"Dietro la maschera. Forme della Vergogna in Psicoanalisi"
Napoli, 14 Dicembre 2018

 

L’IO ALTRUI

la  vergogna la colpa il dispiacere

prof. Giuseppe Ferraro

 

 

In napoletano si dice “mi metto vergogna”, si dice anche “mi fanno mettere vergogna”, lasciando intendere che la vergogna si mette, s’indossa. È come una maschera e mi sorprende che il convegno è intitolato proprio cosi, dietro la maschera. Per questo motivo bisogna vedere, allora, cosa che c’è dietro la maschera. Nella lingua della mia città si dice anche “mi metto scuorno” l’espressione è di origine greca, alterata nella pronuncia, è “aischuno”, “aischos”, che richiama lo sfregio, il turpe, la deformità, il disonore in volto. Si dice anche “mettere lo scuorno in faccia” ed è sorprendente come nella “Tentazione del peccato originale” di Masaccio sia dipinta esattamente così con Adamo che si porta le mani sul volto e si nasconde la faccia ed Eva, invece, che non nasconde la faccia ma il sesso e grida. La vergogna dell’uomo non è, dunque, quella della donna. È molto importante rilevarlo, perché se non comprendiamo questa differenza perdiamo anche il senso che è nascosto dietro quella maschera.
La donna è “svergognata”, l’uomo non è “svergognato”. La colpa è della donna. È colpa sua. È lei che mette vergogna. La donna è svergognata, non ha vergogna, perciò fa mettere vergogna, porta il maschio ad azioni turpi per cui si “mette” vergogna, si “trova” la vergogna in faccia, per colpa della femmina. È questa che si ripete. Il quadro di Masaccio ne ripete la scena. Per l’uomo ne va dell’onore, della sua corona ed ecco lo “scuorno”, una destituzione con le corna al posto della corona, quando la donna gli “mette lo scuorno in faccia”, lo tradisce o lo provoca inducendo al “peccato originale”, quello che è all’origine di ogni peccato, la sessualità. Ecco perché la differenza di genere in questa questione è importante, spiega anche perché le donne che subiscono violenza non lo dicono? Perché si vergognano, perché all’origine sono “colpevoli”, la loro “colpa” è “originaria”, sta nel fatto stesso di esistere come donna. Anche Maria deve essere immacolata, concepire senza peccato. E tuttavia non si concepisce niente senza peccare, anche quando concepire riguarda il concetto, perché non c’è concetto senza il peccato del sospetto.
A ben riflettere gli altri sentimenti, evidentemente non si “mettono”, io non mi posso mettere addosso l’amore, posso essere “in” amore, “cadere in amore” dicono in inglese. In italiano è “essere in amore” innamorarsi, si dice anche “mi ha fatto innamorare”, non è lo stesso “mi ha messo amore”, possiamo “metterci insieme” ma non è che mi posso mettere addosso l’amore. E quindi questo “mettersi” è chiaramente, si dice, espressione “sociale”, riguarda il proprio ruolo, la propria maschera il proprio essere “persona”, la propria “presentabilità”, che è poi l’onore appunto, accettazione e riconoscimento sociale.
Il bambino non ha vergogna fin quando la madre gli chiederà di andare dalla vicina per una commissione. Allora il bambino dirà che non ci vuole andare perché “si mette vergogna”. Lo stesso quando l’adulto dirà di stare composto, quando lo riprenderà. C’è da rilevare che altri sentimenti non “si mettono” tranne che la Paura. Anche la paura si “mette”. Ci si mette paura e ancora riguarda qualcosa che sta di fronte, ci si mette paura di qualcosa da affrontare, ci si mette paura di un rimprovero.
Vedete qui abbiamo ascoltato di un inciampo, si dice che ci si è molto concentrato, con gli studi, sulla colpa tralasciando la vergogna. La vergogna e la paura si trovano perciò in un rimando continuo. Chi non si mette paura di fare qualcosa di scandaloso non si mette vergogna. Chi ha paura, si vergogna di affrontare una situazione. È dunque così diretto il rapporto fra sé e gli altri, per cui ho voluto chiamare queste considerazioni “L’io altrui”, preso da altri, consegnato ad altri, in mano d’altri, perché sono gli altri nel contesto dell’organizzazione sociale che mettono vergogna e paura. La vergogna è un sentimento sociale e la sua storia è la stessa della storia del costume sociale. Anche le paure cambiano quanto cambia la propria sicurezza e identità.
Gli studi degli ultimi anni, come le relazioni appena ascoltate, mostrano come ci sia una “cultura della colpa” ben diversa da quella della vergogna. La “cultura della vergogna” viene riferita al mondo antico, a quello classico, al mondo Omerico. Diciamo che la vergogna ha a che fare con la “comunità”, con la “famiglia”. Noi dell’Italia del Meridione conosciamo molto in questo senso più la vergogna che non la colpa. Questo perché è il rispondere alla “propria famiglia” intesa nel senso ristretto come in quello allargato della comunità. Trovo però che l’una ricadano l’una nell’altra, la colpa e la vergogna, per cui c’è una colpa della vergogna e una vergogna della colpa. Bisogna capire allora piuttosto come cambia una tale relazione in ragione dei cambiamenti di comunità e società e perciò anche della famiglia.
La colpa della vergogna è di essere Io, non è la colpa di qualcosa. È la colpa di essere Io, proprio Io, anche di essere Io qui a parlare. “Mi metto vergogna” sentiamo ripetere spesso oppure qualcosa che dice di voler intervenire, ma senza microfono, come dire, senza che gli altri mi possano sentire e giudicare. “Mi metto vergogna”, anch’io evidentemente, se dovessi saltare, come di fatto accadrà, di saltare qualche passaggio di ciò che intendo esporre in questa circostanza.
La vergogna che uno prova a parlare in pubblico quella di non essere all’altezza di quell’Io che ci aspetta. Ecco perché anche in una circostanza come questa ho raccomandata di non avere una presentazione, per non lasciare intendere questo o quello che devo rispondere di essere alle esagerazioni delle presentazioni. Ricordo quel primo giorno di scuola, che non è mai finito, per molti non è ancora finito e che cominciò sentando il mio nome pronunciato ad alta voce in appello davanti a tantissimi al portone d’ingresso della scuola, facendomi sentire come Kafka davanti al portone della Legge. Per questo continuo, “inconsciamente” a chiedere di non presentarmi prima di prendere la parola, basta il nome per trovarmi davanti alla Legge del discorso e dell’approvazione a passare indenne il giudizio, basta il nome che è già “nomos”, legge del proprio essere indentificato. Sì, certo, dico, basta il nome, che però diventa anonimo, senza legge, perché può essere confuso per omonimia. Già questo basterebbe a lasciare intendere l’intrigo con la legge di “vergogna”, “colpa” e “paura” di essere io.
Pensate che i bambini quando si ritrovano a giocare insieme, non si presentano, entrano nel gioco dicendo “posso giocare anch’io?” senza bisogno di dire chi si è. Sarà perciò anche un po’ per ritrovarmi ad essere bambino e entrare nel gioco quando chiedo di non volere la presentazione.
Pensate a quando si parla in pubblico e al disagio di essere Io, quando sentite la vostra voce registrata insieme ad altri e vi “mettete”, “provate” vergogna dicendo subito, “non sono io”, non è la mia voce”, “non è mia, non sono io!”. Quando però quelli che ti stanno attorno ti dicono “beh, però stai dicendo delle cose interessanti” allora rispondiamo “ah, si, sì, sono proprio io!”. Questo accade perché, in quel caso, la voce è “vestita” delle parole che trovano approvazione mentre la voce che si sentite è nuda. Prima che gli altri vi dicono che il vestito che state provando va bene, che quello che state dicendo, le vostre parole, vanno bene, la voce è nuda. La voce è il corpo messo a nudo da dentro. L’anima e la voce, viene da dentro.
È curioso come nel quadro di Masaccio Adamo si mette le mani in faccia ed Eva sulla sua nudità e resta la voce, la voce del grido, la voce senza parola, la voce svestita, nuda. Mi sorprende sempre che a cinema il corpo della nuda è nuda e, almeno fino a “ieri”, il sesso maschile non era visibile così come nei quadri la donna era dipinta coprendosi il sesso.
Gli studi, dicevo, si sono accaniti, ad un certo punto, sulla distinzione fra la “cultura della vergogna” e la “cultura della colpa”. In realtà si potrebbe dire, in maniera più precisa, che la cultura della vergogna è quella della Comunità mentre la cultura della colpa è quella della Società.
Già la parola vergogna è significata, fissata nel segno della colpa. È sul piano sociale. E la stessa parola “vergogna” appartiene alla Modernità non all’Antichità. Allora si diceva “verecondia”, una parola sono appunto desueta si potrebbe intendervi una sfumatura di dolore nella sua espressione. La vergogna ha a che fare con la “gogna” quel “ver” è un rafforzativo, come per dire la gogna al completo.
Ma la “gogna” era quel collare che “si metteva”, appunto al collo del fraudolente, dell’imbroglione, di chi si era macchiato di una colpa sociale. Si espone la sua testa, talvolta era quella struttura dove restano “imprigionate ed esposte, come separate dal corpo la testa e le mani. Ancora oggi si espone alla gogna con la pubblicazione del nome sul giornale chi ha procurato un danno d’interesse sociale, ha imbrogliato o è sotto fallimento. È questo dunque la vergogna. La pubblicazione è la punizione della vergogna. La gogna è l’esposizione pubblica. Corrente è ora quella dei “social” per cui si pubblicano offese che valgano la messa alla gogna, l’esposizione al ludibrio e allo scandalo. Passa. Velocemente. Rimbalza di battuta. Lo spazio pubblico diventa quello virtuale che però intanto è interiorizzato, sofferto e scacciato appena dopo per un altro “post” che viene pubblicato sullo stesso “sito social”.
Dovremmo avvicinarci più cautamente alla parola “vergogna” e probabilmente scoprire quello che si è dimenticato e che cerchiamo in qualche modo di recuperare chiamandoci a discuterne, quando si dice che “non c’è più vergogna” o che “bisogna provare vergogna”. E c’è davvero tanto da vergognarsi per quello che succede in questi giorni del nostro tempo con la povertà, le morti di migranti in mare, il commercio dei corpi … Probabilmente dovremmo recuperare la gogna o piuttosto riguadagnare la verecondia, il contegno, il ritegno, il riguardo, il riguardarsi, perché è questo quello che manca a non vergognarsi più di certe cose. In questione è lo spazio pubblico, politico.

La vergogna è il “misuratore della normalità”, quando si dice che non si ha più vergogna per certe cose si aggiunge che è normale che sia così. Debbo dire che si è assottigliato a tal punto che, anche in politica, un tale livello che non ci si vergogna affatto di quello che si dice e non ci vergogniamo a fatto di quello che stiamo vivendo in questi anni. Gli uomini politici, che sono tali perché rappresentanti delle Istituzioni si lasciano andare a toni e parole di cui dovrebbero pure vergognarsi per lo stile, i contenuti, per le offese, per la gratuità di affermazioni affrettate e imbarazzanti per la falsificazione che ha la solo funzione di combattere l’avversario con ciò che può irritare in modo da “depistare” la reale portata di impegni e progetti da avanzare per il bene comune. Non ci si vergogna a lasciarsi andare a semplici e rirritanti, talora irriguardose battute.
C’è voluta la parola del Papa a gridare “vergogna” dopo che sono morti più di duecento persone in mare. Ieri è stata bruciata la macchina di una psicologa di un centro d’antiviolenza, cioè è stata fatta violenza a chi opera in un centro d’antiviolenza. È paradossale ed è importante ricordarlo in questo contesto qua, ma come si è fatta violenza in un centro antiviolenza? Ma allora non c’è alcuna vergogna? Non ci sono vergogna di lasciare naufragare, di assistere, dico fare assistere, cioè fare assistenza alla violenza? La vergogna di vedere che altri fanno e lasciano fare le cose più terribili è la vergogna sociale, il giudizio di valore sociale che si dà a se stessi, che coinvolge se stessi, chi prova vergogna, chi fa propria la vergogna che altri dovrebbero provare per il proprio agire. Quando il Papa, ma chiunque grida vergogna per quelle cose terribili nomina un valore sociale, è la società stessa chiama a provare vergogna. È una accusa riflessiva, un giudizio di reprensione verso la società in cui si vive e che si partecipa a realizzare e far essere così com’è. Provare vergogna nella forma riflessiva è l’inizio di un rivolgimento, di una cambiamento, è l’inizio della rivoltarsi, per cui ribellarsi è giusto.
I sentimenti sono espressione del tempo. Ci sono sentimenti che acquistano con il tempo dell’età e che con l’età si perdono, così come ci sono sentimento che appartengono alla storia del tempo e altri che si sono perduti insieme al suo passato. I sentimenti si educano. Le emozioni si danno, come le impressioni, arrivano sul momento e sul momento se ne vanno. Le passioni si hanno, fanno parte dell’essere, sono dell’anima le passioni sono si attrazione e repulsione. Le emozioni si danno, le passioni si hanno, i sentimenti si educano.
Le passioni si hanno. Sono l’incavo in cui si costruisce la pulsione, l’“Io soggetto”, come dice Freud, si trova sul confine dell’essere assoggettato e di soggettivizzare le pulsioni, farle proprie o cedervi. È su questo confine, una porta si potrebbe dire, che è girevole. C’è quel testo, tanto conosciuto quanto importante in cui Freud parla di una difficoltà in psicoanalisi, per la psicanalisi, la difficoltà che incontra a trovare consenso. Freud di tre “umiliazioni”. E in qualche modo la vergogna è umiliante.
In quel testo Freud non parla esplicitamente di vergogna, ma, l’umiliazione è cosi presente da essere la causa della difficoltà che incontra la psicanalisi, per cui la si tiene a distanza. È in questo testo che Freud scrive quella famosa frase “l’Io non è padrone a casa propria”.
Il punto è proprio questo, chi è che bussa alla porta dell’Io, qualcuno che è già dentro l’Io dice Freud, richiamando alla cautela: “attenzione, l’estraneo sei tu”. l’Io è estraneo. L’io è altrui.
Freud si richiama spesso ai filosofi. Si richiamava spesso a Schopenhauer. Già Eraclito aveva affermato che “dentro all’uomo è un demone”, che si può anche scrivere come “ciò che è dentro all’uomo è demone” e ancora più esplicitamente ad intendere il greco “ethos”, “dentro l’uomo abita il demone”.
Freud fa una premessa all’inizio di quel testo, sottolineando come ci sia quella difficoltà per chi legge, apprende la psicoanalisi. Non è però una difficoltà è concettuale, di comprensione, cognitiva, perché è una difficoltà emotiva.
La difficoltà riguarda il fatto che in psicoanalisi si parla di libido ed è questo che muove alla preclusione. Capisci bene la sua portata ma non vuoi capire. Non vuole contenerla. Non l’accetti. La senti come una radicalizzazione tale che diventa l’intera misura del tuo essere io. Ciò che non accade, insiste Fredu, per la chimica o per una altra scienza che pone a suo oggetto un’indigene specifica che finisce per risalire alle altre come un punto di osservazione dell’umano. Freud dice che è una difficoltà emotiva, ponendo subito la relazione tra emotivo e cognitivo. Pone, cioè, il rapporto fra cognitivo ed affettivo, rilevando che io posso comprendere quello che sento ma se ne arrossisco o provo vergogna non riesco a capire ovvero capisco che mi riguarda e proprio per questo ne prendo le distanze, come quando si sente la propria voce registrata, mi viene da aggiungere o pensando ancora a quell’immagine del quadro di Masaccio. Capisco bene quello i concetti della psicanalisi che però proprio perché mi fa pensare alla mia libido sento che qualcosa sposdeta il mio essere Io.
È bellissimo il testo. Freud a un certo punto comincia a parlare rivolgendosi direttamente egli stesso all’Io. Si mette a parlare con l’Io Soggetto e dice “non reggi questo rapporto di mobilità che ci deve pur essere fra la pulsione e la libido, cioè fra l’Io soggetto che scarica la libido sul piano oggettuale, quindi l’Io oggettuante la libido ma, guarda bene, che se non riesci a mantenere questa mobilità, la colpa è tua!”. È incredibile perché quella soggettività a cui Freud fa riferimento è la soggettività che riguarda tutti noi, cioè come dire è quell’Io trascendentale che ci rende tutti partecipi di un’identità che chiamiamo Io a trovarsi in difficoltà a reggere la propria libido. E la colpa è sua. La colpa è proprio dell’Io trascendentale quello che mi trascende, che trascende ognuno rendendo possibile l’organizzazione grammaticale della società. Con i suoi “limiti” che son anche i suoi divieti nell’amministrare se stessi così come per l’ordine del discorso che si deve osservare e come anch’io adesso devo osservare tenendo questo discorso in questa conferenza, quindi conferendo, per non vergognarmi, per non arrossire, e devo anche sentirne la paura di sbagliare per non sbagliare, che poi è il motivo di fondo per cui uno sbaglia, ad averla e a non averla la paura. Insomma non che ci si sta bene. Non è che l’io sta bene a casa propria, in quella cosa di cui ognuno deve riconoscere l’indirizzo e andare a bussare per chiedere conto e ragione, come è nella normatività e nella normalità della legge. Come però si diceva questa normalità è tale che modifica la stessa norma della Legge, lasciando aperti dei varchi per cui è normale dire e fare delle cose non si sarebbero potute prima fare e dire.
È su questo Io che cade la vergogna, anche se adesso capisco che questo è un termine improprio e che forse, più che provare a recuperare, dovremmo sostituirla. Dovremmo cercare di capire che cosa la vergogna può a noi insegnare e quindi costruire un altro passaggio culturale, atteso, che non abbiamo ancora operato. Ragionare in termini di globalizzazione, di mondo non ci permette più di ragionare in termini nazionalistici, ma certo regionali non per un regio territorio che se ne sta a sé nella propria sovranità, ma che sia invece regionale in quanto relazionato, nella realtà di un mondo comune.
Ritorno allora sulla questione tra vergogna e colpa perché in qualche modo dentro questo rapporto c’è uno spostamento di qualche cosa che ha a che fare sia con la vergogna che con la colpa, ma in una valenza diversa da osservare. Con la vergogna si ha paura di non essere all’altezza, si ha paura di un rimprovero, di essere ripresi, di qualcosa che si è e a cui si viene meno. Quindi c’è una paura, è curioso come i due unici sentimenti che si “mettono”, che perciò, come dicevo, si “indossano” sono la vergogna e la paura.
Si dice “mi metto paura, mi fa mettere paura” cioè sono sentimenti di difesa, di protezione in qualche modo non riprendo il discorso sulla ferita narcisistica che è stata ampliamente trattata. Mi riferisco alla paura di aver commesso una colpa, che non è la stessa paura della vergogna, sono due paure diverse. Ero in una scuola media, a Roma, tenevo là il corso di filosofia con i ragazzi in quei giorni. Parlavamo dell’Io, che cos’è è l’Io. Chiesi quand’è che ci si è sentiti “io”. La bambina, Rachele, disse “l’io è rimprovero”. Le chiesi di spiegare. E lei racconto che amava il nuoto e che era brava, i genitori l’accompagnavano in piscina, aveva un maestro che quel giorno la rimproverò perché non era stata all’altezza di quel che poteva esprimere in gara. L’io è rimprovero. È quando si è chiamati a rispondere di esserlo che si diventa Io, come rispondere, appunto, a una convenzione per la quale però sei riconosciuto tale, accettato o rifiutato. L’io non è padrone a casa propria perché è altrui. Sono gli altri, è l’organizzazione degli altri, con gli altri. Ci trascende. Quando siamo dentro di noi, quando arrivano i “cattivi pensieri” quello stesso io che deve rispondere del mio essere io si sente a disagio. Kant avevo messo ben in guardia per questo dicendo che non bisogna pensare all’Io penso come al proprio io. Non solo perché si sarebbe caduti nel narcisismo dell’autoreferenzialità, ma perché si sarebbe venuti meno sul piano della grammatica sociale. L’“Io penso”, scriveva, “deve poter accomggnare tutte le mie rappresentazione”, ma non deve certo essere una mia autorappresentazione. In fondo quell’Io è un Noi in ognuno.
Cerchiamo di capirne meglio la paura. Il latino ci aiuta, perché in latino perché ci fa capire le stesse parole che usiamo in italiano. In latino si dice “timor” e “metus”, sono due “paure” diverse. In Italiano distinguiamo “timore” e “paura”. Il timore è verso qualcosa che io considero superiore, che devo rispettare. La paura, invece, è quello che mi avviene se faccio qualche cosa, è completamente diverso cioè una paura di ciò che rispetti invece la colpa no. Il timore riguarda l’alto, la paura, si potrebbe dire, riguarda il basso. Il timore è per ciò che è superiore, la paura è perciò che ti viene di fronte o ti prende alle spalle, ne sei avvolto. La paura riguarda il tuo rapporto con te stesso. Ecco perché talvolta nel timore si nasconde la paura.
Sapete l’altro giorno è successo qualcosa che mi ha confuso ma che mi ha dato tanto da pensare e solo questa mattina ho capito quello che voleva significare. Ho invitato una persona, un detenuto ancora in condizione di ergastolo che ha avuto l’assegnazione dell’articolo dell’ordinamento penitenziario che ti consente la semilibertà. In carcere ci devi stare dalla sera alla mattina, di giorno può svolgere attività sociale, devi svolgere attività sociale, e sei continuamente controllato nei tuoi spostamenti. L’altro giorno abbiamo tenuto insieme un incontro con scolaresche della città. Lo ripeto ormai da anni che tengo questi incontri con le scuole perché le carceri e le scuole continuano ad essere lo specchio della democrazia di un paese. Il gradi di democrazia di un paese si misura dallo stato delle carceri e delle scuole, quando le carceri saranno scuole e quando le scuole non saranno carceri, allora quel paese avrà raggiunto il grado più alto della sua democrazia.
Fra le domande fatte dai ragazzi c’è stata quella di una ragazza che è stata “svergognata”. La domanda era “ma tu non ti vergogni di quello che hai fatto?” Mi è caduto addosso come pioggia a dirotto tutti il disagio di quel momento. Ho sentito io tutto l’imbarazzo, mi sono detto “mo questo cosa risponde!”. Lui ha riposto dicendo chiaramente “io le colpe le ho pagate, tutte!”
Capite questo trasferimento, la colpa si paga, si monetizza. La pena della colpa non è quella della vergogna sono due cose diverse e se io non entro in questa differenza non riesco a capire neppure la ragiona penale e quella educativa per come funzionano. Così come per le nostre modalità d’apprendere e quindi della “ragione formativa”, della “ragione normale”.

La pena giudiziaria si dice “retributiva”, è economica, ha a che fare con la colpa, ma in termini economici, non etici, l’ho fatto, la colpa ce l’ho e la pago. La risposta è stata insufficiente. Sono intervenuto per dire che la risposta non doveva riguardare la vergogna, ma il dispiacere.
La colpa giuridica si “paga” in termini economici, scontando la pena. Viene però così meno anche la ragione penale che dovrebbe invece riguardare la funzione del carcere. La pena non si deve pagare in termini di durata di tempo di detenzione. È questo un retaggio “industriale” del carcere, per cui la pena si “sconta”. La colpa si deve cambiare in responsabilità.
La vergogna si deve alla comunità, la vergogna si deve alla famiglia. Alla società si dà l’economia della colpa, ma si resta in termini economici. Non è la vergogna che si deve pagare scambiandola in colpa. È il dispiacere. Avrebbe dovuto dire “mi dispiace!”. Non è la vergogna ma il dispiacere, è questo il passaggio dall’economica all’etica, dalla gogna che è una pena, allo sconto della pena che è economico, bisogna passare al dispiacere che è etico. E qui comunità e società non sono più separabili. Se la cultura della colpa e la cultura della vergogna si dividono il campo della società e della comunità, il dispiace è quando comunità e società non sono separabili. Lo viviamo in questi giorni difficili della nostra Europa e della cultura politica. Chi non si dispiace non può fare politica.
Non ci vergogna più di niente, si dice né la colpa porta alla responsabilità. Bisogna uscire dall’una come dall’altra cultura, uscendo così dalla separazione di comunità e società. Ci si deve dispiacere, oggi non ci dispiacciamo più ed io penso che chi non si riesce a dispiacere non potrebbe fare politica perché non può dare gioia a chi versa in una situazione difficile.
È allora il dispiacere che ci manca. La vergogna è il marchio, che si porta e che deturpa il viso, è come un visiera, una maschera di ti fa perdere l’innocenza. La gogna della vergogna è una pena che si porta, una punizione di rimprovero. Ci si mette in castigo dentro se stessi. È la gogna di essere messo dietro la lavagna u tempo a scuola o quando si faceva girare per le classi il bambino con un cartello dalla scritta che marchiava il proprio sottrarsi alle regole di disciplina e di apprendimento. S’imparava allora a trovare la forza di resistere, l’orgoglio alla rovescia, il punto fermo del contrasto da rivendicare come propria scelta quello che si subiva. La vergogna è un’intima punizione al venir meno di una consegna comunitaria, religiosa, di una relazione di appartenenza. Si lega al peccato. È una pena.
La colpa si lega alla punizione ed è ancora la pena che interviene di conseguenza. Della vergogna ci si scusa, della colpa ci si pente. L’una porta all’esclusione, all’ostracismo com’era un tempo quando la città, la polis, era ancora stato di comunità, riservato alla cerchia ristretta degli uomini liberi che la rappresentavano. Vergona e colpa s’intrecciano sulla pena. La si infligge e la si subisce. Si pagano entrambe. La colpa che si paga con il carcere è economica, riguarda la società, la vergogna che si paga con la cacciata, la sospensione, l’ostracismo riguarda la comunità. La vergogna segue la normalità. Ne rappresenta la misura. Ci sono cose di cui non ci si vergogna, perché la società vuole l’economia, basta pagare, basta che si produce e la vergogna può passare. L’inciampo della colpa e della vergogna è il dispiacere. Qui la misura cambia. Non è misurabile in costi di sostenibilità economica. È l’avere pena. Non è la punizione. Il dispiacere si prova a fronte della punizione che non ha senso, perché è disumana. Il dispiacere arriva fino al perdono, giunge alla contrizione, per aprirsi all’impossibile soluzione. Il dispiacere di fronte a ciò che non si può fare e che non viene fatto. Fin quando si resta davanti al cancello dell’impossibile è un dispiacere che si chiude in se stessi e che fa comoda. Ci si chiude di fronte dagli altri, che sia la società o la comunità. E però il dispiace apre e disordina il mondo interiore, si aggira per le vie dell’animo. Cerca quella comunità interiore, intima, che la società dichiara impossibile. Chi si dispiace fa l’impossibile perché quel che si sente è qualcosa che proprio e non è proprio. È la vita che si è e che si agita nella vita che si ha. Quella relazione tra la comunità e la società è col dispiacere la relazione tra la vita e il mondo, di come l’una abita nell’altro e di come l’altro se ne fa ospite. Chi non si dispiace non fare politica, perché non trova la soluzione impossibile per dare continuità alla vita nel mondo. La vergogna richiama la tradizione, il costume, rileva l’ethos del comportamento. La colpa richiama l’economia, il dare e l’avere, il credito e il debito, il mantenimento dell’equilibrio in corrispondenza del mantenimento della tradizione della vergogna. Fanno equilibrio sociale e familiare.

Certo, la vergogna si perde, si dice non c’è più vergogna, allo stesso modo in cui si dice che non c’è certezza della pena. La normalità avanza riducendo a poco a poco il modello di uniformità, esaurendolo per un altro. Non c’è vergogna a vedere l’uomo per strada, a incontrare chi cerca tra i rifiuti, aggirandosi in una vita randagia. Non c’è vergogna a far male un bambino, a violentare, a punire, a lasciar morire in mare, a chiudere i confini, a cacciare e offendere il più debole, chi è già privo, ed escluderlo. Non si ha vergogna. E non basta la vergogna, non si rispetta quello che la società butta fuori ed espelle come un rifiuto di fabbrica da smaltire inquinando la vita.
Ci manca il dispiacere. La vergogna e la colpa vengo a nuova convocazione in chi si dispiace. Si ribaltano quando ci si rivolta in se stessi e si fa l’impossibile. Fu Kant a parlare del dispiacere come sentimento del Sublime. Lo fece nella “Critica del Giudizio” superando i limiti della ragione così come della misura conforme del bello. Il dispiacere si ha di fronte all’impossibile. Ci si dispiace quando non c’è misura, può essere davanti a ciò che è superiore alla misura del bello come di fronte a ciò che supera la misura del brutto. I dispiacere porta oltre la misura, oltre ciò che è normale e umano troppo umano, oltre la vergogna e la colpa. È un’altra la cultura. Quella non scritta, fatta di una legge che non è scrivibile, perché non è interpretabile, posta di là dal confine, senza confini che possono escludere la possibilità dell’impossibile.
È la legge non scritta, non è quella di Antigone, non è la legge dell’appartenenza di sangue, quella della famiglia contro quella dello Stato. È la legge del sangue di nessuna etnia contro un’altra, ma lo stesso di goni vita. È sorprendente che la parola “sangue” rimandi allo “scorrere” come anche al “sagen”, al dire, alla voce che scorre. Richiama il “santo”, il “versato”, chi si è prodigato per la comunità della vita in nome di un legame, che non si può restringere a una sola comunità. Bisogna essere santi della vita come riconoscere una religiosità laica che rende santa la stessa vita, intoccabile.
Anche le lacrime scorrono. È l’anima che trabocca dagli occhi come nello sguardo è visibile lo stato dell’anima. Si dice che la società si è fata liquida e che ogni cosa ci scivola addosso senza più colpa e vergogna. C’è come il sangue della voce che dice del respiro di ogni vita. Il dispiacere sa si questo sangue, scorre di questo sapere. Non ha colore, per quanto “tono” si dice della voce come del colore, per intendere forse il colore di nessun colore che si visibile, perché si sente ed è il sentimento che fa vedere il colore come stato dell’animo. È questa legge non scritta che porta il dispiacere a vedere quello che si vede e che reclama quel rapporto tra comunità e società che è lo stesso di verità e giustizia.
Sorprende ancora di più che Kant abbia parlato del dispiacere nella “Critica del Giudizio” dove si discute del bello. Il dispiacere si riferisce alla bellezza come non è mai stata fin qui misurabile. Chi si dispiace fa l’impossibile per trovare le forme di contenimento di quel che supera ogni limite che sia del bello fin qui opposto al brutto, riuscendo finanche nel brutto a trovare la bellezza che lo supera superando ogni limite del bello fin qui conosciuto e contenuto in una forma di proporzione tra il proprio e l’improprio, tra il personale e l’impersonale, tra il mondo proprio e la vita, tra il mondo comune e il sommo bene.
Cosa dobbiamo apprendere? Se è come ti guardano gli altri, che ci si “mette” vergogna, allora dobbiamo capire che nella vergogna è celato e presente il riguardarsi, di come io mi riguardo ed è il riguardo che alla fine ci manca. Il dispiacere tiene insieme comunità e società. Chi non si dispiace non capire e operare per l’unione di comunità sociali in una società comune. Chi non dispiace non può lasciare morire la vita sulla terra e nel mare, né permettere la sofferenza dell’indigenza accanto allo sfarzo della indecente ricchezza. Chi si dispiace sa della fragilità. Sa che il dolore è ancora amore.

A proposito di Christopher Bollas

Il Materno e il Paterno. Oriente e Occidente.

"La mente orientale"

Rosa Romano Toscani

 

Osservando il "Tondo Doni" di Michelangelo, la circolarità delle tre figure unite e distinte sembra di potere raffigurare la concezione edipica teorizzata da Freud, di quell'edipo che permette all'infante il passaggio dal Materno al Paterno.
Passaggio fisiologico per una crescita armoniosa espresso da Michelangelo nella figura facilitante della madre, Maria, che porge il figlio al padre (putativo), Giuseppe.
Per altre vie, per nuovi stimolanti sentieri Bollas ci porta a riflettere sul Materno e sul Paterno, che rappresentano gli aspetti costitutivi della psiche umana e sul loro necessario legame, aprendo la strada a suggestive riflessioni e allargando il campo dall'individuale al gruppale.
Il saggio dello psicoanalista inglese, "La mente orientale" rompe gli schemi dell'usuale, del già noto e si veste di poesia, di filosofia e di rigore clinico. Svela il terapeuta che non si stanca di "ricercare", per inserire la Psicoanalisi in contesti più ampi.
Tra Oriente e Occidente si snoda la riflessione di una brillante intuizione che cerca di collegare il pensiero psicoanalitico sviluppatosi in Occidente ad un pensiero antico e diverso presente nel mondo orientale, auspicando quell'integrazione che l'artista fiorentino ci ha tramandato con il suo famoso dipinto.
Gli avvenimenti del mondo hanno sempre interessato Bollas. In particolare modo la sua voce si è fatta sentire nel 2006 nel suo romanzo psicoanalitico "Buio in fondo al tunnel". Nel "Sogno di Omàr" riportavo le sue parole riferite alla catastrofe dell'11 settembre "quando il male indossa i panni del bene, il carattere del mondo ne viene distrutto... c'è stato un ribaltamento morale... uno sconvolgimento di tutte le categorie fissate da millenni nella cultura occidentale". Facevo, inoltre, notare come non c'era bisogno di specificare il dove e il quando per ricordare quella terribile data, ossia indicare il 2001, le Torri Gemelle e New York. Purtroppo tali avvenimenti si sono ripetuti in modo drammatico negli ultimi anni, ed ancora oggi feriscono il mondo: pensiamo agli attentati presso la redazione del Charlie Hebdo, a quelli recenti in Tunisia, in Israele, a Parigi, Bruxelles e in Mali.
La prospettiva sociale de “La mente orientale” è stata colta anche da Vittorio Lingiardi nella recensione sul Sole 24Ore del 20 ottobre 2013. Viene, però, sottolineato da Lingiardi che l'Oriente a cui Bollas fa riferimento è quello antico. Forse ci si dimentica che l'inconscio collettivo non ha tempo e che ancora oggi, in Psicanalisi, parliamo di “Edipo”.
Bollas è ben consapevole dei cambiamenti che avvengono in Oriente: in Cina il capitalismo, in Corea la tecnologia. Anche la Psicoanalisi si sta facendo strada; esiste un sito internet (w.w.w.capachina.org), vengono effettuate supervisioni e terapie via Skype con psicoanalisti occidentali. Se lo scopo della Psicoanalisi rappresenta lo sforzo di integrare parti scisse del Sé, C. Bollas si cimenta nello sforzo di comporre aspetti diversi di due mondi in apparenza contrapposti. L'interesse su questo saggio sta aumentando se pensiamo che è in pubblicazione la sua traduzione in cinese in corso presso l'Università di Pechino. Sempre "Nel sogno di Omàr" riportavo l'accorato appello di Toni Maraini nel 2000; "Perché non prendono la parola gli psicoanalisti (in quanto) la cultura (...) al momento storico è incapace di svolgere il proprio ruolo di conoscenza e di guida".
Ed è proprio uno psicoanalista a cimentarsi in questo ardito compito.
Già nel "Il mistero delle cose" Bollas affermava che "Le teorie sulla vita mentale e sul comportamento umano continueranno il loro andirivieni, come hanno fatto fin dall'inizio della psicoanalisi. Solo il passare del tempo determinerà il valore di ognuna di esse e alcuni modelli, che sembravano essersi garantiti l'eternità, come, per esempio, la teoria strutturale - saranno abbandonati anche dai loro più ferventi sostenitori. Ciò che non muterà è l'effetto profondamente evocativo della situazione psicoanalitica e del suo metodo".
In un mondo dove è presente la globalizzazione e l'immigrazione l’incontro tra società multietniche è inevitabile, pertanto la Psicoanalisi non può sottrarsi a considerare anche in campo clinico le diversità culturali, religiose, sociali e sperimentare nuovi paradigmi e nuove modalità terapeutiche. Questa è la sfida che si presenta oggi alla Psicoanalisi. Sono i nodi clinici il terreno di ricerca futuro. La sfida della partita che la Psicoanalisi deve giocare per resistere nel tempo. Bollas ha sempre accettato questa sfida e in particolare modo con questo libro ci propone riflessioni cliniche tracciate in filigrana tra le righe, partendo dalla relazione madre/bambino, dal complesso edipico, fino alla famiglia e al gruppo. Sta a noi accettare questa sfida. Aspettiamo curiosi il prossimo romanzo di Bollas dal titolo "Scompiglio". L'Oriente sta cambiando. Ci sono scrittori come MoYan, premio Nobel, artisti, poeti, registi come Zhang Ymou, che pur dovendo sottostare alla censura del governo cinese si muove tra tradizione e innovazione nel suo prossimo film "Lettere di uno sconosciuto".
Nel 2010 Bollas tiene una serie di conferenze in Corea dopo un viaggio fatto nel 2009 in Giappone. Approfondendo le letture dei maggiori filosofi e poeti orientali, Lao Tzu, Confucio, Zhuangzi, Mo Tzu, Mencio trova "connessioni significative tra la loro visione e il pensiero occidentale" (pag. 11) e rileva quanto, invece, queste connessioni riguardino proprio il pensiero psicoanalitico. Da allora inizia un cammino di ricerca e di approfondimento sui testi dei poeti cinesi e coreani, Li Po, Wang Wei, Tu Fu, cammino che mette in moto una sorta di rêverie, "di sogno ad occhi aperti"(pag. 11). Lo studio si trasforma a sua insaputa, con meraviglia e, sempre con più convinzione, in un lavoro sulla teoria della mente.
Egli afferma che questa scoperta letteraria "dischiudeva (per lui) un mondo nuovo, (ed egli imparava) delle cose sulla psicoanalisi che non (aveva) mai compreso" (pag. 12). La poetica orientale di questi autori improntata al taoismo, esprimendo aspetti comunicativi di natura sensoriale e la ricerca dell'individuo alla solitudine generativa, richiama per Bollas la teoria dello sviluppo emozionale primario di Winnicott.
In aggiunta l'etica di Confucio, che allarga la visione filosofica verso il sociale e il collettivo, lo riporta a Jung, Bion e Rosenfeld.
Accompagnato da questi illustri compagni di viaggio Bollas ci introduce in una dimensione psicoanalitica più ampia.
Già la McWilliams individuava nel mondo occidentale la frenesia del "fare", della razionalità scientifica e del pragmatismo, "potere - azione", aspetti in mero contrasto con alcune società dell'Asia.
Il libro è diviso in tre parti. Nella prima parte, "Preconcezioni", Bollas "prende in considerazione la mente orientale da una prospettiva psicoanalitica" (pag. 25), attingendo ai poeti e al "I Ching", il libro dei Mutamenti, il più antico oracolo considerato tra le più importanti opere della letteratura mondiale e esamina tre dei cinque "testi madre": "Il libro delle odi", "Il libro dei riti", "Il libro dei mutamenti".
Nella seconda parte "Realizzazioni" si rifà ai filosofi, definendoli "oggetti / interpreti transizionali", o "istanti", che con i loro scritti costituiscono il "conosciuto non pensato" della cultura orientale, il cui pensiero può essere collegato a quello psicoanalitico contemporaneo.
Nella terza parte, "Concettualizzazioni" il nostro autore si occupa della psicologia sociale della mente individuale e di gruppo ed esamina l'interesse attuale per la psicoanalisi in Cina e in Estremo Oriente.
"Questo libro", afferma Bollas, "è … una combinazione di scritti tradizionali, di testi psicoanalitici occidentali, e della mia lettura idiomatica di entrambi. Intessendoli insieme, in questo lavoro ci saranno dei fili divergenti, (...) così come dei fili convergenti".(Pg. 26). La poesia al contrario della prosa orientale, si discosta di più dal pensiero occidentale, ma anch'essa fa da ponte a quello orientale perché " il processo analitico ha una sua poetica della forma"(pag. 27), e non si può capire la psicoanalisi e la poesia se non si presta attenzione alla natura e alle funzioni delle singole società.
In Cina, sede di centinaia di dialetti, il linguaggio scritto ha svolto una funzione unificante e quindi ha fatto si che la Cina sia stata " la mente dei popoli dell'Estremo Oriente" (pag. 29), trasmettendo tradizioni e cultura, mentre in Occidente la psicoanalisi può a buon diritto essere considerata, oggi, come" la filosofia introspettiva centrale dell'Occidente"(pag. 29)."

La mente unica, il presentazionale e il rappresentazionale.
Partendo dal presupposto che le opinioni sulla divisione tra mondo orientale e mondo occidentale sono alquanto arbitrarie, Bollas ipotizza che non esistono menti diverse, ma che esiste una" mente unica", la quale a sua volta esprime parti diverse della mente stessa.
Egli ascrive alla mente orientale caratteristiche "materne", mentre a quella occidentale caratteristiche "paterne".
L'ordine materno è di natura "presentazionale", rappresenta la modalità con la quale la madre presenta al bambino gli oggetti del mondo, in primis se stessa, prima del linguaggio, lasciando impressioni al sé e fornendo quindi modelli di comportamento assimilati o assimilabili dall'Io che diventano "paradigmi formativi". Queste modalità comunicative, esperite dal bambino attraverso il contatto fisico con la madre, il suono della sua voce, il vederla e il suo essere visto e compreso, rappresentano "il cuore delle relazioni umane".
Contiguo all'ordine materno si costituisca l'ordine paterno attraverso il quale il bambino usufruisce di un altro tipo di comunicazione più evoluta, meno sensoriale, più legata al sociale, quella del linguaggio verbale.
La mente orientale si situa nel paradigma dell'ordine materno prediligendo "forme dell'essere, del pensare e del relazionarsi pre - verbali e non verbali"(pag. 14) , usando la comunicazione in modo implicito, sensoriale.
Il pensiero occidentale, invece, si assesta sul linguaggio verbale, esplicito, oggettivo e razionale.
Analizzando il linguaggio orientale e quello occidentale, avvalendosi degli studi di Jaques Gernet, di David Hall e di Roger Ames, Bollas individua le sostanziali diversità: il primo è ambiguo, permette una co - costruzione comunicativa, è correlativo, metaforico, necessitato da una ritualità ordinativa, il secondo, al contrario, è causale, concreto, predilige la chiarezza, l'individualismo e metonimico e diacronico.
La logica e il pensiero razionale erano, però, presenti fin negli albori della civiltà cinese, ma "queste forme di pensiero (sono state) abbandonate a favore di esercizi di pensiero analogico concretamente interpersonali" (pag. 15).
La psicoanalisi e in particolare modo il pensiero di Winnicott e della corrente winnicottiana vengono individuati da Bollas come il ponte, come quel collegamento tra concezioni in apparenza e forse anche in sostanza non troppo differenti.
In effetti l 'Induismo, sviluppatosi nel 3500 a.C. nel nord dell'India, e il Buddismo sorto tra la fine del v| e l'inizio del v secolo a.C., risentono delle influenze occidentali nella convinzione che l'uomo, solo e indifeso nel viaggio senza speranza verso la morte, deve lasciare un segno della sua esistenza terrena.
Da questa posizione esistenziale, eroica, ambiziosa e individualista, intorno al 2000 a. C. avviene un mutamento, inizia lo iato con l'Occidente nella ricerca, nel mondo orientale, da parte dell'uomo, non più di atti eroici, duraturi e immortali, ma di armonia e di rispetto verso il mondo naturale.
È da questo momento che vedremo allontanarsi la concezione del mondo e dell'uomo. "Trascendenza a Oriente; eroismo a Occidente (pag. 17)... La mente occidentale esplora il mondo materiale (...) la mente orientale esplora il mondo spirituale" (pag. 18).
L'individuo orientale in questa concezione trascendentale deve fare i conti con il conflitto esistenziale tra il Sé (atman) e l'ordine divino (dharma), cercare l'accrescimento della coscienza per limitare la distruttività del sé e migliorare il proprio essere.
L'uomo occidentale, invece, è mosso dal bisogno di affermazione di sé, di conoscenza e di dominio del e sul mondo esterno, con un'apertura critica verso le cose. Il suo rapporto passa attraverso lo sforzo di autodeterminarsi e di avere la prova delle proprie capacità e della propria forza. Anche il modo di esprimersi è diverso.
È nota l'ambiguità del linguaggio orientale, il dire e il non dire, il non scoprirsi troppo, il bisogno di intimità, un certo pudore, ma anche il timore dell'altro nel respingerlo. Differente è la maniera con la quale l'occidentale cerca di coinvolgere, di scambiare opinioni, di condividere.
"La mente orientale dà maggiore importanza al presentazionale"(pag. 18), mentre quella occidentale al rappresentazionale. La presentazione rappresenta il modo di essere di ogni comunicazione, mentre la rappresentazione si riferisce al contenuto. Appare evidente l'importanza che l'Oriente dà alla forma.
Tra il V e il III sec a.C. La Grecia, (l'Occidente quindi), si assestava in senso democratico offuscando gli editti religiosi, le leggi, dando valore all'uomo in quanto individuo superiore provvisto di una logica razionale, in Cina, al contrario, l'ordine sociale e religioso non veniva messo in discussione, anzi il potere dell'autorità sminuiva l'interesse del singolo.
L' Induismo e in particolare il Buddismo Zen mostrano parallelismi e possono essere considerati in qualche modo, anche loro, un ponte tra Oriente e Occidente e i concetti di "dukha" (la transitorietà della vita umana) e di "samsara (rinascita) si avvicinano al senso ascetico del Cristianesimo.
Tornando a Winnicott, egli non voleva colmare i vuoti evolutivi, al contrario di Darwin e di Freud - il primo riferendosi alla specie animale, il secondo allo psichismo, ma voleva trovare, come suggerisce A. Phillips, una maniera diversa di considerarli, come enormi spazi potenziali per l'immaginazione. (1995). Bollas cerca di colmare il vuoto evolutivo tra due modi di pensare, che comunque, se in modo diverso, si occupano dell'individuo, al pari di Winnicott che si è interessato alla crescita psicosomatica del bambino e dell'insediamento della psiche nel soma.
La mente orientale offre all'uomo una continuità affettiva, ciò che l'analista deve fornire al paziente con particolare sensibilità, attenzione e conoscenza, considerando non solo il suo vissuto, ma rifacendosi anche alla teoria dei processi dello "sviluppo emozionale primario", come Winnicott denominava il processo evolutivo naturale.
In questo senso si configura per Bollas l'accostamento della Psicoanalisi alla concezione della vita e dell'immagine dell'uomo che troviamo nella Cina, per quanto concerne il tempo e i mutamenti che esso opera casualmente.
Se si prende in esame "l'istante", la frazione del tempo che ha una durata indefinita, lunga o breve che sia, esso può incalzare, sovrastare, essere imminente, pressante -, ma è sempre presente in quel lasso di esistenza in modo accidentale.
La vita è fatta di istanti infiniti. È proprio il transitorio, il limite del fugace, la natura aleatoria della vita umana, che è parte di un tutto, di un passato e di un futuro quello che interessa alla mente orientale. Una preconcezione, che impedisce una valutazione oggettiva rendendo difficile una formulazione, rappresenta qualcosa che travalica il puro caso ed è interdipendente dagli eventi che si verificano in un singolo istante.
Una mente libera da schemi, che conosce prima di aver conosciuto o sperimentato, richiama alla mente il bambino di Winnicott, che prima di essere concepito è pensato e desiderato. e ricorda "l'enfasi sull'istante piuttosto che sulla durata (pag.41)", proposto da Jung, enfasi che in Cina ha dominato il pensiero orientale per millenni.
Al contrario la concezione dell'istante, e in questo senso non parliamo più di preconcezione, è differente nel mondo occidentale. L' istante non viene collocato in una continuità individuale o sociale, ma il suo potenziale viene perduto già quando esso si presenta nel tempo.
"La mente occidentale si fonda sulla continuità lineare; la temporalità è considerata come il trascorrere del tempo necessario per portare a termine le cose (secondo) una logica sequenziale (pag.40)".
L'importanza data all'istante ci introduce in una dimensione spirituale nella quale l'esperienza della vita va considerata in ogni suo minimo particolare.
La seduta analitica, è fatta di tanti infiniti istanti e l'inconscio libera continuamente, per chi è in grado di decifrarli, la somma degli istanti di cui è costituita. Non è dunque la seduta analitica quella condizione che si avvicina di più all'istante, se esso è considerato nella concezione spirituale che rimanda all'emergere dell'inconscio sempre in un mutamento immutabile? Così come in quell'istante, e solo in quello, l'inconscio del terapeuta si incontra con quello del paziente dando vita ad un insigth trasformativo, in questo senso il mutamento che avviene può essere paragonato" all'esagramma, al gioco" del "I Ching" che "oggettiva il pensiero inconscio" (pag. 39).
Ci troviamo in quella zona "altra" nella quale l'emozione travalica il pensiero logico causale, in un istante aperto ai significati più ampi, legati al contesto e a chi lo interpreta. L'inconscio come un insieme infinito secondo la logica simmetrica di Matte Blanco, nella quale la simmetrizzazione, l'omologazione, l'infinitizzazione, la metonimia suggeriscono una catena di significati senza fine propri del pensiero orientale.
Ritornando al saggio di Bollas che esamina il "I Ching", e alle riflessioni che esso suscita con i suoi 64 giochi, esso rappresenta i possibili stati di mutamento del mondo e dell'individuo nel suo aspetto più intimo e personale.
Per uno psicoanalista addentrarsi in questa cultura può significare dare un senso all'esistenza transitoria dell'uomo considerato parte di una struttura sociale.
In tal modo possiamo meglio comprendere il concetto di Winnicott riguardo alla "continuità dell'esistenza" e ai traumi subiti dalla sua interruzione.
"Il libro dei Mutamenti", in Cina, è uno strumento per prendere decisioni con saggezza, senza pregiudizi, comprendendo le vie del mondo.
Questa disponibilità ad aprirsi al pensiero orientale ricorda, il metodo associativo freudiano, apre il campo al metaforico e alla rêverie del terapeuta, ma soprattutto, da importanza all'istante, quello osservativo, nell'attenzione fornita al singolo dettaglio.
Così come "L'I Ching" non rappresenta il lavoro di un'unica persona, ma lo sforzo compiuto da un'intera civiltà di esprimere la propria visione del genere umano" (pag. 35), così la Psicoanalisi, a partire da Freud rappresenta oggi il frutto di molte menti al lavoro e offre molteplici chiavi di lettura per comprendere il mondo interno dell'uomo e "di giocare con leggerezza con la dimensione umana" (pag.45).
Winnicott ci insegna il valore del gioco, la libertà di essere creativi, l'uso che esso permette all'intera personalità di sperimentare il mondo e di elaborare la realtà.
Bollas, proponendo la riflessione sui giochi del "I Ching", i "trigrammi" e gli "esagrammi", i giochi delle monete, sottolinea i tre principi che li governano; semplicità, variabilità e persistenza, caratteristiche presenti nell'attività ludica.
Winnicott, pur non conoscendo il pensiero orientale, parla del gioco come di una forma di pensiero che condensa idee e associazioni, dell'incontro del sé individuale con il mondo reale.
Incontro che dipende dal caso, dal fato o dal destino? Il futuro, secondo la mente orientale, non è fisso, ma dipende dalle scelte del singolo individuo, dalla sua possibilità di aver potuto fare una serie di esperienze di cui quella più importante è l'esperienza di una dipendenza assoluta, per proseguire verso una indipendenza che è in grado di costituire solo allora, sempre con Winnicott, il vero Sé.
Occorre, fare una distinzione tra Fato e Destino, il primo ha in sé il concetto di irrevocabilità, "ciò che è detto", il secondo indica un insieme di eventi, e si sposa quindi al caso, eventi che possono accadere secondo modalità temporali irresistibili e prestabilite che determinano il futuro.
Spesso Fato e Destino vengono confusi. Per Hilman il destino è determinato dalle nostre scelte e fa corrispondere l'idea di destino al nostro modo di essere.
"No lo so", diceva Forrest Gump,"se abbiamo ognuno il suo destino, o se ne siamo tutti trasportati come una brezza... Ma io credo, può darsi le due cose, forse le due cose capitano nello stesso momento (...)".
Il tema del caso, ha rivestito una grande importanza nella concezione orientale, nel considerare l'individuo unico portatore del proprio caso, un semplice aspetto della vita nella quale ogni istante rappresenta l'anima del sé.
Questa visione contrasta con il determinismo psichico freudiano secondo cui in natura nulla avviene per caso e tutto è dominato dalla necessità casuale. Jung, invece, e la Psicoanalisi che oggi da importanza al significato delle azioni umane, possono abbracciare "l'aleatorio (in) un gioco che celebra il caso" (pag.44).
Bollas rintraccia nei "trigrammi" del "I Ching", nelle immagini che propone, nelle idee, nelle rappresentazioni, la teoria di Freud che considera i contenuti dell'inconscio come un'organizzazione mentale composta da "gruppi di idee". Il caso o il mutamento è incorporato in questo sistema simbolico.
Man mano che ci addentriamo nel saggio psicoanalitico, filosofico, letterario, poetico di Bollas il legame della Psicoanalisi con la mente orientale appare sempre più stretto.
Dopo aver puntato i riflettori sul gioco del "I Ching" illuminandoci sul valore dato al caso, permettendo "al sé di giocare con la precarietà della vita umana" (pag.67), all'istante che condensa il tempo, dove tutto o nulla può accadere e quanto questo modo di sentire sia di natura inconscia, la luce si concentra sulla poesia cinese, sul "Libro delle odi", e sul significato sociale e individuale che essa assume.
"il sé sociale e il sé individuale (che si mescolano) grazie all'effetto unico dell'espressione linguistica cinese " (pag.48), appartengono alla poesia.
Abbiamo già evidenziato la liason della tecnica delle libere associazioni di Freud, come "condensato di mille idee" (pag.64), con il gioco cinese. Ora la poesia, con le immagini raggruppate in poche parole, la rendono ancora più convincente.
Riportiamo testualmente le parole di Bollas, "Ogni poesia rappresenta una collocazione nella coscienza di un processo di pensiero inconscio, così che ogni volta che la si recita (o canta o danza) colui che recita entra nel regno del pensiero inconscio. (...) la poesia è il sé. (pag.64).
L'aspetto intimistico, poetico, depositario dell'inconscio del sé individuale deve venire a patti con il sé collettivo, con un codice di comportamenti adattativi e adattabili. Nel conflitto tra assimilazione e accomodamento di stampo piagetiano la mente orientale si pone come "oggetto transizionale" winnicottiano, nel suggerire modelli di comportamento condivisi.
"È con le odi che la mente si risveglia, il carattere si stabilisce con le Regole di Correttezza, con la Musica si riceve la rifinitura", ammonisce Confucio.
"Il libro dei riti", fornisce al nostro autore un interessante riflessione sull'influenza dell'ordine materno e dell'ordine paterno nello sviluppo del sé nel mondo orientale. L'accettazione di regole non comporta scissioni, ma "collegamenti armoniosi tra mondo interno e quello esterno" (pag.75).
La Psicoanalisi ha affrontato fin da Freud la natura del conflitto tra istanze interne e esterne. Molti psicoanalisti, tra cui lo stesso Bollas, Laings, Lacan hanno offerto il loro contributo, ma è soprattutto Winnicott che si avvicina di più a quella mediazione "armoniosa" auspicata dai filosofi orientali. Se lo scopo della crescita individuale rappresenta il raggiungimento della pienezza del vero sé, il falso sé teorizzato da Winnicott, quando non raggiunge proporzioni patologiche, può rappresentare un potenziale di sanità e di protezione al vero sé nascente.
"L'armoniosa " accettazione dei "riti" sociali, non come rigida costrizione, ma come assimilazione di comportamenti liberamente accettati, si configura in Oriente come il tentativo di superare il conflitto e per Bollas rappresenta il campo delle preconcezioni.
L'individuo nasce dal nulla e nel nulla rientra, senza però non aver avuto accesso alle infinite possibilità di raggiungere personali realizzazioni, passando attraverso la Porta della vita. Bollas riporta la teoria del filosofo Laozi, vissuto nel VI secolo a.C., la cui filosofia considera "la nostra personalità... una particella relativamente insignificante della possente diffusione spirituale di un certo campo di energia: "la Via" o "il Tao" (pag.79").
La Via rappresenta l'origine misteriosa della nascita dell'essere umano, ma la stessa parola è separata dall'esperienza e come tale è innominabile, il suo significato è irraggiungibile, è il mistero in sé, è l'enigma. L'inizio di tutto avviene "come parte di un'unità".
Bollas prende, allora, in esame il "TaoTe Ching", che viene considerato il punto centrale del pensiero cinese: il "sé si costituisce all'interno dell'ordine materno" (pag. 80). La fusione, il collegamento, l'inattività, la forma, la non rappresentabilità, la creatività, tutto ciò è rappresentato dalla madre, che offre all'infante l'equilibrio degli opposti, la disposizione naturale evolutiva, la realtà ineluttabile al cambiamento.
Come non possiamo non ritornare a Winnicott e all'affermazione che "il bebè non esiste, ma esistono le cure materne"?
Questa affermazione rivoluzionaria mette in luce, il dualismo insito nella relazione madre - bambino. La madre nutre, il bambino è nutrito, la madre è attiva, il bambino è passivo.
Attività e passività si scambiano e si alternano, si ribaltano, se consideriamo che il bambino è nutrito, ma che anche si nutre.
Siamo di fronte ad una fusione primigenia tanto che Winnicott ha concettualizzato la seduta analitica alla stregua di una poppata ideale.
Se seguiamo, però, le suggestioni proposte da Bollas non è azzardato, a mio avviso, ritenere la seduta analitica come una gestazione.
Con Winnicott ci troviamo sul piano "rappresentazionale". Il bambino è presente oggettivamente, è fuori dal grembo materno, anche se, in altro modo, continua a vivere la fusione con la madre attraverso il nutrimento sia fisico, il latte, sia psicologico-relazionale attraverso le sue cure.
Nell'ipotesi della gestazione ci troviamo sul piano "pre-rappresentazionale". Il bambino è dentro l'utero materno, fuso e con-fuso, rappresentato attraverso la fantasia o l'idea che la madre si faceva di lui. Oggi l'esame ecografico sostituisce quella non conoscenza, quell'immaginazione che le madri, prima dell'avvento della tecnologia diagnostica, facevano sul proprio figlio.
La stessa non conoscenza del terapeuta di fronte ad un nuovo cliente. In effetti il portare dentro il bambino può essere ricondotto al portare dentro il paziente, fin dal primo contatto telefonico, prima ancora di vederlo.
L'ipotesi può, inoltre, essere estesa alla situazione dell'aver portato dentro di sé bambini/pazienti che hanno contribuito alla formazione e alla crescita professionale del terapeuta.
I pazienti rimangono dentro oltre le sedute, oltre gli anni e li ritroviamo nei casi clinici riportati nelle discussioni tra colleghi, presentati agli allievi come strumento di formazione, nelle supervisioni.
Questo aspetto "pre-rappresentazionale" del terapeuta, come quello della madre con il suo bambino, è composto da un linguaggio interiore, dalla ricerca di senso, da parole che si vorrebbero dire, ma che a volte è meglio tacere.
Dal latino gestare, la gestazione assume il significato di portare "continuamente" e "assiduamente".
L'intuizione di Freud di sedersi dietro al paziente, fuori dalla sua vista ha forse inconsciamente significato la possibilità di riprodurre l'esperienza della gestazione, nella quale i due soggetti sono un unico soggetto. Paziente e analista illusoriamente inclusi. Il primo "all'interno dello stesso oggetto" (pag.82) materno. Il secondo, che vede, registra, oggettivizza, pur fornendo le cure ambientali materne di un analista sufficientemente buono, si situa anche nell'ordine paterno.
Questo stato di regressione al pre-rappresentazionale non può essere sostenuto da tutti, ma per passare al "rappresentazionale" è necessario a volte un periodo di gestazione.
La disposizione naturale evolutiva trova luogo nella concezione psicoanalitica fin da Freud e in particolare modo è presente in Winnicott nella teorizzazione dell'ambiente facilitante.
Laddove il contenuto è vuoto o scarso, il contenitore non potrà essere riempito, La funzione materna descritta in termini biologici ha un impatto sul piano psicologico. Il nutrire si ampia di significati e si allarga al concetto di "come nutrire",
Dalla madre il bambino succhia energia fin dal momento del concepimento, ma ciò che è funzionale all'evoluzione è l'uso che viene fatto di questa energia da parte della coppia di opposti. In dall'inizio della vita è in nuce il cambiamento. Se non c'è inizio non può esserci cambiamento.
Afferma Bollas rifacendosi al "Tao Te Ching" che le parole "giungono dall'esperienza cui danno il nome". Concepimento, nascita, madre, bambino sono da essa separate perché "l'innominabile è l'inizio di tutto, sia la madre, sia il bambino" (pag. 81).
Ritorniamo a Winnicott e al suo concetto di unità, di fusione, di gesto spontaneo, di continuità dell'essere.
La Psicoanalisi che tiene conto del pre - verbale, del non detto, del conosciuto-non pensato, del sensoriale per arrivare al verbale, al detto e al conosciuto si riconnette alla "Via", al "Tao".
Nascita e Morte come passaggio da uno stato all'altro, inizio e fine, fine ed inizio.
Le implicazioni cliniche appaiono allora evidenti. Il concetto di "preconcezione" aiuta l'analista a concepire mentalmente il paziente, a portarlo nel suo grembo con una mente priva di preconcetti, una mente quieta che fa rotolare le parole dal cuore prima di dar voce alla razionalità.
Lo scambio di energia positiva durante la seduta dà senso alle parole e prepara risposte trasformative, evolutive e di cambiamento.
La predilezione di Winnicott sull'essere piuttosto che sul fare, sull'abbandono di qualsiasi schematismo teorico, sull'onnipotenza interpretativa del capire tutto e subito ci riporta alla considerazione che la madre o l'analista non sono solo la" cosa", ma rappresentano l'elemento strutturante del mondo degli oggetti, coloro che aprono le innumerevoli porte della "Via".
A patto, però, che abbiano permesso al bambino e al paziente, e aggiungiamo abbiano permesso a loro stessi, di fare quell'esperienza di "inattività' di cui scrive Lao Tzu (tra i tanti nomi con cui è chiamato Laozi):" Io vivo dentro mia madre, succhiando il suo latte" (pag. 84).
Molto interessante è la distinzione che Bollas fa del concetto di "inconscio primario rimosso" di Freud e della sua teorizzazione di "inconscio ricettivo".
Freud non nega le impressioni e le immagini provenienti dall'inizio della vita, ma esse secondo la sua teoria sono soggette ad amnesia. Bollas, al contrario, considera l'ipotesi che parti della mente conservino ricordi non rimossi e che essi formino "la matrice del sé" (pag. 85), "il mondo esistente prima delle parole, (prima che si formi) il mondo tra le parole" (pag. 87).
Ciò che nel pensiero orientale Lao Tzu chiama "presenza di forma", quel sentire, vedere, udire che non è né l'uno, né l'altro, ma che è l'uno e l'altro, quell'avvertire insomma qualcosa di intangibile, di inspiegabile, quell'esperienza, diremo, quasi mistica di una forma che esiste in noi senza esistere nella realtà concreta viene denominata da Bollas "tessuti di pensiero". Noi potremmo pensarli come trame nascoste che ci riportano al "mondo di pensiero del bambino e della madre, che comunicano a livello inconscio" (pag. 87).
Sono processi non descrivibili e non rappresentabili, ma riscontrati più volte in analisi, da terapeuti che accettano ciò che Winnicott afferma quando considera l'analisi "uno stato informe". Ed è proprio questo stato informe a creare le maggiori trasformazioni.
L'analista, come la madre,- per assumere il concetto di Bollas di oggetto trasformativo, -diventa anch'egli quell'oggetto trasformativo la cui funzione costituisce il presupposto inconscio cui aspira il paziente per guarire. Il " prima delle parole", la "Madre Primaria", il sogno, le origini, il grembo materno. Il paziente può sognare una presa in carico totale e incondizionata, per ri - sperimentare nel rapporto analitico il battito di due cuori, come un ritmo, fornito dagli incontri, che si ripetono di seduta in seduta.
"Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire". Sono le parole di Roberto Benigni nel film di Federico Fellini, "La voce della luna", per dire che la comunicazione tra due esseri viventi inizia con l'esperienza del silenzio e dei suoi suoni all'interno della madre.
La comprensione endospichica rappresenta per Bollas "il regno del conosciuto non pensato" (pag.89), il non rappresentabile, ciò che, però, dà origine alle cose, la "natura integra... una super coscienza... il campo dell'essere immateriale che agisce all'interno della mente come un'altra forma di coscienza" (pag. 90), ben distinta, però, dal Super - io freudiano, dalla consapevolezza che gli esseri umani non sono in grado di controllare totalmente se stessi.
Il percorso che Bollas conduce sul testo di Lao Tzu prende in esame suggestioni che possono essere utilizzate in senso psicoanalitico. L'importanza del pensiero inconscio come ascolto del proprio sé, "l'identificazione percettiva" (pag.93), come la capacità del sé di percepire in modo integro la realtà e di integrarsi con la "logica intenzionale dell'universo" (pag.93), considerando la personalità di ognuno un sé in movimento, con un idioma personale.
Ognuno di questi concetti apre altre suggestioni, ma soprattutto fornisce indicazioni relazionali per una clinica che tenga conto più dell'essere che del fare. I titoli dei capitoli sono di per sé evocativi di un percorso spirituale complesso: "La porta della vita", "Integrazione spirituale", "Verso il dovere interiore", "Felice ozio".
Proprio nei confronti dell'integrazione spirituale Bollas ricorre a Confucio e ai suoi insegnamenti.
Confucio è impegnato a cercare di "trovare la Via" e "di dare una struttura al sé" (pag. 98). Lao Tzu con la sua poesia "incarna la Via", che è l'origine di tutto, l'energia, la Madre primigenia, il pre - verbale, il sensoriale, l'inizio del nostro cammino nel mondo.
Se consideriamo le massime di Confucio riferendoci alla Psicoanalisi e in particolare modo a Bion, non possiamo fare a meno di pensarle come a degli oggetti introiettati che assumono le caratteristiche di riti ereditati, nell'intento di educare l'individuo ad essere migliore.
Le regole costruiscono il carattere. Anche nel mondo occidentale c'è un momento nella crescita del bambino in cui deve rispondere agli ordini imposti. Freud fa coincidere questo periodo con la fase edipica durante la quale avvengono tanti mutamenti e tante scoperte: la distinzione tra i sessi, la rinuncia alla madre come unico oggetto d'amore, l'impatto con la scena primaria. Anche nella concezione di Confucio l'edipo è presente, ma assurge come "una sfida al mondo naturale materno" (pag. 102).
Gli interrogativi che Bollas si pone sono tanti e possiamo riassumerli in un’unica domanda che include il rapporto del bambino con la realtà, con la famiglia, con la caduta delle illusioni infantili." Cosa fa il sé dopo il risveglio edipico?" (pag. 102). La risposta sembra essere quella che la mentalità confuciana "dissimula il conflitto edipico... sostituendolo con la pietà filiale". In tal modo la società orientale si allinea sulla stessa visione patrilineare di quella occidentale, non riuscendo a risolvere, però, l'enigma di quale strada hanno preso le strutture pre - verbali del sé.
Interrogativi non risolti, secondo Bollas, neppure dalla Psicoanalisi riguardo alla loro autonomia e alla loro internalizzazione.
"Il bambino che viene abbandonato (dalla madre oppure che ha dovuto abbandonare la madre diremo noi) lotta per la sopravvivenza, per temprare il sé e non soccombere all'agonia della perdita" (pag. 104).
L'unica via è dimenticare anche il ricordo. Ma possiamo dimenticare ciò che non è stato dimenticato, perché le parole non hanno saputo o potuto parlare?
Gli assiomi materni, il pre - verbale, il conosciuto non pensato hanno dato comunque " forma alla struttura dell'Io... (ed essi, gli assiomi), rimangono dentro di noi"(pag. 105).
Bollas li ritrova evocati sia nella poesia di Lao Tzu che nella Psicoanalisi per il valore meditativo insito in essa. Nel transfert emerge il "conosciuto non pensato" quando il paziente utilizza il terapeuta, anche in modo spietato, secondo Winnicott, come oggetto sul quale riversare gli elementi del sé infantile e quando quest'ultimo si rende disponibile ad essere utilizzato in tal modo, ossia come la "Via", l'origine di tutto e il mezzo per trovarla. Una seconda nascita per proseguire il cammino esistenziale verso il padre. La ricostruzione del mondo infantile del paziente, da parte di un analista che permette di esperire l'amore, l'odio, l'avidità, l'invidia, la riparazione, fa si che il paziente potrà fare un buon uso dell'oggetto e fare esperienza del suo vero sé.
Anche Freud aveva intuito l'importanza della funzione liberatoria delle angosce infantili dando loro spazio attraverso la tecnica della verbalizzazione senza censure che sovverte l'autorità.
Lao Tzu, nella cultura orientale, ha prediletto il vero sé espresso nella fusione tra il sé e l'altro, nel privilegiare gli aspetti empatici sul linguaggio, Confucio si è occupato soprattutto delle regole sociali," nella formazione di un presunto falso sé (pag. 108)... cercando di mettere insieme l'armonia sociale e individuale". (pag. 124).
Ciò non toglie che, se in apparenza le forme del pensiero di Confucio, di Winnicott e di Masud Khan nell'attenzione fornita, il primo all'osservazione delle norme sociali dissimulando così il complesso edipico, e i secondi ai processi regressivi, essi non abbiano considerato l'edipo. "I contenuti edipici rimossi son sempre disponibili per la de - rimozione e l'emersione, ma se sono stati ri - formati attraverso le difese e se queste difese si sono strutturate nell'ordine materno, allora le forme delle difese regressive diventano parte del sé (o della cultura) e rimangono come abitudini di vita (pag. 109).
Bollas ci invita a distinguere il contenuto e la forma del conflitto edipico, la rimozione dell'aggressività e dell'ansia che possono assumere carattere di trasmissione transgenerazionali.
Siamo di fronte ai due ordini, materno e paterno, e ai conflitti che possono essere contenuti o in parte risolti dalla famiglia che si configura come "quarto oggetto", nella rimodulazione del sé "ri - formato dagli stili e dalle leggi della famiglia"(pag. 110). L'origine del sé attraverso il materno, la "Via", e il "come trovarla" attraverso l'ordine paterno. Quale senso e quale utilizzo di essa?
Per rispondere a questo quesito, se rispondere si può, il nostro scrittore ci riporta tra il 369 e il 382 a.C. alle opere del filosofo Zhuangi che si interroga, come del resto in occidente gli esistenzialisti europei, tra cui Albert Camus, se nel mondo esiste la "suprema felicità" e se esiste o non esista una maniera per tenersi in vita e trova la soluzione nell'appagamento della "non - azione" (pag. 114), della mente libera, pura, vuota e calma (pag. 133), per evitare la monotonia del quotidiano.
In modo ardito Bollas paragona questo modo di sentire cinese alla tecnica terapeutica di Winnicott, dove la regola principale era rappresentata dall'esperienza di tranquillità che attraverso l'holding, "stato senza forma", veniva offerta al paziente attraverso il silenzio considerato il vero linguaggio primitivo dell'essere. I pochi interventi verbali rivestivano il carattere di un linguaggio immaginativo, quasi un atto poetico, una voce dell'inconscio, per sostenere, come la madre, l'essere in divenire.
Le differenze con le analisi freudiana e kleiniana riguardano, la prima, la presenza di una forte consapevolezza fornita al paziente dei suoi conflitti, la seconda, l'intrusione di interpretazioni sul versante proiettivo di parti del sé sull'analista.
Di contro l'analisi winnicottiana cercava di fornire al sé un linguaggio nuovo per un migliore utilizzo dell'oggetto/analista.
Afferma Winnicott, " la persona che stiamo cercando di aiutare ha bisogno di una nuova esperienza in una situazione specifica"(...).
Sospendere la ricerca di senso, per ascoltare l'armonia del sé, ci riporta alla condizione di inattività di Zhuangi.
Ma se l'esperienza di regressione al materno può rappresentare la conquista del sé, "come si può essere analizzabili se il sé non è stato incoraggiato a parlare?"(pag. 128). Questa la domanda che Bollas, - e noi con lui - , si pone. Enigma e sfida per le culture orientali e, a nostro avviso, per una psicoanalisi che si ferma al pre - verbale senza integrare modelli che usano il verbale, ma anche per una psicoanalisi che non consideri fondamentale nel lavoro analitico una madre "simbolica all'interno del transfert" (pag. 126), come oggetto trasformativo, da offrire al paziente.
Conciliando queste due visioni, orientale e occidentale, winnicottiana e freudiana si può arrivare ad un'integrazione "di questi due modi di essere e di pensare"(pag. 136), al passaggio dall'individuale al gruppale.
Il gruppo promuove una comprensione delle parti primitive del sé e rompe secondo Bollas la complessità edipica che viene considerata come il primo conflitto di gruppo.
Bion considera la "vita mentale di gruppo essenziale per la pienezza della vita individuale".
Bollas da valore alla mente di gruppo transgenerazionale e, così come cerca di conciliare il modo di pensare orientale con quello occidentale, vede la teoria winnicottiana integrata con quella freudiana. Se per Winnicott le libere associazioni costituiscono per il paziente una costrizione difensiva della mente, allo stesso modo possiamo invece considerarle un'espansione del sé.
La mente deve trovare in sé quello stato primigenio di vuoto, ma nello stesso tempo deve perdersi nei pensieri per ritrovare l'unità del sé.
Siamo nel 617-686 d.C. quando il coreano Wõnhyo considera i due stati della mente, uno "autentico così", l'altro come "produzione ed estinzione". Solo la contemplazione può rendere produttiva la mente ed esperire "l'illuminazionze originaria" (pag. 131).
Winnicott scrive: "È la appercezione creativa, più di ogni altra cosa, che fa sì che l'individuo abbia l'impressione che la vita valga la pena di essere vissuta"(...). Come Wõnhyo anche lo psicoanalista del middle group rifugge dalla mente adattativa in favore di uno spazio potenziale per una creatività spontanea che solo una mente libera può raggiungere. La funzione di un analista che non richiede e non si attende nulla promuove il cambiamento psichico del paziente.
Andando avanti nel tempo, tra il 1202 e il 1205, ritroviamo gli stessi concetti espressi dal poeta filosofo buddista coreano Chinul. "Se vuoi diventare un Buddha, comprendi che il Buddha è la mente." (pag. 133) e nel xx secolo da Winnicott nella teoria del vero Sé.
L'immagine poetica della mente libera come l'acqua che scorre, si oppone a quella ghiacciata che il sole non riesce a sciogliere se non dopo molto tempo, e ci riporta al lavoro analitico e al tempo necessario impiegato per sviluppare un'energia vitale.
La mente orientale anela ad un ideale di perfezione, di stato puro, quella occidentale è dominata dal conflitto.
Da Eschilo, Sofocle, a Sant'Agostino, a Shakespeare, ai romanzi, alle tragedie e saltando molti secoli, fino a Freud, i conflitti umani hanno dominato nella cultura dei nostri paesi.
Analizzando il pensiero Zen, Bollas individua nella sua filosofia il senso morale, confermato anche qui nel ritorno al materno, modello di armonia e di "soluzione ai lati violenti del comportamento umano". (pag. 136). Neutralizzare la violenza, fornire programmi di vita sana ed equilibrata, eliminare la distruttività, ritornare alla mente sana del rapporto madre / bambino.
Non è ciò che nel ritiro regressivo si verifica tra paziente e analista, secondo un’ottica winnicottiana? Ma se la guarigione di una mente malata viene raggiunta solo da singoli individui, l'esempio fornito nel mondo orientale si allarga al sociale. È quello che avviene passando dall'individuo al gruppo.
Ricordiamo Freud in "Totem e Tabù" (1913) e in "Psicologia delle masse e analisi dell'Io", (1921), testo tragico e profetico quest'ultimo in cui teorizza "la pulsione gregaria" (..) che si lega alla regressione della libido presente negli stati primitivi dello sviluppo, e introduce, se pur in modo implicito ciò che Bollas afferma, "l'effetto inesorabile dell'evoluzione della vita di gruppo" (pag. 138).
Teorizzazione ripresa da Bion nello studio sistematico sui gruppi, con l'inizio della Psicoanalisi di gruppo. È significativa la considerazione circa il fatto che ambedue gli psicoanalisti abbiano assistito ai conflitti che hanno devastato il mondo.
Partendo dal Daoismo e dal Buddismo che auspicavano la realizzazione del sé intimo, al Confucianesimo che enfatizzava il sé sociale, il mondo orientale ha mantenuto vivo l'intreccio tra l'individuale e il gruppale.
"E se la psicoanalisi - che è la quintessenza della psicologia del e per il sé - dovesse re - inquadrarsi intorno al gruppo piuttosto che intorno all'individuo? E se si dovesse iniziare con il gruppo e la sua psicologia e poi procedere a integrare la realtà del sé? (pag. 146).
Freud afferma che "la psicologia della massa è la psicologia umana più antica.... La pulsione omicida all'interno del gruppo" (Freud, pag. 311), che porta all'uccisione del padre usurpandone il potere e sconfermandone la sua funzione individuale." Nonostante quest'affermazione egli resta legato all'ordine paterno, contrariamente a Bion che sostiene l'interdipendenza tra individuo e gruppo, che si comporta con una specifica mentalità per ogni gruppo.
Avevamo sottolineato la tensione sociale di Bollas presente in questo saggio, e anche in molti altri suoi lavori. " Ci troviamo di fronte al compito di immaginare come le prospettive daoista, confuciana, buddista zen e psicoanalitica possono combinarsi per dare forma a un progetto per la comprensione psicologica dell'animale umano, della vita individuale e di gruppo"(pag. 153). In effetti ciò che queste filosofie poetiche hanno evidenziato si ritrova nei concetti psicoanalitici: relazione madre - bambino, complesso edipico, latenza, adolescenza, gruppo.
Forse, sostiene Bollas, il divario non è così ampio, forse "nel corso di molti secoli la specie umana ha avuto una preconcezione della psicoanalisi... (e forse) la pratica della psicoanalisi è possibile in qualsiasi cultura" (pag. 153, 155).
Egli afferma che "La saggezza della psicoanalisi non risiede nelle sue diverse teorie della mente o dello sviluppo psichico, ma nel processo che essa fornisce"(pag. 156).
La psicoanalisi è meditativa, si avvale della rêverie. Paziente / analista sono persi nei pensieri di tante sedute, in un flusso di coscienza, "all'interno della struttura della mente come processo... nella matrice endopsichica che è la mente stessa"(pag. 157), in un ascolto del proprio passato paradossalmente nel potere del silenzio, per dare voce all'inconscio.
In tal senso "la nostra mente può essere pensata come un'oggettivazione di molti diversi stati del sé, sentimenti e condizioni"(pag. 162). Bollas chiedendo ausilio a Rosenfeld che considera la mente come gruppo, apre la via ad una nuova psicoanalisi.
La concezione di Rosenfeld del gruppo come oggetto trasformativo, stimola Bollas a pensare di "correlare la psicoanalisi in Occidente e in Oriente (riunendo) la tradizione eremitica del Daoismo e del Buddhismo con l'etica sociale di Confucio e dei neo - confuciani... nel tentativo di costruire una mente che possa agire in due mondi: il mondo interno della rappresentazione mentale e il mondo esterno delle azioni articolate... per creare una mente di gruppo transgenerazionale" (pag. 163)
Un'ambizione che si sta verificando sia nella Psicoanalisi che abbraccia forme pre - verbali di rappresentazione del sé nella pratica clinica, sia in Oriente con la presenza "di gruppi e centri di studio clinici che meditano e riflettono su questi problemi" (pag. 31).
A questo punto dobbiamo interrogarci sul senso di questo libro.

Conclusione
E se il tentativo di Bollas nell'individuare la rimozione del paterno in Oriente e del materno in Occidente fosse quello di operare una de - rimozione antica e di riunificare due aspetti scissi di un'unica mente psicoanalitica che nel tempo ha preso due strade diverse?
Una sfida che la Psicoanalisi oggi non può perdere. I pazienti che vanno in analisi sono tormentati dal disastro della loro vita e della sofferenza che l'altro in genere sempre procura. Molte persone vivono la vita al di fuori della vita stessa e hanno smarrito il contatto con la vita in quanto oggetto. La suggestione di Bollas di riandare al materno, rappresenta una nuova nascita attraverso il lavoro mutativo della Psicoanalisi, per liberare l'individuo dal trauma di essere stati bambini, nati tra inferno e paradiso, tra seno buono e seno cattivo. Il transfert è trascendenza, discendere nel passato per rinascere.

Bibliografia
Bollas, C. (1987) L'ombra dell'oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato. tr. It. Borla, Roma, 2007.
Bollas, C. (2006) Buio in fondo al tunnel. Antigone Edizioni, Venaria Reale (To).
Bollas, C. (2013) La mente Orientale. Raffaello Cortina Editore, Milano,.
Freud, S. (1921), Psicologa delle masse e analisi dell'Io. Trad. it. In Opere, vol. 9. Boringhieri, Torino 1977 (pag. 305).
Freud, S. (1913), Totem e Tabù. Trad. it. In Opere, vol. Boringhieri, Torino, 1977.
Matte Blanco, I(1981). L'inconscio come insiemi infiniti. Einaudi, Torino, 1981.
McWilliams, N. La diagnosi Psicoanalitica. Astrolabio, Roma,1999.
Phillips, A. (1995) Winnicott. Biografia intellettuale. Armando editore, Roma.
Romano Toscani, R. (2010) Il sogno di Omàr. Editori Riuniti, Roma.
Winnicott, D. W. Sviluppo affettivo e ambiente. Tr. It. Armando, Roma,1970.
Winnicott, D.W. (1971) Gioco e Realtà. Tr. it. Armando, Roma, 2005.
Winnicott, D.W. (19711b), Il gioco attività creativa e ricerca del sé. Tr. It. In Gioco e realtà. Armando, Roma, 2005.

Filmografia
Robert Zemeckis, Forest Gump, 1994.

 

Scarica l'Articolo in Pdf

Relazione presentata alla Giornata Nazionale di Studio

PSICOSI E DINTORNI

Crolli. Rotture della continuità dell’essere e agonie primitive: costruire percorsi

Sabato 12 Maggio 2018

 

 

L’esperienza della crisi all’inizio e  durante il percorso psicoterapeutico.
Strumenti di cura

Marta Vigorelli

 

Cari colleghi vorrei condividere con voi alcune esperienze cliniche, che già tempo fa ho avuto modo di comunicare in varie occasioni e anche di scrivere sulla nostra rivista; si trattava allora di psicoterapie in corso, che ora sono state concluse con follow  ripetuti, a scopo di ricerca. Questi casi sono stati un’occasione preziosa per tradurre, declinare le esperienze realizzate per molti anni nel contesto psichiatrico istituzionale, all’interno di un setting privato, facendo dialogare il vertice della psicoterapia  psicoanalitica con quello della psichiatria psicodinamica, con lo sfondo del modello bio-psico-sociale. Spesso diamo per scontata la connessione tra questi ambiti, rischiando una dissociazione che non aiuta certo i processi di cura dei nostri pazienti. Oggi vorrei quindi discutere con voi su come possiamo invece rendere fecondo questo difficile connubio, nell’ottica di quella “estensione della psicoanalisi” promossa da Kaes e dal recente volume curato da Bastianini e Ferruta (2018) e soprattutto dalla storia della nostra SIPP (Barbieri e Cogo 2003; Giavedoni 2003; Scoppola 2003; Vigorelli 2003)
La riflessione parte da alcuni interrogativi che mi sono posta come psicoterapeuta psicoanalitico impegnata in alcune fasi particolarmente accidentate del percorso clinico, esperite nella stanza di psicoterapia. Li formulerei in questo modo: con quali strumenti possiamo affrontare l’evento della crisi del paziente quando si manifesta all’inizio o durante una o più sedute come emergenza di una processualità in atto? Come affrontare i diversi livelli di aree primitive che precipitano d’improvviso nel campo analitico e quale funzione svolge il farmaco o l’eventuale ricovero o il supporto assistenziale nel complesso dei “mediatori” che possiamo utilizzare?
Quale memoria rimane e come questi eventi vengono poi rielaborati  nel continuum del percorso terapeutico?
Si tratta in sintesi, di valutare a quali condizioni la crisi si orienti verso una trasformazione che possiamo considerare evolutiva, tenuto conto che non è per nulla facile distinguere se il momento relazionale che stiamo vivendo e condividendo con il paziente – usando un’efficace espressione di Bion -“stia cadendo in rovina o stia giungendo alla maturità” nella direzione cioè di una crescita e di un incremento del senso di Sé  e di una consapevolezza emotiva [Bion 1974, 268].                 

Il concetto di crisi
Il termine è ampiamente usato e applicato a svariatissimi ambiti, accenniamo ad alcuni significati: dal greco (κρίσις), che significa  “separare” (nella pratica agricola) e negli ideogrammi cinesi viene rappresentato con un duplice significato, quello di “pericolo” e  di “opportunità” … nel linguaggio della psicologia del ciclo di vita la crisi allude ad un’esperienza di rottura e di cambiamento che attraversa l’esistenza di ciascuno  - ben conosciamo i travagli e le turbolenze che accompagnano la nascita, le prime separazioni infantili, l’adolescenza e anche la vecchiaia – oggi però come ci dicono Benasayag e Schmit i due psicoterapeuti di adolescenti, “tecnici della crisi”, questi fenomeni sono amplificati dal fatto che si inseriscono essi stessi in una “società in crisi”, in modo permanente, oltre i confini dello spazio e del tempo.
Ma veniamo al nostro focus, questo concetto in riferimento alla psichiatria psicodinamica: qui la crisi è spesso sinonimo di “psicosi acuta” o di “esordio psicotico” (nel caso di una sua prima comparsa nella scena mentale del paziente) ed è generalmente associata ad un fallimento del rapporto tra il soggetto e il suo ambiente di vita quotidiano. Non occupando nella classificazione psicopatologica uno statuto teorico definito e chiaro, è un termine che si presta ad esprimere (più di altri) l’intreccio tra un livello clinico e un livello operativo, una modalità di intervento più duttile rispetto al quelle codificate dell’ospedalizzazione; tende quindi a proporre un approccio meno rigido e  più aperto ad un confronto e a un’integrazione con metodologie terapeutiche diverse. Non a caso le sperimentazioni relative al trattamento di “crisi” realizzate in USA, Inghilterra, Francia e Svizzera a partire dagli anni ’60 costituirono dei punti di riferimento fondamentali per l’avvio di una più ampia trasformazione del sistema custodialistico manicomiale nel suo complesso. A questo proposito il contributo della scuola di Pavia di De Martis e Petrella pubblicato ormai dal 1989, illustra con sufficiente ampiezza e ricchezza di dati la convergenza di molteplici punti di vista (sistemico, organicista, relazionale..) all’interno del panorama psichiatrico internazionale sulla complessità del tema La crisi psicotica acuta [De Martis, Barale, Caverzasi 1989]
Forse è proprio questa condizione di sospensione, di incertezza sul futuro e di attesa suscitata dalla tensione relazionale che esprime sofferenze di grande intensità a costituire un terreno fecondo per una riflessione multidimensionale che ha recuperato al suo interno anche l’apporto di una serie di contributi provenienti dalle discipline interessate allo studio dell’evoluzione dei sistemi viventi complessi: la teorie generale dei sistemi [Berlanffy 1967 e Morin 1976] il modello epigenetico di Waddington e la teoria delle catastrofi. [Thom 1972]
In questa ottica, dalla psichiatria psicodinamica provengono anche alcune metafore della crisi che hanno generato importanti trasformazioni nei dispositivi di cura a circa dieci anni di distanza: negli anni ’80 la metafora del “precipizio e della rete di sopravvivenza” - l’équipe -  di Petrella, e negli anni ’90 la metafora “dell’ondata emozionale che si propaga in un campo di forze “ delineata da Correale, quando la crisi  nei pazienti molto gravi, necessita una serie di contenitori multipli tra loro integrati: la coppia, la microéquipe, l’équipe nel suo complesso e il contesto istituzionale .
Per quanto concerne la tradizione psicoanalitica, la crisi è stata in prevalenza pensata nell’ottica della diacronia in relazione ad una ipotetica continuità, a una sequenza di piccoli e grandi eventi ricostruibile après coup, che acquista senso solo nella processualità, di cui l’analisi o la psicoterapia fondamentalmente si occupano; la crisi perde quel carattere di evento discontinuo e imprevedibile che irrompe come “altro” “alieno” che può però aprire la possibilità di una diversa “storia “ latente o inattuata nel mondo interno del soggetto. [Barale Ucelli 1989]
Per la patologia grave in particolare, abbiamo a disposizione i modelli teorico-clinici elaborati da Kaes negli anni ’70 [Kaes R., Kaspi R., Anzieu D., Bleger J., Guillaumin J., Missenard A. 1979]e da Racamier  negli anni ’80 [Racamier Taccani 1981-1982] che sviluppano le riflessioni di Winnicott a proposito del break-down patologico inteso come crollo nella direzione di una disintegrazione e la concettualizzazione di Bion elaborata in diversi momenti della sua opera (1965; 1970; 1973-74) sul “cambiamento catastrofico” (Catastrophic change ) inteso invece non come malattia, ma come sviluppo irruento (break-up) o “prorompere disordinato” (break-through) che accompagna tutte le trasformazioni psicoanalitiche e soprattutto quelle che tendono a un’integrazione tra parti psicotiche e non psicotiche della personalità.
Un elemento importante accomuna questi modelli di comprensione e di trattamento:
la constatazione di come la crisi evidenzi una complessità della mente “attorno alla quale si coagula la formazione di apparati psicosociali, di gruppo e culturali”; essi sono destinati ad assicurare la continuità del Sé e al contempo possono contribuire a generare un’occasione di crisi. La crisi rivela così l’origine e la consistenza delle risorse su cui si regge la solidità della sfera psichica, “i punti di appoggio dello psichismo” rappresentati da: “il corpo, la madre, il padre, il gruppo familiare, il Sé con le sue strutture; ogni struttura psichica ricorre a più appoggi interdipendenti e, nel momento in cui essi vengono meno, possono subentrare notevoli mutamenti qualitativi all’interno della struttura stessa.”[1] Il trattamento di conseguenza “sarà l’esercizio di una pratica psicoanalitica centrata sull’elaborazione dell’esperienza di crisi attraverso la mediazione di un lavoro sulle dimensioni psicosociali e in particolare di gruppo, della personalità ”(Kaes 1979).
Una particolare attenzione di questi autori viene rivolta alla rottura del contenitore “Io- pelle”[Anzieu 1979][2] che nella crisi non comporta solo un cedimento del Sé e un arresto delle funzioni dell’Io, ma anche un potente sconvolgimento psicosomatico.
Nello spazio-tempo della seduta tutto ciò si manifesta attraverso una prevalente comunicazione del “corpo sensoriale, posturale e motorio” che esige una messa a punto dell’assetto dell’analista e una modificazione del setting classico con l’utilizzo di mediatori specifici pre-verbali “gesti corporei, mediatori desessualizzati e simbolici al contempo”. Il mediatore psicofarmacologico, non viene esplicitamente tematizzato dai francesi, ma diffusamente invece dagli psicoanalisti- psichiatri italiani, in particolare Zapparoli: di fatto entra nella prassi psicoterapeutica della crisi inizialmente come elemento “alieno” e in seguito come condizione indispensabile per rendere il paziente accessibile alla stessa relazione terapeutica [Zapparoli 1988, 185].

La crisi all’ avvio del processo psicoterapeutico
Alla luce di questo quadro teorico la nozione di crisi consente dunque di collegare registri diversi e di grande complessità: passaggi cruciali dell’esistenza umana in generale e crolli patologici che coinvolgono l’individuo e il gruppo familiare e sociale, la psiche e il soma. Comporta sempre la rottura di un equilibrio e un cambiamento con elementi di incognita circa il suo esito, uno svolgimento temporale con segnali di inizio, un’acme connessa all’urgenza di intervento e un termine.
Al contempo possiede delle caratteristiche specifiche che ci inducono ad elaborare un metodo specifico di intervento a livello clinico; proprio per questo mi pare possa costituire un oggetto di ricerca peculiare per la psicoterapia psicoanalitica volta a declinare in modo flessibile l’assetto analitico in differenti contesti di cura.
n questo intervento vorrei proporre anzitutto, due situazioni di crisi che ho incontrato all’inizio del percorso psicoterapeutico e che hanno consentito la messa a punto di due strumenti esterni alla stanza d’analisi, ma ad essa collegati attraverso una mia indicazione e un lavoro di tessitura. Il terzo esempio sarà più dettagliato e presenterà invece una crisi durante il processo psicoterapeutico, come momento di svolta evolutiva. (Non entrerò in merito alle crisi borderline, che ormai sono molto presenti nei nostri studi, ma che esigerebbero un approfondimento che ora non c’è tempo di affrontare).

PRIMO ESEMPIO CLINICO   Emanuela e la rete di salvataggio
Descrive un intervento iniziale per un crollo depressivo del Sé a seguito di uno sradicamento ambientale e di una fragilità di base che necessita di un setting allargato con l’inserimento al domicilio della paziente di una rete di supporto con figure professionali diverse (educatrice, fisioterapista, medico di base) integrata con la coppia psicoterapica, che consente l’avvio di un percorso evolutivo di crescita con esito positivo.

SECONDO ESMPIO CLINICO Flavio e il ricovero nell’ospedale di montagna: break down psicotico
Presenta un caso di depressione maggiore che, dopo pochi mesi di psicoterapia e le sollecitazioni di una relazione sentimentale molto coinvolgente, in una fuga da entrambe, vive un episodio delirante acuto che la psicoterapeuta riesce a monitorare da lontano con un ricovero appropriato e un intervento con i familiari. Questo evento di rottura, solo parzialmente elaborabile, consente nella ripresa della psicoterapia una ristrutturazione del campo relazionale del paziente e un cambiamento della qualità della vita quotidiana, senza più ricadute nella crisi psicotica.

TERZO ESEMPIO CLINICO La crisi come “break-through” (prorompere disordinato) nel processo psicoterapeutico: Mara. Caso clinico di isteria
Descrive una crisi, caratterizzata da acting aut distruttivi nella stanza di psicoterapia, dopo due anni di trattamento a tre sedute settimanali sul lettino, in una fase cruciale di perdita del supporto ambientale e di decostruzione delle difese idealizzanti e di potenziale evoluzione; l’introduzione della figura dello psichiatra e dello psicofarmaco, l’intensificazione delle sedute e regolazione dei contatti consentono lo spazio per una profonda rielaborazione dei vissuti traumatici riemersi nel continuum del trattamento e un proseguimento più autentico della relazione terapeutica e della vita creativa della paziente.

Strumenti per la crisi
Vorrei soffermarmi  su alcune questioni tecniche collegate al momento di crisi che si può manifestare durante il decorso di un trattamento privato: molti sono i modi per affrontarla e non ultimo, qualora la relazione si riveli insostenibile, la possibilità di un ricovero in una situazione di contenimento globale. Il problema è, come sempre, la scelta di un modo specifico, ad hoc per ciascun paziente e l’elaborazione di veicoli comunicativi che possano rendere anche questo tipo di esperienza realmente psicoterapeutica.
Se la crisi costituisce di per sé la rottura di un continuum, talora la tendenza alla frammentazione o il rischio di un agito autolesivo e la mancanza di un ambiente di sostegno esigono la massima protezione. E comunque, non ogni struttura o Reparto si  equivalgono e la ricerca deve tener conto di svariati fattori, che vanno dalla qualità della cura, all’esigenza di riservatezza, alla vicinanza, ai costi ecc.: ben diverso è il caso di un paziente istituzionale grave che è stato abituato ad ampliare il proprio investimento su tutta l’articolazione territoriale, a cui appartiene di fatto anche il Reparto di Diagnosi e Cura; per cui riesce ad accettare il ricovero perché esiste un continuo collegamento tra il suo luogo di cura abituale e l’ambito “eccezionale” della crisi. E ben sappiamo come questa esperienza di holding nella regressione si riveli efficace  quanto più è possibile una integrazione tra questo momento “acuto” e il successivo  “subacuto” che comporta un accompagnamento del paziente verso il reinserimento nel contesto quotidiano, sia di cura che di vita.
Dal momento in cui, per la prima volta, mi capitò di prendere una simile decisione con un paziente privato, cominciai ad attrezzarmi cercando di ricreare in questa situazione specifica, gli elementi essenziali di una rete di riferimento (comprendente uno o due cliniche possibilmente convenzionate, colleghi psichiatri, infermieri, fisioterapista, internisti ecc.) che ritengo condizione imprescindibile per poter lavorare senza gravi rischi, con le patologie che sempre più frequentemente arrivano nei nostri studi.  Questa sta diventando ormai una consolidata abitudine di gran parte degli psicoanalisti e degli psicoterapeuti: d’altro canto come potrebbero essere pensabili i geniali risultati dell’ inventività clinica di un Searles o di un Racamier senza quegli straordinari “contenitori” esperienziali e istituzionali che sono stati la clinica di Chestnut Lodge e la Comunità della Velotte, che garantivano di poter lavorare con pazienti borderline e psicotici in condizioni di cura, ma anche di piena sicurezza ?
Non essendo Searles o Racamier…a maggior ragione.
Vorrei ritornare un momento sui problemi relativi alla metodologia di invio (circa il venticinque- trenta per cento dei miei pazienti ha avuto in momenti diversi questa necessità): nella mia esperienza non si è comunque rivelato sufficiente affidare al paziente un nominativo di collega o una generica proposta di assunzione farmacologica. Questo può valere quando le acque sono calme e il paziente ha già una certa sensibilizzazione in merito. Ma in stati di pre-crisi o crisi, quello che si è dimostrato maggiormente efficace è stato un lavoro di tessitura relazionale preparatorio tra il setting psicoterapeutico e gli altri eventuali setting (come nella prima situazione che ho presentato) e, al di là di una garanzia di competenza, la scelta di un tipo di psichiatra adatto (età, identità di genere, tratti di personalità) ai problemi specifici che manifesta il paziente.
Per quanto riguarda le due pazienti di cui ho parlato, avvertivo come, nonostante la gravità della situazione, fosse fondamentale garantire una continuità di vita (fecero qualche assenza, ma furono in grado di mantenere il lavoro) e di presenza della mia funzione:  stante la solitudine e il loro isolamento sociale la psicoterapia era in quel momento l’unica possibilità di sopravvivenza psichica. Sentivo che solo dalla “stanza della psicoterapia”, da quel punto stabile, pur conquistato con un alto costo emotivo, poteva partire un allargamento o apertura ad altre figure terapeutiche.
In particolare per M. l’accurata preparazione all’incontro con il collega (importante che fosse una figura maschile e di una certa età), prima lasciato sullo sfondo, poi entrato tempestivamente a triangolare la relazione,  il flusso di informazione tra noi, l’attribuzione di significato al nuovo farmaco anche da parte mia furono elementi importanti per non ricreare le “personificazioni” del teatro isterico o ulteriori scissioni, anche se tuttavia queste possono essere fasi di passaggio di una processualità in atto. Per favorire, in definitiva, un’esperienza strutturante e il più possibile integrativa.
Quanto all’uso del telefono, come veicolo di contatto terapeutico e oggi di sms e quanto all’elaborazione delle numerose “azioni “ e “oggetti” parlanti (nel senso di Racamier) che seguirono nel decorso successivo, questo caso è stato per me una possibilità di apprendimento esemplare insieme all’esperienza comunitaria di vita quotidiana con i pazienti psicotici. Questi “mediatori”  possono rappresentare gli elementi di una sorta di laboratorio che possiede molte analogie con “la stanza del gioco” e con le modalità della terapia infantile e costituiscono, a mio avviso, dei connettivi sensoriali molto importanti per avviare processi di mentalizzazione. Essendo strumenti naturali nelle relazioni umane, ma nuovi nella pratica psicoterapeutica esigono pertanto un attento dosaggio, timer e objet presentig nel senso dell’oggetto o dell’azione giusta al momento giusto.
Si tratta di un complesso e paziente lavoro di cura fondato su un setting interno continuamente da calibrare che si costruisce su una miriade di micro-esperienze di internalizzazione relative allo studio teorico-clinico, alla prassi osservativa e alle indicazioni provenienti dal lavoro con altri pazienti, all’utilizzo delle indicazioni del  controtrasfert e della propria vita personale.
Nei momenti difficili cerco di tener presenti soprattutto due coordinate fondamentali: la necessità di garantire un senso di “responsabilità nella sicurezza”[3] e al contempo un’“attendibilità e sopravvivenza del terapeuta senza ritorsioni “ partendo dal riconoscimento dei bisogni del paziente.
Si tratta quindi di non negare le risonanze invasive della distruttività della relazione e al contempo recuperare, momento per momento, una capacità di attesa senza cortocircuiti: emozioni potenti e contradditorie, a cui si può aggiungere nel perdurare del momento subacuto, un vissuto globale di oppressione e grande affaticamento. Ma come può un’unica mente (quella dell’analista o della madre appunto) metabolizzare livelli emozionali d’intensità così elevata, o aspetti del campo che si collassano, aree informi  del “conosciuto non pensato”(Bollas, 1987) senza assorbire tutto ciò in un puro rispecchiamento che non può restituire nulla di trasformativo?

 Come è possibile integrare questi stati in una rêverie organizzante?
Nel tentativo di rispondere parzialmente a questi interrogativi, vorrei inserirmi nell’orientamento di pensiero che i contributi di Boccanegra e Correale hanno portato alla psicoanalisi italiana nel campo delle patologie gravi, a partire dai primi anni ‘90: riprendendo un tema ancora in via di esplorazione, la tesi sostenuta è che la particolare trasmissione di emozioni nella coppia terapeutica, con effetti controtransferali di grande impatto, assuma caratteri molto specifici che possono disorganizzare la mente del terapeuta. La discussione in gruppo di consulenza o tra colleghi, tra psicoterapeuta e psicofarmacologo e altre figure che si occupano anche temporaneamente del paziente permette l’attivazione, nel gruppo stesso, di particolari sequenze narrative che contengono in sé la capacità di condensare, organizzare e dare forma a tali emozioni. La mente gruppale, può offrire attraverso la costruzione di scenari condivisi la possibilità di con-tenere dentro di sé vissuti del paziente e propri, in attesa del riattivarsi della rêverie e una guida per orientare cognitivamente l’atteggiamento empatico verso il paziente (Correale 1995, 78-79).
“Vorrei fare l’ipotesi - propone Correale - che il gruppo abbia questa capacità in misura particolare, perché dotato specificamente di un’attitudine condensante.(…)  il gruppo tende per sua natura, non solo a stabilire un filo associativo tra interventi, ma a inglobare per così dire i precedenti interventi nei nuovi. Più precisamente, vorrei sottolineare quanto molti - e in particolare Corrao (1981) – hanno già ripetutamente indicato e cioè che nel gruppo ogni intervento si associa ai precedenti, non solo secondo le leggi ben note di somiglianza (metafora) e contiguità (metonimia), ma anche secondo le leggi della trasformazione-interpretazione di quanto detto. Questo fenomeno avviene naturalmente in ogni relazione, ma sembra nel gruppo particolarmente sviluppato, probabilmente a causa della più o meno intensa depersonalizzazione sempre presente nei gruppi”(Bion 1970; Correale 1993). (ibidem)
Si verifica così che il gruppo possa essere considerato una sorta di potente dispositivo interpretativo e condensante, che tende a produrre scene il cui uso esplicativo chiarisce, organizza e illumina gli elementi sparsi preesistenti con maggiore facilità rispetto alla situazione individuale.
Nella mia esperienza so per certo quanto il gruppo sia imprescindibile per la comprensione dei casi clinici istituzionali; anche per i casi privati però, poter contare su un allargamento rappresentato da un gruppo di discussione clinica (nell’ambito della nostra appartenenza) piuttosto che da qualche collega con cui si è stabilmente in sintonia, costituisce una possibilità di decompressione, di distanziamento e “messa in forma”, di grande aiuto.

IN SINTESI : ESEMPI di  SETTING  PER LA CRISI

PRIMO CASO (microéquipe)
Una seduta di psicoterapia quotidiana
Supporto domiciliare di una educatrice.
Intervento di un fisioterapista (una settimana) che opera con una tecnica di rilassamento
Contatto con un medico di base per i sintomi somatici.
Successivamente alla crisi invio a una psichiatra e inizio assunzione psicofarmacologica integrata.

SECONDO CASO
Ricovero
in Reparto di Diagnosi e cura (contatto continuo tra psicoterapeuta e medici) e introduzione della psicofarmacologia.
Colloquio con i familiari: moglie e figlia (invio in psicoterapia)
A conclusione dell’acuzie: ripresa della psicoterapia vis à vis una volta a settimana

TERZO CASO
Quattro sedute
settimanali vis à vis, un contatto telefonico quotidiano di cinque minuti (gratuito), il colloquio con lo psichiatra quindicinale, psicofarmaco (un neurolettico a basso dosaggio e un ansiolitico per il sonno).

 

BIBLIOGRAFIA
ANZIEU D. (1979) L’evoluzione dell’analisi transizionale nella psicoanalisi individuale. In: Crisi, rottura e superamento. L’analisi transizionale come intervento psicoanalitico sulla crisi. Centro scientifico Torinese, Torino, 1987.

APARO A., CASONATO M., VIGORELLI M.(1999), Modelli genetico evolutivi in psicoanalisi, Bologna, Il Mulino.

BARALE F., UCELLI S. (1989), Il vaso di Pandora: riflessioni sull’esperienza psicotica acuta, in: DE MARTIS D. BARALE F. ecc. cit.

BARBIERI A., COGO E. Psicofarmaci e psicoterapia: il lavoro dell’ “équipe di due” in Psicoterapia Psicoanalitica, ANNO X, N 1, 2003, pp.112-122.

BERTALANFFY L. von (1967), Il sistema uomo, Milano, Isedi, 1971.

BION W.R. (1965), Trasformazioni. Il passaggio dall’apprendimento alla crescita, Roma, Armando, 1973.

BION W. R. (1970), Attenzione e interpretazione. Una prospettiva scientifica sulla psicoanalisi e sui gruppi, Armando, Roma, 1973.

BION W.R. (1974), Seminari Brasiliani, 2. Il cambiamento catastrofico, Torino, Loescher, 1981.

BOLLAS C. (1987) L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato. Roma, Borla 1989.

BOLLAS C. (2000) Isteria, trad. Raffaello Cortina, Milano (2001).

CHIARI  P. (2018), Inconsci che si incontrano: l’esperienza psicoanalitica in situazioni di crisi. Riflessioni a seguito dei lavori del gruppo di studio del Centro Milanese di Psicoanalisi sulle “esperienze psicoanalitiche” Bastianini T., Ferruta A. (a cura di) La cura psicoanalitica contemporanea. Ed.  Giovanni Fioriti.

CORREALE A. (1991) Il campo istituzionale, Roma, Borla.

CORREALE A. (1993) La supervisione nei servizi pubblici. In: Psichiatria nella comunità, Torino, Bollati Boringhieri.

DE MARTIS D. BARALE F. CAVERZASI E.(a cura di) (1989), La crisi psicotica acuta, Roma, Borla.

FERRO F.F. , RIEFOLO G. (2006) Isteria  e campo della dissociazione, Roma Borla.

FUNARI E. (a cura di) (1986), Il Doppio, Milano, Raffaello Cortina.

GADDINI E. (1985) Acting out nella situazione analitica,  in Scritti  p.535-550, Raffaello Cortina, Milano.

GIAVEDONI A. Il ruolo del farmaco nella relazione psicoterapeutica: oggetto trasformativo o conservativo? In Psicoterapia Psicoanalitica, ANNO X, N 1, 2003, pp.63-74.

KAES R. KASPI R. ANZIEU D. BLEGER J. GUILLAUMIN J. MISSENARD A. (1979), Crisi, rottura e superamento. L’analisi transizionale come intervento psicoanalitico sulla crisi. Torino, Centro Scientifico Torinese.

KAES R., SOMMANTICO M. (2015) L’estensione della psicoanalisi. Per una metapsicologia del terzo tipo. Milano, Franco Angeli, 2016.

LICHTENBERG  J. D. (1989) Psicoanalisi e sistemi motivazionali, Milano,  Cortina, 1995.

MORIN E. (1976), Pour une crisologie. Communications, 25.

PETRELLA F. (1989) Terapia delle crisi psicotiche acute: un’introduzione.

In DE MARTIS D. BARALE .F. CAVERZASI E. cit.

PETRELLA  F. L’isteria oggi ( 1977) in Turbamenti affettivi e alterazioni dell’esperienza, Milano, Raffaello Cortina, 1993.

RACAMIER P.C. TACCANI S. (1986), Il lavoro incerto. La psicodinamica del processo di crisi, Pisa, Edizioni Del Cerro.

RACAMIER P.C. (1992), “A proposito dell’ingranamento”, in Interazioni, n. 0, pp. 61-70.

RIEFOLO G. Note sulla funzione della falsità e dell’autenticità nelle organizzazioni borderline, Interazioni, 19, 1, 9-19, 2003.

SCOPPOLA L. Spazi condivisi della cura: tra gruppalità, integrazione somatopsichica e interazione psicofarmacologica, in  Psicoterapia Psicoanalitica, ANNO X, N 1, 2003, p. 123-138.

SEARLES  H.F. (1965), Scritti sulla schizofrenia, Torino, Boringhieri, 1966.

THOM R. (1972) Stabilité structurelle et morphogenèse. Benjamin Ediscience, Paris.

VIGORELLI M. Spazio terapeutico e avvio dei processi di integrazione. In Gli Argonauti, vol. 37, giugno 1988, pp.115-122.

VIGORELLI M. Metafore della crisi e mediatori per l’intervento clinico, in Psicoterapia Psicoanalitica, ANNO X, N 1, 2003, pp. 95- 111.

WADDINGTON C.H. (1975), Evoluzione di un evoluzionista, Roma Armando,1979.

ZAPPAROLI G.C. (1988), La psichiatria oggi, Torino, Bollati Boringhieri.

WINNICOTT D.H. (1963), “La paura del crollo”, in Esplorazioni psicoanalitiche, Milano, Raffaello Cortina, 1995.

 

[1] Un esempio è ciò che si verifica nel caso degli emigrati o dei disoccupati in cui la crisi interviene come rottura della continuità garantita da un’eredità culturale o da un sistema di tradizioni e abitudini. Da questo punto di vista le osservazioni etnopsichiatriche sull’aumento delle buffèes deliranti nelle società africane in via di profonda trasformazione possono essere comprese come esito della disgregazione del gruppo primario e del sovvertimento dei suoi codici. Il delirio, come stato psicotico transitorio, diventa allora una via d’uscita, la miglior soluzione possibile, quando il soggetto ha perduto il contenimento e l’assistenza del gruppo.

[2] Io-pelle inteso come contenitore psichico che riesce ad assolvere alla triplice funzione di involucro contenente riunificatore, di barriera protettiva contro un eccesso di eccitamenti e di filtro discriminante tra diverse categorie di qualità sensoriali.

[3] Racamier P. C. (1978) Une foyer de cure psychotérapique. Réflexion à partir d’une éxperience de vingt année (inedito)

Relazione presentata al Convegno Nazionale Sipp

Psicoterapia Psicoanalitica: contemporaneità e percorsi di sviluppo

1 e 2 Dicembre 2017, Roma

 

 

Tra Psicoanalisi e Psicoterapia: un ponte verso l’avvenire

“la terapia del disagio mentale: qualcosa che nasce dall’incontro TRA medico e paziente,
qualcosa che viene da molto lontano, dalla relazione diadica e dal coinvolgimento della
PERSONALITÀ DELL’ANALISTA CHE INTERAGISCE”

 

di Sandro Panizza - SPI, Capo Redattore Rivista Italiana di Psicoanalisi

 

‘siamo nani sulle spalle di giganti’ (ECO,2017)

 

Nel ’98 il BG diede alle stampe dell’International Psychoanalytic Journal un articolo formidabile: invitava i lettori a ricordare i due eventi che erano rimasti impressi nella loro mente alla fine dell’analisi personale.
Il suggerimento del BG è che si trattasse innanzitutto di un evento inaspettato, affettivo, intercorso tra paziente e analista, per un attimo fuori dai rispettivi ruoli, che aveva riassettato la visione inconscia del mondo interno del paziente; e, quindi, di un’interpretazione ispirata che avesse ristrutturato una prospettiva conscia, plausibile delle cose umane.
L’articolo, già dal titolo, sosteneva che nel rapporto analitico vi fosse ‘qualcosa di più dell’interpretazione’ nel modificare l’assetto mentale del paziente. Includeva evidentemente a quegli scambi preverbali, mimici, gestuali, spesso impalpabili, parole singole come holding, accompagnamenti musicali “mhhh, hummm”ecc., che rappresentavano una potente fonte di comunicazione, ad un tempo segnando una continuità: poi uno scarto improvviso autentico nell’incontro segnava un profondo di cambiamento(reciproco ma non simmetrico). Nell’articolo gli autori ebbero il grande pregio di evidenziare che questi aspetti colti e studiati inizialmente nel rapporto primario tra madre e baby, continuavano nelle relazioni adulte, in particolar modo nel rapporto terapeutico.
Si esplicavano in momenti particolari della relazione: momenti presenti che intensificavano gli scambi quotidiani di avvicinamento; momenti ora che introducevano qualcosa di innovativo nella relazione e momenti di incontro in cui implicitamente il paziente faceva propria la nuova prospettiva emersa.
Un esempio di forte impatto emotivo.
Dopo alcuni anni d’analisi sempre uguali, monotoni, intellettualistici, un paziente vide l’analista, solitamente piuttosto silenzioso e interpretativo, dirgli: <Data la palude in cui ci troviamo da anni, dove né io né lei siamo capaci di districarci ed uscire, forse è meglio pensare di cambiare, trovare una persona da cui lei si senta veramente aiutato. Forse non siam fatti per intenderci>.
Il paziente fu terrorizzato per il senso di fallimento, di espulsione e di rifiuto. Si arrabbiò moltissimo, sospese l’analisi. Ma quando fece ritorno si sentì completamente cambiato e instaurò con quell’analista un rapporto autentico, talora ineffabile che trasformò il suo mondo emotivo alle radici(ANALISTA, GENITORI, CONIUGE, LAVORO, CREATIVITA’). Cos’era successo?
Dai momenti presenti, continuativi dell’analisi, era piombato nel rapporto un momento ora, l’intervento insolito dell’analista, che tra le lacrime e la disperazione del paziente si era trasformato in un momento di incontro, condiviso, profondamente creativo. Un incontro di inconsci.
Negli stessi anni 90, in cui il BG ricercava e teorizzava, le neuroscienze documentavano con la N.I. e la R.M. i continui cambiamenti neurali (nascita di nuovi dendriti, nuove arborizzazioni tra loro, nuove reti neurali costruite dalle nuove connessioni)a seguito di queste intense esperienze relazionali, cognitive e affettive ad un tempo.
Insomma la diversa ‘metapsicologia dell’incontro diadico’, rispetto a quella unipersonale delle pulsioni, vedeva il cambiamento in terapia nell’evoluzione del paziente(e del neonato) grazie al rapporto nuovo che veniva costituendosi nella stanza di analisi; una relazione che modificava radicalmente “il saper come fare con gli altri , il saper come interagire con gli altri”, attraverso una nuova “conoscenza relazionale implicita”: una conoscenza inconscia procedurale, acquisita per apprendimenti impliciti, come l’andare in bicicletta, che i momenti d’incontro avevano introdotto. RELAZIONE

Il paziente, come il neonato, imparava implicitamente dall’altro, e il suo cervello apprendeva costruendo nuove reti. Imparava modi diversi di intendere i rapporti con gli altri rispetto a quelli acquisiti, una nuova prospettiva sul sé e sul mondo.
Le ricerche del BG conducevano inevitabilmente a pensare che sono gli elementi che cocostruiscono la relazione tra due partner che conducono ai cambiamenti del paziente in analisi. Sottolineano, attraverso le microregistrazioni delle transazioni preverbali tra madre e baby, ciò che si era sempre saputo in psicoanalisi, ma che si era cominciato a codificare dagli anni ’70: era la relazione conscia e inconscia dei partner analitici, che come per il baby che imparava ad esistere dalla madre, portavano a cambiamenti del paziente.
Sino agli anni 50, da Freud ai pionieri, alla Klein, si pensava al paziente come una mente isolata, e all’analista come all’esploratore del profondo, di pulsioni, difese, conflitti inconsci: questo comportava che in un’analisi unipersonale, l’interpretazione verbale fosse lo strumento principale per cambiare il paziente, rendendolo cosciente delle difficoltà inconsce (Manica, 2017). Insomma terapia unipersonale = interpretazione del profondo.
Dagli anni 50 in Inghilterra con Winnicott e Bion, dagli anni 70 negli USA con Mitchel e Greenberg dagli anni 90 con le ricerche sul campo sulla coppia madre infant del BG (solo per citare alcuni autori che spiccano individualmente nella grande ondata relazionale, molto più vasta, che stava prendendo piede nella terapia analitica), si guarda all’analisi anche e soprattutto come movimento relazionale diadico tra inconsci convocati nella stanza di consultazione: sia del paziente sia dell’analista che collaborano per la trasformazione della relazione in corso e delle configurazioni psichiche ereditate da una storia personale difficoltosa.
Spesso, anzi, ci si accorge che un ritorno ad un segmento di analisi unipersonale, durante la cura, rappresenta una difesa del paziente o dell’analista dall’intensità emotiva, talora vulcanica, tra due menti (Manica 2017).
Gli anni 50 hanno rappresentato dunque uno spartiacque tra una psicoanalisi unipersonale del freudismo-kleinismo (pulsioni e oggetti interni pulsionali/interpretazione) e una psicoanalisi bipersonale (incontro e influenza degli inconsci/comunicazioni preverbali e verbali) : in Inghilterra con Winnicott e Bion, in USA con l’interpersonalismo di Sullivan e quanto ne è seguito(interpersonalismo, matrice relazionale, intersoggettivismo).
Sono convinto che nel momento in cui la relazione diventa il cuore della cura psicoanalitica, emergono due fatti imprevisti: innanzitutto, non ha molto senso cercare fini differenziazioni tra psicoterapia psicoanalitica e psicoanalisi, soprattutto cercando gli indizi nel modo di trattare il transfert e allestire il setting, come avveniva ad Atlanta in un convegno ApsaA negli anni 60, che doveva stabilire i criteri differenziali.
In secondo luogo diventa evidente che la dialettica psicoanalisi-psicoterapia si basa su un comune denominatore: la relazione tra due persone e i loro inconsci e conseguentemente sulla partecipazione della personalità conscia e inconscia dell’analista all’interazione, prima di ogni presidio tecnico.

 

Un’introduzione clinica: relazione e personalità dell’analista

La relazionalità passò con lo smeriglio alcuni strumenti classici, rinnovandoli nella coppia analitica: modi nuovi di vedere il sogno (FOSSHAGE), il transfert (HOFFMAN), l’interpretazione (FERRO). E scoprì nuovi strumenti che tipicizzavano la co-costruzione: reverie (BION), enactment (JACOBS), self disclosure (RENIK), terzo analitico (OGDEN).
Ma il vero strumento che sottende una clinica relazionale, fu l’entrata in campo della personalità dell’analista che partecipa alla costruzione della relazione col paziente, oltre il transfert, oltre il setting nella determinazione ella sua influenza.
Sappiamo da sempre, ma ci crediamo analiticamente da poco, che questo rapporto speciale, conscio ed inconscio, coinvolge, volente o nolente, la personalità dell’analista e dello psicoterapeuta: lo chiama in causa nelle sue determinanti attuali, e nella sua costituzione storica.
Strano a dirsi ci si arrampica sui muri per stabilire differerenze tra psicoanalisi e psicoterapia (Atlanta, 1960. Per es.), e non si indaga né si coglie il denominatore comune da cui dipende l’esito del trattamento: l’accento sulla reazione terapeutica non può che coinvolgere la personalità del terapeuta che si esprime nell’interazione col paziente, come abbiam visto agli inizi nelle ricerche del BG.
Lo scambio analitico fitto fitto, un intreccio di comunicazioni subliminali, annoda una rete, che riorienta continuamente gli assetti dei partecipanti modificando lo stato della relazione.
Il denominatore comune che caratterizza i diversi ‘atti della cura’ è l’ingresso in campo della personalità inconscia dell’analista che diversamente da quanto si pensava un tempo partecipa alla relazione: nell’incontro col paziente, fa da cerimoniere, da matrice inconscia agli ‘atti curativi emergenti’.

 

Lo strappo tra analisi e psicoterapia

a) L’esclusione della personalità dell'analista nella storia
La psicoanalisi, sin dal suo sorgere, ha incontrato il problema dell’interferenza della personalità dell’analista, e s’è data l’obiettivo di oscurarla attraverso la neutralità e l’astinenza, l’asetticità per agevolare e non inquinare il transfert.
La personalità dell’analista era stata sentita innanzitutto come ostacolo e minaccia alla cura. Si procedeva come se la tecnica della cura potesse artificiosamente essere disincarnata dalla personalità dell’analista.
Vi era un’illusione di asetticità come prerequisito e come condizione della tecnica terapeutica, benché lo stesso Freud consciamente e deliberatamente più volte avesse infranto questo precetto, e espresso la sua personalità con alcuni pazienti (Ratman, Wolfman), e inconsciamente con altri (Dora)! E non solo lui! Abraham esprimeva la sua morigeratezza e asciuttezza Tedesco-talmudica; Ferenczi, la sua passionalità; Jung il suo dispotismo, Reich la sua ossessività. Se percorriamo la sequenza degli analisti noti nella storia della psicoanalisi (Volti nelle nuvole: Stolorow…), troviamo spesso la personalità e persino la caratterialità dei nostri eroi scendere in campo con i pazienti. Addirittura aprire nuovi cassetti teorici, e prospettive originali: l’interesse di Freud per l’Edipo, a partire da una famiglia dalle interazioni generazionali e sentimentali intricatissime: un padre quasi nonno; un fratello quasi padre; una madre coetanea del fratello (Robert, Roubinesco).
L’interesse della Klein per l’aggressività e la persecutorietà, a contatto con la severità della madre Libussa, che gestiva un negozio di serpenti a Berlino(Grosskurt), la morte del fratello, e il suicidio del figlio.
L’interesse di Kohut per il narcisismo, mentre trascorre una vita intera in un rapporto simbiotico con la madre (vd biografia).
È sufficiente lo scorcio di alcune biografie e autobiografie disponibili. Bion e gli influssi indiani in LA LUNGA ATTESA, per es.
La personalità dell’analista doveva stare fuori per 3 motivi secondo le direttive classiche:

  • per non inquinare il transfert e porre rimedio alle intemperanze controtransferali
  • per evitare la suggestione personale(Messner) che minava la scientificità
  • per dissolvere il dubbio di una disciplina ebraica, date le origini del fondatore e dei primi compagni del circolo Viennese.

 b) L'ingresso in analisi della personalità dell'analista
Dunque, la personalità dell’analista, per quanto analizzato, anzi, anche grazie alle aperture consentite dalla sua analisi, si gioca sempre nella relazione col paziente
E questo in almeno tre modi:
- Innanzitutto per come il carattere dell’analista è costituzionalmente e individualmente segnato dalla sua vita privata: dal suo genoma, dalle esperienze affettive, formative, culturali, prima dell’incontro con un determinato paziente: carattere ‘fondamentale’ che non può essere dismesso all’occasione, come un soprabito appeso all’attaccapanni, sulla soglia dello studio d’analisi.
Già dagli inizi della psicoanalisi le diversità dei caratteri dei protagonisti apparivano enormi: lo studio di Freud nella Bergasse, popolato da più di duemila statuette antiche, parlava d’un carattere diverso dallo studio della Klein, o dei suoi allievi, vuoto, con qualche gioco di bimbo sparso per terra. Tutto questo, insieme agli aspetti creativi di ciascuno. Immaginiamo le aspettative agli antipodi, che nascono nel paziente nel momento in cui varca la soglia dei due studi.
E venendo a tempi più vicini a noi, per esempio è difficile immaginarsi un Bion, ‘senza memoria e desiderio’, ‘tendente a O’, visto come un ‘mistico’ da alcuni, che non avesse attraversato un’infanzia Indiana, respirando atmosfere buddhiste ed induiste; che non avesse incontrato in adolescenza una prima morte rituale nel college inglese e una seconda nella prima guerra mondiale.
- In secondo luogo, lo stato mentale dell’analista prima di una seduta: proviamo a pensare al momentaneo stato di preoccupazione dell’analista, di stanchezza, di dolore, svuotato dall’ultimo incontro con un paziente suicidiario. Un fardello di sentimenti personali che si intrecciano nel successivo rapporto analitico: il nuovo paziente lo avverte inconsciamente con le sue antenne sottili, anche se non lo dichiara per pudore.
<Nell’ultima seduta prima delle vacanze, l’analista ha appena ricevuto una telefonata dolorosa che lo rattrista.
Il paziente, che da tempo sta trattando temi dolorosi in analisi, appare particolarmente querulo in seduta, in modo stonato.
L’analista si trova ad un bivio: concentrarsi su una dinamica di negazione da parte del paziente (dei suoi dolori in ultima seduta), o chiedere al paziente se l’intonazione garrula ha a che fare in qualche modo con la seduta in corso.
Il paziente sollecitato, ignaro a sua volta della dinamica interattiva, avverte solo ora di aver l’intenzione di far sorridere l’analista: dato che il suo viso gli è sembrato impercettibilmente preoccupato>.
Come pensare che in questo scambio ininterrotto di influenze reciproche, di contatti subliminali, dove l’essenziale emotivo non sfugge alla sensibilità del paziente, non prendano il via interventi terapeutici fuori dal canone interpretativo, che si intonano con lo stato della relazione del momento?

- In terzo luogo, per come la personalità dell’analista è sollecitata e risuona col carattere di uno specifico paziente, nei momenti diversi della propria vita.
Un paziente, recentemente provato da un lutto familiare, dice all’analista:
< L’ho vista triste, oggi; un po' curvo, entrando in seduta: mi son chiesta se sta bene>. L’analista, sorpreso d’aver manifestato inconsapevolmente queste    emozioni, s’accorge presto che sono in relazione al paziente ed al suo dramma. Dopo poco commenta:
< Che strano che lei non abbia pensato la mia tristezza in connessione alla situazione che lei sta soffrendo>.
…Dopo una manciata di secondi continua:
< Forse è tanto poco abituato a sentire gli altri in accordo coi suoi stati d’animo, che le è automatico pensare, vedendomi curvo, che io sia preso solo da dolori tutti miei! >.
Dunque l’analista entra in analisi col proprio corredo genetico, col proprio equipaggiamento esperienziale, personale, col proprio umore del momento, e si incontra con la bardatura esistenziale del paziente, reagendo, agendo, modificando e modificandosi, generando un particolare campo magnetico intersoggettivo.

Allora…
«Che fare della personalità dell’analista che entra sempre in gioco, consciamente o inconsciamente, sapendo che il paziente registra le sfumature della sua personalità in seduta (Gill, 1983) e si organizza di riflesso (Hoffman1983)?»

Come usarla terapeuticamente?
Non basta stare in silenzio; non basta rimandare la palla al paziente; e non basta farsi scudo dell’attività di interprete, di esperto della tecnica, per far tacere la personalità di base dell’analista. Questa parla dai gesti, dai toni, dalle scelte tattiche, dalle parole usate, dai rumori, dagli odori dello studio, dagli affetti che l’analista si porta dentro e che trasforma in arredi.
E dunque come usare la personalità dell’analista, quando non si voglia esiliarla e negarla come mei primordi della psicoanalisi?
L’uso modulato della propria inclinazione caratterologica, invece, tenta di utilizzare al meglio il fondo personale dell’analista sollecitato dalla relazione col paziente.

- Bisogna dare per scontato l’effettualità del proprio carattere nella relazione analitica.
- Mettersi in ascolto dello ‘stile’ personale di lavoro col paziente, consente di districare il proprio contributo caratterolgico all’analisi: esplorare gli incroci dei fili di diverso colore negli snodi della relazione analitica.
- Guardando alla propria soggettività, ai propri umori quotidiani, prima dell’incontro e nell’incontro col paziente, è più agevole comprendere la punteggiatura degli scambi emotivi in corso, nel fraseggio delle comunicazioni.

Un breve esempio di clinica quotidiana.

Un caro amico sta molto male. L’ultima telefonata angosciosa precede la seduta. Me lo porto nel cuore, non ci sono santi. Filippo il paziente mi parla delle sue angosce ipocondriache devastanti, che lo spingono a rinunciare alla vita. Dubito di avergli trasmesso qualcosa del mio stato d’animo. Porta un sogno: uno stagno, un brutto anatroccolo, un cigno. In mezzo uno strano uccello, informe, destinato perennemente alla deformità: non c’è futuro, fissato nella scala genealogica. Ovviamente il paziente si rispecchia in questo strano essere, sospeso tra la vita e la morte, impotente. Ma credo anche che Filippo abbia fotografato la mia rappresentazione inconscia del mio amico, il mio teatro interno, e l’articolazione del mio dolore, intrecciandolo con lo stato del suo sé. Gli parlo delle angosce dello strano uccello né carne né pesce, né vivo né morto; sottolineo insieme la sua capacità sottile di contattare quasi fotograficamente i sentimenti dell’altro e di cogliere il mio dolore in diretta, dato che oggi ero provato. È dunque capace di entrare in contatto, a differenza di un tempo. Da lì, nella sofferenza, si apre uno spiraglio di ricordi familiari, in cui i sentimenti personali erano negate e quelli degli altri silenziati.
Ma usare la propria personalità non significa solamente amministrare con avvedutezza le punte aspre e taglienti del carattere: significa anche e soprattutto aprire le porte ai propri talenti operativi. Dove neutralità e astinenza, come sordina del carattere, smorzano i toni dei propri difetti, occludono anche i canali della propria creatività.
Gli esempi estremi hanno la caratteristica di rischiarare anche i lati più quotidiani del problema.
Può essere di qualche utilità, in questo senso, fare riferimento all’analista di pazienti psicotici. Credo che debba avere delle frecce peculiari nella propria personalità: penso soprattutto alla capacità di interagire creativamente con le proprie parti psicotiche, una fluidità che gli consente di connettersi anche con quelle del paziente. Un aspetto particolare della sua personalità gli rende possibile quel balzo vertiginoso nella comprensione dell’esperienza psicotica, che lo rende unico nel suo genere. Due esempi celebri per la psicoterapia lombarda. Zapparoli, mago analitico della psicosi, inventò un falso intervento chirurgico per un paziente perseguitato da radiotrasmittenti nell’addome. La concretizzazione delle voci radiofoniche era tale da richiedere un intervento concreto allo stesso livello. Nel campo del narcisismo, Lopez consapevole della propensione narcisistica del suo carattere, lo sfruttò con i reclusi di San Vittore in terapia di gruppo: col suo volto da boxeur, il cappello sulle ventitré, il vocione stentoreo, sopracciglie cispose, mento squadrato, conduceva un gruppo in carcere, esibendo questo profilo scafato da condottiero. Sul filo delle teorie di Aichhorn, riusciva a farsi idealizzare dai pazienti-carcerati, come dagli adolescenti, e a promuovere movimenti di autoconsapevolezza e autoemancipazione dopo essersi identificati al modello. Un boss Mafioso lo redarguì: < Ma cosa ci vuol raccontare! Lei è tutt’altro che un terapeuta. È un capomafia!> Sull’onda del personaggio inventato molti progressi furono fatti.

Non è solo una questione di specializzazione per tipi psicopatologici. Piuttosto è il segno che la psicoanalisi e la psicoterapia, a differenza delle altre branche mediche, non possiedono una tecnica disincarnata dall’operatore, una sorta di strumentario chirurgico, radiologico, laboratoristico: ma che il primo fattore ‘tecnico’ è proprio la personalità dell’analista.
Se l’esempio dell’analisi degli psicotici e delinquenti poteva un tempo indicare un’isola di gravità circoscritta, una landa estrema, oggi i confini dell’ ’area psicotica e border’ si sono estesi epistemologicamente. Ci confrontiamo con parti psicotiche, aree dissociate del sé in analisi relativamente usuali. Capita spesso che queste aree non integrate facciano una comparsa improvvisa e imprimano una torsione inaspettata alla relazione.
Ogni presa in carico di un paziente difficile rimane un mistero: può comportare momenti molto conflittuali da gestire, una tensione notevole della capacità operativa dell’analista stesso, difficoltà per il paziente e spesso la necessità della richiesta d’aiuto ad un collega supervisore.
Freud, negli scritti tecnici sulle psicosi, dal 23 al 38, descrisse una parabola concettuale molto interessante. Partì dalla netta distinzione tra psicosi e normalità e arrivò all’estremità opposta, a riconoscere una grande affinità tra le due esperienze del mondo: riconobbe la stretta affinità tra associazioni libere e delirio.
Nell’ultimo scritto, quello del 38, Costruzioni in analisi, riprendendo questa affinità intima, offrì l’idea impareggiabile che il fondo della personalità inconscia, il senso di indefinitezza inconscio che si esprime nelle libere associazioni, nell’attenzione sospesa e, diremmo oggi, nella cocostruzione narratologica della verità, è strettamente contiguo all’esperienza delirante: e viceversa. Tributari del contatto tra pensiero del processo primario dei due partner.
Come dire che ‘per stare alla larga dai confini sfumati e incerti del delirio’, si dovrebbe rinunciare alla creatività del fondo inconscio della personalità. E, viceversa, per essere veramente fecondi, adatti a modificare gli schematismi relazionali inconsci del paziente, bisogna aver il coraggio di lasciarsi andare alle maree intuitive del proprio inconscio, prima di emergerne.
L’atteggiamento cautelare, coscienzialistico, asettico, sostanzialmente moralistico, rappresenta proprio quello che Freud aveva cercato di scardinare in tutta una vita.
Proprio l’essenza della sua rivoluzione ‘inconscia’ della mente.
A chiosa di questa carrellata che vede nella relazione tra i due inconsci, e quindi nella partecipazione della soggettività dell’analista all’impresa terapeutica, il vero ponte tra psicoanalisi e psicoterapia, e ne esibisce le affinità più che andare in caccia delle differenze, porto il racconto di M. Buber che metaforicamente disegna questo percorso bipersonale, indicandolo da Cracovia a Praga e ritorno.
Buber narra di un incontro fatale con l’altro, nel suo libro più prezioso: “Il cammino dell’uomo’ (Buber, 1953).
<Rabbi Eisic viveva a Cracovia la propria vita povera e pia.
Una notte fece un sogno: Dio gli indicava che a Praga, alla base del ponte reale, era sepolto un grande tesoro.
Il sogno si ripeté per altre due volte e il rabbino finì col credere nel suo significato profetico.
Si recò a Praga, e si mise a osservare per giorni il ponte Carlo, intimorito dalle guardie reali che lo presidiavano. Dopo tre giorni di girovagare attorno al ponte, senza trovare l’animo per calarsi alla scoperta del tesoro, fu convocato dal capitano della guarnigione e interrogato. Incuriosito dal continuo andirivieni del rabbino, il capitano gli chiese conto di questo comportamento. Quando venne a sapere del monito esortativo dei sogni fatti a Cracovia, si mise a dileggiare il rabbino, per la creduloneria accreditata al valore dei sogni.
Gli raccontò a sua volta, a riprova del suo scetticismo riguardo ai sogni, un sogno recente che per tre volte aveva fatto irruzione nelle sue notti. Il sogno gli suggeriva insistentemente di recarsi a Cracovia nella casa di un tale rabbino Eisic, dove, spostando la stufa, avrebbe trovato sotto il basamento un immenso tesoro.
Il rabbino non perse tempo a discutere col capitano sul valore dei sogni. Compreso il messaggio del sogno dell’altro, si congedò e immediatamente fece ritorno a Cracovia.
Tornò a casa, spostò la stufa e sotto il basamento trovò un grande tesoro. Quindi utilizzò il tesoro per costruire due sinagoghe, una a ringraziamento del padre, una a proprio nome>.

Anche in questo racconto l’inconscio emerge dalla simultaneità dei sogni a distanza e dalla narrazione reciproca. I due inconsci separati si contattano e si connettono; si influenzano, provocando effetti profondi.
L’empatia, per dirla con Bolognini, fa sì che la propria soggettività inconscia incontri anche gli aspetti dell’altra persona che gli sono coscientemente alieni.
Senza l’intervento della personalità inconscia dell’analista il rabbino sarebbe ancora a gironzolare attorno al Ponte reale alla ricerca del tesoro.
Sono convinto che la spasmodica ricerca di differenziazione tra psicoterapia e psicoanalisi sia figlia di un approccio unipersonale, che concepiva la mente come isolata e la funzione terapeutica come incursione e spiegazione del mondo interiore del paziente.
Trova invece meno senso questa differenziazione nell’accezione bipersonale della terapia, in quanto la Relazione tra due partner che si influenzano legge il cambiamento in modo diverso: non più nell’interpretazione di transfert, per quanto valida, non più nell’allestimento di un setting immodificabile. Ma nella connessione tra inconsci e nella costruzione comune di nuove prospettive.
Termino spezzando una lancia a favore della partecipazione della soggettività del terapeuta al cambiamento del paziente con le parole di Donnel Stern: <… mentre non desidero minimizzare le ripercussioni delle teorie esplicite del terapeuta, ritengo che si originano tutte da modi impliciti, non formulati di comprendere e influenzare il processo clinico.
Queste teorie implicite sono il prodotto dell’esperienza personale-principalmente dell’esperienza clinica, ma anche altre esperienze (soggettive) del terapeuta (D. Stern, 2017, pg. 198, Libertà relazionale).

 

Bibliografia

BPCSG (2010), Il cambiamento in psicoterapia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012.
Bolognini S. (2002) L’empatia psicoanalitica, Boringhieri, Torino.
Buber M. (1990) Il cammino dell’uomo, Quiquajon, Comunità di Bose, Magnano (Bi).
Eco U. (2017), Nani sulle spalle di giganti, Bompiani, Milano.
Bion W. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.
Bion W. (1986) La lunga attesa, Astrolabio, Roma.
Ferro A. (1996) Nella stanza d’analisi, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Fosshage J.,The psychoanalytic fonction of dream, Psychoanalytic Contemporary Thought, vol.6, 1983.
Freud S.,(1995), Studi sull’Isteria, OSF, vol. 1.
Freud S., (1901), Frammento di un’analisi d’isteria (caso clinico di Dora, 1905), OSF, vol. 4.
Freud S.(1909),Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’uomo dei topi), OSF, vol. 6.
Freud S. (1914), Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi, 1918), OSF, vol. 7.
Freud S., (1924), Nevrosi e psicosi, 0SF, vol. 9.
Gill M. (1994), Psicoanalisi in transizione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996.
Greenberg J, Mitchell R.,(1983) Le relazioni oggettuali in psicoanalisi, Il Mulino, Bologna, 1986.
Grosskurt P, Melanie Klein: il suo mondo e il suo lavoro, Boringhieri, Torino, 1988.
Hoffman I.Z. (1988), Rituale e spontaneità in psicoanalisi, Astrolabio, Roma 2000.
Jacobs T. (1991) The use of the self, International Universities press, New York.
Klein M., (1932), La psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze, 1969
Manica M., Relazione tenuta al Centro Pavese di psicoanalisi, 2017.
Ogden T.H. (1994), The analytic third, in Mitchell e Aron (a cura di), Relational Psichoanalysis, Analiytic press, London, 1999.
Renik O. (2006), Psicoanalisi pratica per terapeuti e pazienti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007.
Robert M., Freud, Dunod-Masson, Milano.
Rubinesco E. (2014), Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro, Einaudi, Torino, 2015.
Stern D. (2017) Libertà relazionale, Mimesis edizioni, Milano,.
Stolorow R., Atwood G. (2001) Volti nelle nuvole: intersoggettività nella teoria della personalità, Borla, Roma.
Sullivan S. (1953), Teoria interpersonale della psichiatria, Feltrinelli, Milano,1962.
Winnicott D.W. (1958), Dalla pediatria alla psicoanalisi, Armando, Roma,1975.

 

Scarica l'Articolo in Pd

Relazione presentata al Convegno Nazionale Sipp

Psicoterapia Psicoanalitica: contemporaneità e percorsi di sviluppo

1 e 2 Dicembre 2017, Roma

 

 

La psicoterapia psicoanalitica tra complessità e apertura al futuro

di Gianluca Biggio, segretario scientifico SIPP

 

... La psiche è estesa, di ciò non sa nulla.
S. Freud "Risultati, idee, problemi" (1938)

Premessa
Questa relazione ha la finalità di contribuire a descrivere l'attualità della psicoterapia psicoanalitica alla luce dei mutamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni in tutta la psicoanalisi. Saranno descritte alcune modalità di lavoro della SIPP, da oltre trenta anni impegnata nella pratica, nella riflessione clinica e nella formazione alla psicoterapia psicoanalitica con un approccio talora anticipatore di alcuni attuali mutamenti.
La relazione si articola in tre passaggi
1- Mutamenti sociali e ed estensione della psicoanalisi
2- Collocazione della psicoterapia psicoanalitica
3- Sviluppi nella psicoterapia psicoanalitica
Gli sviluppi e la conclusioni saranno illustrati anche attraverso vignette cliniche e sintesi di processi terapeutici.

Mutamenti sociali ed estensione della Psicoanalisi
Per la psicoanalisi il tema dei mutamenti sociali e dei futuri sviluppi costituisce da tempo un topos privilegiato come evidenziato dai recenti convegni nazionali e internazionali (SIPP 2015; IPA, 2015; UFR, Rivista Psiche 2017; EFPP 2018 ) e dalle pubblicazioni degli ultimi anni.
Potremmo ipotizzare che alla base di ciò non vi sia solo un interesse per il cambiamento sociale in sè, ma un interrogativo su come i mutamenti sociali vadano modificando la psicoanalisi stessa.
Questa è una riflessione tanto necessaria quando scomoda per una disciplina abituata fin dalla nascita ad anticipare i temi della modernità.
Da decenni appaiono costantemente contributi su come cambiano i nostri pazienti (Gaddini 1984; Mc Williams 1999; Gabbard, Westen 2003;) oppure su come sta mutando la psicoanalisi (Cremerius 2000; Eagle 2000; Kahn 2014). Non dimentichiamo infine, i contributi che si domandano se la psicoanalisi sopravviverà all'imperativo di una civilizzazione orientata alla concretezza performante, con il corollario di terapie psicologiche a questo sintoniche (Cremerius 2000, Levin 2000, Wallerstein 2012).
A un occhio critico non sfugge il collegamento tra l'affermarsi della teoria della complessità a livello epistemologico, avvenuta nell'ultimo cinquantennio, il diffondersi della complessità psicosociale e il relativismo polisemico a livello scientifico e sociale (Bertanlaffy 1968; Morin 1990).
Anche nella psicoanalisi come in molti campi del sapere, si è andata costituendo una pluralità di linguaggi; inoltre il movimento di "estensione della psicoanalisi" iniziato negli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso - a parte il lavoro di grandi precursori come Ferenczi (1921) - è stato documentato da molti autori quali Kernberg (1993), Fossaghe (1997), Green (2002), Kaës (2015). L'ultima pubblicazione di Kaës titolata proprio "L'estensione della psicoanalisi" ne è un palese esempio.
Qui Kaës afferma che la metapsicologia psicoanalitica, intesa come osservazione dell'inconscio all'interno di un contesto di cura individuale attraverso l'analisi del transfert e del controtransfert, costituisce una visione parziale dell'inconscio, perché esso appartiene a contesti più allargati (dalla coppia, al gruppo, all'istituzione e alla cultura sociale, al trauma). Di qui la proposta che accanto alle due topiche freudiane sia necessario costituire una terza topica dell'intersoggettività, caratterizzata dal soggetto dell'inconscio.
Con Kaës ci sentiamo di condividere l’ipotesi che l’ inconscio abbia una dimensione pluripsichica e transgenerazionale perché è distribuito e generato in luoghi psichici differenti.
In particolare va oltre le sue stesse formulazioni degli anni Novanta; egli afferma inoltre che non vi è solamente un inconscio gruppale entro un gruppo chiuso ma un apparato pluripsichico che è un inconscio di gruppo, coesistente con un inconscio individuale soggettivante. Ognuno di questi tre livelli (inconscio individuale, inconscio gruppale e apparato pluripsichico) ha una azione d'interdipendenza co-determinante rispetto agli altri livelli. "Politopia" è il termine designato da Kaës per affermare che l'inconscio è distribuito e generato in luoghi psichici differenti. Di qui l'affermazione che accanto alle due topiche freudiane è necessario costituire una terza topica dell'intersoggettività, caratterizzata dal soggetto dell'inconscio.
L'epoca della molteplicità culturale che coincide con la perdita delle certezze, vede nella psicoanalisi (Kernberg 1993; Turillazzi 1994), l'affermarsi di più modelli psicoanalitici. A tutti i livelli nella nostra civiltà occidentale si registra la perdita del "pensiero unico", con le grandi opportunità e le difficoltà che questo comporta. In questo quadro si ritiene, in accordo con Bolognini (2017), che la psicoanalisi attuale stia attraversando una fase integrativa e esplorativa.

Collocazione della Psicoterapia Psicoanalitica
Come si riflettono oggi nella nostra pratica di psicoterapeuti psicoanalitici questi cambiamenti? Questi mutamenti si collocano tra presente e futuro della psicoterapia psicoanalitica e riguardano la nostra consapevolezza teorico-clinica a due livelli.

Il dibattito storico sulle differenze tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica
Come afferma Widlöcher (2008), tale dibattito è ancora aperto ma ha perduto quel peso e puntigliosità che ha avuto dagli anni Cinquanta agli anni Settanta tra Bribing, (1954), Gill (1954) Rangell (1954, 1981) ed altri. Un' interessante sintesi di questo acceso dibattito viene anche fornita da Un dialogo sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica, a cura di Kernberg, Green, Migone (2009).
Kernberg (1993) e Fossaghe (1997) affermano chiaramente che a partire dagli anni Sessanta, con la teorizzazione del campo analitico bi-personale, delle varie declinazioni della psicoanalisi relazionale e della Psicologia del Sé, il confine tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica sembra divenuto più difficile da definire. Se vi è stato un progressivo avvicinamento o sovrapposizione tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica, ciò è in buona parte dovuto all'allargamento dei confini della psicoanalisi. La stessa barriera tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica si apre a dei varchi (Panizza, Bassetti 2011; Rocchi 2013).

Anticipazioni della psicoterapia psicoanalitica
Il lavoro della SIPP anticipa di decenni le tendenze alla flessibilità del setting (vedi Ritmo e Setting a cura di Gino e Toscani, 1998) prevedendo la possibilità di un setting psicoanalitico in condizioni differenti dagli standard classici. Inoltre la vocazione fondatrice della SIPP è legata anche all'intervento istituzionale, che non sarebbe stato possibile senza un'estensione della psicoanalisi a contesti gruppali complessi. Così pure il once a week e il vis a vis sono stati per la nostra società un precorrere i tempi dimostrando di poter mantenere un livello di analisi del transfert e controtransfert in una dimensione temporale più rarefatta.
L'adattamento di setting, linguaggio e attenzione alla relazione non direttamente riferita al transfert, nei casi difficili, sono un ulteriore esempio della modernità del lavoro della SIPP. Si pensi al lavoro il con il paziente grave, anche a domicilio vedi caso clinico del 1997 di Gino e comparso recentemente sulla nostra rivista (2016) e la tradizione di Psicosi e dintorni.
L'adattamento di setting, di linguaggio e la costruzione graduale della relazione nei casi difficili, sono un ulteriore esempio della modernità della SIPP: si pensi al lavoro con il paziente grave, anche a domicilio (vedi caso clinico del 1997 di Gino e comparso recentemente sulla nostra rivista (2016) e alla tradizione degli incontri coordinati da Collesi su Psicosi e dintorni, ogni anno dal 2003, in cui Orazio Costantino ha espresso più volte un pensiero di rara profondità sulla relazione con il paziente psicotico nella stanza di psicoterapia, dibattuto con un’intensa partecipazione.
Afferma Toscani (2017): La Psicoterapia Psicoanalitica si configura, quindi, come uno strumento terapeutico volto alla comprensione dei bisogni del paziente, che richiede non solo un "saper fare ", ma soprattutto un "sapere come fare" e un "sapere perché fare e quando fare". "Tutto ciò potrebbe sembrare un gioco di parole, ma, intraprendere un rapporto terapeutico con pazienti che ci forniscono un timer al quale rispondere, é sicuramente più complicato e difficile della condizione nella quale ci si conforma a regole e binari stabiliti o ore- stabiliti" (p.168/169).
Anche dal punto di vista dei modelli teorici di riferimento abbiamo visto un progressivo allargamento a un pluralismo sentito da tutti come un fruttuoso arricchimento: il radicamento nell’humus freudiano si è aperto all’interiorizzazione di numerosi autori, secondo le fasi del decorso, le differenti psicopatologie dei pazienti o le affinità personali. Ci pare comunque di individuare nel pensiero winnicottiano il common ground societario a cui seguono il pensiero di Bion e Ferenczi e altri ancora.

Sviluppi nella Psicoterapia Psicoanalitica
Quali sviluppi seguono la caduta di alcune barriere negli assetti identitari delle discipline psicodinamiche? In accordo con quanto esplorato dal gruppo di Boston, e da italiani come Carli e Rodini (2008), sul “qualcosa in più”, conoscenza relazionale implicita, rispetto ai meccanismi interpretativi nella terapia psicoanalitica (1994) ci domandiamo: cosa si integra e si aggiunge allo schema fondamentale del transfert-controtransfert-interpretazione?
Alcune principali conseguenze sono:

Mutamento del criterio della frequenza
Il mutamento del criterio della frequenza quale indicatore della definizione della psicoanalisi viene a cadere negli anni recenti, come ci ha fatto notare nella sua relazione Messner, come la SIPP va da decenni teorizzando. Come era stato già affermato dalla ricerca di Gill (1994) ed oggi accettato da analisti di varie scuole.
In uno dei suoi recenti articoli Adriana Gagliardi (2017), parla del transfert in condizioni di terapia vis a vis mono settimanale. Ella afferma che esiste la possibilità che il transfert assuma un assetto particolare; il pensare per immagini attiva un'attenzione fluttuante in assenza del paziente e una particolare rêverie in sua presenza.
Afferma Silvia Grasso (2014): " Oggi vediamo... pazienti... nella maggior parte dei casi in sedute mono-settimanali... Il tempo dell'analisi è molto modificato e non è strano dal momento che è radicalmente mutato il rimo della vita... eppure l'essenza del discorso analitico, il suo cuore non si è discostato molto dal punto di partenza: indagare l'inconscio..." (pp.62-63).
Quest'area clinica per noi in Italia appare essere un'importante questione; molti pazienti, pur con differenti assetti di sofferenza - dalla nevrosi, ai pazienti narcisistici e borderline o con dipendenze patologiche - manifestano una certa difficoltà verso un impegno multi settimanale. Vengono spesso addotte motivazioni che pescano nella realtà concreta; limitazioni economiche, difficoltà a gestire le agende di lavoro convulse nelle grandi città, oppure più semplicemente un rifiuto magari influenzato dal paragone con le diffuse terapie cognitivo-comportamentali che avversano frequenze differenti.
La difficoltà del paziente verso il setting plurisettimanale è oggi una realtà nota; un tempo la fiducia verso l'autorità indiscussa del professionista non lo permetteva. Lo psicoterapeuta si trova spesso a "risalire la china", preso tra elementi di realtà che caratterizzano la modernità e le utilizzazioni difensive degli elementi della realtà da parte del paziente. In questi casi la flessibilità, sia nella costruzione diagnostica che nella costruzione del setting, sono per noi fondamentali per realizzare una solida alleanza e una continuità del percorso terapeutico.

Centralità della relazione
Freud nei suoi consigli sulla tecnica della psicoanalisi non minimizzò l’importanza del legame affettivo tra paziente e analista; spesso sottolineò come la comprensione possa avvenire solo all’interno di un rapporto affettivo favorevole, nella misura in cui l’atmosfera della relazione transferale la permette e costituisce “una nuova fonte di forza” al processo analitico (Freud, 1913). Nel 1916 egli disse esplicitamente che è il transfert positivo, non l’insight intellettuale, “quello che fa pendere il piatto della bilancia” (1916-1917, p. 445).
Cremerius (1985) ha scritto sul mestiere dello psicoanalista. Chiedendosi come Freud esercitasse il "mestiere" di analista ci ha presentato le dirette testimonianze di alcuni fra i suoi pazienti più illustri, gettando uno sguardo all’interno della stanza di consultazione del fondatore della psicoanalisi. Si scopre così un Freud umano e spontaneo, con un atteggiamento meno rigidamente “neutrale” di quello che si vide poi storicamente costretto a prescrivere e codificare, timoroso dei possibili abusi a cui avrebbe condotto una tecnica troppo “attiva” e partecipante messa in atto da alcuni discepoli. Il riferimento a Freud era – secondo Cremerius – valido per i giovani analisti in formazione, ma egli riteneva che si dovesse sdrammatizzare la dicotomia che storicamente si era determinata tra due opposte concezioni della tecnica, ovvero tra un atteggiamento accogliente e benevolo, “materno”, e uno più distaccato e oggettivante, "paterno".
L'attenzione alla relazione con il paziente diviene uno strumento per la creazione di un "setting incarnato" nelle emozioni consce, preconsce e inconsce, e come accesso alle aree arcaiche della coppia terapeutica. Negli anni Cinquanta Rosenfeld, citato da Genovese (1988), criticava Eissler perchè aveva affermato che accettare un certo livello di umorismo nell'interazione con il paziente avrebbe distolto quest'ultimo dalla frustrazione/regressione necessaria al mantenimento del transfert. E' interessante l'esempio di Panizza sul tentativo (riuscito) di evitare una rottura della terapia attraverso una serie di sms scambiati con un paziente irritato per una certa questione. Ma ci possiamo domandare: come sarebbe stato possibile ciò senza una concezione di un setting incarnato nella relazione terapeuta-paziente, ancora prima che in un procedurale analitico? Afferma Schiappoli: "Credo che il lavoro analitico sull’accoglimento - a cominciare da interrogativi quali
“che cosa ho accolto?”, “con che cosa identifico il paziente dentro di me?” - sia da intendersi come un lavoro permanente durante un processo di cura."(p.65).
A proposito della centralità della relazione vorrei riportare il flash clinico di Luisa. Una donna di circa cinquanta anni viene per una consultazione. Lavora in un'azienda e afferma di aver avuto un periodo di depressione a seguito di un rapporto con un superiore al quale era stata incapace di reagire. Lei, donna di acciaio, era entrata in crisi. Nei primi due colloqui parla moltissimo e racconta di un padre buono, ma lontano, e di una madre che ha sentito fredda. Mi appare molto sofferente dietro l'armatura di durezza. Due giorni prima dell'ultimo appuntamento mi avvisa con un sms che non verrà per impegni di lavoro. Al telefono mi spiega che ha pensato di rinunciare perchè ha dubbi e non ha tempo... Le dico che forse possiamo chiudere la consultazione valutando le sue perplessità... per offrirle una disponibilità maggiore, dopo l'iniziale posticipazione di una seduta, le dico che se vuole possiamo vederci sabato mattina... Luisa risponde che deve andare dal parrucchiere con tono allegro e sfidante; fissiamo un altro giorno. Nell'appuntamento mi dice subito di aver parlato troppo nei precedenti incontri e che io non avevo interagito troppo con lei... le faccio notare che lei aveva parlato volentieri e mi aveva detto della sua mancanza di dialogo con la famiglia... avverto fisicamente che Luisa apprezza questo commento... irrompe una domanda che non riesco a trattenere: "è poi stata dal parrucchiere?" le chiedo sorridendo... ridendo mi dice di sì, dice di sentirsi affogata dal lavoro e si scusa per non avere accettato il sabato come appuntamento. Aggiungo che mi rendo conto della sua sensazione di oppressione e le propongo di iniziare una sorta di counselling ogni 15 giorni per un paio di mesi, per poi verificare se sarà possibile continuare... accetta senza esitazioni e mi confessa che lei ha tante cose dentro che non ha avuto tempo di scambiare con nessuno... improvvisamente scoppia a piangere a dirotto, le offro dei fazzolettini di cui è sprovvista. Con mio stupore chiede se potrà sdraiarsi sul lettino e scherzando dice di preparare tanti fazzolettini. Dopi tre incontri bisettimanali inizia una terapia.
Sono numerosi i contributi forniti nel corso degli anni dai nostri colleghi rispetto ai livelli che caratterizzano l'intorno relazionale racchiuso nel transfert e controtransfert e sue indefinite estensioni. Tra i numerosi citiamo Collesi (2010) in: "L'entrare in contatto: esperienza di una illuminazione" oppure i contributi apparsi nel recente numero della nostra rivista dedicato alla Tecnica in Psicoterapia psicoanalitica e tanti altri, che mi scuso di non citare, nel corso degli anni.
Inoltre aggiungerei come appendice attuale alla centralità della relazione, la psicoterapia con gli strumenti virtuali. Il tema ormai da almeno 4 anni è stato introdotto nella SIPP: vi è stato un numero della Rivista, un panel al convegno di Bologna, un anno dedicato dalla sezione regionale Lombardia. Vari di noi hanno ormai pazienti che hanno iniziato nello studio e poi continuato su Skype. Il tema è in IPA oggetto di approfondimento, come affermò Bolognini nel nostro Convegno Nazionale del 2015.

Costruzione di un setting su misura e la flessibilità dello psicoterapeuta
In occasione del 1° Congresso Nazionale della Sezione Italiana della E.F.P.P. svoltosi a Roma nel gennaio 1995, Marysa Gino fu sollecitata a presentare una relazione sul trattamento di pazienti a una seduta settimanale. Più tardi la Gino ci dice (1997): "L’inquadramento teorico.... è stato quello della psicoanalisi attuale che si interroga sulla qualità della relazione e sulle difficoltà della conduzione del trattamento con pazienti diversi nella patologia ed inseriti in una realtà socio- culturale altra, rispetto a quella nella quale è nata la psicoanalisi. La funzione terapeutica viene svolta da comunicazioni discorsive, che contengono soltanto le premesse per futuri significati interpretativi, e soprattutto dal mondo interno dell’analista-setting che promuove e facilita la strutturazione del paziente in quanto funge a sua volta da struttura. Perciò piuttosto che di una
processualità terapeutica è emerso il concetto più pertinente di processualità del legame" (pag.8).
Queste tracce prese da un articolo pubblicato sulla nostra rivista ventidue anni fa ci danno l'idea dello spessore della ricerca della psicoterapia psicoanalitica sulla variazione del setting formale con la comprensione del peso prioritario del setting interno e della processualità del legame.
Il flash clinico di Luisa ci fa vedere come il campo relazionale possa creare le condizioni per lo sviluppo del setting. Esiste un campo relazionale che permette al setting di prendere forma e a volte forme differenti. La variabilità del setting interviene con pazienti definiti da Gino "altri" rispetto a quelli della psicoanalisi "di un tempo". Pazienti dalla pelle sottile (Britton 1998) o con tratti borderline, traumatizzati, con elementi narcisistico compulsivi o come affermato ad esempio da Green (2002) o Williams (1999) semplicemente difficili e non inquadrabili in una nosografia statica. Tale nosografia non corrisponde alla sofferenza del Sè nell'epoca della identità liquida, stigmatizzata da Bauman (2000) e ripresa da molti terapeuti che hanno scritto sulla soggettività post-moderna (Petrella e Berlincioni 2004; Bolognini 2006; Starace 2008). La fluidità di queste sofferenze può essere prioritariamente affrontata da un solido setting interno dell'analista, capace di costruire variazioni procedurali contingenti.
Fra i numerosi contributi dei nostri soci (non è possibile citarli tutti) alcuni come "Il setting nomade. Assetto mentale dell’analista e processi di integrazione nella psicoterapia psicoanalitica del disturbo borderline" di Laurora (2000) o "La costruzione del setting in funzione del processo di soggettivazione" di Gino (2006) definiscono un rapporto di interazione e retroazione dinamica tra il setting variabile nella terapia e l'evoluzione del paziente. Questo percorso pare rappresentare un'indicazione di sviluppo futuro anche in termini di teoria della tecnica della psicoterapia psicoanalitica.

Linguaggio verbale e non verbale
Nel lontano 1996 Funari in "Il suono, la voce, l’armonia degli affetti" scriveva: "... le funzioni alimentative e fantasmatiche di una fusionalità buona creano, a partire dall’avvolgimento della voce, le condizioni atte a contenere l’angoscia di separazione e i processi di individuazione."(pag.47).
Nel 1996 Mascagni scriveva: "È stata inoltre estesa la ricerca all’area di pensiero, intermedia tra quello concreto e quello simbolico, che include una varietà di veicoli di scambio tra cui sfumature del tono di voce, posture corporee, espressioni facciali, espressioni linguistiche oltre il loro stretto significato denotativo. È il luogo dell’empatia... Ad essa sono affidati i legami spesso fragili che costituiscono l’alleanza terapeutica con i pazienti psicotici o borderline." (pag.65).
Giampaolo Sasso nel 1982 con "Le strutture anagrammatiche della poesia" inizia a studiare le strutture linguistiche traendone delle inferenze per la comprensione dei processi psicoanalitici attraverso il linguaggio extra logico. Nel suo contributo del 2010 su "Imitazione e empatia" scrive: "Ecco che un paziente in seduta, mentre mi sta raccontando qualcosa di penoso, si irrigidisce nel volto. Quella contrazione l'ho già vista altre volte e, come altre sue manifestazioni corporee - della intonazione della voce o della postura -, ha assunto per me un certo significato. Quel giorno “sento” anche che egli ha una contrattura nello stomaco, che mi trasmette un segnale più chiaro della sua ansia" (pag. 41).
Secondo l'autore il passaggio dal sentire fonetico al sentire emotivo/empatico può chiarirci la problematica ricchezza dell’ordinaria comunicazione.
Un contributo originale infine ci viene dato da Russo e Tramontana (2006) sul "Ruolo delle comunicazioni olfattive nella evoluzione di relazioni significative".

Valore delle “azioni“
Durante la passata direzione di Giovanni Starace fu pubblicato dalla Rivista l'articolo:" Dialogo aperto sulla tecnica della psicoterapia psicoanalitica" (2017) a cura di Laurora, Manfredi, Metrangolo, Mosca, Perrone; esso considerabile come una sintesi di un agire terapeutico libero di accogliere ogni comunicazione del paziente.
Gino (1997) afferma anche che l’elaborazione di: “azioni parlanti, così come Racamier ci ha trasmesso, emerge dalle esperienze cliniche come una mediazione concreta che può aprire al significato simbolico, nei casi gravi con organizzazioni di personalità in cui prevalgono difese primitive, dissociazioni, scissioni... conseguenti ad esperienze traumatiche" p.19). Afferma inoltre Toscani (2017). "Distinguere tra 'agiti' e difficoltà reali comporta una capacità clinica accurata e professionalmente specialistica..." (p.168).
Il valore delle azioni è stato riportato in molti contributi della nostra società sin dagli anni Novanta ed è stato utilizzato nella pratica come precursore di quanto più avanti è stato rielaborato entro il concetto di enactment. Essendo la psicoterapia psicoanalitica avvezza a pensare al paziente in assenza di una sua presenza assidua (once a week) essa ha imparato a cercare forme di contatto complementari all'interpretazione attraverso forme che consentono talora di facilitare l'accessibilità alle tematiche inconsce, alla narrazione e alla interpretazione. Ritorniamo al concetto di intorno relazionale al triangolo fondamentale della terapia psicoanalitica: transfert, contro transfert e interpretazione: tali forme consentono talora di facilitare l'accessibilità alle tematiche inconsce, alla narrazione e alla interpretazione.
Riporto un breve flash clinico. Durante un convegno all'estero mi accorgo di non aver disdetto un appuntamento; preso da una certa preoccupazione telefono al paziente scusandomi molto per la mia dimenticanza. Il paziente mi risponde:" per carità dottore dopo tutto quello che le ho combinato!...". In questo esempio agito e relazione si fondono portando il terapeuta una consapevolezza e riparazione della propria aggressività grazie al paziente stesso.
Tentare di dare all'agito la possibilità di riconoscimento nel processo analitico è qualcosa che si pone oltre l'interpretazione. Stiamo parlando quindi di strumenti che "figli" della variabilità del setting intendono riportare la processualità del legame entro la processualità terapeutica.

Riconoscimento dei setting istituzionali
Tempo fa un dirigente del Dipartimento di Salute mentale raccontò che gli infermieri di un SPDC avevano brindato perchè era stato scoperto il caso di un paziente psicotico "vero", come quelli di una volta, senza comorbilità di tossicodipendenza come oramai pare essere la maggior parte dei pazienti definiti psichiatrici...!
Roussillon (1996) e Kaës (2015) fanno notare che da tempo il setting psicoanalitico si è aperto a modificazioni ed estensioni per affrontare situazioni clinicamente nuove come la psicoanalisi degli adolescenti, della coppia, della famiglia, dei gruppi, degli psicotici in comunità terapeutiche, i nuovi casi multi problematici. In tema è il lavoro sul trauma di Clara Mucci (2014). Autori della scuola argentina come Bleger (1966) Pichon Rivière e Puget avevano già abbattuto il muro tra psicoanalisi e psicoterapia prevedendo setting integrati tra individuo, gruppo e istituzione, sostenendo l'esistenza di un continuum che va dall'individuo all'intervento di psicoigiene istituzionale.
La SIPP e la stessa EFPP sono nate, condividendo la sfida del setting nel settore pubblico. Contributi come quello di Scoppola (2003) sugli spazi condivisi della cura oppure di Vigorelli (2003) sulle metafore della crisi e i mediatori dell'intervento clinico, sono testimoni di uno studio del setting psicoterapeutico rispetto a un malessere che può fluire tra multipli tempi interiori, livelli somatopsichici, stadi temporali della vita, gruppi e istituzioni. Il tema delle istituzioni da sempre presente nella nostra rivista (solo per citarne alcuni: Giavedoni 1994; Bolelli 1995; Vigorelli et all. 1996; Adamo , De Rosa et all. 1997).
Questo tema si è inoltre modificato con il mutamento dell'assetto strutturale delle istituzioni negli ultimi decenni, condizionato dalla diminuzione delle risorse pubbliche. Lavori come quello di Cristina Pesci (2005) :"Corpo e relazione: esperienze di gruppo con gli operatori e con i genitori di figli disabili", piuttosto che il lavoro svolto dai Centri di Consultazione della SIPP sul territorio o la formazione degli operatori impegnati a fronteggiare i malati terminali a Modena di Scoppola e Amorfini , o infine la supervisione agli operatori di Centri anziani, pubblici e privati promossa da Chiara Nicolini, ci indicano nuove opportunità per la progettazione di interventi nelle nuove aree di privato-sociale.

Conclusioni e prospettive
Vorrei introdurre le conclusioni con tatteggiando il caso di Max, che può render conto di alcune considerazioni fatte sullo sviluppo della psicoterapia psicoanalitica. Il caso sarà riferito a voce.
Concordo nel ritenere che oggi occorra intercettare l'inconscio in un setting contemporaneo. Intercettare e anche farsi intercettare, direi, parafrasando il noto ricordare, ripetere e rielaborare di Freud (1914), se è vero che la rielaborazione è frutto di un incontro terapeutico possibile, rispetto a un incontro altrove impossibile. L'assetto once a week, la flessibilità del setting nelle sue declinazioni corporee, relazionali e processuali sono delle sfide per la nostra ricerca, così come lo studio della sua variabilità del setting in funzione del campo analitico che lo comprende.
Il lavoro dei diversi panel che seguiranno domani potrà integrare quanto affrontato nelle relazioni odierne.

Riferimenti Bibliografici

Abbass, A., Luyten, P., Steinert, C., Leichsenring, F. "Bias Toward Psychodynamic Therapy: Framing the Problem and Working Toward a Solution" (2017), in Journal of Psychiatric Practice 2017; 23; pp. 361–365.
Adamo, S., De Rosa, A., Giusti, P., Portanova, F., Ricciardi, C., Thanopulos, S., Valerio, P., Voria, F.," Dal counselling all’invio in psicoterapia breve: un’esperienza con studenti universitari", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1997.
Bauman, Z. (2000), Modernità liquida. Trad. it. Laterza, Roma-Bari, 2002.
Bertalanffy, L. (1968), Teoria generale dei sistemi. Trad.it. ILI, Milano, 1971.
Bleger, J. (1964), Psicoigiene e psicologia istituzionale. Psicoanalisi applicata agli individui, ai gruppi e alle istituzioni. Trad.it. Libreria editrice Lauretana, Loreto 1989
Bolelli, D., " Interventi psicoterapeutici istituzionali nei pazienti psicotici", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1995.
Bolognini, S. (2006), "Essere psicoanalisti oggi: incontro con Stefano Bolognini / Intervista con Stefano Bolognini (M. Conci) / La complessità nel lavoro clinico di Bolognini", in SETTING, fasc.21, 2006.
Bolognini, S. (2017), "Stati del Sè e disfunzionamento psicotico dell'Io". In "Paesaggi di morte dell’anima. psicoterapia della psicosi", Giornata di Studio organizzata da Associazione Psicopatologie Contemporanee, Il Corpo Specchio, Spiweb.
Bribing, E. (1954). Psychoanalysis and the dynamic psychotherapies, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 1954, 745–770.
Britton, R. (1998), Credenza e immaginazione. Trad. it. Borla , Roma (2006).
Carli, L., Rodini, C. ( 2008), L'implicito e l'esplicito nelle relazioni interpersonali. Raffaello Cortina, Milano 2008.
Cremerius J. (1985), Il Mestiere dell’Analista. Trad.it. Boringhieri, Torino 2001.
Cremerius, J. (2000), Il futuro della psicoanalisi. Resoconti e problemi di psicoterapia, a cura di Meneguz. Armando, Roma 2000.
Eagle, M.N. (2000), "Una valutazione critica delle attuali concettualizzazioni su transfert e controtransfert.", in Psicoterapia e scienze umane, XXXIV, 2: 25-42.
EFPP, European Federation for Psychoanalytic Psychotherapy (2018), Conference: "The challenge of Social Traumata - Inner Worlds of Outer Realities" Belgrade, Serbia, 10-13 of May, 2018.
Ferenczi, S. (1921). Ulteriore estensione della “tecnica attiva” in psicoanalisi. Trad. it. in Id. Opere (4 voll.). Milano, Raffaello Cortina, 1989-2002 [OFE], 3, pp. 99-114.
Fossaghe, G. L. (1997). Psychoanalysis and psychoanalytic psychotherapy: is there a meaningfull distinction in the process?, in Psychoanalytic Psychology 14(3), 409-425.
Freud S. (1913). Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi: 1. Inizio del trattamento. OSF, 7.
Freud S., (1914), "Ricordare Ripetere e Rielaborare", in Nuovi consigli sulla tecnica psicoanalitica, OSF, vol. 7.
Freud S. (1938), "Risultati, idee, problemi", in Risultati, idee, problemi, OSF, vol. 11.
Fromm-Reichmann, F. (1960), Principles of intensive psychotherapy. Chicago University Press.
Funari, E. (1996), "II suono, la voce, l’armonia degli affetti", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 1996.
Gabbard, G.O., Westen, D. (2003), "Rethinking Terapeutic Action", in Int. J. Psycho-Anal, 84, 823-41.
Gaddini E. (1984), "Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai giorni nostri", in Rivista di Psicoanalisi, 1984, 4, 560-580.
Gagliardi, A. (2017), "Controtransfert, tempo e attenzione fluttuante", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2017.
Genovese, C. ( a cura di) (1988), Setting e processo analitico. Saggi sulla teoria della tecnica. Raffaello Cortina, Milano.
Giavedoni, A. " Identità 'di confine' ", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1994.
Gill, M. M. (1954), "Psychoanalysis and Exploratory Psychotherapy", in Journal of American Psychoanalysis, 2: 771-797.
Gill M. M. (1994), Psicoanalisi in transizione. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 1996.
Gino, M., Toscani, R. ( a cura di) (1998), Ritmo e setting. Borla editore, Roma.
Gino, M., La Psicoterapia Psicoanalitica “Once A Week”. "Aspetti Teorico-Clinici Introduzione", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1997.
Gino, M. (1997), "Vicinanza-distanza. Scissioni e dissociazioni nella personalità: il principio economico come determinante nella scelta e flessibilità del setting terapeutico", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 1997.
Gino, M. (2006), "La costruzione del setting in funzione del processo di soggettivazione" in
Adolescenza e psicoanalisi, n.1, 2006.
Marysa Gino (2016), "L’incontro con un malato di cancro: risonanze e riflessioni", i Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2016.
Grasso, S. (2014), " La psicoterapia e l'esperienza della cura", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2014.
Kernberg, O. F. (1993), "Convergences and Divergences in Contemporary Psychoanalytic Technique", in International Journal of Psycho-Analysis, 74: 659-673.
Kernberg, O. F, (2006), "The coming changes in psychoanalytic education: Part I, in International Journal fo Psychoanalysis, 2006;87:1649–73.
Kernberg, O.F., Green, A., Migone,P, "Un dialogo sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica", in Psicoterapia e Scienze Umane, 2009 Fasc. n. 2.
IPA, International Psychoanalytic Association, 49th Congress, (2015): "Changing World - The Shape and Use of Psychoanalytic Tools ", Boston 2015.
Laurora, E..(2000), "Il setting nomade. Assetto mentale dell’analista e processi di integrazione nella psicoterapia psicoanalitica del disturbo borderline", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2000.
Levin, C. (2000), "L'avenir d'une a-civilization: la psychanalyse comme virtualitè du corps primitif" in L'avenir s'une déesillusion, Press Universitare de France, Paris.
McWilliams, N. (1999), Il caso clinico. Dal colloquio alla diagnosi. Trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2002.
Kahn, L. (2014), Le psychanalyste apathique et le patient postmoderne. L'Olivier, Paris.
Kernberg, O. F. (1993),"Convergences and Divergences in Contemporary Psychoanalytic Technique.", in International Journal of Psycho-Analysis, 74: 659-673.
Mascagni, M. L. (1996), "Spazio potenziale, fantasia sul corpo e rappresentazione nella relazione analitica", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 1996.
Morin, E, (1990), Introduzione al pensiero complesso. Trad. it. Sperling & Kupfer, Milano 1993.
Mucci, C. (2014), Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale. Raffaello Cortina Milano.
Panizza, S., Bassetti, A. (cura di) (2011). Tra psicoanalisi e psicoterapia. Un ponte verso l'avvenire". Franco Angeli, Milano.
Pesci, M. C. (2005), "Corpo e relazione: esperienze di gruppo con gli operatori e con i genitori di figli disabili", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2005.
Petrella, F., Berlincioni,V, (2004), "Lavoro clinico e quadro socioculturale" (relazione al Convegno "Psicoanalisi e trasformazioni della società") in Gli Argonauti, 103:363-374.
Rangell, L. (1954), Similarities and Differences Between Psychoanalysis and Dynamic Psychotherapy, in Journal of American Psychoanalysis, 2, 734-744.
Rangell, L. (1981). Psychoanalysis and dynamic psychotherapy. Similarities and differences twenty-five years later, in The Psychoanalytic Quarterly 50 : 4 , 665.
Rocchi, C. (a cura di) (2013) Psicoanalisi e Psicoterapie Psicoanalitiche, SpiPedia.
Roussillon, R. (1996), "Sur l'opposition Psychothérapie- Psychanalyse", in Psychanalyse et psychothérapies, a cura di Daniel Widlöcher, ed. Eres, Toulouse, 1996.
Russo e Tramontana (2006), "Sul ruolo delle comunicazioni olfattive nella evoluzione di relazioni significative", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 2006.
Scoppola, L. (2003), “Spazi condivisi della cura:tra gruppalita’,integrazione somatopsichica e interazione psicofarmacologica”, in Rivista di Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2003.
SIPP, Società italiana di Psicoterapia Psicoanalitica (2015), Convegno Nazionale: "Psicoterapia psicoanalitica e mutamenti sociali", Bologna 2015.
SIPP (2017), "La tecnica nella Psicoterapia psicoanalitica", n. 2, 2017.
Starace, G. (2008), "Soggettività postmoderna", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2008.
The Boston Change Process Study Group (a cura di) (1998), Il cambiamento in psicoterapia. Trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2012.
Vigorelli, M., “Metafore della crisi e mediatori dell’intervento clinico”, in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2003.
Toscani, R. (2017), "A proposito di setting", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 1, 2017.
Vigorelli, M., Stuflesser, M., Calvi, G., Cerioli, M., Diliberto, P., Gazale, M. F., Lando,G., Monace, C., (1996), " Vissuti corporei ed esperienza sensoriale primitiva nel lavoro terapeutico con il paziente psicotico e lo sua famiglia", in Psicoterapia Psicoanalitica, n. 2, 1996.
Vigorelli, M. (2003), "Metafore della crisi e mediatori dell’intervento clinico", in Psicoterapia Psicoanalitica, n.1, 2003.
UFR, Études Psychanalytiques dell’Università di Parigi 7, Rivista Psiche ( 2017), Convegno: "La psicoanalisi alla prova del tempo presente", Roma 2017.
Wallerstein, R. S., Hoch, S. (1992),"Psychoanalysis and Psychoanalytic Psychotherapy, Similarities and Differences: Conceptual Overview", in Journal of American Psychoanalytic Association.
Widlöcher. D, editor (2008). Psychanalyse et psychothérapie. Paris: Erés.

 

Scarica l'articolo in Pdf

Relazione presentata al Convegno Nazionale Sipp

Psicoterapia Psicoanalitica: contemporaneità e percorsi di sviluppo

1 e 2 Dicembre 2017, Roma

 

 

 

Psicoterapia Psicoanalitica in Europa oggi

di Hansjorg Messner, Board EFPP

 

 

Vorrei parlarvi della psicoterapia psicoanalitica in un contesto europeo e in particolare dal punto di vista dell'EFPP che sto rappresentando anche oggi. Allo stesso tempo, sono curioso di conoscere la vostra organizzazione quale membro dell'EFPP.

L'Europa, come tutti sapete, è un continente fantasticamente diversificato e questa diversità si manifesta anche nell'instaurazione, nella presenza e nello sviluppo della psicoterapia psicoanalitica. Vi sono tuttavia alcuni paesi in cui il pensiero psicodinamico è sempre più emarginato dai servizi di sanità pubblica e dalle prestazioni di assistenza sanitaria generale. Ce ne sono altri in cui la psicoterapia psicoanalitica è ben consolidata nell'ambito delle prestazioni sanitarie ed è accessibile al pubblico arraverso una libera scelta.
Alcuni paesi europei oggi sono in difficoltà per ottenere strutture di base e programmi di training o lottare con distanze geografiche e la limitata disponibilità di terapisti e supervisori di formazione nelle loro modalità basilari. L'EFPP cerca di tenere presente queste differenze e di facilitare ulteriori sviluppi e supporto, ove possibile. Le quattro e due conferenze della sezione europea, di solito ben frequentate, ci permettono di condividere preoccupazioni specifiche e ci danno la possibilità di illustrare le nostre diverse modalità psicoanalitiche, come queste funzionano e come interagiscono tra loro. Le riunioni semestrali dei delegati delineano gli sviluppi futuri della Federazione e costituiscono la base di uno scambio reciproco tra il comitato EFPP e le reti nazionali al fine di individuare temi e obiettivi collettivi pertinenti.
Negli ultimi 25 anni l'EFPP è riuscito a consolidare 4 modalità distinte di lavoro in 27 paesi attraverso l'Unione europea e alcuni che si trovano oltre i confini politici e geografici del nostro continente. Le quattro modalità psicoanalitiche riconosciute dall'EFPP riflettono la consolidata tradizione intellettuale della teoria e della pratica psicoanalitica. Le ricerche evidence based hanno dimostrato da tempo l'utilità delle diverse modalità della psicoterapia psicodinamica. Tutte queste modalità e ogni individuo a sé stante sono informate dalla nozione di processo e motivazione inconscia, dai meccanismi di difesa e dall'esperienza della prima infanzia. Nelle conferenze EFPP in modalità mista stiamo vivendo in prima persona l'utilità e la fertilizzazione incrociata di queste modalità quando si tratta di comprendere complessi processi sociali e politici.
Stiamo ancora lottando per definirci psicoterapeuti psicoanalitici perché cerchiamo ancora di differenziare noi stessi dal modello di formazione IPA. Ora che gli standard Eitingon hanno creato una sorta di equivalenza in termini di frequenza, penso che sia utile, se consideriamo la psicoterapia psicoanalitica e la psicoanalisi come modalità su un continuum o parte di uno spettro di trattamento psicodinamico applicabile a una gamma di psicopatologie.
Fino a poco tempo fa gli psicoanalisti dell'IPA si differenziavano dalla psicoterapia psicoanalitica attraverso una metrica quantitativa di "frequenza". Tuttavia, la recente decisione di accettare variazioni nel modello di formazione di Eittingon tiene conto di ciò che Laplanche ha sostenuto per qualche tempo: "Non ci sono argomenti analitici che potrebbero dire che tre sessioni siano meglio di quattro o viceversa.” In altri termini , la misura quantitativa non è sufficiente per stabilire una differenza tra la psicoterapia psicoanalitica e la psicoanalisi.
La lotta per la frequenza ha intensamente preoccupato la sezione per adulti dell'EFPP alcuni anni fa. Per molti di noi all'interno di istituzioni psicoanalitiche consolidate, è spesso difficile percepire che la psicoterapia psicoanalitica in altri paesi europei rimane una disciplina frammentata in differenti modalità. Paradossalmente, forse questa è anche una modalità in crescita in Europa e oltre.
L'EFPP è stato determinante nel sostenere questo sviluppo in Europa in generale e in particolare nell'Europa orientale. Solo di recente abbiamo accettato di inserire un gruppo in via di sviluppo in Croazia e siamo attivamente coinvolti nel sostenere un programma di formazione in Bulgaria con supporto strategico, teorico e finanziario. A causa delle numerose difficoltà incontrate nei paesi dell'Europa orientale, il Consiglio Di Amministrazione dell'EFPP ha nominato un delegato per sostenere specificamente gli sviluppi nei paesi dell'Europa orientale.
Sarete tutti consapevoli del fatto che l'EFPP non è una federazione ricca, ma, nell'Ethos e nello spirito di cooperazione, solidarietà, valori condivisi e obiettivi comuni, continuiamo a garantire che la psicoterapia psicoanalitica in teoria, pratica e formazione psicoanalitica continui a essere importante. Dobbiamo fare in modo che le reti emergenti, regionali e nazionali abbiano il nostro sostegno e possano sviluppare la modalità all'interno delle proprie possibilità. Per il pensiero psicoanalitico è importante avere un posto nella mente pubblica: come modalità di trattamento e come un corpo di conoscenza per influenzare lo sviluppo sociale, la politica e la cultura. In questo senso, l'EFPP ha anche una dimensione politica.
Quando sono diventato uno dei delegati adulti del British Psychoanalytic Council alla sezione per adulti EFPP, sono stato invitato a unirmi a un gruppo di lavoro della Sezione Adulti per affrontare il problema della frequenza e delle modalità applicative nella nostra sezione. Sono arrivato a capire che questo era stato un problema irritante per un po 'di tempo e occerreva bisogno di essere risolto.
Per noi in Gran Bretagna, gli standard di formazione per gli psicoterapeuti psicoanalitici non erano ambigui, ma chiaramente definiti e supportati da una lunga tradizione di pensiero, formazione e lavoro psicoanalitici. I programmi di training richiedevano due pazienti settimanali per tre volte settimanali, un maschio, una femmina da vedere in un periodo di due anni con entrambi i casi supervisionati. Era chiaro che il candidato doveva essere in analisi tre volte alla settimana, mentre frequentava anche una serie di seminari settimanali sulla teoria e sul lavoro clinico di solito per un periodo di quattro anni. Questi requisiti specifici sono messi in discussione da alcuni nelle nostre società oggi principalmente sulla base del fatto che la maggior parte degli psicoterapeuti psicoanalisti vede i pazienti su una frequenza minore, ma nel Regno Unito e altrove gli standard di formazione sono rimasti costanti e non sono cambiati.
Questi standard erano stati originariamente anche il modello per la sezione per adulti dell'EFPP (fondata, come sapete nel Regno Unito) e nel corso del tempo si sono opposti ad essi un buon numero di delegati provenienti dall'Europa orientale e settentrionale, ma anche da parte di altre importanti reti. Qual'era il problema? In varie organizzazioni nazionali che erano di piccole dimensioni o in "statu nascendi" e quelle con enormi distanze geografiche da attraversare, sia per il candidato che per l'analizzando, e che dipendevano da "analisi shuttle" o da input di docenti e supervisori stranieri, quelli erano standard che non aiutavano lo sviluppo delle loro reti, ma ha creato ostacoli difficili da superare.
Mentre credo che sia importante mantenere gli standard di training e farli sopravvivere come una modalità possibile anche se in seguito lavoreremo in frequenze variabili come facciamo tutti; è anche importante notare, a questo proposito, che una prospettiva dogmatica oscura i nostri orizzonti e porta alla rigidità e stallo.
Il gruppo di lavoro composto da cinque delegati di diverse reti nazionali europee, tra cui l'Italia, ha lavorato duramente per elaborare una serie di norme minime che tengano conto della gamma di diversità nella nostra Federazione Europea, sia in termini geografici, socioeconomici o addirittura di prospettiva teorica. Siamo tutti d'accordo sul fatto che gli standard minimi non impediscono alle reti nazionali di applicare standard più elevati scelta.
È ormai ampiamente riconosciuto che la sola frequenza non può essere e non è l'unica metrica per misurare un efficace processo psicoanalitico. Mentre esiste un accordo sui parametri centrali del processo psicoanalitico, come il transfert e l'interpretazione del transfert, i fenomeni di controtransfert, ci sono diverse prospettive psicoanalitiche riguardo alla frequenza. Nella mia esperienza il transfert e il controtransfert possono essere più facilmente stabiliti ad una frequenza più alta, ma ciò potrebbe anche essere una riflessione sul mio limite, il che non vuol dire che una frequenza più bassa rende i fenomeni di transfert impossibili. Alcuni lavori terapeutici potrebbero dover essere sviluppati partendo da una frequenza inferiore per arrivare a una più alta, per meglio indirizzare gli stati mentali primitivi. Ne parlerò più avanti. Per il momento, basti dire che per una grande federazione multinazionale è doveroso riconoscere anche le realtà psico-culturali, emergenti sia teoriche che geografiche se vogliamo sopravvivere come disciplina attirando nuovi candidati ai nostri programmi di formazione e aiutare le organizzazioni emergenti a sviluppare un significativo programma di formazione psicoanalitica nei loro mezzi e possibilità. Le cose sembrano diverse da Roma o da Londra come vanno nel nord della Svezia o dall'entroterra della Russia.

COME FUNZIONA LA PSICOTERAPIA PSICOANALITICA/PSICOANALISI IN EUROPA OGGI
Nel 2015 ho pubblicato un breve articolo su una ricerca riguardante la psicoterapia psicoanalitica in Europa. La mia curiosità in quel momento era dovuta ai miei legami con diversi colleghi in Europa e al loro lavoro nel settore pubblico e alla situazione sempre più disperata e catastrofica del Sistema di Salute Pubblico britannico quando si trattava di disposizioni psicoanalitiche.
Volevo sapere e scoprire perché in alcuni paesi europei la psicoterapia psicoanalitica era fiorente, mentre in altri paesi la nostra modalità stava sempre più perdendo terreno a favore delle modalità di cognitivo comportamentali. Le linee guida per le terapie erano sempre più scritte da accademici che sostenevano i trattamenti CBP per quasi tutti i disturbi psicologici e i governi di vario orientamento politico erano persuasi dal fattore di rapporto "costi/efficacia".
In uno sviluppo parallelo e alquanto giustapposto, la ricerca ottenuta dalle istituzioni membro dell'EFPP ha dimostrato che continuiamo a vedere la psicoterapia psicoanalitica ristabilirsi fortemente nei paesi dell'Europa orientale, in Russia e oltre.
Quindi, perché c'è questa discrepanza nei paesi di tutta l'Unione Europea? Senza essere in grado di entrare in una interpretazione storica più differenziata di questi sviluppi, vorrei semplicemente evidenziare i fatti mentre li osservo e spero che ciò possa fornire nuovi spunti di riflessione.
Perché, in paesi come la Germania, la Svizzera e l'Austria, per citarne solo alcuni, la psicoterapia psicoanalitica è fiorente, gli analisti e gli psicoterapeuti hanno buone pratiche e godono di un sano status di professionisti? Allo stesso tempo, gli psicoterapeuti psicoanalitici in Svezia, nel Regno Unito, in Danimarca, in Olanda e nei paesi del Benelux e in Italia lottano nel settore pubblico e sono sempre più spinti nella stanza di consulenza privata, diminuita nella loro rilevanza non solo come modalità di trattamento per la mente disturbi ma anche sempre più emarginati come un corpo di conoscenza per influenzare la immagine e la narrazione nazionale oltre al in teoria e pratica?
In parole povere, possiamo osservare queste differenze in Europa attraverso una serie di diversi sistemi di disposizioni sulla sanità, che sono collegati ai sistemi nazionali di tassazione. Ciò ha un impatto diretto sul finanziamento di varie disposizioni sanitarie nazionali in tutta Europa e con le disposizioni per la salute mentale. Tutti questi sistemi si sono sviluppati storicamente e fanno parte della concezione nazionale.
Nel Regno Unito, ad esempio, tutte le prestazioni di assistenza sanitaria sono gratuite sino alla conclusione e sono finanziate dalle entrate fiscali generali. Per altri paesi in Europa come la Germania, la prestazione di assistenza sanitaria è gestita da un sistema di assicurazione sanitaria, che è affidato all'individuo dal governo e acquisito attraverso compagnie assicurative autogestite e regolate. La copertura che offrono è finanziata dai contributi legali dell'assicurato o della famiglia personalmente, in combinazione con i contributi obbligatori dei datori di lavoro.
Si tratta di due sistemi decisamente differenti di prestazioni sanitarie e, per motivi di semplicità, mi riferirò a loro come sistema A per il modello britannico e il sistema B per il modello tedesco. Le nazioni dell'Europa centrale finanziano le loro disposizioni sanitarie in generale attraverso il modello B, mentre le nazioni dell'Europa settentrionale e meridionale hanno optato generalmente per il modello A. Alcuni altri paesi, come la Francia usano un sistema di un modello misto che varia le strutture del sistema B in combinazione con un numero di componenti di cui uno relativo al reddito da lavoro.
Vale la pena notare che la quantità di spesa del PIL per la fornitura di assistenza sanitaria tra i sistemi A e B in Europa rimane approssimativamente la stessa. Rappresenta tra il 7% e il 12% annuo del PIL indipendentemente dal sistema applicato di prestazioni sanitarie.
Le evidenze di ricerca suggeriscono che il sistema che ha un legame più forte tra i singoli trattamenti psicologici sia un metodo molto più efficace. In quei paesi con il sistema B, la psicoterapia psicoanalitica non solo è regolata efficacemente come professione, ma rimane una modalità di trattamento in salute robusta, disponibile nel settore pubblico e appetibile per i pazienti e aspiranti aspiranti professionisti.
Per illustrare il punto, prendiamo il modello in Germania. Le varie compagnie assicurative nazionali o regionali hanno supportato circa 215.000 trattamenti nell'ambito della modalità psicodinamica nel 2014. Il 76.8 % delle domande sono state accettate senza ulteriori inchieste mentre il 13,2% delle domande per la psicoterapia psicoanalitica ha richiesto ulteriori chiarimenti prima che fosse concordato di procedere. In effetti, solo il 4% circa delle domande per questa modalità sono state respinte a titolo definitivo.
Un numero simile di applicazioni per le proposte di terapia comportamentale cognitiva è stato accettato in Germania contemporaneamente. In totale 400.000 trattamenti nelle terapie psicologiche sono stati supportati da questo specifico modello di assistenza sanitaria nel settore pubblico. Al paziente con le disposizioni del modello B è quindi offerta una chiara scelta tra diverse modalità. Mantenendo uno spettro di trattamento più diversificato, la psicoterapia psicoanalitica può competere come modalità pienamente riconosciuta e regolata su un piano di parità con altre modalità riconosciute. È ovvio che questo non solo rafforza il pubblico e quindi la scelta del paziente, ma rafforza e migliora anche la professione nel suo insieme.
Nella psicoterapia psicoanalitica nell'area EFPP come professione, è regolata dalla legge statutaria nei seguenti paesi: Germania, Francia, Paesi Bassi, Finlandia, Svizzera, Ungheria, Austria, Italia e Lettonia. In Francia, il titolo è protetto ma non la professione. Alcuni dei suddetti paesi accettano solo medici o psicologi per allenarsi nella professione, ma questo sembra cambiare.
Paesi della federazione europea che non hanno una regolamentazione professionale statutaria o in cui il regolamento è in cantiere: Portogallo, Irlanda, Repubblica Ceca, Polonia (legge in pipeline), Regno Unito (autoregolamentazione), Danimarca (titolo di psicoterapeuta non protetto).
I sistemi "A" come il National Health Service nel Regno Unito, cercano costantemente di gestire crescenti richieste finanziarie per i servizi sanitari e, nel tentativo di semplificare e gestire le disposizioni, impongono stretti collegamenti tra diagnosi, metodi di trattamento e risultati prevedibili. Richiedono una pratica sempre più basata sull'evidenza, tecniche supportate empiricamente e standardizzate !! Trattamento attraverso manuali !! Ciò ovviamente è contrario ed è spesso incompatibile con la pratica della psicoterapia psicoanalitica in cui il focus del trattamento è lo sviluppo della relazione personale tra psicoanalista e paziente, il che implica che il cambiamento si verificherà nel corso del tempo.
Penso che molti di noi sarebbero d'accordo sul fatto che stiamo pagando anche un prezzo per il fatto di essere lenti nel trovare modi per fornire dati rilevanti per l'efficacia della psicoterapia psicoanalitica nella pratica basata sull'evidenza. Ovviamente potremmo cercare di fornire nostri parametri per fornire prove sull'efficacia del trattamento che offriamo (ad es Tavistock paper on depression), parametri diversi da quelli così rapidamente proposti dai metodi cognitivi e spesso troppo facilmente accolti dai servizi sanitari di tutto il paese. Le prove che produciamo devono illustrare che, mentre la psicoterapia psicoanalitica potrebbe essere più costosa a breve termine, è più conveniente per i servizi sanitari a medio e lungo termine.
Mi sembra che sia imperativo essere consapevoli che, come organizzazioni di training, non dobbiamo rispondere a queste pressioni attuali modificando i nostri programmi di formazione solo per adattarci a queste soluzioni proposte e apparentemente convenienti. La nostra formazione richiede di offrire ai nostri candidati il tempo di svilupparsi, di permettere loro di maturare nel proprio trattamento individuale e nello sviluppo personale. Manuali di trattamento standardizzati non costituiscono una base per i futuri candidati alla formazione per sviluppare la maturità di cui hanno bisogno nelle loro future relazioni con i loro pazienti.
L'EFPP in collaborazione con le nostre reti nazionali raccoglie ricerche relative a pratiche basate su prove e la diffondono al nostro membro; viceversa siamo desiderosi di ricevere ricerche da tutti i nostri membri e all'interno di tutte le sezioni dell'EFPP. Questo è solo uno dei numerosi esempi che dimostrano che è importante rafforzare i legami tra la federazione e le reti nazionali attraverso lo scambio reciproco e la reciproca recettività. Dobbiamo impegnarci tutti con la visione e le strategie appropriate per mantenere la nostra identità e sviluppare una cooperazione coesa per mantenere viva la psicoterapia psicoanalitica non solo come modalità efficace ma, come un corpo di teoria e pratica presente nella consapevolezza pubblica. Con la scomparsa della psicoterapia psicoanalitica dal settore pubblico, la professione si espande sempre più inevitabilmente nella percezione della mente pubblica.
Il cambiamento epocale nel settore pubblico nell'ultimo decennio che ha colpito la nostra modalità e la psicoanalisi in generale ha reso necessario l'intervento del consiglio dell'EFPP. Lo abbiamo fatto laddove possibile, consultando le reti nazionali e vari gruppi di lavoro multinazionali ne sono stati testimoni.
I recenti cambiamenti nello statuto dell'EFPP, approvati dai delegati riuniti nel 2017 a Berlino, sono stati inflenzati da queste realtà. L'EFPP sostiene ovviamente la psicoterapia psicoanalitica nel settore pubblico, ma deve anche tener conto del fatto che in molte regioni europee la psicoterapia psicoanalitica è relegata nello studio privato. Pur appoggiando fermamente le reti nazionali, abbiamo accettato come membri dell'EFPP alcune istituzioni che potrebbero non essere ancora parte di una rete nazionale. In Russia, ad esempio, la sezione di Stavropol e di Mosca si trova a 2000 km di distanza e non può funzionare efficacemente come una rete nazionale unificata. Voglio essere assolutamente chiaro, però, che non vogliamo sostenere la frammentazione. L'Ethos dell'EFPP abbraccia lo sviluppo professionale sulla base della diversità della teoria e della pratica psicoanalitica.
La rete nazionale è vitale perché una dimensione politica è invariabilmente al centro della Federazione! La creazione di reti coese è progettata per mettere in comune risorse e sviluppare imprese comuni, condividere informazioni e ricerca. In una situazione molto attuale, stiamo attualmente prendendo atto delle difficoltà incontrate dalle nostre reti in Polonia a causa del panorama politico. Il nostro sforzo comune è una dimostrazione e un impegno a lavorare con i nostri colleghi europei indipendentemente dalle tendenze politiche isolazioniste o nazionaliste del giorno. L'imminente conferenza EFPP a Belgrado testimonia questo sforzo: "La sfida dei traumi sociali: i mondi interiori delle realtà esterne". Abbiamo ricevuto un'enorme quantità di abstract dai membri di tutta Europa e riteniamo che questo sarà molto rilevante per la conferenza.
Permettetemi di citare Peter Fonagy;
"La psicoanalisi non ha rivali nel profondo del suo interrogarsi sulla motivazione umana e se le sue risposte sono giuste o sbagliate, l'epistemologia della psicoanalisi le consente di affrontare i problemi più difficili dell'esperienza umana. Paradossalmente, la nostra nuova comprensione delle basi fisiche della nostra esistenza - i nostri geni, i nostri sistemi nervosi e il funzionamento endocrino - piuttosto che alla fine sostituire la psicoanalisi, hanno creato un bisogno pressante di una disciplina complementare che consideri i ricordi, i desideri e i significati che stanno iniziando a essere riconosciuti come influenzanti l'adattamento umano anche a livello biologico. In quale altro modo, oltre allo studio dell'esperienza soggettiva, capiremo del destino biologico dell'individuo, all'interno dell'ambiente sociale ".

 

TUTTO È LA PSICOTERAPIA PSICOANALITICA
Kernberg nel suo straordinario articolo: "Psychoanalysis and Psychotherapy" (1989) ha sostenuto con Gill (1954) che la migliore e più semplice definizione del metodo psicoanalitico dovrebbe comportare la facilitazione di una nevrosi di transfert regressiva e la sua risoluzione solo per interpretazione eseguita da uno psicoanalista da una posizione di neutralità tecnica. "Definirei l'interpretazione, l'analisi del transfert e la neutralità tecnica come tre caratteristiche essenziali del metodo psicoanalitico" argomentò e in un ulteriore chiarimento Kernberg definisce importante, "neutralità tecnica" come "l'equidistanza interpretativa dal Super-io del paziente; id; l'ego che agisce e la realtà esterna. "L'analista o lo psicoterapeuta psicoanalitico mantiene quindi un focus centrale sull'analisi del transfert, rimane attento alle organizzazioni patologiche e si focalizza sul significato inconscio nel qui e ora. Teniamo presente la tradizione americana della psicologia dell'ego che informa il pensiero di Kernberg. A Londra l'idea di neutralità tecnica si sarebbe allontanata dalla teoria delle relazioni oggettuali e dalla manifestazione clinica e in effetti ho assistito a un acceso dibattito tra Kernberg e John Steiner su questa questione.
Che cosa fa lo psicoterapeuta psicoanalitico in modo diverso quando lavora con un paziente a una frequenza di tre volte alla settimana o meno? Abbiamo già discusso quella frequenza come misura quantitativa non rende giustizia per misurare la competenza analitica e che sono necessarie misure qualitative piuttosto che quantitative. Kernberg concorda sul fatto che non è la frequenza a dare l'indicazione di un processo psicoanalitico. Nella sua mente è il paziente, o il tipo di pazienti che potrebbe rendere necessario deviare da quella che definisce la posizione o posizione di principio psicoanalitica. La neutralità tecnica nella mente di Kernberg diventa lo spartiacque della differenziazione tra psicoanalisi propria e psicoterapia psicoanalitica. Ho scelto Kernberg perché è un analista che sfida le istituzioni psicoanalitiche e l'impostazione tradizionale e le tecniche corrispondenti. Apprezzo il fatto che abbia sottolineato la necessità di adattare il nostro approccio al singolo paziente e alla sua psicopatologia.
Sembrerebbe quindi che il criterio non sia la psicoanalisi o la psicoterapia psicoanalitica, ma piuttosto un affinamento degli strumenti diagnostici per determinare quale approccio tecnico possa adattarsi meglio alla psicopatologia del paziente. Te, potremmo effettivamente decidere di iniziare con un paziente a una frequenza più bassa e potenzialmente sviluppare in modo dinamico il trattamento da lì.
Nel mio istituto di formazione a Londra diamo un grande valore nel fornire ai candidati la realtà di un'intensa esperienza psicoanalitica. I candidati sono addestrati a questo standard. Ciò non significa che il candidato psicoterapeuta psicoanalitico non prenderebbe casi di bassa frequenza nel suo carico paziente. Lui/lei potrebbe trovare difficile operare senza di esso. Infatti a Londra abbiamo visto una crescente necessità di rendere la frequenza inferiore, una volta alla settimana, una materia di formazione nel loro curriculum. Ciò che è più difficile a mio avviso, e sembra riflettersi in una tendenza che si vede in varie reti europee, è l'idea, che poiché i pazienti oggi tendono a preferire trattamenti a bassa frequenza per una serie di buone ragioni, dovremmo adattare la formazione programma e curriculum esclusivamente a tale scopo e abbandonare i requisiti di formazione intensiva.
Come presidente della sezione per adulti EFPP, sono determinato a sostenere la psicoterapia psicoanalitica intensiva nella formazione. Per lo stesso motivo sono lieto di vedere che all'interno di questo quadro esiste una grande diversità di approcci, che continua ad emergere e svilupparsi. Non penso che dovremmo guardare questi sviluppi con apatia, ma creare legami tra queste diverse applicazioni teoriche e pratiche all'interno della psicoterapia psicoanalitica e alimentare il dialogo, la ricerca e il dibattito ovunque sia possibile.
So che alcuni nella vostra rete sollevano domande molto interessanti e interessanti sul processo terapeutico, sulla relazione tra analista e paziente, sulla frequenza e su questioni intersoggettive. Abbiamo bisogno di ascoltare queste voci nelle nostre conferenze e oltre.
Ci sono dibattiti degni di nota nelle nostre comunità sulle forme sottili di potere nel setting analitico; potere che può essere esercitato quando si tratta di frequenza, tasse, festività, ecc. La visione prevalente che il paziente è il sofferente, presuppone in qualche modo che il terapeuta non sia un malato. Senza empatia e punti di identificazione per abbattere la barriera tra oggetto e soggetto non possiamo raggiungere il paziente. Questo potrebbe essere entusiasmante per i giovani colleghi americani stanchi della versione antiquata e sterilizzata della neutralità e dell'equidistanza psicoanalitica. Per un kleiniano britannico intriso di relazioni oggettuali, transfert e controtransfert questo è meno rivoluzionario.
Uno dei nostri punti di forza nell'EFPP è che siamo una federazione multimodale e che non esiste un'altra organizzazione in Europa o oltre. Assistiamo alle conferenze EFPP su come le diverse modalità applicate portino non solo a importanti cross-fertilization, sviluppo e comprensione più profonda della nostra teoria e pratica, ma ci consente di integrare nuovi sviluppi e nuove idee nelle neuroscienze e in altri campi correlati e su come potrebbero influire pensiero psicoanalitico contemporaneo. Ciò dovrebbe consentirci di creare nuove strade, promuovere una maggiore tolleranza per le nuove idee e discutere i diversi approcci clinici. Una delle nostre funzioni principali come psicoterapeuti è imparare, dai nostri pazienti e attraverso i nostri colleghi. Questa è anche la funzione principale di noi come esseri umani.
Sono fermamente convinto che allargando il contesto psicoanalitico e integrando la conoscenza nuova e nascente in campi correlati come la teoria dell'attaccamento possiamo continuare ad affinare le valutazioni e l'adattamento tecnico alla psicopatologia del paziente. Possiamo rendere più giustizia alla relazione molto personale e intima che è la base e il fondamento del nostro rapporto con le persone che vediamo nelle nostre stanze di consulenza. Tutto ciò richiede la tolleranza di molte incertezze e l'esame costante di come ci sentiamo e di ciò che informa il nostro pensiero. Come tale, tiene conto del fatto che siamo esseri complicati che possono essere cose diverse in una volta, fondersi e riconfigurarsi, mai realmente risolti ma, sempre alla ricerca di significato. Abbiamo tutti più di una storia da raccontare.
Questo è un settore in cui penso che la cooperazione tra le diverse reti nazionali europee e al loro interno il diverso orientamento teorico sotto gli auspici dell'EFPP abbia un enorme potenziale. Dobbiamo creare collegamenti, un clima e una narrazione in cui discutere liberamente i meriti dei nuovi sviluppi. Nello spirito di tolleranza e rispetto reciproco, dovremmo essere in grado di scambiare il nostro pensiero teorico e il nostro impegno clinico.

 

Scarica l'Articolo in Pdf

S.I.P.P.

Il sito internet sippnet.it, della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica rispetta le linee guida nazionali della FNOMCeO in materia di pubblicità sanitaria, secondo gli artt. 55-56-57 del Codice di Deontologia Medica.
Roma, Via Po 102
06 85358650
sipp@mclink.it

Newsletter

Nome
*Campo obbligatorio

Email(*)
*Campo obbligatorio

(*)
campo obbligatorio

(*)
campo obbligatorio

Il sito sippnet.com utilizza cookies per migliorare l'esperienza di navigazione degli utenti. Chiudendo questo banner si acconsente all’uso dei cookies.